Come progettare un’iniziativa ICT4D di successo? Vademecum

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

1. Individua e valuta i flussi comunicativi
I primi passi da compiere hanno a che fare con un’analisi dei flussi informativi e comunicativi all’interno del contesto e in riferimento al target di lavoro, con la raccolta di bisogni e aspettative.
Domande da farsi: che caratteristiche hanno questi flussi? Come e perché li si vuole migliorare? A quali cambiamenti si aspira? Le ICT potrebbero esserci d’aiuto in questo processo di miglioramento? In che modo?

2. Verifica il contesto sociale e culturale per l’inserimento e l’utilizzo delle ICT
In secondo luogo, è necessario testare la qualità del rapporto tra persone e ICT, studiarne le interazioni e misurarne la familiarità per assicurarsi che la tecnologia sia appropriata al contesto e che ci sia il desiderio di usarla.
Domande da farsi: quali strumenti gli abitanti di quella determinata area o appartenenti a una certa comunità usano per comunicare e scambiarsi le informazioni? Cosa li spinge a usare proprio quegli strumenti? Quali ICT sono più facilmente accessibili e diffuse? Quali sono gli aspetti culturali, sociali, economici e politici che influenzano l’adozione e l’utilizzo delle nuove tecnologie? Quali aspetti favoriscono queste azioni? Quali li limitano?

3. Verifica il contesto fisico di inserimento e di utilizzo delle ICT
Perché la tecnologia funzioni sono necessari precisi requisiti tecnici e infrastrutturali. Questa terza fase è infatti dedicata a studiare le infrastrutture, le telecomunicazioni e i regolamenti presenti in loco. Inoltre, è importante osservare il clima e le condizioni ambientali, mappare i servizi di manutenzione e gli operatori telefonici, considerare la stabilità della fornitura dell’energia elettrica, la connessione a internet e i relativi costi. Infine: elencare le risorse, le competenze tecniche e il tempo richiesti dall’implementazione del progetto tecnologico.

4. Pit stop! Verifica i bisogni e della visione alla base del progetto
Una volta capito a fondo l’ecosistema di lavoro, vale la pena fermarsi a riflettere nuovamente sui bisogni individuati e sull’opportunità dell’uso delle ICT per trovare una soluzione ai problemi e raggiungere gli obiettivi di sviluppo tracciati inizialmente.
Domande da farsi: considerato il contesto in cui ci stiamo muovendo, le ICT rappresentano un valido aiuto nel raggiungimento degli obiettivi del progetto? Le ICT costituiscono un supporto alle attività e facilitano la sperimentazione di nuove iniziative? A quanto ammonta l’investimento finanziario? Al netto di questo, il loro utilizzo favorisce il risparmio di tempo e denaro? Oppure prevede un aumento del carico di lavoro e dei costi? La loro adozione aumenta l’uguaglianza, diminuisce la discriminazione e favorisce l’inclusione sociale? Quale livello di conoscenza tecnico è richiesto agli utenti? Le persone sono disponibili e interessate a usare nuove ICT o a imparare a usarle? Come gli equilibri dell’ecosistema verrebbero influenzati? Quali potrebbero essere i rischi di una nuova adozione? Quale sarà l’impatto nel sistema manageriale, organizzativo e gerarchico del contesto di riferimento? In che modo si pensa di coinvolgere i leader della comunità? C’è il bisogno di individuare dei mediatori? E infine: qual è il valore aggiunto dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel progetto?

5. Seleziona le ICT appropriate
Una volta chiarito se è opportuno integrare le ICT nel progetto, definendone l’obiettivo e gli impatti preventivati, si può procedere con la scelta dello strumento più appropriato. È consigliato fare una lista delle ICT disponibili, elencandone le potenzialità e i limiti a partire dall’accessibilità, passando poi a costi, usabilità, conoscenze e competenze locali disponibili, valutando le eventuali alternative open source. Un’accortezza è quella di mappare l’esistenza di progetti simili nella stessa area, per evitare di replicare qualcosa di già esistente. Dopodiché, è utile creare e testare un prototipo della soluzione individuata, organizzando delle simulazioni per verificarne fattibilità e utilità.

