Agricoltura e startup: un agribusiness tech hub per i giovani in Senegal

Il Senegal è un paese con tante possibilità.
Grazie alla sua stabilità politica e un buon sistema logistico di trasporti aerei che collega il paese con l’Europa, il Senegal rappresenta un importante polo di riferimento per aziende e organizzazioni in Africa occidentale, facendone un paese in forte sviluppo, come dimostrano le statistiche dell’Agenzia nazionale della statistica e della demografia del Senegal (ANSD), con una una crescita economica del 4,3% nel 2014, rispetto al 3,5 % del 2013.
L’agricoltura, considerata come leva strategica per lo sviluppo del paese dal presidente Macky Sall, si appresta a essere un settore fondamentale dei prossimi anni, sopratutto per quanto riguarda l’innovazione tecnologica nell’ambito della trasformazione dei prodotti locali e la commercializzazione.
Le prospettive di crescita economica tramite l’agricoltura
In Senegal l’agricoltura impiega il 51% della popolazione maschile, includendo una produzione molto variegata di frutta, verdura e cereali, nonostante un alto tasso di prodotti alimentari importati, dove la Francia si colloca come primo esportatore, con il conseguente aumento del consumo di prodotti importati a discapito di quelli locali. Per risolvere a queste e altre problematiche legate all’agricoltura del paese (per esempio il cambiamento climatico, il deficit di infrastrutture e un debole e inadatto sistema di finanziamento del settore) lo Stato del Senegal, nel quadro del Plan Sénégal Emergent ha lanciato il Programme d’Accélération de la Cadence l’Agriculture du Sénégal (PRACAS), il programma dedicato all’agricoltura che si pone l’obiettivo di rilanciare il settore primario e conferirgli un ruolo fondamentale per la crescita economica, la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà.
Per quanto riguarda l’innovazione digitale, le ICT (Innovation and Communication Technologies) sono ugualmente considerate punti di crescita per la creazione di ricchezza e di occupazione da parte del governo del Senegal, rappresentando circa il 10% del PIL nel 2012 e, secondo le previsioni della Stratégie de Croissance Accélérée (SCA), il 15% del PIL entro la fine del 2015 (OPTIC, 2012).

Il nostro progetto: sensibilizzare i giovani nell’agribusiness sostenibile tramite l’innovazione digitale
Sono i giovani a poter cambiare le sorti dell’agricoltura del Paese.
Insieme all’ong LVIA, io e altri quattro giovani senegalesi (tre ragazzi e una ragazza) lavoriamo da ottobre nell’implementazione di un progetto locale che ha come obiettivo la promozione dell’imprenditoria giovanile in agricoltura tramite le ICT. L’iniziativa si realizzarà nella regione e città di Thiès, centro urbano a 70 chilometri da Dakar che rappresenta un importante polo rurale del paese e che racchiude numerose sedi di associazioni, strutture e centri di formazione sull’agricotura e sviluppo rurale.
Tra le tante, l’ASPJ (Association pour la sauvegarde et la promotion de la Jeunesse) è una associazione locale di Thiès che è partner di LVIA per il progetto JEUNAP promosso dal Consorzio Ong Piemontesi (COP) e dalla Regione Piemonte. L’ASPJ è impegnata dagli anni Ottanta nell’implementazione di attività per i bambini di strada e ha costruito recentemente un centro di formazione per i giovani in agricoltura e sviluppo sostenibile, con l’obbiettivo di spingere i giovani a creare delle imprese sostenibili nel settore dell’agricoltura e dell’allevamento.
Il progetto che porto avanti con LVIA rientra all’interno dell’Innovation Factory, un programma internazionale promosso dalla GIZ e commissionato dal Ministero tedesco per la cooperazione economica e lo sviluppo (BMZ), che ha l’obbiettivo di supportare progetti innovativi locali che utilizzano le nuove tecnologie e che agiscono nel campo della salute, dell’ambiente e dell’agricoltura.

