Imprenditoria giovanile e innovazione digitale in Africa

Venerdì 22 marzo a Torino, un evento dedicato alle nuove frontiere della cooperazione allo sviluppo per promuovere le filiere locali.

Da qualche anno a questa parte, si assiste allo sviluppo di numerosi progetti imprenditoriali di giovani africani basati sull’impiego del digitale nel settore agricolo, che cercano di risolvere delle problematiche locali che affliggono i contadini con delle tecnologie a basso costo e open source, facilitando l’accesso all’informazione per i contadini e gli attori che vivono nelle zone rurali e creando nuovi posti di lavoro per i giovani. Piattaforme e-commerce per promuovere i prodotti del territorio, applicazioni SMS per informare gli agricoltori sul prezzo dei prodotti agricoli sul mercato,  oggetti connessi (IoT – Internet of Things) per irrigare il campo a distanza, sono solo alcune delle molteplici soluzioni sviluppate da startup africane che vedono i giovani in prima fila per risolvere quelle problematiche che affliggono i coltivatori e per valorizzare i prodotti nutritivi del territorio. Diverse azioni di cooperazione allo sviluppo internazionale investono sempre di più nel supporto di realtà imprenditoriali locali e accompagnano la creazione di nuove imprese e di partenariati strategici che permettono di garantire una sostenibilità di queste iniziative, andando oltre la durata di un singolo progetto e valorizzando la conoscenza profonda del contesto locale da parte degli innovatori africani.

L’appuntamento per approfondire questi temi è venerdì 22 marzo, dalle ore 16 alle ore 18, presso l’aula D5 del Campus Einaudi dell’Università di Torino.

Interverranno:

  • Awa Caba, imprenditrice senegalese, co-fondatrice di Sooretul
  • Elisabetta Demartis, co-fondatrice di Enjoy Agriculture, piattaforma digitale  per promuovere l’agriturismo in Africa
  • John Kariuki, vicepresidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità

Seminario “Frontiere Digitali”

Il 18 marzo 2019, si terrà presso l’Aula SEGNI del polo didattico di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, il seminario “Frontiere digitali”. Nel corso dell’evento si approfondirà il tema di come le ICT possono cambiare il futuro dell’agricoltura e orientare le dinamiche progettuali nella cooperazione internazionale.

Il seminario si svilupperà attorno a due focus.

 Il primo riguardante l’innovazione digitale in agricoltura. Essa sembra assumere sempre di più una duplice valenza. E’ un fattore di accelerazione e di sostegno per la competitività della filiera, ma deve relazionarsi  anche con una più vasta ed importante responsabilità sociale sui temi della sostenibilità, della gestione e del governo del territorio, della qualità della vita, dell’attenzione e della cura nei confronti delle comunità.

La Trasformazione Digitale infatti,  entrata  ormai in tutti i settori della quotidianità, è elemento centrale anche nei settori agricolo e agroalimentare, ponendoci degli interrogativi relativamente alla grande questione del miglioramento della qualità e dell’efficienza della produzione agricola e al  rispetto dell’ambiente.

Il secondo focus abbraccia invece con uno sguardo più ampio il tema delle ICT nelle dinamiche progettuali della cooperazione internazionale. Con esempi e buone pratiche realizzate in Kenya, grazie alla progettualità della Ong Osvic e di eGnosis, spin off della Università di Sassari.Il seminario si svilupperà pertanto in un percorso che prevede una fase di presentazione della iniziativa, animata dal Prof. Maurizio Mulas dell’Università di Sassari dipartimento di Agraria e dalla dott.ssa Paola Gaidano Responsabile Programmi Italia Osvic. Seguiranno gli interventi del Prof. Ledda e del Prof. Sanna.

L’attività è realizzata nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale” AID 011487.

In particolare, questa iniziativa si colloca all’interno di un percorso seminariale che l’Osvic propone in collaborazione con l’Università di Sassari e che si concluderà nell’Ottobre del 2019.