6. Pianifica la sostenibilità
È necessario assicurarsi che a livello finanziario la soluzione tecnologica scelta sia sostenibile sul lungo periodo e che i costi non superino i benefici.
Domande da farsi: quali spese mettere a budget, dunque, per sostenere i costi di utilizzo e di equipaggiamento (hardware e software) di manutenzione e riparazione? È necessaria una formazione perché le persone sappiano padroneggiare gli strumenti? Qual è il business model che sta alla base del progetto? Come il progetto stesso può diventare fonte di reddito?

7. Organizza i training
Per essere sicuri che le attività con focus tecnologico proseguano nel tempo, è necessario individuare chi localmente potrà garantire coordinamento e supporto tecnico. Inoltre sarà necessario individuare una figura che monitori il grado di formazione ed eventualmente organizzi corsi di aggiornamento, basandosi su riflessioni quali: di che competenze c’è bisogno? chi deve essere formato? su quali contenuti e aspetti? come, attraverso quali canali e con quale frequenza? quanto tempo è richiesto?

8. Monitora, valuta e condividi errori e progressi
In tutti i programmi ICT4D è necessario prevedere strategie di monitoraggio e valutazione, sia per garantire processi di apprendimento collettivi e individuali che per condividere con il pubblico risultati, successi e fallimenti.

 

Per approfondire
Connect! A practical guide to using ICTs in Plan projects (2014), una guida pratica alla progettazione dei progetti ICT4D realizzata dall’ong Plan International
The primer series on ICT4D for youth (2011), un manuale completo sulle ICT4D a cura dell’agenzia delle Nazioni Unite UN-APCICT/ESCAP

 

photo credits: https://ict4dviewsfromthefield.wordpress.com

Tecnologia: una nuova ancora di salvezza per i rifugiati

Immagina di essere un rifugiato che sta abbandonando la sua casa per sempre. Di certo hai bisogno di aiuto, ma le tue richieste oggi potrebbero essere molto diverse da come sarebbero state anche solo 10 anni fa.

“Oggi ciò che le persone richiedono con più insistenza, non sono cibo, riparo, acqua e assistenza sanitaria, ma è di connettersi al wifi”, afferma Melita Šunjić, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Šunjić ha iniziato a lavorare con i rifugiati siriani nei campi di Amman in Giordania, molti di loro provenivano dalle aree rurali e portavano con sé telefoni cellulari di vecchia generazione.

“I rifugiati che vediamo oggi arrivare in Europa, rappresentano una realtà completamente diversa”, continua la Šunjić ,”appartengono alla classe media urbana. In pratica, ogni famiglia ha almeno uno smartphone. Per ogni 20 persone ci sono circa 3 smartphone”. I rifugiati usano i telefoni per chiamare casa e per mappare le rotte del loro viaggio. Addirittura i contrabbandieri hanno la loro pagina su Facebook.

“Non ricordo una crisi o un gruppo di rifugiati per cui la tecnologia moderna abbia ricoperto un ruolo così importante”, ha detto Šunjić.

Dato che i rifugiati dalla Siria continuano a fluire verso l’Europa, le organizzazioni umanitarie si stanno preparando per quello che si preannuncia come un inverno difficile. Emily Eros, che si occupa di mappatura GIS per la Croce Rossa Americana, ha riportato che la sua organizzazione sta lavorando sulle forniture di base, come cibo, acqua e strutture di accoglienza, ma si sta anche impegnando per aiutare i rifugiati a rimanere connessi. “Non è facile, non è solo questione di mettere in piedi una postazione wifi, serve anche qualcuno in grado di risolvere i problemi qualora si presentino”.

“Le nuove richieste da soddisfare sono allo stesso tempo difficili e stimolanti”, ha dichiarato Kate Coyer, direttrice del progetto Società Civile e Tecnologia presso l’Università dell’Europa Centrale in Ungheria, che contribuisce a fornire ai rifugiati postazioni di ricarica e accessi wifi. “Esistono due tipi di problemi ” prosegue Kate Coyer “uno è quello di portare il wifi nei diversi luoghi e l’altro è quello di portare l’elettricità, in modo da consentire alle persone di ricaricare i propri telefoni cellulari”.

Dato che i confini e i percorsi cambiano costantemente, diventa sempre più importante per i rifugiati e le organizzazioni umanitarie restare in contatto e condividere le informazioni.

L’accesso alla tecnologia, all’informazione e alla comunicazione”, ha detto Šunjić, “sta iniziando a essere considerato come una componente essenziale degli aiuti umanitari“.

