Il Guatemala manifesta e avanza una richiesta: ¡#JusticiaYa!

A inizio giugno è entrato tra i trending topic in Guatemala, ma è molto più che un hashtag: ¡#JusticiaYa! è la promessa di una nuova reazione alle molteplici problematiche che colpiscono il Guatemala di oggi.

di Maria Paola Montisci

Sono tantissimi i post e i messaggi sul web che in queste settimane contengono l’hashtag #JusticiaYa (“giustizia subito”). Un appello urgente – considerando che il tasso di impunità nazionale arriva al 98% – da parte di una cittadinanza da tempo assente dalla sfera pubblica che si sta finalmente riprendendo il ruolo che le spetta, esigendo giustizia per la drammatica situazione economica e sociale che il Guatemala sta vivendo.

Tutto è iniziato due mesi fa. Tra il 16 aprile e il 20 maggio, la CICIG (Commissione Internazionale Contro l’Impunità in Guatemala, organo istituito nel 2006 tramite un accordo stipulato tra le Nazioni Unite e il governo guatemalteco) ha diffuso due inchieste che hanno fatto luce su due casi di corruzione paradigmatici: “La linea”, che coinvolge le più alte cariche dello stato e alcune persone influenti dell’oligarchia guatemalteca in una frode fiscale per contrabbando nelle dogane, e il caso IGSS (Istituto Guatemalteco per la Sicurezza Sociale) su un appalto illecito per la gestione di cure mediche della peritonite.

La reazione dei cittadini è stata immediata. Sono scesi in piazza chiedendo unanimemente la #RenunciaYa (“dimissioni subito”) da parte della classe politica coinvolta, ottenendo l’8 maggio quella della vicepresidente Roxana Baldetti, dopo un’importante giornata di protesta nazionale che si è svolta il 25 aprile e ha coinvolto più di trentamila persone nella capitale e altre dislocate nei vari dipartimenti. La frustrazione, la delusione e la rabbia dei guatemaltechi non poteva che esplodere in una protesta che coinvolge tante realtà – dalle università pubbliche e private alle organizzazioni comunitarie e i movimenti nati spontaneamente – che non si sentono più rappresentate dai partiti politici.

Il Guatemala ha bisogno di gettare le basi per creare più inclusione sociale: solo due anni fa, nel 2013, la “giustizia immediata” a cui ora si sta facendo appello fu un tema che non riuscì ad emergere neanche davanti al caso di genocidio contro l’etnia Ixil perpetrato negli anni ’80 dal presidente Efrain Rios Montt. La sentenza di condanna fu ritirata dopo 10 giorni, ma l’hashtag #SiHuboGenocidio durò ben poco e non ci furono grandi manifestazioni di indignazione collettiva da parte dell’opinione pubblica.

Digital divide e libertà di stampa limitata: un ostacolo alla coscienza di popolo

Tra i vari fattori che finora hanno inciso negativamente sulla creazione di una cultura e conoscenza condivisa, alcuni sono inerenti alla sfera dell’informazione.

La libertà di stampa limitata – Dal 2012, momento in cui è entrato al potere come presidente Otto Perez Molina, il Guatemala è passato dal 95° al 125° posto nella classifica del World Press Freedom Index. Frequenti sono infatti le minacce ricevute dalle radio comunitarie, che diffondono tematiche a carattere sociale e culturale in diverse lingue native.
La scarsa distribuzione territoriale dei quotidiani – I giornali stampati, circa una decina di testate, sono accessibili in gran parte solo nelle città principali mentre nel resto del Paese arrivano solo due testate.
Contenuti poco trasparenti e scarsi – Le tematiche affrontate maggiormente sono cronaca nera e sport. Articoli sulla violazione di diritti umani, sulla manipolazione a sfavore delle fasce più vulnerabili della popolazione come la classe indigena o sui conflitti sociali sono per lo più inesistenti.
Digital divide – Il Guatemala è carente di infrastrutture adeguate e il tasso d’accesso alla tecnologia o a una connessione internet domestica è tra i più bassi dell’America Latina. Un esempio: su una popolazione di piu di 15 milioni, meno di  3 milioni sono gli utenti che possiedono una connessione.

Nonostante ciò, oggi nel Paese sono attivi più di 3 milioni di account Facebook. Ecco perché in questo momento l’organizzazione cittadina funziona con più efficienza ed efficacia, oltre che più rapidamente, anche grazie alla comunicazione che passa tra le reti sociali: solo negli ultimi giorni sono tante le pagine social nate spontaneamente e non appartenenti ad alcuno schieramento partitico. Proprio come è successo con #JusticiaYa, che da hashtag è diventato una piattaforma di social network (Facebook, Twitter e Instagram) che viene utilizzato sia per annunciare attività inerenti la protesta sia per condurre indagini partecipative su come sviluppare le azioni in maniera condivisa e orizzontale. #JusticiaYa ora è un grande ombrello sotto la quale si sono riunite diverse associazioni e organizzazioni cittadine che ora formano insieme un movimento.

