Frontiere digitali

Uso consapevole delle ICT e cittadinanza

ORISTANO 29 maggio 2019

Osvic, in collaborazione con l’Università di Sassari e al Centro Servizi Culturali di Oristano, organizza un seminario dedicato ad approfondire le dinamiche psicologiche che ci guidano nella navigazione online al fine di promuovere una cultura della consapevolezza e della prevenzione di fenomeni e patologie collegate all’utilizzo eccessivo delle tecnologie digitali.

L’iniziativa, collocata all’interno del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale”, cofinanziata dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e da Compagnia di San Paolo, sarà caratterizzato da due momenti:

  • il primo di approfondimento teorico,
  • il secondo di  pratica laboratoriale.

Il seminario, della durata di un totale di 6 ore è rivolto specificamente agli studenti universitari della Sardegna, ma è aperta anche a coloro che operano con e a servizio delle giovani generazioni (docenti di Istituti di ogni ordine e grado, educatori, operatori sociali).

Nel corso del seminario verranno affrontati i seguenti argomenti

  • la Media Education;
  • le problematiche relative a un utilizzo non consapevole e sicuro di internet e delle tecnologie (sexting, uso improprio di Social Network e di Giochi online);
  • le web-dipendenze.

Le attività si terranno la mattina presso la sede Osvic, in via Goito 25 a Oristano.

Il pomeriggio presso il Centro Servizi Culturali di Oristano, via Carpaccio 9.

Relatori

Simone Gargiulo

Psicologo. Responsabile scientifico, formatore e relatore in convegni, in incontri e corsi di sensibilizzazione, in progetti di prevenzione e contrasto al bullismo, al cyberbullismo, ai pericoli del web e alle dipendenze comportamentali rivolti agli alunni di ogni ordine e grado, ai genitori, agli insegnanti e agli operatori sociali della Sardegna. Autore, in collaborazione con la Cattedra di Psicologia della Formazione dell’Università degli Studi di Cagliari, della ricerca scientifica “Le rappresentazioni sociali del bullismo veicolate dalla carta stampata” (S. Gargiulo, F. Marini, M. Agus, 2008). Autore e curatore dell’ebook “Sicuramente connessi. Opportunità e rischi di internet, dal cyberbullismo alle web-dipendenze”(2019, editoebookscuola.com) rivolto ai docenti di ogni ordine e grado con riconoscimento dal MIUR. Autore e curatore dell’ebook “Sicuramente Connessi: affrontare il cyberbullismo, la dipendenza tecnologica e i pericoli della rete”(2019, editoebookecm.it) rivolto agli educatori professionali, psicoterapeuti, neuropsichiatri infantili, psichiatri e psicologi.

Cristiano Depalmas

Laureato in Pedagogia, Psicologia e Scienza delle Formazione e dell’Educazione. È docente a contratto nel Corso di Scienze Umane e Psicopedagogiche Fondamentali presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Sassari. Attualmente si occupa di minori e processi rieducativi, di Medical Education e di Media Education, con diverse pubblicazioni nazionali ed internazionali all’attivo.

Filippo Sanna

Architetto e collaboratore OSVIC.

Paola Gaidano

Responsabile Programmi Italia OSVIC.

L’Educazione un obiettivo trasversale a tutti gli SDGs

L’educazione può essere considerata il vero motore dello sviluppo. È in grado di innescare un cambiamento positivo nella vita del singolo individuo, della sua comunità e più in generale del mondo.

di Viviana Brun

All’educazione è stato dedicato il 4 Obiettivo di Sviluppo: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti“. Questo obiettivo però non è un obiettivo come tutti gli altri. L’educazione contribuisce in maniera decisiva allo sviluppo sostenibile ed è la precondizione per il raggiungimento di tutti gli altri 17 obiettivi, non ne è solamente parte integrante.

Senza un buon livello d’istruzione, infatti, non è pensabile che si sviluppi un’attenzione verso tematiche come quelle ambientali o legate al genere, che si possano avviare efficacemente processi per ridurre la povertà o per migliorare la salute e l’accesso alle cure sanitarie.