 

 

Il Senegal, insieme all’Etiopia, all’Indonesia e alla Germania, riceveranno il supporto tecnico e finanziario per sviluppare dei progetti che vedono l’impiego, sotto diversi aspetti e finalità, delle ICT per promuovere l’agricoltura.
L’obiettivo generale del nostro progetto è l’apertura di un Agribusiness Tech Hub a Thiès, uno spazio di sensibilizzazione dei giovani all’imprenditoria in agricoltura tramite l’utilizzo di strumenti innovativi come le ICT. Lo spazio rappresenterà un punto di riferimento per i giovani interessati al settore, che avranno a disposizione uno spazio di co-working per lavorare e sviluppare nuove idee imprenditoriali innovative nel settore dell’agribusiness, agricoltura, pesca e allevamento.
A livello operazionale è stato creato un Core team del progetto, composto da me, due sviluppatori web, un blogger/agronomo e un esperto di logistica e, insieme, stiamo formando una Community, un gruppo di 15 giovani esperti in diversi settori come l’informatica, il marketing e la comunicazione, l’agronomia e veterinaria, la progettazione, l’agricoltura biologica e la trasformazione dei prodotti locali.

 

I membri della Community che discutono durante la pausa pranzo

I membri della Community che discutono durante la pausa pranzo

La ricchezza di avere un gruppo multidisciplinare permetterà di affrontare in maniera originale diverse problematiche locali identificate nel settore primario nella regione di Thiès, col fine di trovare delle soluzioni innovative integrando diverse conoscenze all’informatica e allo sviluppo web. In particolare, l’idea è quella di coinvolgere la Community in tre gruppi di lavoro che lavoreranno su tre tematiche identificate attraverso un processo partecipativo e che potranno essere la base per la nascita di nuove startup: la produzione e la commercializzazione del latte fresco, l’accesso alla terra e la commercializzazione/promozione dei prodotti locali e biologici.

Come le ICT possono trovare delle soluzioni innovative a queste tre tematiche ed essere applicate a una fase specifica della catena di valore dei diversi prodotti?

E’ quindi l’innovazione, insieme ai principi di una agricoltura sostenibile, dell’impresa sociale e dell’agroecologia, a rappresentare la visione generale del nostro progetto e gruppo di lavoro, in cui i giovani hanno un ruolo determinante nell’apportare il nuovo al tradizionale nel rispetto di uno sviluppo locale e sostenibile.
Seguiteci nei prossimi post per nuovi aggiornamenti!

Lavoro minorile e tecnologia: il rapporto di Amnesty International sul cobalto

Nel rapporto “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt” Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti.

Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.

 

cobalt

 (Il percorso del cobalto dalle miniere al mercato globale. Fonte: Amnesty International)

 

Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.

Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini.

Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto.

Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello stato.

Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.

Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.

Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.

 

 

Scarica il rapporto completo: “This is what we die for: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt”

Leggi anche: Fairphone, lo smartphone etico “conflict-free”

Photo credits: Enough Project

World Development Report 2016: l’impatto delle tecnologie digitali sullo sviluppo mondiale

Internet influenza profondamente la vita di miliardi di persone. Il Rapporto Mondiale sullo Sviluppo (World Development Report 2016) della Banca Mondiale esamina l’impatto delle tecnologie digitali e del web sulla crescita economica, sul miglioramento delle condizioni sociali e sull’efficienza dei servizi pubblici a livello mondiale, rivolgendo un’attenzione particolare ai Paesi in via di sviluppo.

di Viviana Brun

 

6000 tweet ogni secondo, 100 ore di video caricati ogni minuto, 240 milioni di ricerche su Google ogni ora, 106 miliardi di email inviate ogni giorno (Internet Live Stats): la rivoluzione digitale ha cambiato la vita quotidiana di miliardi di persone nel mondo, mentre altrettante restano ancora escluse.