 

 

Grazie alle reti sociali, si è aperto uno spiraglio ad un dibattito pubblico che ruota finalmente intorno a tematiche sociali importanti, tra cui l’assenza di uno stato di diritto e la necessità di riforme. Una tendenza confermata anche dalle tante testate online e indipendenti che stanno diventando i canali preferiti da chi vuole accedere all’informazione alternativa.

In questo senso, un’iniziativa interessante è promossa dalla stessa CICIG, che dal mese di giugno diffonde sul suo sito e sui social network podcast su argomenti come l’accesso alla giustizia e l’impunità.


 

Maria Paola Montisci – Sarda di Mogoro, classe ’83. Dopo una laurea in Comunicazione e poi in Relazioni internazionali a Perugia, ha dedicato un anno al volontariato tra Messico e Italia, avvicinandosi ai temi di cui tutt’ora continua a interessarsi: inclusione sociale, cittadinanza attiva e diritti umani. Dopo il master a La Sapienza in “Cooperazione e progettazione per lo sviluppo”, arriva in Guatemala con uno stage e vi resta con un contratto come comunicatrice sociale del progetto “Gestione dei rifiuti solidi e urbani in quattro municipi del Guatemala e Nicaragua” con l’ong Movimento Africa 70.

Diario dal Senegal, il diritto alla terra e le ICT: sfida tecnica o politica?

Enjeu è una parola difficilmente traducibile dal francese. Indica una questione, una sfida, una situazione controversa.
E per il Senegal, il fondiario è certamente un enjeu majeur, come del resto per molti paesi africani. La terra infatti è una risorsa primaria fondamentale per la sopravvivenza di ogni Stato ed ogni economia, insieme al capitale e alla forza lavoro. La disponibilità di terre e la loro ubicazione rispetto alle risorse condiziona in maniera immediata la povertà o la ricchezza – quando non direttamente la sopravvivenza – di una famiglia o di un intero villaggio. Inoltre, “la terra non è soltanto fondamentale per la sicurezza alimentare, ma è anche profondamente connessa a importanti aspetti della vita sociale quotidiana, a seconda dell’uso e del significato che gli abitanti attribuiscono ad un determinato territorio”, come sostenuto da Cirillo e Yade. Diritto alla terra e diritto al cibo: l’enjeu di accesso, gestione e sicurezza della terra assume quindi un significato economico tanto quanto politico e sociale.

Il Senegal conta circa 13 milioni e mezzo di abitanti – secondo RGPHAE 2013 – distribuiti su una superficie di oltre 196 chilometri quadrati. Il paese presenta una densità demografica relativamente bassa, anche perché – va detto –  la sabbia regna incontrastata in tutto il paese e rende il cuore del Senegal quasi disabitato. Tuttavia la popolazione è di giovani e giovanissimi: l’età media è 22,7 anni. Le zone maggiormente abitate sono le coste, a ovest; le zone fertili tropicali a Sud e il corso del fiume Sénégal, a nord, al confine con la Mauritania e il Mali.

Senegal_1

Dal 1964 la terra senegalese appartiene al Domaine National, ossia a tutta la nazione. Dunque, lo Stato amministra e da in gestione la terra tramite delle affectations – attribuzioni – , cioè la possibilità di far uso di un dato territorio senza averne proprietà nell’ottica di una “messa in valore”. E secondo la legge, se questo non dovesse accadere tale diritto può essere revocato.

Grazie al decentramento – Code des Collectivités Locales -, l’attribuzione delle terre avviene a livello locale tramite il Consiglio Rurale, ma la terra rimane legalmente alla nazione intera, il che significa che “gli occupanti tradizionali della quasi totalità delle terre soggette ad acquisizione non hanno documenti formali scritti che gli permettano di far valere i loro diritti contro i nuovi pretendenti” , sempre secondo la ricerca di Cirillo e Yade.

Ciò che non è rilevato del Domaine National, appartiene al Domaine de l’Etat o al Domaine Privé. E’ possibile avviare una procedura per trasformare un’attribuzione in un titolo di proprietà fondiaria, che comporta un passaggio delle terre dal Domaine National al Domaine Privé, paassando per il Domaine de l’Etat.

Questo sistema di diritto positivo – della colonizzazione prima e dell’indipendenza poi – coesiste con un sistema già esistente di regolazione dell’accesso alla terra e di gestione dei conflitti. Si tratta di un “pluralismo giuridico”, come l’ha definito Delville, che crea un’incertezza “grazie alla quale gli attori più potenti sono in grado di far valere i loro interessi e le loro rivendicazioni sulla terra contro i diritti degli abitanti”, secondo quanto riportato da HLPE . Pur riconoscendo il valore egualitario di accesso alla terra della riforma del 1964, alcuni attori, come ad esempio la Commission Nationale de Reforme Foncière, si sono mobilitati e richiedono una riforma in grado di rispondere anche ai bisogni di sicurezza o riconoscimento della proprietà, in particolar modo contro la tendenza attuale e diffusa in Africa, delle gradi acquisizioni straniere, con particolare attenzione al fenomeno del Land Grabbing.