Rispetto agli altri Obiettivi di Sviluppo Sostenibile,

l’educazione non è un obiettivo di per sé,

è uno strumento per raggiungere gli altri obiettivi.

Janine Händel

Per rendere ancora più visibile questo aspetto, il Financial Times in collaborazione con Credit Suisse hanno creato questa infografica animata, evidenziando la centralità di questo obiettivo e la sua relazione con tutti gli altri.

Clicca sulla mappa per interagire con l’infografica.

Source: The value of knowledge

Il viaggio di Boye

“Fame, pericoli, stanchezza.

La fatica di affrontare un duro viaggio lontano dalla famiglia senza una precisa meta.

L’ importante è andare via.

La speranza di raggiungere un posto migliore, di riuscire a costruirsi un futuro altrove.

Il coraggio di affrontare il mare e la tempesta.

Arrivare in Italia e dover fare i conti con gli stereotipi della gente e con la poca organizzazione dei centri di accoglienza.

Boye però avrà poi la fortuna di incontrare Leo, che, lontano da ogni pregiudizio, gli darà la possibilità di vivere con lui e la sua famiglia, pronta a dargli fiducia.

Felicità, vita.”


Si presenta così il lavoro collettivo della classe 4° G di Scienze Umane dell’I.I.S. Curie Vittorini di Grugliasco (Torino), un sito web che racconta la storia di Boye un giovane ragazzo arrivato in Italia dalla Guinea Conakry che ha dovuto affrontare un viaggio lungo e fatto di tante tappe dolorose e difficili prima di arrivare in Italia.

Esplorando le tappe del suo viaggio si può scoprire la sua storia.

Il sito è frutto del percorso laboratoriale Obiettivi di sviluppo sostenibile e migrazioni promosso dal Coordinamento Comuni per la Pace – Co.Co.Pa. nell’ambito del progetto Digital Transformation per lo sviluppo sostenibile.

Gli strumenti digitali e del web sono sembrati i più adatti a ospitare e a diffondere tutti i materiali realizzati dalle studentesse durante il percorso.

Il sito web, che nel corso dei prossimi mesi verrà popolato di nuovi contenuti, è stato pensato dalle 4°G come strumento utile a diffondere la storia di Boye nelle altre classi e tra i propri coetanei.

Per la classe confrontarsi con la storia di Boye è stata un modo per capire cosa vuol dire migrare, andare oltre i numeri e calarsi nell’esperienza di un loro coetaneo. Tante sono le ragioni per cui si è costretti o per cui si vuole lasciare la propria casa, il viaggio è troppo spesso crudele, l’accoglienza in Italia e in Europa lontana dalle aspettative di chi finalmente crede di essere arrivato nel luogo dove ricostruire la propria vita. La solidarietà e la conoscenza reciproca però possono fare una grande differenza.


Theory of change: progettare il cambiamento

Quando parliamo di terzo settore e di cooperazione internazionale allo sviluppo, la nostra testa ragiona in termini di progetti: di attività, di risorse, di obiettivi, di impatto. I progetti – tra le altre – devono seguire le regole e le linee guida dei donatori. Sempre più spesso, questi ultimi pongo l’accento sull’impatto e sul cambiamento che il progetto che finanziano, produrrà nel contesto in cui è realizzato. Questo significa che non basta la progettazione fatta con le migliori intenzioni (ammesso e non concesso che questa fosse sufficiente anche nel passato), ma che i progetti devono dimostrare la propria efficacia.

Simone Castello, consulente in Teoria del cambiamento e docente del corso di formazione Theory of change e valutazione d’impatto, ci ha parlato di come il terzo settore e la cooperazione internazionale allo sviluppo applicano questa teoria.

Chi è e cosa fa un consulente in Teoria del cambiamento?

Iniziamo col dire che il suo lavoro è quello di philanthropy advisor, professione che in Italia sembra piuttosto nuova. Simone, in particolare attraverso il suo lavoro per Fondazione Lang Italia, ha contribuito per traghettarla ed applicarla nel contesto del non-profit, sperando in un consolidamento e una implementazione più massiccia.