La rapidità di diffusione di Internet nei Paesi in via di sviluppo non ha precedenti. Secondo i dati riportati dalla Banca Mondiale, nei Paesi in via di sviluppo l’uso dei telefoni cellulari si è diffuso a tal punto che oggi sono più le famiglie che posseggono un telefono cellulare rispetto a quelle che hanno accesso all’elettricità e ai servizi igienici.

World development Report 2016

Il numero di utenti connessi a Internet è triplicato nell’ultimo decennio passando da un miliardi nel 2005 ai 3,2 miliardi di utenti stimati a fine 2015. Con il diminuire del prezzo degli smartphone, secondo le previsioni di Schmidt (2013) e Cerf (2014) un miliardo di nuovi utenti si connetterà alla rete entro il 2020, accedendo così a un ampio bacino di informazioni e di idee.

In Bangladesh, India, Perù e Uganda sono in molti a utilizzare i portali unici per registrare certificati di nascita, patenti di guida e documenti catastali, senza dover percorrere lunghe distanze, visitare diversi uffici governativi o pagare tangenti. In Kenya milioni di persone usano il proprio cellulare per pagare le bollette o scambiarsi il denaro con servizi come M-pesa.

 

 

Gli esempi positivi di questo tipo sono molti, ciò che manca però è un’analisi ampia e rigorosa dell’impatto delle tecnologie digitali sullo sviluppo economico e sociale nei Paesi in via di sviluppo. Il World Development Report 2016 nasce proprio con l’intento di colmare questo vuoto e di analizzare in quale modo le imprese, i cittadini e i governi possono trarre benefici, in termini di sviluppo, dalle tecnologie digitali. La scarsa conoscenza di questo impatto infatti è un ostacolo importante nella pianificazione di politiche in grado di aiutare i Paesi in via di sviluppo a trarre il massimo vantaggio da queste tecnologie.

Il World Development Report è stato presentato il 14 gennaio 2016 all’International Finance Corporation (IFC) di Washington. Qui trovi la registrazione dell’evento.

Inoltre, con i dati del World Development Report, la Banca Mondiale ha realizzato una mappa sull’uso del digitale nel mondo. Si chiama “Digital Adoption Index Map” e la puoi consultare qui.

 

Che cosa sa Google di te? Scoprilo in 5 mosse

Quali sono le informazioni che condividi sul web? Hai tutto sotto controllo o su Internet c’è molto più di quel che pensi?

Se hai un account Google, in quest’articolo potresti scoprire 5 modi in cui il grande colosso del web sa che cosa fai, dove vai e quali preferenze hai.

 

Google conosce i tuoi interessi

Dalle classiche ricerche attraverso il motore di ricerca ai video su Youtube: tutte le tua attività parlano di te. Google raccoglie così numerose informazioni sui tuoi gusti e sulle tue preferenze. Anche le conversazioni via posta elettronica vengono vagliate, ma vengono utilizzate unicamente per annunci all’interno del servizio stesso.

Scopri come ti vede Google.

Cosa puoi fare
Puoi scegliere se basare gli annunci proposti da Google sui tuoi interessi. In caso tu non voglia il colosso informa della possibilità di non ricevere annunci basati sulle tue ricerche, in ogni caso però ti verranno proposti contenuti riguardo al tuo paese di provenienza e alle informazioni fornite in precedenza.

Google sa dove vai. E se lo ricorda anche.

GPS e Google Maps sono una gigantesca fonte di informazioni che ci aiuta quotidianamente a spostarci. Ogni volta in cui ripassiamo una strada, ogni volta in cui non sappiamo dove andare e interroghiamo Google, quest’ultimo lo registra. Oltre ovviamente a sapere quasi sicuramente dove abiti e dove lavori.

Non ti ricordi dove sei andato l’anno scorso per Pasqua? Google sì. Scopri come.