Open Days dell’Innovazione 2019

Due giorni di idee, innovazione, tecnologie e networking per la cooperazione allo sviluppo e per il sociale.

Dopo il successo dell’edizione 2017, il 6 e 7 marzo tornano gli Open Days dell’Innovazione. L’evento di networking e formazione dedicato al Terzo Settore sbarca a Torino, a Off Topic in via Pallavicino 35, con due giornate sul tema dell’innovazione tecnologica applicata alla cooperazione internazionale e al sociale.

La giornata del 6 marzo sarà caratterizzata da una sessione plenaria con speaker internazionali più tre tavoli tematici dedicati ai temi ICT for education, agritech e health and tech. Mentre, giovedì 7 marzo sarà interamente dedicato a workshop di formazione gratuita su data, mapping, Internet of thing and project management.

Il programma completo è disponibile sul sito dell’evento www.opendaysinnovazione.it.

Per partecipare è necessario iscriversi qui.

L’evento Open Days dell’Innovazione è ideato e promosso da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo nell’ambito del programma Innovazione per lo sviluppo, in partnership con TechSoup Italia.

L’edizione 2019 è realizzata in collaborazione con il progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale” (AID 011487) promosso da CISV e cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, con il supporto di Compagnia di San Paolo.

Vieni a trovarci agli Open Days

Ong2.0 è parte del network di Innovazione per lo Sviluppo, oltre che capofila, insieme a CISV, del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile“: agli Open Days dell’Innovazione, non potevamo proprio mancare!

Tra gli speaker internazionali che interverranno durante la plenaria del 6 marzo, ci sarà Josh Harvey, docente del Master “ICT for Development and Social Good con un intervento dal titolo “General Relativity, Quantum Mechanics and the Hard Thing about Social innovation”.

Nel pomeriggio di mercoledì, saremo i coordinatori del tavolo di co-design “ICT for Education in Development“. Con il supporto di ospiti nazionali e internazionali, approfondiremo il tema dell’innovazione nell’educazione. Cercheremo di capire come e se le tecnologie digitali e una più stretta collaborazione tra attori sociali e innovatori, possano facilitare il raggiungimento del 4° Obiettivo di Sviluppo Sostenibile “un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”.

Scopri di più sui contenuti del tavolo qui: #ODI2019 tavoli di co-design

Giovedì 7 marzo, ti proponiamo una formazione sul mapping nella cooperazione internazionale con un workshop dal titolo “Uso delle mappe nella cooperazione allo sviluppo” tenuto da Giuliano Ramat, esperto di GIS e docente di Ong2.0.

Scopri di più sui contenuti del workshop: #ODI2019 workshop formativi

Se vuoi incontrarci e scambiare idee con noi, oltre a questi appuntamenti, nel corso delle due giornate ci saranno alcuni momenti dedicati al networking.

Un cartone animato made in Tanzania educativo e interattivo

Un cartone animato tutto Made in Tanzania, dallo storyboard alle animazioni, fino alle musiche. Una forma di educazione che si mescola all’intrattenimento e promuove un nuovo modo di imparare. Questo è Ubongo kids, show interattivo per bambini, dove i protagonisti sono animali e bambini locali, dove i paesaggi sono familiari e i temi sono quelli più prossimi a loro. Episodio dopo episodio si apprendono la matematica, la scrittura e l’inglese: il tutto divertendosi attraverso un’avventura animata.

Come è nato Ubongo

Come per noi i cartoni animati dell’infanzia sono sempre stati importati – prima dagli states, poi dal Giappone – così anche in Africa i cartoni autoctoni si contano sulla punta delle dita. Alla base di questa riflessione nasce Ubongo, una vera e propria casa di produzione non profit,  il cui scopo è quello di proporre un prodotto originale. Il Direttore operativo Doreen Kessy spiega a Forbes la necessità di un cartone educativo “Made in Africa for Africa”, dove i contesti, i luoghi e gli usi non siano i classici occidentali. Fino a qualche anno fa le uniche forme di “eduteinment” erano importate dagli USA. Risulta ovvia la difficoltà di un fanciullo nell’immedesimarsi in un mondo che non conosce e che non è a lui familiare.