L’obiettivo di questa professione è quello di migliorare le metodologie con le quali le ONG si rapportano con i propri finanziatori. Il compito di un consulente è quindi quello di mettere in comunicazione questi due mondi.

Rispetto ad altri consulenti noi lavoriamo con due target: non-profit e donatori. Cerchiamo sia di capire le esigenze di chi il progetto lo deve mettere in essere, sia le esigenze di chi invece deve finanziarlo. Questo serve per superare l’auto-referenzialità del settore. Spesso le organizzazioni non-profit si sentono meritevoli di finanziamento solo perché si occupano di azioni di solidarietà. Tuttavia questo non basta (più) ai finanziatori.

Ma cos’è la Theory of change nello specifico?

La Teoria del cambiamento non è una novità, ma negli ultimi anni è cresciuto il livello di interesse intorno ad essa. Si tratta di un approccio alla progettazione e alla programmazione, che collega le attività che un progetto/un programma vuole mettere in essere, con la visione e gli obiettivi, il contesto e la complessità, le ipotesi e il perché vorremmo che si verificasse proprio un certo cambiamento.

La grossa distinzione dalla progettazione tradizionale è la modalità con cui si procede. Il cammino si fa a ritroso, pensando all’impatto che le attività possono generare. Non partiamo dai risultati o dalle attività, ma dai cambiamenti che dobbiamo generare. Ragionare in questo modo fa indagare meglio i bisogni.

[…] non appiattendo la strategia sulle azioni, ma mappando i bisogni ai quali il progetto deve rispondere.

La Teoria del cambiamento è in grado non solo di far emergere le criticità di un progetto, ma anche quelle interne all’organizzazione che lo ha redatto. Come sottolinea Simone Castelli, spesso gli errori progettuali sono un riflesso delle criticità presenti all’interno dell’organizzazione che lo ha scritto. Mappare lo stato dell’arte tramite l’uso della Teoria del cambiamento, può essere un buon modo per farle emergere.

Applicazioni pratiche

Simone Castello ci porta un esempio interessante, riguardante un progetto con i Neet. Il progetto prevedeva che i tutor contattassero aziende per l’inserimento lavorativo di questi giovani Neet. Tuttavia i giovani in questione non avevano alcun tipo di formazione.

Notiamo quindi come il processo non fosse adeguato al raggiungimento dell’obiettivo.

A livello pratico la Teoria del cambiamento è un approccio semplificativo, data driven. La progettazione classica è infatti molto narrativa, presenta progetti molto complessi con troppi obiettivi, troppi stakeholders e linee d’azione. Tanto che alla fine analizzare e valutare i risultati è pressoché impossibile.

La Teoria del cambiamento invece parte dagli obiettivi ambiti, scegliendo quali raggiungere e quindi ricostruendo dalla fine.

Il processo

Si parte sempre con una fase preliminare di studio approfondito. Si analizza la letteratura disponibile, le banche dati e si fa ricerca. Poi si decide cosa si vuole raggiungere: l’obiettivo.

Segue poi una fase più interattiva. Si coinvolgono gli stakeholder: l’ente promotore, l’erogatore, i partner e i beneficiari e così via. Percezioni bisogni ed esigenze vanno considerati con somma attenzione: è in questa fase che emergono.

La teoria del cambiamento è un processo di concatenazioni causali. Quando ogni “se” e ogni “allora” porta alla sua diretta e giusta conseguenza, il processo funziona.

Gli stakeholder

L’importanza del relazionarsi con loro è il caposaldo della Teoria del cambiamento. Tuttavia vi sono tre livelli su cui dobbiamo intervenire.

