Il Paese più ricco e più povero del pianeta. Al Nobel 2018, Mukwege parla dei minerali per l’high tech

“Mi chiamo Denis Mukwege, vengo da un Paese, il più ricco del pianeta, eppure il suo popolo è tra i più poveri al mondo”. Sono queste le parole che Denis Mukwege, medico congolese e vincitore del premio Nobel per la Pace, ha utilizzato per introdurre il tema dell’estrazione illegale dei minerali per la tecnologia e l’elettronica, durante il discorso di ringraziamento alla cerimonia di premiazione per il Premio Nobel per la Pace 2018.

 

di Viviana Brun

 

Ieri si è tenuta a Oslo la cerimonia di premiazione dei premi Nobel per la Pace 2018 vinti da Nadia Murad, attivista yazida irachena e Denis Mukwege, medico congolese fondatore della Panzi Foundation.

Premiati per il grande impegno nella lotta alla violenza sessuale come arma di guerra, entrambi i vincitori hanno basato il proprio discorso di ringraziamento sulla condizione del proprio popolo e del proprio Paese.

Nadia Murad ha parlato del genocidio del popolo Yazida, delle uccisioni e degli stupri usati come arma di guerra. Nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ha invitato la comunità internazionale a difendere le minoranze e ha invocato la protezione internazionale per il suo popolo. «Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi».

Il discorso integrale di Nadia Murad è disponibile in varie lingue qui.

Per approfondire la sua storia, è attualmente nelle sale italiane il film Sulle sue spalle, documentario diretto dalla regista Alexandria Bombach, che riporta il racconto di Nadia Murad e della violenza dei miliziani dell’Isis nei confronti della comunità yazida.

L’interveto di Denis Mukwege ha seguito quello di Nadia Murad. Il medico congolese ha parlato per 30 minuti, interrompendosi solo per lasciare spazio agli applausi. È partito dalla sua storia e da quella del suo ospedale a Bukavu per affrontare alcuni dei punti chiave della situazione della Repubblica Democratica del Congo, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità verso un Paese che lui definisce “saccheggiato, umiliato, maltrattato” a causa della sua stessa ricchezza.

«L’abbondanza delle nostre risorse naturali, oro, coltan, cobalto e di altri minerali strategici alimenta la guerra, fonte di violenza e di povertà estrema nella Repubblica Democratica del Congo. Amiamo tutti le automobili, i gioielli e i gadget elettronici, io stesso ho uno smartphone. Questi oggetti contengono dei minerali diffusi nel nostro territorio e che spesso vengono estratti in condizioni disumane da bambini e giovani sottoposti a intimidazioni e violenze sessuali. Quando guidate le vostre automobili elettriche, utilizzate il vostro smartphone, guardate ammirati i vostri gioielli, riflettete un istante sul costo umano della fabbricazione di questi oggetti. In quanto consumatori, il minimo che possiamo fare e insistere perché questi prodotti vengano fabbricati nel rispetto della dignità umana. Chiudere gli occhi di fronte ai drammi vuol dire essere complici. Non sono solo gli autori delle violenze a essere responsabili dei loro crimini, ma anche tutti quelli che scelgono di distogliere lo sguardo. Il mio Paese è sistematicamente saccheggiato con la complicità di persone che pretendono di essere i nostri dirigenti, saccheggiato per il loro potere, per le loro ricchezze e la loro gloria, saccheggiato a spese di milioni di uomini, bambini e donne innocenti, abbandonati in una condizione di miseria estrema, mentre i benefici dei nostri minerali finiscono nelle tasche di una oligarchia predatrice. Sono vent’anni che, giorno dopo giorno, all’Ospedale di Panzi io vedo le conseguenze di questa cattiva gestione del mio Paese. Neonati, bambine, ragazze, madri, nonne ma anche uomini e ragazzi violentati in modo crudele, spesso in pubblico, in gruppo, inserendo plastica rovente o oggetti taglienti nei loro genitali… vi risparmio i dettagli. Il popolo congolese viene umiliato, matrattato, massacrato da più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nessuno può più dire “io non lo sapevo”. Con questo premio Nobel per la Pace invito il mondo a essere testimone e vi esorto a unirvi a noi per mettere fine a questa sofferenza che fa vergogna alla nostra comune umanità».

(Traduzione dell’intervento di Denis Mukwege dal minuto 8.45 al minuto 12.56.)

Qui è disponibile la trascrizione integrale del discorso di Denis Mukwege in varie lingue.

 

Per approfondire il tema dell’estrazione mineraria nella Repubblica Democratica del Congo

 

Sitografia

 

Minerali Clandestini

Commissione Europea, regolamento sui minerali provenienti da zone di conflitto

Report Focsiv sul nuovo regolamento europeo

Mappa interattiva sulle miniere dell’Est della Repubblica Democratica del Congo

Cobalto, litio & co: l’industria del futuro passa dall’Africa (e dai suoi metalli)

Lunga vita alle cose

Rep. democratica del Congo: così l’industria tech finanzia una guerra per i minerali da 20 anni con la connivenza di tutti noi

Fairphone, lo smartphone etico ‘conflict-free’

Time to Recharge, Amnesty International

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

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