Dal punto di vista tecnico, questo enjeu chiama in causa le ICTs, grazie al fatto di essere strumenti utili nel raccogliere e registrare informazioni oggettive rispetto alle terre concesse, attribuite e in uso. In particolare, abbiamo notato l’interesse diffuso per i sistemi di geolocalizazione – GIS e GPS – considerato uno strumento decisivo per risolvere contenziosi sulle terre. Questi sono implementati sia da ONG che lavorano con progetti sul territorio, sia da Bureau d’Etudes privati, sia da enti statali come la SAED, la società nazionale che si occupa della gestione del territorio e delle acque lungo la valle del fiume Senegal. Da un punto di vista centralizzato, invece, i dati e la tecnologia GIS interessa al catasto, che è in via di modernizzazione. Infatti nel 2004, il Fondo Africano di Sviluppo ha finanziato 3,25 milioni di euro tramite il progetto PAMOCA – Projet d’Appui à la Modernisation di Cadastre. Ma secondo una prima analisi, questo processo sembra lontano dall’essersi concluso.

Sollecitata dall’alto, sia dallo Stato sia da organismi internazionali, la burocratizzazione – in senso weberiano – sembra faticosamente mettersi in atto, come un passaggio inevitabile e necessario verso lo “sviluppo” e verso l’allargamento dell’assiette, per la riscossione delle imposte. Ma quali attori beneficiano della misurazione “oggettiva” delle parcelle di terra? Quali detengono le competenze tecniche necessarie per implementare il sistema? E poi, esiste un collegamento tra l’arena di discussione politica (che sta rinegoziando le regole del gioco) e gli uffici pubblici e privati che stanno sviluppando il sistema catastale?

Queste sono le domande che guidano la nostra ricerca. Gli strumenti invece saranno interviste, osservazione partecipante, analisi di documenti, ecc.

Vi aggiorneremo sui progressi, a mano a mano che il puzzle si compone.

Stay tuned!

Photocredits: Cecilia Nessi

Diventa social media strategist – Livello base | PROGRAMMA

I sessione – Giovedì 8 ottobre 13h-15h
Il web tra presente e futuro
Docente: Silvia Pochettino

  • Introduzione su come il web cambia il modo di pensare se stessi, di presentarsi, comunicare e lavorare.
  • Il futuro della rete, il contenuto smaterializzato e i media frammentati.
  • Le regole base per associazioni e aziende 2.0: dal sito internet all’ecosistema digitale.
  • Come riorganizzare le priorità e creare una cultura digitale all’interno della tua organizzazione per non veder fallire le tue campagne online.

Esercitazione: mappa la presenza online della tua organizzazione (o la tua presenza personale).

II sessione ­- Giovedì 15 ottobre 13h-15h
Usa il web, non farti usare
Docente: Claudia Vago

  • Come organizzare il proprio lavoro nell’era dell’overload information, impararando a rispettare i propri programmi e sfruttando gli strumenti giusti per gestire il flusso delle informazioni online.
  • Analisi specifica di alcune applicazioni del web:
    > Feedly per organizzare le fonti delle proprie informazioni
    > Trello e Slack per archiviare e organizzare link e spunti da condividere con colleghi e collaboratori
    > Gmail per organizzare la posta elettronica.

Esercitazione: apri un account su Feedly e organizza almeno 10 feed in 3 cartelle. Apri un account su Trello e Slack, crea board e canali in cui archiviare appunti. Condividili con la docente.

III sessione ­- Giovedì 22 ottobre 13h-15h
Scrivere su web
Docente: Silvia Pochettino

  • Regole, indicazioni e suggerimenti per potenziare le capacità di scrittura, gestire contenuti digitali e condividerli ed elementi di content curation.
  • I 10 elementi chiave per catturare l’attenzione del lettore digitale.
  • L’approccio della piramide rovesciata e la gestione dei contenuti.
  • Le regole di visualizzazione, formattazione e gestione dell’ipertestualità.
  • Principi per ottimizzare lo sharing con uso efficace delle parole chiave.

Esercitazione: realizza uno Storify.

IV sessione – Giovedì 29 ottobre 13h-15h
Twitter per comunicare in tempo reale e Facebook per promuovere la tua causa
Docente: Claudia Vago

  • Twitter:
    > orientarsi al meglio tra hashtag, reply, follower, following e liste
    > analisi delle best practices: cosa, come e quando twittare; gli errori da evitare
    > come impostare una conversazione efficace con la tua comunità, tweet dopo tweet.

Esercitazione: Organizza una lista di utenti sui temi che potrebbero essere utili al tuo lavoro.

  • Facebook:
    > un tour nell’uso dello strumento “pagina” e il suo algoritmo
    > quando e come aggiornare la propria pagina
    > il linguaggio di Facebook
    > come usare gli insights
    > riconoscere i casi di successo e imparare una lezione per migliorare la tua visibilità.

V sessione – Giovedì 5 novembre 13h-15h
Progetta un sito adatto al nuovo mondo digitale
Docente: Silvia Pochettino

  • Analisi comunicativa sulle caratteristiche che un sito deve avere per essere efficace.
  • Elementi imprescindibili per organizzare il contenuto di un sito nel passaggio dal web 1.0 al 3.0 e comunicare con efficacia ai propri lettori e sostenitori.