Così nel 2013 iniziano le avventure animate di un gruppo di bambini ed animali, che insegnano matematica divertendo. Lo show è divenuto così popolare da essere visto in 1 nucleo famigliare su 4, raggiungendo più di 6.4 milioni  di telespettatori ogni settimana. come si può vedere nella mappa sotto, dove in blu sono indicati i paesi dove Ubongo è trasmesso sulla rete nazionale, mentre in verde dove è trasmesso su Pay TV. Ovviamente non basta un cartone per risolvere i problemi di alfabetizzazione. Il team sottolinea

The show can teach fundamental concepts and inspire an enthusiasm for learning. That can support the work teachers do everyday.

Molti insegnanti hanno infatti richiesto che il cartone fosse portato nelle scuole. Stimolare l’apprendimento attraverso una forma di intrattenimento è fondamentale per coinvolgere i più piccoli.

Come è stato fatto in Tanzania

Il team lavora a stretto contatto con insegnanti ed educatori. Per creare un cartone animato made in Tanzania si parte dal basso. All’inizio di ciascuna stagione si organizza una riunione per coordinarsi sui 13 episodi da produrre. Si scelgono i temi, dalle divisioni al calcolo di un’area, e si costruisce la storia di contorno.

Il passo successivo è più tecnico e presuppone la stesura dello script in Kiswahili che poi viene tradotto in Inglese. La palla passa così al team che si occupa delle animazioni, mentre un altro team scrive e registra le musiche. L’ultimo passaggio è quello relativo al doppiaggio.  In tutta questa fase vi è un attento interesse nei confronti della community di giovani telespettatori, cercando di coinvolgerli il più possibile.

Quando l’episodio è pronto viene “testato” sullo schermo. Questo passaggio è molto importante per gli animatori, che devono controllare la fluidità dei movimenti. Inoltre questo momento è il primo che vede sonoro ed immagini unite, è quindi il primo banco di prova per le musiche e la localizzazione inglese e nelle altre lingue del doppiaggio.

Come Funziona lo show?

Il cartone animato si compone di diversi personaggi, da bambini ad animali. I primi interagiscono tra loro e risolvono problemi di tutti i gironi, mentre i secondi ha un ruolo più pedagogico quasi esopico. L’inserimento di animali parlanti all’interno del cartone è dovuto a diversi studi effettuati su altri show per bambini. I bambini infatti rispondono in maniera molto più vivace quando vedono un animale a loro familiare.

Così i personaggi principali di Ubongo Kids sono alcuni animali parlanti uccelli, scimmie e giraffe, che giocano un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama dell’episodio. Il risultato è stato che la popolarità dello show è dovuta in gran parte proprio a questi animali antropomorfi.

All’interno di un episodio i piccoli protagonisti si trovano di fronte problemi di vita reale, la cui soluzione è attuabile tramite l’uso della matematica di base. Dal calcolare l’area di un campo al calcolare le probabilità di cogliere un frutto maturo da un’albero, sapendo quanti sono maturi e quanti sono ancora verdi. Questi ed altri sono gli argomenti trattati dal cartone, accanto alla matematica ci sono infatti esempi precisi di buon costume e vita sociale, che stemperano gli elementi più scolastici con elementi più pedagogici.

Una componente molto importante  è l’interattività del cartone. Tramite un qualunque telefono cellulare (anche quello più obsoleto) i bambini possono interagire con le domande poste durante la puntata. Basta quindi un semplice sms e si può partecipare in tempo reale allo show. Questo è avvenuto grazie ad una partnership con una compagnia telefonica locale. La possibilità di sfruttare la tecnologia disponibile è alla base del creare un cartone animato made in Tanzania.