 

Tratto da: Marketplace World

Photo credits: AKOVOS HATZISTAVROU/AFP/Getty Images – “Alcuni rifugiati, al loro arrivo sull’isola greca di Lesbo il 21 settembre 2015, utilizzano i telefoni cellulari per scattare delle foto alla mappa”.

 

E-commerce senza il web: il caso di Radio Marché in Mali

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

I piccoli proprietari terrieri, gli allevatori o i pescatori che vivono nei Pvs sono spesso esclusi dall’accesso ad informazioni aggiornate, necessarie per implementare le strategie delle loro attività produttive. Questa situazione genera in molti casi l’incapacità endemica di produrre cibo a sufficienza per la propria comunità, di raggiungere mercati adeguati per la vendita o, ancora, di avere accesso al credito, ai servizi e alle sovvenzioni. In tale scenario, è ormai generalmente
riconosciuto il ruolo giocato dalle ICT nel migliorare la vita di questa categoria di persone e si perde il conto dei progetti nati con l’obiettivo di metterle al servizio dello sviluppo economico agricolo, della sicurezza alimentare, dell’imprenditoria locale e dell’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro (vedi alla voce #ICT4agriculture).

Contadini, pescatori, allevatori e, più in generale, piccoli imprenditori possono oggi usare le ICT per molteplici scopi, tra cui:
1. conoscere i prezzi di mercato delle materie prime e, in alcuni casi, scegliere di acquistarle online ai prezzi di mercato
2. migliorare la qualità e aumentare la quantità della produzione, accedendo a ricerche scientifiche o a materiale formativo su nuove pratiche di coltivazione attraverso l’uso di video, immagini, podcast
3. migliorare la gestione e l’amministrazione della propria azienda attraverso database che aiutano a catalogare i pro-
dotti da vendere, a sistemizzare le entrate e le uscite, a semplificare i rapporti con i clienti
4. vendere i propri prodotti su piattaforme e-commerce e accedere così a nuovi mercati
5. rafforzare la connessione tra le organizzazioni contadine
6. accedere a informazioni, servizi e bandi messi a disposizione da ong, organizzazioni internazionali o governi
7. internazionalizzare la propria produzione, traendo beneficio da nuove opportunità di business e partnership
8. accedere a opportunità di credito o a forme alternative di finanziamento.

A prima vista, il world wide web sembra rappresentare il luogo ideale per diminuire il gap conoscitivo, rafforzare i partenariati ed espandere i mercati. Eppure, nonostante il suo tremendo successo in molte parti del mondo, ci sono ancora 4,4 miliardi di persone che non vi hanno accesso: di queste, 3,2 miliardi sono concentrate in soli 20 paesi (Mc Kinsey & Company 2014). Oltre alla barriera infrastrutturale, però, il web diventa inaccessibile quando, pur presente, veicola contenuti nelle lingue maggioritarie, dimenticandosi dei dialetti, oppure quando propone informazioni mainstream isolando le realtà locali.

Un caso esemplificativo di come usare le ICT, in particolare i network GSM e le stazioni radio, per fare arrivare i benefici della creazione e della condivisione della conoscenza tramite web anche laddove questo non c’è, è rappresentato dal progetto Radio Marché.

Questa iniziativa ha provato a rispondere all’esigenza dei contadini che vivono nelle campagne della regione di Tominian, Mali – una zona vulnerabile a causa delle condizioni meteo imprevedibili – di comunicare più facilmente con i propri clienti per avvisarli della disponibilità dei prodotti in vendita. Siamo in un’area dove non c’è quasi elettricità, ma dove i contadini hanno e usano i telefoni cellulari e ascoltano tutti i giorni la radio. La maggior parte di loro è analfabeta e per questo preferisce comunicare oralmente.

A livello tecnico, il team di Radio Marché si è concentrato sulla creazione di un software open source con interfaccia vocale per telefoni cellulari (IVR, Iteractive Voice Response). Si tratta di un’applicazione mobile che permette l’invio di messaggi vocali e che semplifica la comunicazione tra persone analfabete. Nonostante sia meno utilizzata degli SMS, a causa della mancanza di software che ne facilitino l’installazione a coloro che non possiedono conoscenze informatiche approfondite, i sistemi IVR hanno grandi potenzialità a fini sociali.