Esercitazione: analisi critica incrociata dei siti web delle nostre organizzazioni (o dei blog personali).

VI sessione – Giovedì 12 novembre 13h-15h
I social visuali: racconta la tua storia foto dopo foto
Docente: Fabrizio Furchì

. Usare Instagram per promuovere la tua attività, scegliendo gli hashtag per trovare nuovi follower e seguire le statistiche.

. Usare Pinterest per le collezioni tematiche di immagini e i link.

Esercitazione: apri il tuo primo account instagram, posta la tua prima foto, impara ad usare gli hashtag per trovare nuove immagini e guadagnare follower. Per chi non ha smartphone: apri la tua prima galleria Pinterest con la tua collezione tematica.

VII sessione – Giovedì 19 novembre 13h-15h
Google Plus e Linkedin
Docente: Giuliano Ambrosio

  • Linkedin: > creare e ottimizzare la pagina della propria associazione > gestire i propri contatti in modo efficiente ed efficace (gruppi e community di riferimento).
  • Google Plus:
    > panoramica delle funzionalità di G+
    > creazione e gestione della pagina (verificare sito, verificare pagina, +Permalink)
    > cosa sono le community e come usarle?

VIII sessione ­- Giovedì 26 novembre 13h-15h
Lavorare a distanza
Docente: Silvia Pochettino

  • Imparare a sfruttare la rete per organizzare un ufficio virtuale, sviluppare progetti e mantenere le relazioni professionali anche a distanza.
  • Le funzionalità degli strumenti web gratuiti per la collaborazione sui documenti condivisi con Google Drive.
  • Il brainstorming collettivo su Mural.ly.
  • L’uso dei social network per organizzare riunioni online (hangout di Google Plus, team hangout di Facebook).
  • Altri strumenti come Podio e Dropbox.

Esercitazione finale a gruppi: definisci il piano di comunicazione digitale di un’associazione

 

[infografica] Come gestire commenti negativi sui social network

Non importa quanta esperienza abbiate nell’uso di social network, moderare una community e moderare commenti a nome di un’organizzazione è tutto un altro paio di maniche. Quando a parlare non siete voi, ma la vostra organizzazione tramite voi, la normale netiquette con cui vi rivolgete agli altri sui social network diventa imperativa e si presentano tutta una serie di questioni a cui, sui vostri account personali, potete non pensare. Per esempio: cosa fare di un commento negativo? Cancellare? Rispondere? Far finta di niente sperando sparisca?

Don’t panic! Abbiamo tradotto un’infografica di BeDigitalGiants.com per guidarvi nella soluzione migliore alla domanda «Ho ricevuto un commento negativo, e ora?».

commenti negativi

 

Usa questo codice per inserire l’infografica nel tuo sito!

<a href="http://www.ong2zero.org/wp-content/uploads/2015/06/commenti-negativi.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-14877" src="http://www.ong2zero.org/wp-content/uploads/2015/06/commenti-negativi.png" alt="Come gestire commenti negativi sui social network" width="800" height="1404" /></a>

Ong 2.0 al Forum Internazionale DevReporter

Per due giorni Torino sarà al centro del dibattito internazionale sul giornalismo e le sfide dello sviluppo globale. Si tiene l’11 e il 12 giugno presso l’Arsenale della Pace il 2° Forum Internazionale di DevReporter Network, rete di giornalisti, operatori della cooperazione allo sviluppo, enti locali, docenti universitari di numerosi paesi europei e del Sud del mondo.

Ong 2.0 sarà presenterà le proprie attività nello spazio di Open Space del primo mattino di Forum

Presenti anche grandi nomi del giornalismo internazionale, come Ahmad Ashour, di Al Jazeera Public Liberties & Human Rights, Chris Arsenault, di Thomson Reuters Foundation, Ziad Maalouf di Radio France International, Cristina Mas di ARA, Ellen de Lange di OneWorld e molti altri.

Obiettivo: migliorare la qualità e la quantità dell’informazione sulle sfide dello sviluppo globale e arrivare alla stesura di un Vademecum di raccomandazioni condiviso tra giornalisti, comunicatori e operatori del settore.

“Superare il concetto di aiuto, dare spazio ai protagonisti del Sud del mondo, distinguere tra cooperazione ed emergenza, sono solo alcuni dei punti che saranno discussi nel Forum e contribuiranno alla stesura del Vademecum” sostiene Umberto Salvi, presidente del Consorzio Ong Piemontesi, promotore per l’Italia di DevReporter Network “Le sfide dello sviluppo globale divengono sempre più complesse, urgenti e interrelate tra di loro. Per questo è di estrema importanza fornire un’informazione corretta, tempestiva e comprensibile al grande pubblico”.

Il Forum si struttura su due giorni: la prima giornata, giovedì 11 giugno, sarà dedicata, al mattino, al “DevReporter Open Space”, un’esposizione interattiva e uno spazio di scambio di buone prassi – aperta al pubblico – e, al pomeriggio, a un workshop di confronto aperto a giornalisti e operatori della cooperazione internazionale per la stesura del Vademecum .