Cosa accadrà in futuro a questo cartone animato?

Il team di Ubongo è al lavoro per migliorare e innovare il cartone. Uno degli obiettivi, già in parte realizzato, è quello di produrre e-book interattivi per coinvolgere meglio i bambini. Per aumentare la capillarità dello show si è poi pensato di trasformarlo in un programma radiofonico, così da permettere anche a famiglie che non posseggono schermi  tv di fruire dei contenuti educativi.

L’ultima frontiera è rappresentata da una app disponibile su Play Store, che integra il modello di eduteinment  con gli smartphones. L’app è un sistema freemium ove i contenuti base sono gratuiti mentre si dovrà pagare per accedere a quelli premium.

La stampante 3D che trasforma i rifiuti in arredi urbani

Cittadini coinvolti nella raccolta della plastica e nell’ideazione e realizzazione di nuovi arredi per la propria città. Questa è l’idea alla base di “Print Your City“, iniziativa dello studio olandese di design The New Raw, che usa la stampante 3D per riciclare i rifiuti plastici e arredare gli spazi urbani.

di Viviana Brun

 

“Print your city”, letteralmente “stampa la tua città”, è un progetto che compie un passo avanti rispetto alla semplice raccolta differenziata, coinvolgendo i cittadini sia nella fase di raccolta dei rifiuti che in quella d’ideazione e produzione dei nuovi oggetti.

Da Amsterdam a Salonicco

Il progetto è stato lanciato per la prima volta ad Amsterdam con lo sviluppo del prototipo di panchina XXX. Una panca interamente stampata in 3D a partire dai rifiuti plastici prodotti in media da una coppia di olandesi nel corso di un anno. Il progetto ha dimostrato da subito di avere un grande valore ambientale, perché sfrutta una delle caratteristiche intrinseche della plastica, ovvero l’estrema durabilità. Qualità che spesso è del tutto trascurata nel nostro uso quotidiano.

Il fallimento dei prodotti di plastica è intrinseco al loro stesso design – dicono Sakkas e Setaki, i due designer responsabili del progetto – dato che sono stati progettati per durare per sempre, ma spesso li usiamo una sola volta e poi li buttiamo via. Con Print Your City, invece, ci sforziamo di mostrare un modo migliore di utilizzare la plastica, in applicazioni di lunga durata e ad alto valore”.

Nel 2018, da Amsterdam il progetto è volato in Grecia, dove The New Raw lavora nell’ambito del programma “Zero Waste Cities“, promosso da Coca Cola.

A Salonicco è nato così lo Zero Waste Lab, un centro dove i cittadini possono portare i propri rifiuti (o raccoglierli nei bidoni blu sparsi per la città), proporre le proprie idee e partecipare alla fase di produzione dei nuovi oggetti. Lo Zero Waste Lab è un vero e proprio centro educativo dove i cittadini possono sperimentare il processo di riciclo della plastica, progettando nuove soluzioni per la propria città.

Inoltre, attraverso il sito web Print Your City i cittadini possono scegliere il design, la funzione, il colore dei nuovi arredi urbani che verranno creati grazie ai loro rifiuti e decidere in quale spazio pubblico della città collocarli. Una volta completata l’ideazione del proprio oggetti, il sito web informa sulla quantità di rifiuti plastici che dovranno essere raccolti per riuscire effettivamente a stampare in 3D quel dato prodotto.

Dal lancio del sito nel dicembre 2018 a oggi, sono stati presentati oltre 3.000 progetti. L’area della città più votata è stata Hant Park ed è proprio lì che verranno collocate le prime panchine.

L’obiettivo di The New Raw per quest’anno è quello di riuscire a riciclare quattro tonnellate di rifiuti di plastica, che equivale approssimativamente alla quantità prodotta da 14 famiglie greche.