  • Il primo è rappresentato dai beneficiari del progetto. Dialogare con loro è fondamentale per capire quali siano i loro bisogni. Spesso la progettazione si fa a monte e quindi non vengono interpellati. Come si è detto prima parlando di Neet, le loro esigenze erano diverse da quelle immaginate dai progettisti.
  • Il secondo livello è quello delle risorse interne. Se non si dialoga coi partner, non si può sapere se questi siano sulla stessa lunghezza d’onda. E così anche i facilitatori rischiano di creare più effetti distorsivi che positivi.
  • L’ultimo livello è rappresentato dai finanziatori. Richiamiamo ancora l’esempio dei Neet. A metà progetto ci si era accorti delle problematiche emerse e bisognava fare qualcosa. Qui vige la regola dell’onestà, parlare con il finanziatore senza nascondergli il problema è un must. Tutti i finanziatori sono più propensi nel continuare l’erogazione dei fondi se li si rende partecipi, anche nel caso in cui emergano problematiche.

Il corso “Theory of Change e valutazione d’impatto”

Coerentemente con quanto appena detto, Simone Castell ha preparato un corso diviso in blocchi, in maniera da affrontare correttamente la materia. I blocchi saranno fondamentalmente tre.

Il primo argomento di grande importanza è quello relativo all’erogazione dei fondi, o meglio agli enti finanziatori e al loro rapporto con le non-profit. Il modo con il quale questi due attori interagiscono è cambiato nel tempo. In generale, si sottolineerà quali sono le modalità che sempre più indirizzano le scelte dei donatori sui progetti da finanziare.

Il secondo blocco invece verterà su argomenti legati in maniera più stretta alla Teoria del Cambiamento, e quindi alla necessità di una valutazione di impatto per conoscere se dalla teoria si è passati effettivamente alla pratica.

In ultimo, verranno presentati diversi metodi per la valutazione dell’impatto.

Consulta il programma del corso “Theory of Change e valutazione d’impatto” in partenza il prossimo 16 maggio.

Teoria_del_cambiamento
Photocredits: Gerd Altmann, Pixabay

Vivere nel digitale, una guida per comprendere le logiche della trasformazione digitale

Sentiamo ormai quotidianamente il termine “digitalizzazione”, ma che cosa significa davvero e quali impatti ha sulla nostra vita? LabNET – School of Management ha realizzato una guida breve ed agile per orientarsi attraverso gli impatti e le opportunità offerte dal digitale.

Vivere nel digitale” è il primo di un ciclo di 4 dossier realizzati nell’ambito del progetto Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile, volti ad approfondire le prospettive della trasformazione digitale nell’ottica di rispondere alle sfide evidenziate dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dall’Agenda 2030.

Questa breve guida nello specifico intende proporre alcuni spunti sugli impatti della rivoluzione digitale in corso e sulle conseguenze che questa ha sull’insieme di conoscenze e capacità che dovremmo acquisire e possedere, anche in termini di consapevolezze, sensibilità, attenzioni.

L’impatto fondamentale della trasformazione digitale sui sistemi educativi e formativi, infatti, non sarà tanto quello legato alla preparazione delle nuove figure professionali, quanto quello legato alla necessità di conferire a masse enormi di persone, si parla di 400-500 milioni ma alcuni parlano di 1,2 miliardi di persone, (Fonte McKinsey Global Institute, Maggio 2017) nuove competenze che si innestano su quelli esistenti: in grande misura quindi si farà lo stesso lavoro di prima ma con modalità e logiche profondamente diverse.

Comprendere la natura e le logiche delle tecnologie digitali è di conseguenza essenziale non solo come lavoratori ma anche come cittadini e potrà segnare il confine fra chi manterrà il passo e chi verrà tagliato fuori.

Imprenditoria giovanile e innovazione digitale in Africa

Venerdì 22 marzo a Torino, un evento dedicato alle nuove frontiere della cooperazione allo sviluppo per promuovere le filiere locali.