Venerdì 12 giugno, alle 14.00, si terrà la Tavola rotonda pubblica “Development journalism: come informare il grande pubblico sui temi dello sviluppo e della cooperazione internazionale” che permette anche il riconoscimento di 4 crediti formativi per i giornalisti (iscrizione per i giornalisti dal sito SIGeF, partecipazione libera per tutti gli altri).

Scarica il programma completo

Il Forum è promosso dal Consorzio delle Ong Piemontesi, dalla Federazione delle Ong Catalane e da Resacoop, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, l’Associazione Stampa Subalpina, il Caffè dei Giornalisti, la Regione Piemonte, l’Università degli Studi di Torino, il Coordinamento Comuni per la Pace, e il Centro Piemontese di Studi Africani. Il progetto Dev Reporter Network è cofinanziato dall’Unione Europea (DCI-NSAPVD/2012/279-805) nell’ambito dell’Anno Europeo dello Sviluppo 2015

Filter bubble: nel web siamo chiusi in una bolla

Era febbraio 2011 e Eli Pariser, ospite di una conferenza TED, metteva in guardia da quella che lui definiva la filter bubble, la bolla prodotta dai filtri dei servizi web che usiamo quotidianamente.

Google ci mostra i risultati che, secondo quanto conosce di noi in base alle nostre abitudini di navigazione, ritiene più pertinenti e interessanti per noi. Del resto, è stato lo stesso fondatore e CEO di Google Larry Page a sostenere, una decina di anni fa, che «Il motore di ricerca perfetto deve comprendere esattamente che cosa l’utente intende e restituire esattamente ciò che desidera». E non si può dire che Google non sia riuscito ad avvicinarsi all’obiettivo che si poneva il suo fondatore: il motore di ricerca di Google è sempre più preciso ed è in grado di suggerirci i risultati più conformi ai nostri desideri. Nel minor tempo possibile. Nel luogo in cui ci troviamo, perché da quando la disponibilità di connessione mobile è alla portata di tutti è diventato fondamentale rispondere alle richieste tenendo conto della localizzazione di chi compie la ricerca. E pazienza se nella ricerca di precisione ci va di mezzo un po’ della nostra privacy e il nostro comportamento online diventa un parametro su cui tarare il motore di ricerca. Pazienza, ancora, se la precisione ci porta a escludere, ad ogni ricerca, un pezzo di mondo, quello che Google, non noi, ritiene non essere interessante per noi.

La prova è semplice: scegliete una parola chiave, cercatela con Google e fatela cercare ad alcuni amici in luoghi diversi e con storie e interessi diversi. Confrontate, poi, la pagina dei risultati. Le differenze che troverete sono il risultato dell’intervento dei filtri messi a punto da Google per «comprendere esattamente che cosa l’utente intende e restituire esattamente ciò che desidera» e senza che ve ne siate accorti Google vi ha avvolti in una bolla, creata appunto dai suoi filtri.

Nel 2010 Eric Schmidt, allora amministratore delegato di Google, disse, a proposito della potenza del targeting individuale, che presto la tecnologia sarebbe stata così precisa che sarebbe stato molto difficile per le persone guardare o consumare qualcosa che non è stato in qualche modo cucito apposta per loro.

Perché non si tratta solo dei risultati di un motore di ricerca, la bolla è ovunque intorno a noi, prodotta più o meno da tutti i servizi che usiamo il cui credo, da alcuni anni, è diventato la “personalizzazione”: homepage su misura per noi e i nostri interesse, consigli per acquisti basati sui nostri acquisti precedenti e sulle nostre abitudini e i nostri interessi.

Leggiamo gli articoli che la testata ritiene interessanti per noi, perfino acquistare un prodotto è sempre meno questione di libera scelta tra tutti i prodotti possibili e sempre più il risultato di un percorso guidato, obbligato.

Un altro esempio di bolla, forse più evidente ancora? L’algoritmo che regola la timeline di Facebook è ciò che decide – secondo criteri non del tutto noti – quali aggiornamenti dei nostri amici e delle pagine che seguiamo vediamo e quali no.

Vi sarà capitato di notare che di alcuni amici non vedete mai comparire post e che di alcune pagine vedete gli aggiornamenti solo andando sulla pagina stessa. E’ “colpa” dell’algoritmo di Facebook che, sulla base del vostro comportamento (dentro e fuori Facebook) pensa di farvi un favore mostrando alcuni aggiornamenti e nascondendone altri. Da un lato vi protegge dall’information overload a cui sareste sottoposti altrimenti, dall’altro punta a mettervi a vostro agio, darvi contenuto interessante che faccia sì che passiate più tempo possibile sulla sua piattaforma. Ma l’effetto finale è che vi mette di fronte a una piccola porzione di mondo – ritagliata su di voi, ma secondo criteri suoi e non controllabili da voi – lasciandovi credere che si tratti del mondo nella sua interezza.