Oltre al valore ambientale

Stampare in 3D arredi urbani partendo da rifiuti domestici è già di per sé qualcosa di utile e affascinante, ma non è davvero questo il plus valore di questa iniziativa. Il vero punto di forza di questo progetto sta nella capacità di promuovere pratiche di cittadinanza attiva, puntando sull’educazione dei cittadini. Le persone infatti sono coinvolte in ogni fase del processo, dalla raccolta dei rifiuti alla produzione dell’oggetto, fino alla scelta dell’area in cui questo verrà collocato. Si lavora alla creazione di una coscienza comune, volta alla trasformazione costruttiva degli spazi pubblici. Il cittadino diventa così parte integrante e viva della propria comunità e accresce il proprio senso di responsabilità. La componente innovativa di questa iniziativa non risiede quindi solo nell’uso dello strumento, la stampante 3D, ma nell’approccio comunitario e partecipativo, tipico della fabbricazione digitale e della cultura dei “maker“.

 

Photo credits: Print your city

 

Il Paese più ricco e più povero del pianeta. Al Nobel 2018, Mukwege parla dei minerali per l’high tech

“Mi chiamo Denis Mukwege, vengo da un Paese, il più ricco del pianeta, eppure il suo popolo è tra i più poveri al mondo”. Sono queste le parole che Denis Mukwege, medico congolese e vincitore del premio Nobel per la Pace, ha utilizzato per introdurre il tema dell’estrazione illegale dei minerali per la tecnologia e l’elettronica, durante il discorso di ringraziamento alla cerimonia di premiazione per il Premio Nobel per la Pace 2018.

 

di Viviana Brun

 

Ieri si è tenuta a Oslo la cerimonia di premiazione dei premi Nobel per la Pace 2018 vinti da Nadia Murad, attivista yazida irachena e Denis Mukwege, medico congolese fondatore della Panzi Foundation.

Premiati per il grande impegno nella lotta alla violenza sessuale come arma di guerra, entrambi i vincitori hanno basato il proprio discorso di ringraziamento sulla condizione del proprio popolo e del proprio Paese.

Nadia Murad ha parlato del genocidio del popolo Yazida, delle uccisioni e degli stupri usati come arma di guerra. Nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ha invitato la comunità internazionale a difendere le minoranze e ha invocato la protezione internazionale per il suo popolo. «Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi».

Il discorso integrale di Nadia Murad è disponibile in varie lingue qui.

Per approfondire la sua storia, è attualmente nelle sale italiane il film Sulle sue spalle, documentario diretto dalla regista Alexandria Bombach, che riporta il racconto di Nadia Murad e della violenza dei miliziani dell’Isis nei confronti della comunità yazida.

L’interveto di Denis Mukwege ha seguito quello di Nadia Murad. Il medico congolese ha parlato per 30 minuti, interrompendosi solo per lasciare spazio agli applausi. È partito dalla sua storia e da quella del suo ospedale a Bukavu per affrontare alcuni dei punti chiave della situazione della Repubblica Democratica del Congo, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità verso un Paese che lui definisce “saccheggiato, umiliato, maltrattato” a causa della sua stessa ricchezza.