Radio Marché ha così digitalizzato, rendendolo così più efficente, un servizio già esistente di MIS (Market Information System) che funzionava nel modo seguente. L’associazione maliana Sahel Eco (che, tra le varie attività, si occupa
dell’accompagnamento all’uso sostenibile delle risorse della foresta e di aiutare a creare piccoli commerci a partire dalle materie prime forestali) riceveva sms da parte dei contadini con le informazioni principali sui prodotti in vendita (quantità, qualità, prezzo, nome del contadino, villaggio, telefono cellulare), inseriva i dati in un file excel e, una volta alla settimana, scriveva un comunicato stampa con tutti gli avvisi raccolti che si premurava poi di mandare via internet da un cyber café del vicinato alle radio locali (che a loro volta si recavano nei cyber café per stamparlo).

In altre parole: il sistema messo in piedi da Radio Marché semplifica il passaggio di informazioni dall’ong Sahel Eco alle radio. Esso permette di processare digitalmente le informazioni ricevute da messaggi vocali o testuali e di creare comunicati in un formato web progettato ad hoc, da cui si genera automaticamente un nuovo comunicato audio destinato ad essere trasmesso via radio e accessibile o via web oppure via telefono.

A detta dei suoi ideatori, Radio Marché ripropone i benefici di piattaforme e-commerce come Amazon e Ebay. La differenza è che Radio Marché è limitato a un ristretto numero di prodotti e a una specifica area geografica. Nonostante ciò, i risultati raccolti sono stati molto positivi, portando in alcuni casi a veder crescere così tanto la domanda di prodotti che ci si è cominciati a porre problemi mai presi in considerazione prima di quel momento (ad esempio, come aumentare la produttività?). Il sistema ha permesso inoltre di archiviare più facilmente tutti i comunicati, di garantire la veridicità delle informazioni veicolate, di non usare l’ong come intermediaria ma di chiamare direttamente un numero verde per registrare il proprio messaggio vocale.

Il progetto segue una duplice valore: dimostrare come è possibile fare innovazione appropriata a partire dalla tecnologia già presente in un ecosistema, ripensandola e ricombinandola per rispondere ai bisogni locali, e seguendo un processo di co-creazione e progettazione partecipata, lavorando fianco a fianco con la comunità autoctona.

Per approfondire
Leggi il paper dei ricercatori della VU University di Amsterdam [EN]

photo credits: Farm Radio International

Sfide e barriere della rivoluzione mobile

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

L’ecosistema in cui si promuove l’uso delle ICT per la trasformazione della società conta. Stéphane Boyera, consulente nel campo delle ICT4D, ha individuato 5 limiti (o sfide) della cosiddetta “mobile revolution” (una rivoluzione palpabile, dal momento che oggi la rete 2G raggiunge il 95% della popolazione mondiale – ITU 2015).

1. Accesso alla tecnologia: in Kenya (che insieme a Nigeria e Sud Africa è uno degli stati più tecnologicamente avanzati del continente), più del 50% dei telefoni cellulari presenti sono di prima generazione (permettono cioè le chiamate e l’invio di sms); gli smartphone (con cui ci si può connettere a internet) rappresentano circa il 10%.
2. Cultura e profilo degli utenti: in Mali il tasso di alfabetizzazione è del 26%, difficile immaginare quindi che gli utenti posseggano le conoscenze sufficienti per un uso base delle ICT.
3. Barriera linguistica: la maggior parte dei servizi ICT è stata sviluppata in inglese, il che ne rende difficile la fruibilità in zone in cui si parlano lingue diverse o dialetti locali.
4. Bassi salari: e cioè bassa disponibilità economica per acquistare strumenti o servizi.
5. Spiccate differenze tra aree rurali e urbane e tra classi sociali: “Ovunque nel mondo, è assai probabile che chi è parte dell’élite possegga tablet o smartphone sempre connessi – sostiene Boyera – Più si scende la piramide sociale e più questi dispositivi sono assenti”.

Secondo l’esperto, un possibile ponte per il superamento di queste barriere è rappresentato dalla tecnologia vocale (IVR – voice based technology) che ha i seguenti vantaggi:
1. funziona su tutte le tipologie di telefoni cellulari, dalla prima all’ultima generazione
2. funziona con tutte le reti mobili
3. funziona in maniera semplice (basta digitare i tasti del telefono per attivarla)
4. puo essere usata in tutte le lingue del mondo
5. è accessibile anche agli analfabeti.