A maggio di quest’anno la rivista Science ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta da Eytan Bakshy, Solomon Messing e Lada A. Adamic, ricercatori di Facebook su utenti di Facebook statunitensi che hanno apertamente dichiarato la propria affiliazione politica nel profilo, cioè circa 10 milioni di persone. Lo studio quantifica la misura in cui ciascuno incontra notizie più o meno diverse mentre interagisce con il News Feed di Facebook.

La ricerca ha evidenziato come il posizionamento di una notizia nella pagina condizioni il tasso di click e interazione. Lo stesso link posizionato in cima alla pagina ha un 10-15 % di probabilità in più di essere cliccato di uno che sta alla posizione numero 40. Inoltre, l’algoritmo di curation che regola il News Feed di Facebook tende a rimuovere notizie provenienti da fonti diverse con le quali l’utente potrebbe essere in disaccordo, mentre non rimuove quelle con le quali potrebbe essere d’accordo. Gli studiosi definiscono “trasversale” una notizia proveniente da una fonte con la quale l’utente ha meno tendenza ad essere d’accordo.

Per una persona che si definisce “conservatore” l’algoritmo filtra 1 notizia “trasversale” su 20, 1 su 13 per una persona che si autodefinisce “liberale”.

Infine, la ricerca ha mostra che le scelte degli individui su cosa consumare limita ulteriormente l’esposizione a contenuti “trasversale”: i conservatori cliccano a poco meno del 30% di notizie trasversali, mentre i liberali a poco più del 20%.

I numeri della ricerca mostrano una situazione meno preoccupante di quanto si poteva pensare, tuttavia confermano un duplice effetto dei filtri prodotti dall’algoritmo: da un lato, le persone tendono a circondarsi di persone con cui condividono opinioni e punti di vista, dall’altro, l’algoritmo tende a dare meno evidenza a ciò di cui la democrazia ha più bisogno – notizie e informazioni sui più importanti temi sociali.

Il web, alla sua nascita, aveva tutte le caratteristiche per essere un potente strumento a disposizione della democrazia e del cambiamento social, per connettere ciascun individuo, ovunque si trovasse e in qualunque condizione socio-economica, al mondo intero. Il web oggi, in mano a pochi grandi colossi, statunitensi e fortemente intrisi di ideologia anarcocapitalista, sta diventando tutt’altro e, come ci invita Eli Pariser, dovremmo preoccuparcene tutti, prima che sia troppo tardi.

Diario dal Senegal: un bilancio dopo tre settimane di lavoro

Nonostante abbia imparato la strada per arrivare al distributore di benzina, punto di ritrovo solito con Mbodj e Matteo, son sempre di fretta e non ho mai tempo per prepararmi il caffè in Moka. Marie, la simpaticissima signora senegalese presso cui sono alloggiato, mi “rimprovera” sempre perché non trovo il tempo di fare colazione, e comincia a raccontarmi di tutti quei conoscenti che saltando le petit dej hanno passato giornate infernali e sono state vittime di cose incredibili: insomma, qui tutti vogliono farti mangiare.

Ogni mattina, arrivati a Ross Bethio presso gli uffici ASESCAW, inizia un nostro piccolo rito prima di partire per la missione giornaliera: mini-riunione del team con l’interprete e la guida, preparazione del foglio delle autorizzazioni per visitare le microimprese (ed eventuali locali pubblici), annotazione della nuova cifra segnata dal contachilometri ed immancabile colazione con caffè pepato (non conta come colazione ma lo faccio per avere la coscienza a posto con Marie).

Le prime due settimane abbiamo concentrato il lavoro nella regione nord del fiume Senegal, caratterizzata dalla cultura del riso ed in alcuni casi della cipolla: la maggior parte delle microimprese sono a gestione famigliare e molte di queste contano veramente pochi addetti. La terza settimana invece siamo stati più nell’entroterra arido, caratterizzato da allevamenti (ovini a bovini) ed attività di trasformazione e commercializzazione dei prodotti.

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Per ogni micro impresa visitata abbiamo quindi registrato col GPS le coordinate della sede (siege), gli appezzamenti di terra coinvolti nel progetto promosso dall’ASESCAW e raccolto alcune informazioni aggiuntive circa bisogni o criticità incontrate nel corso dei mesi. Punti di interesse per la ricerca sono stati anche i mercati (settimanali o giornalieri), le istituzioni finanziarie (piccole banche e istituti di microcredito) e i magazzini (di proprietà collettiva o delle singole MER). A nostra disposizione vi era solo il recapito del responsabile della MER ed il suo nome: a noi poi il compito di trovarlo e di cercare tutti gli altri elementi sopracitati.

garmin

Arrivati al termine delle prime tre settimane di lavoro è tempo di fare un minimo di debriefing, fermarsi un attimo e pensare che: Yatma ha guidato per quasi 1500 km, Babacar mi ha aiutato nelle traduzioni wolof-francese con più di un centinaio di persone (raccontandomi inoltre la storia del Senegal, tutti i campionati di calcio popolare, la sua vita…) e io ho registrato più di 300 waypoints col GPS, utili per poi creare una piattaforma GIS con tutte le informazioni utili ad AESCAW. Temperatura minima 28°, temperatura massima 46°.
Devo riconoscere a Yatma la bravura nel non perdersi mai, nonostante le strade senegalesi non abbiamo nessun tipo d’indicazione e spesso ci siamo ritrovati in mezzo a distese desertiche, e a Babacar la pazienza nello spiegare ogni volta il motivo delle visite e le attività di geolocalizzazione. A me invece va il premio nel saltare i piccoli fossi artificiali creati per irrigare i campi di riso (solo una volta non ci ho preso nel saltare e sono finito metà dentro) e nell’avere bevuto latte fresco di capra (con le conseguenze del caso).