«L’abbondanza delle nostre risorse naturali, oro, coltan, cobalto e di altri minerali strategici alimenta la guerra, fonte di violenza e di povertà estrema nella Repubblica Democratica del Congo. Amiamo tutti le automobili, i gioielli e i gadget elettronici, io stesso ho uno smartphone. Questi oggetti contengono dei minerali diffusi nel nostro territorio e che spesso vengono estratti in condizioni disumane da bambini e giovani sottoposti a intimidazioni e violenze sessuali. Quando guidate le vostre automobili elettriche, utilizzate il vostro smartphone, guardate ammirati i vostri gioielli, riflettete un istante sul costo umano della fabbricazione di questi oggetti. In quanto consumatori, il minimo che possiamo fare e insistere perché questi prodotti vengano fabbricati nel rispetto della dignità umana. Chiudere gli occhi di fronte ai drammi vuol dire essere complici. Non sono solo gli autori delle violenze a essere responsabili dei loro crimini, ma anche tutti quelli che scelgono di distogliere lo sguardo. Il mio Paese è sistematicamente saccheggiato con la complicità di persone che pretendono di essere i nostri dirigenti, saccheggiato per il loro potere, per le loro ricchezze e la loro gloria, saccheggiato a spese di milioni di uomini, bambini e donne innocenti, abbandonati in una condizione di miseria estrema, mentre i benefici dei nostri minerali finiscono nelle tasche di una oligarchia predatrice. Sono vent’anni che, giorno dopo giorno, all’Ospedale di Panzi io vedo le conseguenze di questa cattiva gestione del mio Paese. Neonati, bambine, ragazze, madri, nonne ma anche uomini e ragazzi violentati in modo crudele, spesso in pubblico, in gruppo, inserendo plastica rovente o oggetti taglienti nei loro genitali… vi risparmio i dettagli. Il popolo congolese viene umiliato, matrattato, massacrato da più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nessuno può più dire “io non lo sapevo”. Con questo premio Nobel per la Pace invito il mondo a essere testimone e vi esorto a unirvi a noi per mettere fine a questa sofferenza che fa vergogna alla nostra comune umanità».

(Traduzione dell’intervento di Denis Mukwege dal minuto 8.45 al minuto 12.56.)

Qui è disponibile la trascrizione integrale del discorso di Denis Mukwege in varie lingue.

 

Per approfondire il tema dell’estrazione mineraria nella Repubblica Democratica del Congo

 

Sitografia

 

Minerali Clandestini

Commissione Europea, regolamento sui minerali provenienti da zone di conflitto

Report Focsiv sul nuovo regolamento europeo

Mappa interattiva sulle miniere dell’Est della Repubblica Democratica del Congo

Cobalto, litio & co: l’industria del futuro passa dall’Africa (e dai suoi metalli)

Lunga vita alle cose

Rep. democratica del Congo: così l’industria tech finanzia una guerra per i minerali da 20 anni con la connivenza di tutti noi

Fairphone, lo smartphone etico ‘conflict-free’

Time to Recharge, Amnesty International

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

Photo credits: Pixabay

 

In viaggio verso il 2050, il racconto del #digitaltransformationsostenibile Day

Ieri, 30 ottobre 2018, sarà ricordato da tutti noi di “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” come il #digitaltransformationsostenibile Day, 24 ore di mobilitazione online sui temi dello sviluppo sostenibile e della trasformazione digitale.

Momento clou della giornata: un webinar in diretta a cui si sono iscritte 339 persone e che è stato seguito live da 140 utenti e da 11 scuole e centri giovanili in tutta Italia.

di Viviana Brun

 

Fin dalle prime ore del mattino tutti i partner del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” (20 tra organizzazioni del non profit, aziende informatiche, istituti di ricerca, fab lab e organizzazioni giovanili e della diaspora) si sono mobilitati per diffondere contenuti e spunti di riflessione per invitare tutti ad avere un approccio consapevole e critico nei confronti delle grandi trasformazioni del nostro tempo.

 


Il filo conduttore della giornata è stato il 2050 e il futuro che vogliamo. Ognuno di noi è chiamato a costruirlo a partire dall’oggi, dalle proprie scelte e dalla conoscenza di ciò che sta cambiando, spesso molto più velocemente di quel che pensiamo.

 


Ne abbiamo discusso online, in un webinar dal titolo “Digital Transformation e Sviluppo Sostenibile, come cambierà la nostra vita” insieme a Cristina Pozzi, autrice di “2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo” , co-fondatrice e CEO di Impactscool e a Davide Demichelis, giornalista RAI esperto di tematiche dello sviluppo e della migrazione.

 

 

Il cibo del futuro

 

Tu lo sapevi che già oggi gli scienziati sono in grado di creare in laboratorio proteine animali e veri e propri hamburger a partire da una o più cellule di un animale, senza che questo debba essere ucciso?