Da qualche anno a questa parte, si assiste allo sviluppo di numerosi progetti imprenditoriali di giovani africani basati sull’impiego del digitale nel settore agricolo, che cercano di risolvere delle problematiche locali che affliggono i contadini con delle tecnologie a basso costo e open source, facilitando l’accesso all’informazione per i contadini e gli attori che vivono nelle zone rurali e creando nuovi posti di lavoro per i giovani. Piattaforme e-commerce per promuovere i prodotti del territorio, applicazioni SMS per informare gli agricoltori sul prezzo dei prodotti agricoli sul mercato,  oggetti connessi (IoT – Internet of Things) per irrigare il campo a distanza, sono solo alcune delle molteplici soluzioni sviluppate da startup africane che vedono i giovani in prima fila per risolvere quelle problematiche che affliggono i coltivatori e per valorizzare i prodotti nutritivi del territorio. Diverse azioni di cooperazione allo sviluppo internazionale investono sempre di più nel supporto di realtà imprenditoriali locali e accompagnano la creazione di nuove imprese e di partenariati strategici che permettono di garantire una sostenibilità di queste iniziative, andando oltre la durata di un singolo progetto e valorizzando la conoscenza profonda del contesto locale da parte degli innovatori africani.

L’appuntamento per approfondire questi temi è venerdì 22 marzo, dalle ore 16 alle ore 18, presso l’aula D5 del Campus Einaudi dell’Università di Torino.

Interverranno:

  • Awa Caba, imprenditrice senegalese, co-fondatrice di Sooretul
  • Elisabetta Demartis, co-fondatrice di Enjoy Agriculture, piattaforma digitale  per promuovere l’agriturismo in Africa
  • John Kariuki, vicepresidente della Fondazione Slow Food per la Biodiversità

Seminario “Frontiere Digitali”

Il 18 marzo 2019, si terrà presso l’Aula SEGNI del polo didattico di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, il seminario “Frontiere digitali”. Nel corso dell’evento si approfondirà il tema di come le ICT possono cambiare il futuro dell’agricoltura e orientare le dinamiche progettuali nella cooperazione internazionale.

Il seminario si svilupperà attorno a due focus.

 Il primo riguardante l’innovazione digitale in agricoltura. Essa sembra assumere sempre di più una duplice valenza. E’ un fattore di accelerazione e di sostegno per la competitività della filiera, ma deve relazionarsi  anche con una più vasta ed importante responsabilità sociale sui temi della sostenibilità, della gestione e del governo del territorio, della qualità della vita, dell’attenzione e della cura nei confronti delle comunità.

La Trasformazione Digitale infatti,  entrata  ormai in tutti i settori della quotidianità, è elemento centrale anche nei settori agricolo e agroalimentare, ponendoci degli interrogativi relativamente alla grande questione del miglioramento della qualità e dell’efficienza della produzione agricola e al  rispetto dell’ambiente.

Il secondo focus abbraccia invece con uno sguardo più ampio il tema delle ICT nelle dinamiche progettuali della cooperazione internazionale. Con esempi e buone pratiche realizzate in Kenya, grazie alla progettualità della Ong Osvic e di eGnosis, spin off della Università di Sassari.Il seminario si svilupperà pertanto in un percorso che prevede una fase di presentazione della iniziativa, animata dal Prof. Maurizio Mulas dell’Università di Sassari dipartimento di Agraria e dalla dott.ssa Paola Gaidano Responsabile Programmi Italia Osvic. Seguiranno gli interventi del Prof. Ledda e del Prof. Sanna.

L’attività è realizzata nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale” AID 011487.

In particolare, questa iniziativa si colloca all’interno di un percorso seminariale che l’Osvic propone in collaborazione con l’Università di Sassari e che si concluderà nell’Ottobre del 2019.

Open Days dell’Innovazione 2019

Due giorni di idee, innovazione, tecnologie e networking per la cooperazione allo sviluppo e per il sociale.

Dopo il successo dell’edizione 2017, il 6 e 7 marzo tornano gli Open Days dell’Innovazione. L’evento di networking e formazione dedicato al Terzo Settore sbarca a Torino, a Off Topic in via Pallavicino 35, con due giornate sul tema dell’innovazione tecnologica applicata alla cooperazione internazionale e al sociale.