Il lavoro delle prossime settimane sarà quello di trasferire tutti gli elementi su un software di GIS open source e aggiungere altre informazioni, grazie ai dati già in possesso dell’ASESCAW raccolti nei mesi precedenti al mio arrivo: così verrà creato un database geo referenziato utile agli operatori dell’organizzazione nella gestione delle informazioni del progetto. Una volta raccolti tutti i dati e avviato il progetto sul software inizieremo una formazione ad hoc agli operatori locali, i quali saranno così in grado di gestire gli attributi ed apportare modifiche ogni qual volta si presenti il bisogno.

Piccolo spoiler di una prova col software per quanto riguarda il trasferimento di dati e geolocalizzazione sedi e campi delle MER. Per gli altri elementi vi faccio aspettare i prossimi post 😉

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Trasparenza degli aiuti: nasce Open cooperazione

Tracciare l’identikit del settore della cooperazione allo sviluppo in Italia grazie alle informazioni che ong, associazioni, fondazioni e altri enti che operano nel campo degli aiuti vorranno condividere sul web. È questo l’obiettivo di Open Cooperazione, piattaforma online che nasce da un’idea del blog www.info-cooperazione.it, con il supporto di ActionAid Italia.

di Serena Carta

Il nuovo sito web va nella direzione dell’esigenza di una maggiore trasparenza, responsabilità ed efficacia di chi gestisce gli aiuti internazionali. Risultati facili da raggiungere, se solo la condivisione delle informazioni normalmente tenute sotto chiave o scritte in report illeggibili diventasse una prassi ordinaria. “Unlock the power of information” (“Liberiamo il potere dell’informazione!”) è stato l’appello di Jean Label, presidente dell’International Development Research Centre (IDRC) canadese, durante la cerimonia di apertura della III conferenza sugli Open Data che si è tenuta il 28 e 29 maggio a Ottawa, Canada. L’IDRC è solo uno dei tanti enti che crede che l’apertura, insieme alla “liberazione delle informazioni”, sia uno strumento fondamentale per l’inclusione sociale e la giustizia globale.

Come vengono spesi i soldi dei donatori? Da dove provengono? A chi rispondono le ong e come sono organizzate internamente? Come possono garantire efficacia ed efficienza del loro operato? Qual è la loro missione? 

La piattaforma Open Cooperazione svolgerà il ruolo di “vetrina” dell’operato della cooperazione internazionale di matrice italiana. E grazie al contributo di quelle organizzazioni che dichiareranno, con la loro adesione, di abbracciare il concetto di trasparenza, pubblicherà i dati che permetteranno di rispondere a domande cruciali come quelle sopra citate. Non appena il sistema di registrazione sul sito sarà attivato, gli attori degli aiuti allo sviluppo avranno la possibilità di aprire i loro cassetti e condividere online le informazioni che le riguardano, rendendole così pubbliche, accessibili e fruibili.

I dati richiesti sono divisi in cinque categorie: anagrafica, attività, risorse finanziarie, risorse umane, certificazioni. Lo staff di Open cooperazione li aggregherà e visualizzerà, mostrando la mappa dei paesi d’intervento (con numero e lista delle ong presenti in ogni area geografica), gli ambiti d’azione, il dato totale fatturato dal settore (a partire dall’anno 2013), il numero totale delle risorse umane impiegate nel settore (con suddivisione per tipologia contrattuale e sesso), il totale delle risorse finanziarie mobilitate (con suddivisione donatori privati e pubblici), la mappa dei partenariati e del networking, il dato percentuale dei bilanci pubblicati e certificati.

Due piattaforme sugli open data nella cooperazione italiana?

Qualcuno si domanderà qual è la differenza con Open Aid Italia, portale sugli open data nella cooperazione lanciato lo scorso luglio dal Governo italiano (ne avevamo parlato qui). In breve: Open Aid Italia mette a disposizione i dati e le informazioni sulla destinazione e l’impiego delle risorse finanziarie agli aiuti provenienti esclusivamente da istituzioni pubbliche (anche detto Aiuto Pubblico allo Sviluppo). Open cooperazione, invece, oltre a essere un’iniziativa “dal basso”, fornisce un quadro più ampio che comprende i finanziamenti pubblici e privati così come la fotografia della struttura interna delle organizzazioni, ponendosi l’ambizione di disegnare una vera e propria carta di identità del settore e di illustrarne il funzionamento.

A vantaggio di chi?