Nonostante oggi sia meno utilizzata degli SMS, a causa della mancanza di software che ne facilitino l’installazione a coloro che non possiedono conoscenze informatiche approfondite, i sistemi IVR hanno grandi potenzialità a fini sociali. Ne è un esempio, Verboice, un’applicazione open source adoperata in progetti umanitari che facilita la creazione di iniziative basate sull’interazione vocale: via telefono cellulare, gli utenti di Verboice possono ascoltare e registrare messaggi nella lingua o nel dialetto preferiti oppure rispondere a sondaggi e questionari.

Leggi anche
E-commerce senza il web: il caso di Radio Marché in Mali

photo credits: https://farm3.staticflickr.com e http://discover.isif.asia

Kenya: zainetti solari agli studenti per poter fare i compiti la sera

E’ l’iniziativa di Salima Visram, ex studentessa dell’Aga Khan Academy a Mombasa, realizzata anche grazie a una campagna di crowdfunding  Continua a leggere

Il crowdfunding in Italia. Presentato il Report 2015

In Italia si contano oggi 82 piattaforme di crowdfunding. Di queste, 69 sono attive e 13 in fase di lancio. E rispetto all’ultima mappatura del maggio 2014 si registra un incremento del+68%. Insomma le piattaforme proliferano in Italia, ma funzionano?
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Le ICT nell’educazione: che cosa sono e un esempio dall’Uganda

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

Le ICT nell’educazione, se viste come strumento e non (solo) come oggetto della lezione, possono supportare un gran numero di funzioni vitali come l’amministrazione scolastica, l’accesso degli studenti all’educazione, l’aggiornamento degli insegnanti. Come in tutti gli altri ambiti di applicazione, le ICT portano con sé anche la possibilità di connettere le zone più marginalizzate al mondo con la più ampia comunità scientifica ed educativa. Per questo motivo internet, in particolare, si è rivelato un canale fondamentale per il mondo dell’accademia, incentivando e migliorando lo scambio e la circolazione dei saperi e della conoscenza.

Lo Spider center di Stoccolma classifica l’impiego delle ICT in ambito educativo in tre aree principali:

1. Alfabetizzazione digitale
Per approfittare degli enormi vantaggi e potenzialità derivanti dall’uso del le ICT, le persone hanno innanzitutto bisogno delle giuste competenze e conoscenze per esplorare e usare le tecnologie. L’accesso alle ICT è solo il primo passo di un lungo processo di capacity development il cui obiettivo deve essere l’inclusione digitale. Ci sono gruppi sociali particolarmente pronti e proattivi ad imparare come si usano le ICT (giovani, professionisti,
studenti…) mentre altri sono più resistenti (anziani, analfabeti). Uno sforzo deve essere fatto affinché all’alfabetizzazione digitale venga data la giusta importanza, in particolare nei primi anni della formazione durante l’infanzia e con un’attenzione particolare alle categorie svantaggiate e marginalizzate. L’obiettivo è quello di evitare l’ignoranza all’origine delle disuguaglianze sociali.

2. Gestione e coordinamento dell’educazione
Si parla in questo caso di informatizzazione del sistema educativo tramite strumenti che aiutano la pianificazione, l’amministrazione, l’organizzazione del sistema scolastico o accademico a livello nazionale, regionale e locale. Questo campo si divide in due aree: la prima comprende reti digitali, software e applicazioni che aiutano l’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse; la seconda comprende strumenti comunicativi, assicura che le politiche e le direttive vengano diffuse e seguite a tutti i livelli del sistema educativo e che i responsabili le attivino.

3. Formazione online, e-learning, m-learning
Coincide con nuove forme di apprendimento – flessibili, collaborative, tecnologiche – e nuovi modelli pedagogici in cui lo studente è al centro del processo; in molti casi sono anche più inclusive, perché permettono il coinvolgimento degli adulti e dei giovani al di fuori dei percorsi di apprendimento tradizionali, mettendo a disposizione un’educazione di qualità.