La giornata del 6 marzo sarà caratterizzata da una sessione plenaria con speaker internazionali più tre tavoli tematici dedicati ai temi ICT for education, agritech e health and tech. Mentre, giovedì 7 marzo sarà interamente dedicato a workshop di formazione gratuita su data, mapping, Internet of thing and project management.

Il programma completo è disponibile sul sito dell’evento www.opendaysinnovazione.it.

Per partecipare è necessario iscriversi qui.

L’evento Open Days dell’Innovazione è ideato e promosso da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo nell’ambito del programma Innovazione per lo sviluppo, in partnership con TechSoup Italia.

L’edizione 2019 è realizzata in collaborazione con il progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale” (AID 011487) promosso da CISV e cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, con il supporto di Compagnia di San Paolo.

Vieni a trovarci agli Open Days

Ong2.0 è parte del network di Innovazione per lo Sviluppo, oltre che capofila, insieme a CISV, del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile“: agli Open Days dell’Innovazione, non potevamo proprio mancare!

Tra gli speaker internazionali che interverranno durante la plenaria del 6 marzo, ci sarà Josh Harvey, docente del Master “ICT for Development and Social Good con un intervento dal titolo “General Relativity, Quantum Mechanics and the Hard Thing about Social innovation”.

Nel pomeriggio di mercoledì, saremo i coordinatori del tavolo di co-design “ICT for Education in Development“. Con il supporto di ospiti nazionali e internazionali, approfondiremo il tema dell’innovazione nell’educazione. Cercheremo di capire come e se le tecnologie digitali e una più stretta collaborazione tra attori sociali e innovatori, possano facilitare il raggiungimento del 4° Obiettivo di Sviluppo Sostenibile “un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”.

Scopri di più sui contenuti del tavolo qui: #ODI2019 tavoli di co-design

Giovedì 7 marzo, ti proponiamo una formazione sul mapping nella cooperazione internazionale con un workshop dal titolo “Uso delle mappe nella cooperazione allo sviluppo” tenuto da Giuliano Ramat, esperto di GIS e docente di Ong2.0.

Scopri di più sui contenuti del workshop: #ODI2019 workshop formativi

Se vuoi incontrarci e scambiare idee con noi, oltre a questi appuntamenti, nel corso delle due giornate ci saranno alcuni momenti dedicati al networking.

Un cartone animato made in Tanzania educativo e interattivo

Un cartone animato tutto Made in Tanzania, dallo storyboard alle animazioni, fino alle musiche. Una forma di educazione che si mescola all’intrattenimento e promuove un nuovo modo di imparare. Questo è Ubongo kids, show interattivo per bambini, dove i protagonisti sono animali e bambini locali, dove i paesaggi sono familiari e i temi sono quelli più prossimi a loro. Episodio dopo episodio si apprendono la matematica, la scrittura e l’inglese: il tutto divertendosi attraverso un’avventura animata.

Come è nato Ubongo

Come per noi i cartoni animati dell’infanzia sono sempre stati importati – prima dagli states, poi dal Giappone – così anche in Africa i cartoni autoctoni si contano sulla punta delle dita. Alla base di questa riflessione nasce Ubongo, una vera e propria casa di produzione non profit,  il cui scopo è quello di proporre un prodotto originale. Il Direttore operativo Doreen Kessy spiega a Forbes la necessità di un cartone educativo “Made in Africa for Africa”, dove i contesti, i luoghi e gli usi non siano i classici occidentali. Fino a qualche anno fa le uniche forme di “eduteinment” erano importate dagli USA. Risulta ovvia la difficoltà di un fanciullo nell’immedesimarsi in un mondo che non conosce e che non è a lui familiare.

Così nel 2013 iniziano le avventure animate di un gruppo di bambini ed animali, che insegnano matematica divertendo. Lo show è divenuto così popolare da essere visto in 1 nucleo famigliare su 4, raggiungendo più di 6.4 milioni  di telespettatori ogni settimana. come si può vedere nella mappa sotto, dove in blu sono indicati i paesi dove Ubongo è trasmesso sulla rete nazionale, mentre in verde dove è trasmesso su Pay TV. Ovviamente non basta un cartone per risolvere i problemi di alfabetizzazione. Il team sottolinea

The show can teach fundamental concepts and inspire an enthusiasm for learning. That can support the work teachers do everyday.

Molti insegnanti hanno infatti richiesto che il cartone fosse portato nelle scuole. Stimolare l’apprendimento attraverso una forma di intrattenimento è fondamentale per coinvolgere i più piccoli.

Come è stato fatto in Tanzania

Il team lavora a stretto contatto con insegnanti ed educatori. Per creare un cartone animato made in Tanzania si parte dal basso. All’inizio di ciascuna stagione si organizza una riunione per coordinarsi sui 13 episodi da produrre. Si scelgono i temi, dalle divisioni al calcolo di un’area, e si costruisce la storia di contorno.

Il passo successivo è più tecnico e presuppone la stesura dello script in Kiswahili che poi viene tradotto in Inglese. La palla passa così al team che si occupa delle animazioni, mentre un altro team scrive e registra le musiche. L’ultimo passaggio è quello relativo al doppiaggio.  In tutta questa fase vi è un attento interesse nei confronti della community di giovani telespettatori, cercando di coinvolgerli il più possibile.

Quando l’episodio è pronto viene “testato” sullo schermo. Questo passaggio è molto importante per gli animatori, che devono controllare la fluidità dei movimenti. Inoltre questo momento è il primo che vede sonoro ed immagini unite, è quindi il primo banco di prova per le musiche e la localizzazione inglese e nelle altre lingue del doppiaggio.

Come Funziona lo show?

Il cartone animato si compone di diversi personaggi, da bambini ad animali. I primi interagiscono tra loro e risolvono problemi di tutti i gironi, mentre i secondi ha un ruolo più pedagogico quasi esopico. L’inserimento di animali parlanti all’interno del cartone è dovuto a diversi studi effettuati su altri show per bambini. I bambini infatti rispondono in maniera molto più vivace quando vedono un animale a loro familiare.

Così i personaggi principali di Ubongo Kids sono alcuni animali parlanti uccelli, scimmie e giraffe, che giocano un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama dell’episodio. Il risultato è stato che la popolarità dello show è dovuta in gran parte proprio a questi animali antropomorfi.

All’interno di un episodio i piccoli protagonisti si trovano di fronte problemi di vita reale, la cui soluzione è attuabile tramite l’uso della matematica di base. Dal calcolare l’area di un campo al calcolare le probabilità di cogliere un frutto maturo da un’albero, sapendo quanti sono maturi e quanti sono ancora verdi. Questi ed altri sono gli argomenti trattati dal cartone, accanto alla matematica ci sono infatti esempi precisi di buon costume e vita sociale, che stemperano gli elementi più scolastici con elementi più pedagogici.

Una componente molto importante  è l’interattività del cartone. Tramite un qualunque telefono cellulare (anche quello più obsoleto) i bambini possono interagire con le domande poste durante la puntata. Basta quindi un semplice sms e si può partecipare in tempo reale allo show. Questo è avvenuto grazie ad una partnership con una compagnia telefonica locale. La possibilità di sfruttare la tecnologia disponibile è alla base del creare un cartone animato made in Tanzania.

Cosa accadrà in futuro a questo cartone animato?

Il team di Ubongo è al lavoro per migliorare e innovare il cartone. Uno degli obiettivi, già in parte realizzato, è quello di produrre e-book interattivi per coinvolgere meglio i bambini. Per aumentare la capillarità dello show si è poi pensato di trasformarlo in un programma radiofonico, così da permettere anche a famiglie che non posseggono schermi  tv di fruire dei contenuti educativi.

L’ultima frontiera è rappresentata da una app disponibile su Play Store, che integra il modello di eduteinment  con gli smartphones. L’app è un sistema freemium ove i contenuti base sono gratuiti mentre si dovrà pagare per accedere a quelli premium.

La stampante 3D che trasforma i rifiuti in arredi urbani

Cittadini coinvolti nella raccolta della plastica e nell’ideazione e realizzazione di nuovi arredi per la propria città. Questa è l’idea alla base di “Print Your City“, iniziativa dello studio olandese di design The New Raw, che usa la stampante 3D per riciclare i rifiuti plastici e arredare gli spazi urbani.

di Viviana Brun

 

“Print your city”, letteralmente “stampa la tua città”, è un progetto che compie un passo avanti rispetto alla semplice raccolta differenziata, coinvolgendo i cittadini sia nella fase di raccolta dei rifiuti che in quella d’ideazione e produzione dei nuovi oggetti.

Da Amsterdam a Salonicco

Il progetto è stato lanciato per la prima volta ad Amsterdam con lo sviluppo del prototipo di panchina XXX. Una panca interamente stampata in 3D a partire dai rifiuti plastici prodotti in media da una coppia di olandesi nel corso di un anno. Il progetto ha dimostrato da subito di avere un grande valore ambientale, perché sfrutta una delle caratteristiche intrinseche della plastica, ovvero l’estrema durabilità. Qualità che spesso è del tutto trascurata nel nostro uso quotidiano.

Il fallimento dei prodotti di plastica è intrinseco al loro stesso design – dicono Sakkas e Setaki, i due designer responsabili del progetto – dato che sono stati progettati per durare per sempre, ma spesso li usiamo una sola volta e poi li buttiamo via. Con Print Your City, invece, ci sforziamo di mostrare un modo migliore di utilizzare la plastica, in applicazioni di lunga durata e ad alto valore”.

Nel 2018, da Amsterdam il progetto è volato in Grecia, dove The New Raw lavora nell’ambito del programma “Zero Waste Cities“, promosso da Coca Cola.

A Salonicco è nato così lo Zero Waste Lab, un centro dove i cittadini possono portare i propri rifiuti (o raccoglierli nei bidoni blu sparsi per la città), proporre le proprie idee e partecipare alla fase di produzione dei nuovi oggetti. Lo Zero Waste Lab è un vero e proprio centro educativo dove i cittadini possono sperimentare il processo di riciclo della plastica, progettando nuove soluzioni per la propria città.

Inoltre, attraverso il sito web Print Your City i cittadini possono scegliere il design, la funzione, il colore dei nuovi arredi urbani che verranno creati grazie ai loro rifiuti e decidere in quale spazio pubblico della città collocarli. Una volta completata l’ideazione del proprio oggetti, il sito web informa sulla quantità di rifiuti plastici che dovranno essere raccolti per riuscire effettivamente a stampare in 3D quel dato prodotto.

Dal lancio del sito nel dicembre 2018 a oggi, sono stati presentati oltre 3.000 progetti. L’area della città più votata è stata Hant Park ed è proprio lì che verranno collocate le prime panchine.

L’obiettivo di The New Raw per quest’anno è quello di riuscire a riciclare quattro tonnellate di rifiuti di plastica, che equivale approssimativamente alla quantità prodotta da 14 famiglie greche.

Oltre al valore ambientale

Stampare in 3D arredi urbani partendo da rifiuti domestici è già di per sé qualcosa di utile e affascinante, ma non è davvero questo il plus valore di questa iniziativa. Il vero punto di forza di questo progetto sta nella capacità di promuovere pratiche di cittadinanza attiva, puntando sull’educazione dei cittadini. Le persone infatti sono coinvolte in ogni fase del processo, dalla raccolta dei rifiuti alla produzione dell’oggetto, fino alla scelta dell’area in cui questo verrà collocato. Si lavora alla creazione di una coscienza comune, volta alla trasformazione costruttiva degli spazi pubblici. Il cittadino diventa così parte integrante e viva della propria comunità e accresce il proprio senso di responsabilità. La componente innovativa di questa iniziativa non risiede quindi solo nell’uso dello strumento, la stampante 3D, ma nell’approccio comunitario e partecipativo, tipico della fabbricazione digitale e della cultura dei “maker“.

 

Photo credits: Print your city