Cosa puoi fare
Puoi disattivare la memorizzazione dei tuoi spostamenti, proprio nella pagina segnalata qui sopra.

La tua attività sul web: chi hai cercato, che siti hai visitato.

Nonostante tu sia stato molto attento a cancellare la cronologia dal tuo pc, Google ha memorizzato le tue ricerche altrove.

Qui puoi trovare la cronologia delle tue ricerche su Google, qui invece tutto quello che hai visto e ascoltato grazie a Youtube.

Cosa puoi fare
Per eliminare questi dati è necessario andare sulla serie di tre pallini verticali posizionata in alto a destra, cliccandoci sopra selezionare “Opzioni di eliminazione” e scegliere l’opzione di eliminazione consona alle proprie necessità.

Tutti i servizi che ci sono intorno a te

Non è ancora finita. Se hai un account Android, ovviamente Google ha rilevato tutti i servizi di cui fai uso (Calendario, Drive, collezione di fotografie, etc.).

Te ne sfugge qualcuno? Google e la sua dashboard ti aiuteranno a recuperarli.

Cosa puoi fare
Google ti consente di impostare un promemoria che ti inviti a controllare ogni mese la tua dashboard, in modo da poter monitorare in maniera costante e veloce le attività del tuo account.

Quali applicazioni hanno accesso ai tuoi dati?

In numerosi casi, l’utilizzo di alcuni servizi corrisponde alla concessione da parte dell’utente al prestatore del servizio dell’accesso ai propri dati.
Ma quali sono le app collegate al tuo account?

Eccole.

Cosa puoi fare
Non vuoi più che una di queste app abbiano accesso ai tuoi dati? Ti basterà eliminarla.

E infine… un’ultima astuzia: scarica tutti i tuoi dati e conosci la tua immagine online.

Tutte le informazioni che Google colleziona sul nostro conto vengono raggruppate. È possibile scaricarle, selezionando i dati che ci interessano tra album di foto, documenti, elenchi di contatti.

 


Fonte: Archimag.

Photocredits: Sciax2.

Malawi: come caricare il cellulare da una stufa di fango

L’idea viene dal Malawi, paese dell’Africa sud-orientale dove, secondo la BBC, solo il 10% della popolazione ha accesso all’energia elettrica. Mentre la quota di coloro che possiedono un telefono portatile è più del triplo.

Dove ricaricare allora senza fare molti chilometri a piedi? La soluzione trovata dagli abitanti dei villaggi del Malawi è più economica dell’installazione di un pannello sociale, e certamente meno complicata del posare chilometri di cavi sotto sterminate strade di campagna.

Il meccanismo si definisce tecnicamente thermo-electric generator. In sostanza si genera energia elettrica sfruttando l’effetto Seebeck ovvero la conversione del calore in una piccola tensione elettrica all’interno di un metallo semiconduttore.

Nel concreto, come spiega bene il video della BBC qui sotto, viene cotto del fango per realizzare semplici forni a legna utili per la cottura del cibo, nel frattempo, il calore in eccesso viene convogliato in un pezzo di metallo contenete acqua che converte la differenza di calore in una piccola tensione elettrica. Collegando il pezzo di ferro surriscaldato con dei cavi elettrici ai telefoni, questi si ricaricano. Mentre si cucina la cena.

Le stufe di fango non sono una novità, ne avevamo già parlato riguardo un innovativo progetto in Kenya, permettono di ridurre di un terzo l’utilizzo di legna e si prestano anche a varie attività collaterali (nel caso del Kenya quella di usare il calore in eccesso per la cova delle uova sostituendo le incubatrici). Ma la carica del cellulare è una novità assoluta.

Soluzione economica ed ecologica, facilmente realizzabile, il progetto è diffuso dall’organizzazione Maeve Project, sostenuta dai fondi per la cooperazione internazionale di Irlanda e Gran Bretagna. 

 

Photocredits: BBC