Ne è un esempio la Makerere University, la più grande università d’Uganda, con sede a Kampala. È frequentata da circa 40 mila studenti, ma continua ad esplorare modi innovativi di insegnare per raggiungere e coinvolgere ancora più studenti. Dal 1992 dà la possibilità di comunicare e studiare online; e nel suo piano strategico (2008/09-2018/19) grande enfasi è stata messa nell’implementazione delle ICT per aumentare l’accesso e l’uso delle tecnologie educative per raggiungere il massimo livello nell’offerta dei servizi educativi. La Makerere University ha sviluppato tramite il software open source Moodle una piattaforma che permette l’erogazione di corsi in modalità e-learning chiamata MUELE (Makerere University E-Learning Environment). La piattaforma è accessibile da pc, ma dal 2013 l’università, supportata finanziariamente dallo Spider center, sta lavorando a un progetto di mobile learning per rendere i corsi online accessibili anche da smartphone. In questi anni di prototipazione è stata sviluppata un’app Android, tre docenti sono stati formati sulla pedagogia che sta alla base dell’m-learning e un centinaio di studenti sono stati coinvolti nello studio di fattibilità e di valutazione su cinque corsi online.

photo credits: http://www.iicd.org

Incoraggiare l’innovazione tra gli attori dello sviluppo

di Serena Carta*

Cosa intendiamo per innovazione? È sempre un sinonimo di tecnologia? O equivale a fare le cose più velocemente e meglio, in modo che aggiunga valore attraverso un impatto concreto? Nel febbraio 2014, il Technology Salon in New York City – un forum in cui professionisti di sviluppo e tecnologia si incontrano per scambiarsi opinioni sui trend emergenti relativi alle ICT e alla cooperazione internazionale – ha affrontato il tema di come le organizzazioni della cooperazione allo sviluppo possono integrare l’innovazione nei loro programmi e nelle loro attività. In seguito al dibattito (decisamente attuale), Linda Raftree ha riassunto sul suo blog alcune riflessioni. Eccole.

1. L’innovazione non è necessariamente “di rottura”: può coincidere con la creazione di una nuova soluzione; ma anche con un prodotto esistente che viene migliorato o adattato a un nuovo contesto, a una nuova realtà.

2. L’innovazione non corrisponde necessariamente a qualcosa di nuovo: può essere qualcosa che è sempre esistito ma a cui pensiamo in maniera diversa o a cui scegliamo di attribuire un rinnovato valore.

3. È l’applicazione della tecnologia (e dell’innovazione) ad essere rilevante, non la tecnologia in sé.

4. Gli innovatori sono ovunque, bisognerebbe dar loro più spazio. In merito a ciò, c’è chi pensa che ci sia bisogno di tantissime risorse per sponsorizzarli, c’è chi crede il contrario. In tutti i casi, è importante trovare il modo di supportare e premiare chi ha un approccio innovativo.

5. Chiedetevi: “Perché innovazione? Che senso ha avere un’unità che si occupi proprio di questo?”. Rispondere a queste domande aiuta a sviluppare una metrica dell’innovazione e giustifica posizioni dedicate all’innovazione all’interno dei team di lavoro.

6. Come faccio a sapere quando sono innovativo in maniera impattante? Quando ti dai il permesso di fallire senza paura, quando lavori con gruppi eterogenei, quando condividi la conoscenza tra paesi e contesti differenti, quando lavori in maniera orizzontale.

7. Come decentralizzare la funzione dell’innovazione? Quali cambiamenti istituzionali fare? Quali sono le persone necessarie per migliorare e sostenere l’innovazione? Questi i passi da seguire per rispondere ai quesiti:
* capire cosa spinge una persona ad essere interessata all’innovazione;
* scegliere i reali ottimisti – differenti dai i tecno-entusiasti – cioè coloro che sanno andare oltre il gadget e le mode del momento capendo la reale e significativa potenzialità di tecnologia e innovazione;
* costruire, scambiare, condividere esperienze all’interno della propria organizzazione;
* arruolare giovani a cui fare sperimentare e inventare nuove soluzioni.

8. Ingredienti per integrare innovazione e ICT4D: flessibilità; metodo dello user-centred-design; ricerche etnografiche; collaborazione con le università e con esperti di altri settori; approccio multidisciplinare; ambiente capace di sostenere e abbracciare chi è innovativo; divulgazione del linguaggio tecnico; open source e trasparenza; spazio alle giovani menti.

*tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

 

 

photo credits: Create Learning su Flickr