“L’apertura dei dati e delle informazioni sul proprio lavoro e la propria organizzazione è una responsabilità innanzitutto individuale, un dovere. Ma è anche la diretta conseguenza di un sistema di enti supportati da finanziamenti pubblici o privati, incaricati di lavorare per il bene comune: per chi li riceve, non dovrebbe forse essere normale rendicontare come ha speso questi soldi di fronte a donor e beneficiari?” dice Pelle Aardema, consulente freelance olandese impegnato a supportare le associazioni non profit nell’utilizzo degli open data e nello sviluppo di strategie di collaborazione online nel lavoro di tutti i giorni. Potrete incontrarlo e dialogare direttamente con lui giovedì 4 giugno dalle 18 alle 19:30 in un webinar gratuito dedicato ad approfondire quanto conta la trasparenza nel mondo degli aiuti allo sviluppo (iscrizioni qui).

Intanto, nell’attesa che il sito Open cooperazione sia pronto ad accogliere i vostri contributi, potete manifestare la vostra adesione scrivendo a segreteria@open-cooperazione oppure registrandovi alla newsletter.

La Cookie Law è in vigore: il tuo sito è in regola?

Dal 3 giugno tutti i siti devono essere in regola con la cosiddetta Cookie Law, ovvero le prescrizioni dettate in materia di cookie dal Garante per la protezione dei dati personali con un provvedimento dell’8 maggio 2014.

Cosa sono i cookie?

I cookie (letteralmente: “biscotti”) sono righe di codice inserite in un sito internet che raccolgono dati sul tuo comportamento. Interessi, pagine visitate, acquisti on line. Spesso un sito web non ne segnala neanche la presenza, quasi sempre i siti che segnalano la presenza di cookie non ne indicano la funzione e l’uso.

Esistono diversi tipi di cookie:

  • cookie tecnici: sono i cookie relativi ad attività strettamente necessarie al funzionamento e all’erogazione del servizio; i cookie relativi ad attività di salvataggio delle preferenze e ottimizzazione (ad esempio, cookie flash player se non superano la durata della sessione, cookie di salvataggio del carrello o delle preferenze sulla lingua/valuta);
  • cookie di profilazione: sono utilizzati per monitorare e profilare gli utenti durante la navigazione, studiare i loro movimenti e abitudini di consultazione del web o di consumo (cosa comprano, cosa leggono, ecc.), anche allo scopo di inviare pubblicità di servizi mirati e personalizzati (c.d. Behavioural Advertising). E’ il caso dei cookie usati dai social network con i bottoni di condivisione o quando inserisci nel tuo sito un video di Youtube.

Può accadere anche che una pagina web contenga cookie provenienti da altri siti e contenuti in vari elementi ospitati sulla pagina stessa, come ad esempio banner pubblicitari, immagini, video, ecc.. Parliamo, in questi casi, dei cosiddetti cookie di terze parti, che di solito sono utilizzati a fini di profilazione.

Così i cookie che scarichi su pc, smartphone e tablet possono essere letti anche da altri soggetti, diversi da quelli che gestiscono le pagine web che visiti.

Cosa chiede la Cookie Law?

Per essere in regola ogni gestore di sito web deve compiere alcune azioni:

– segnalare l’utilizzo di cookie tecnici attraverso un banner in evidenza con un’informativa breve sull’uso di cookie da parte del sito;

– linkare a un’informativa più dettagliata che riporti la descrizione del tipo di cookie utilizzati e come gestirli nei diversi browser (qui trovate ad esempio quella che abbiamo adottato noi);

– chiedere l’autorizzazione all’uso di cookie di profilazione, anche di terze parti, qualora se ne faccia utilizzo, prima di poterli installare nel browser del visitatore.

Quest’ultimo punto è quello tecnicamente più complicato da realizzare. Ad oggi è stata sviluppata una soluzione che non soddisfa del tutto le richieste del Garante, ma si avvicina con maggiore approssimazione e permette di adeguarsi alla normativa in modo tutto sommato semplice senza interventi tecnici che richiedono competenze specifiche.

Riguarda tutti?

Sì, la Cookie Law riguarda tutti i siti internet e non adeguarsi comporta il rischio di sanzioni molto salate: dai 6.000 ai 36.000 euro in caso di mancata o incompleta informativa dell’uso dei cookie, dai 10.000 ai 120.000 euro in caso di installazione di cookie sui terminali degli utenti in assenza del preventivo consenso degli stessi.

Altrimenti detto: se nel vostro sito usate il bottone per il “like” di Facebook e non chiedete il consenso preventivo all’installazione del cookie che quel bottone usa rischiate dai 10.000 ai 120.000 euro di multa.

Cosa fare?

Poiché adeguarsi alle richieste del Garante comporta specifiche competenze tecniche o risorse economiche adeguate per rivolgersi a chi le competenze le ha, nei giorni scorsi è nata una petizione che chiede al Garante di sospendere controlli e sanzioni finché non sarà convocato un tavolo con le comunità di sviluppatori a cui chiedere la messa a punto di strumenti da rendere disponibili a tutti, gratuitamente e in formato open source.