Ciò vuol dire che potremmo trovarci presto a consumare la carne di un animale che se ne sta vivo e vegeto davanti a noi. Sembra fantascienza, ma in realtà questo tipo di sperimentazioni nascono da esigenze ben precise.

 

 

Uno dei principali problemi che l’umanità sarà chiamata ad affrontare nel 2050 sarà la scarsità di risorse, in primis l’acqua. L’allevamento contemporaneo richiede l’impiego di grandi quantitativi di acqua, ecco perché gli scienziati sono al lavoro per elaborare forme alternative di produzione del cibo che prevedano un minore impatto sull’ambiente. Non è assolutamente detto che ci ciberemo in questo modo, ma con una popolazione mondiale destinata a sfiorare i 10 miliardi nel 2050 (rispetto agli oltre 7,6 miliardi di oggi) sarà fondamentale trovare nuove vie nella produzione degli alimenti, in grado di sfamare tutti senza distruggere l’ambiente.

 

 

 

 

Di fronte a cambiamenti così radicali, in grado di stravolgere il nostro vivere quotidiano, l’etica e la filosofia saranno grandi protagoniste, per guidarci attraverso i rischi e le potenzialità di un mondo che cambia.

 

 

Robot e intelligenza artificiale

 

Nel corso del webinar è stato dedicato ampio spazio anche ai temi della robotica e dell’intelligenza artificiale che hanno appassionato il pubblico collegato in diretta. Gli utenti hanno reagito incuriositi agli stimoli e alle provocazioni proposte da Cristina Pozzi, inviando moltissime domande.

 

 

 

 

Tutte le risposte a queste e ad altre domande sono contenute nella registrazione del evento che trovi qui di seguito.

 

Guarda il video del webinar

 

 

Scopri di più su “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”

 

#digitaltransformationsostenibile Day è solo l’inizio di uno splendido progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo e da Compagnia di San Paolo. Per un anno intero lavoreremo per comprendere il mondo che verrà, attraverso nuove tecnologie e scelte consapevoli.

Scopri di più su http://digitaltransformationsostenibile.org.

Visita la sezione dedicata ai partner per individuare l’organizzazione più vicina a te.

 

Un ringraziamento speciale a tutte le persone, le scuole e i centri giovanili che hanno seguito il webinar in diretta. In particolare, la classe 3ASV dell’Istituto Giolitti di Torino, la classe 2A dell’ITC Baldessano Roccati di Carmagnola, la classe 2A del Liceo Laura Bassi di Bologna, la classe 4ID dell’ITI Severi di Padova, la classe 2B dell’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli, la classe 2B del Liceo delle scienze umane Agnesi di Milano, la classe 3 del Corso in Scienze Umane del Liceo Statale “Lombardo Radice” di Catania, la classe 4 CES del Liceo Montanari di Verona, il Punto Giovani di Gorizia.

 

 

Come creare animazioni e video-infografiche

Nell’affrontare attività educative legate ai temi dello sviluppo sostenibile, può essere utile presentare dati e tendenze attraverso brevi video di animazione e infografiche, una tipologia di contenuto che permette di presentare dati e informazioni in forma grafica. A questo proposito, uno strumento molto utile e divertente è Powtoon.

 

Come si utilizza

Powtoon è uno strumento in cloud, fruibile direttamente dal browser (Chrome, Firefox, Opera, Safari) senza bisogno di installare nulla sul proprio computer. È disponibile anche come app per il proprio dispositivo mobile (smartphone o tablet), ma in questa versione presenta prestazioni limitate, per cui il consiglio è di utilizzarlo comunque da browser.

 

Non solo infografiche

Powtoon permette di creare infografiche animate, ma anche veri e proprio video di animazione. Inoltre può essere utilizzato per montare video che hai registrato in precedenza, arrichendoli con scritte, icone e elementi grafici.

 

Tutorial

 

 

Questo tutorial è stato realizzato da Viviana Brun nell’ambito del progetto: