Theory of Change: come generare e valutare il cambiamento

Mercoledì 19 Aprile più di 400 partecipanti (in diretta e in differita) hanno approfondito la Teoria del Cambiamento (ToC) durante il secondo webinar gratuito del percorso “Lavorare nella Cooperazione Internazionale“. In questa occasione, Christian Elevati, Senior Consultant in gestione e valutazione dell’impatto sociale che lavora da molti anni per realtà del Terzo Settore, è partito da un punto fermo: si lavora nella cooperazione, nel sociale, perché si crede nel cambiamento. A questo proposito però, occorre domandarsi a quale cambiamento ci si riferisce e come questo debba essere monitorato e valutato. 

di Erica Rossi

 

La ToC è una metodologia specifica applicata nell’ambito del sociale per pianificare e valutare dei progetti che promuovano il cambiamento sociale attraverso la partecipazione e il coinvolgimento. Si definiscono dunque obiettivi a lungo termine e a ritroso si ricostruiscono logicamente i legami causali per arrivare a quegli obiettivi. Così facendo, è possibile stabilire degli obiettivi intermedi e delle fasi che potranno e dovranno essere verificabili costantemente.

Secondo Christian una delle definizione più precise della Teoria del cambiamento è la seguente:

La Theory of Change è un processo rigoroso e partecipativo nel quale differenti gruppi e portatori di interesse nel corso di una pianificazione articolano i loro obiettivi di lungo termine [impact] e identificano le condizioni che essi reputano debbano dispiegarsi affinché tali obiettivi siano raggiunti. Tali condizioni schematizzate negli outcomes che si vogliono ottenere e sono organizzate graficamente in una struttura causale.

Dana H. Taplin, Heléne Clark, “Theory of Change basics”

Il webinar è poi proseguito ponendo l’attenzione su una domanda chiave: “C’é veramente bisogno della teoria del cambiamento?”. Secondo Elevati la prima risposta è “Si, vale la pena farci i conti presto”. Uno dei motivi principali è che ci troviamo in piena crisi strutturale, culturale, politica e di risorse. Non si può più non rendere conto di come usiamo le poche risorse a disposizione e quanto siamo, come soggetti o organizzazioni, efficaci ad usarle.

Nel contesto in cui viviamo i cambiamenti sono rapidi e la complessità è grande: è necessario dimostrare di poter creare cambiamento, analizzandolo, monitorandolo e rendendo conto di tutti i fattori che portano alla sua riuscita. 

 

 

Andando nello specifico, si potrebbe strutturare in questo modo la composizione di una ToC che deve includere sempre:

  • Una esplicitazione chiara delle ragioni alla base dei cambiamenti reali e duraturi in una specifica area tematica e delle relative preconditions (fattori al di fuori del controllo del management che possono influenzare il legame causale delle ToC).
  • L’articolazione di un percorso che porta a tali cambiamenti attraverso lo sviluppo di strutture e di competenze organizzative specifici e programmi/progetti.
  • Un sistema di impact management & evaluation in grado di implementare quel percorso e di testare i presupposti, le risorse e gli strumenti messi in campo.

Quando affrontiamo la ToC in un programma o progetto, l’esplicitazione delle assumptions è cruciale. Le assumptions riguardano il modo in cui crediamo che le cose possano cambiare e dipendono da ideologie, valori, preconcetti, stereotipi o visioni del mondo. Si tratta quindi di idee che spesso assumiamo in modo implicito, come soggetti singoli o come organizzazione, e che più sono inconsapevoli più sono pericolose poiché “agiscono senza che ce ne rendiamo conto, guidando di fatto le nostre scelte”. 

A questo proposito il docente sottolinea che “l’obiettivo del processo della ToC è quello di farle emergere, di discueterle, di testarle e allo stesso tempo di generarne di nuove maggiormente basate su un’evidence reale e condivisa”. Questo permetterà di chiarirle in  modo rigoroso, lasciare spazio a dubbi interpretativi o idee abitudinarie.

Dopo una prima analisi, possiamo affermare che la ToC è uno strumento fondamentale per rispondere alle seguenti domande:

  • Che cosa è cambiato (o no) a livello di outcomes e perché?
  • Quanto questi risultati sono sostenibili nel tempo?
  • Qual’é l’impact che questi risultati hanno prodotto?
  • Qual’é stato il contributo del programma/intervento/progetto a questi outcome rispetto ad altre cause o influenze?
  • Quali sono le implicazioni per le politiche e per le strategie (locali, nazionali, internazionali)?

E’ stato utile, nel corso di questa analisi, approfondire gli elementi che qualificano il raggiungimento effettivo dei risultati. Christian Elevati ci ha proposto i 4 livelli principali (non gli unici) da cui partire per effettuare una valutazione preliminare:

  • Cosa sarebbe avvenuto allo stesso campione di popolazione senza il nostro intervento?
  • Quanta parte del risultato raggiunto (outcome) è attribuibile esclusivamente al nostro intervento?
  • Vi sono stati effetti negativi su altre organizzazioni o in altri territori/comunità collegati al nostro intervento?
  • Come cambia l’outcome generato nel corso del tempo?

Oltre ad effettuare un’analisi di questo approccio, il docente ha presentato rapidamente diverse metodologie e strumenti utili per la valutazione dell’impatto di un intervento nell’ambito della cooperazione internazionale.

E possibile visionare qui le slide dell’intervento:

 

Avvicinandoci alla conclusione del webinar si è riflettuto sull’inversione di prospettiva che che questa teoria richiede rispetto all’approccio tradizionale. Infatti, invece di chiederci quali azioni occorra mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi, dovremmo domandarci quale cambiamento di medio/lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi e quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo.

Conclude Christian Elevati: “Di quale cambiamento stiamo parlando? Non è possibile darsi una risposta ma, come abbiamo visto, si possono fissare dei punti di partenza chiari e definiti”.

Il racconto del webinar attraverso i tweet

Photo Credits: Pixabay

L’educazione alla cittadinanza mondiale diventa digitale

In un mondo digitale anche l’educazione diventa protagonista dell’innovazione, e vive così un periodo di profondo cambiamento e rinnovamento.

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile indica la necessità di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Dal quarto obiettivo dell’agenda emerge il bisogno che anche le scuole e tutti gli ambienti educativi si impegnino per trasformare l’educazione in senso sempre più sostenibile.
La così detta “Educazione alla cittadinanza mondiale” si muove in questa direzione, avvicinando il mondo scolastico e quello della cooperazione. Queste due realtà collaborano per formare i giovani a una maggiore conoscenza e consapevolezza del mondo e di come possono esserne cittadini attivi e responsabili, lavorando su “valori base quali i diritti umani, la legalità, l’importanza e il rispetto della diversità, il dialogo tra culture, l’interdipendenza reciproca e la necessità di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale“.

Negli ultimi anni l’educazione alla cittadinanza mondiale si è aperta sempre più alle potenzialità offerte dagli strumenti digitali. L’avvento del web sembra aver influito molto sui comportamenti e sulle abitudini di giovani e ragazzi. Smartphone, tablet, computer sono ormai strumenti alla portata di tutti, anche dei più piccoli. Per quetso motivo, sempre più spesso le ong impegnate in progetti di educazione alla cittadinanza mondiale si avvalgono di strumenti digitali per far apprendere e riflettere i ragazzi giocando e divertendosi. Le applicazioni per cellulare e tablet, ad esempio, sono sempre più spesso utilizzate per parlare ai ragazzi di temi importanti e attuali.

Come nel progetto Eathink: eat local, think global, “un progetto cofinanziato dall’Unione Europea che vuole formare e coinvolgere gli insegnanti e gli studenti delle scuole primarie e secondarie per promuovere e rafforzare gli strumenti critici di educazione e formazione per rispondere alle sfide dello sviluppo globale. Il focus del progetto insisterà sulla sovranità e sulla sicurezza alimentare per ragionare sulla sostenibilità e sul consumo critico”.

LA-TORTA-DI-ROBIN-7Tra le numerose attività previste nel progetto, gli educatori di EAThink si sono messi alla prova nell’ideazione di due applicazioni mobili dedicate ai temi dell’alimentazione sostenibili. Le app sono facilmente scaricabili a questo link

“La torta di Robin”un percorso interattivo in cui Robin, il/la protagonista, deve ottenere gli ingredienti per cucinare la torta di mele più buona del mondo: buona per la salute, buona con l’ambiente e rispettosa degli altri. Passando per mercati agricoli, allevamenti e botteghe, Robin imparerà che solo con gli ingredienti più genuini, prodotti in modo equo e solidale potrà sfornare una torta davvero deliziosa .

“EAThink Game” permette a chi gioca  di scoprire e vivere in prima persona il percorso del cibo dalla produzione al consumo. EAThink Game infatti è composto da tre mini-giochi: uno sulla coltivazione, uno sulla vendita e il terzo sull’acquisto, i tre momenti fondamentali della filiera alimentare. Nel primo livello bisogna coltivare in modo naturale e sostenibile, evitando gli OGM e le sostanze dannose. Nel secondo livello il giocatore deve vendere i suoi prodotti, ma solamente a km0, freschi e fair trade. Nell’ultimo livello, quello dell’acquisto, bisogna invece acquistare i prodotti sani e sostenibili, buoni per la tua salute e per il mondo.

Sempre nell’ambito dell’alimentazione è stata sviluppata l’app “Bimbi in cucina”, un gioco per insegnare ai più piccoli le buone abitudini per una corretta alimentazione e uno stile di vita salutare. Tra quiz, ricette e preparazioni digitali, chi gioca deve diventare “mago chef”, imparando trucchi e ricette, scegliendo gli ingredienti più sani e sfidando online altri cuochi virtuali.

Meteoheroes-gransasso-big-32itswrtilsqeesyimsa2oCon lo scopo di sensibilizzare i più piccoli rispetto alla sostenibilità, all’ecologia e all’ambiente nasce il progetto “Meteo Heroes”. Nel videogioco per dispositivi mobile i sei bambini protagonisti scoprono di avere il potere di scatenare i fenomeni atmosferici, e impareranno a farlo per salvare la Terra, minacciata dai cattivi comportamenti ambientali.

 

Un altro strumento interessante rivolto ai più piccoli è “Gro Recycling”: un’applicazione che insegna ai bambini più piccoli l’importanza della raccolta differenziata. recycling900pxIl gioco consiste nel dare da mangiare ogni rifiuto al contenitore giusto, così da poter riutilizzare la spazzatura per produrre dei nuovi oggetti.

painting-with-time-climate-change2Sempre in tema ambientale, ma per ragazzi più grandi, è stata sviluppata “Painting With Time – Climate Change Edition”: l’app vuole mostrare in modo intuitivo, visivamente gli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero sul nostro pianeta. Tramite il confronto di due foto dello stesso scenario scattate in due momenti diversi è possibile notare i mutamenti che il panorama ha subito a causa del tempo e dei cambiamenti climatici.

Nell’applicazione sono proposti 17 confronti ma è possibile anche crearne di nuovi grazie alle indicazioni di un tutorial.

 

 

 

 

Photo credit: Gwenaël Piaser

“Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche”, note da un webinar super affollato

Il 5 aprile si è svolto il Webinar gratuito “Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche per operare nel settore”, organizzato da Ong 2.0 e tenuto da Diego Battistessa, esperto di cooperazione internazionale con alle spalle un’ampia esperienza sia teorica che operativa.

L’affluenza all’aula è stata molto alta: con 239 iscritti,  di cui la maggior parte si è presentata in aula, anche se, purtroppo, non tutti sono riusciti a partecipare in diretta, si è avuta la riconferma dell’alto interesse tra i giovani per la professione del cooperante.

Nella prima parte del webinar Battistessa ha introdotto la cooperazione internazionale e i suoi fondamenti. Partendo dalla contestualizzazione storica, ha condotto i partecipanti attraverso le evoluzioni – legislative, sociali e motivazionali – che questa attività ha affrontato negli ultimi due decenni. Sono state fornite alcune nozioni più tecniche, soprattutto in riferimento agli Obiettivi del Millennio, ai diversi approcci possibili, agli attori in gioco e alla nuova architettura organizzativa che si sta delineando.
Un breve focus sulla realtà italiana, poi, era d’obbligo. Si è quindi parlato della nuova legislazione riguardante il settore, degli attori in gioco, della struttura dell’attuale cooperazione italiana e della distribuzione geografica degli interventi.

Grazie anche all’interesse dimostrato e alla grande quantità di domande, si è avuta una forte interazione con i partecipanti. Un sondaggio in realtime ha inoltre permesso allo staff di Ong 2.0 di individuare i background di provenienza dei presenti in classe, scoprendo così come più della metà di essi avesse già avuto esperienze di volontariato o lavoro nel mondo della cooperazione all’estero, ma solo il 35% conoscesse lo strumento base del Project Cycle Management (PCM).
Nella seconda parte Diego si è concentrato interamente sulla figura del cooperante. In particolare, sono stati affrontati temi inerenti la formazione accademica e le competenze più richieste. Come sottolineato dal relatore più volte, il kit del cooperante, al giorno d’oggi, deve contenere molti skills diversi, non esiste una laurea specifica per fare il cooperante, ma alcuni elementi di base, come la conoscenza professionale delle lingue, del PCM già citato, di strumenti di valutazione e delle ICT (Information and Communication Technology), sempre più richieste nei paesi di intervento. Ma anche, naturalmente, di spirito di adattamento e tanta flessibilità.
Ed ecco infine la domanda che tutti – o quasi – si sono posti iscrivendosi al webinar: come si diventa cooperante? A detta del docente, non esiste un solo percorso, comune e diretto, che porti a una carriera di questo tipo. Le modalità e le realtà di accesso possono variare molto, una cosa è però certa: la chiave sta nel networking, creare contatti e farsi conoscere.

Il webinar è stato l’evento di lancio del percorso formativo Lavorare nella cooperazione internazionale proposto da Ong 2.o e articolato su più moduli. Il prossimo appuntamento è il 19 aprile con un altro webinar gratuito dedicato all’approfondimento della Theory of Change. Il docente Christian Elevati vi aspetta in aula, gli iscritti sono già oltre 303, ma avremo un’aula grandissima per contenere tutti.

ICT for Social Good: un premio per gli innovatori locali

L’innovazione è una potente forza di sviluppo locale, capace di generare idee che rivoluzionano la vita delle comunità. Per questo, abbiamo deciso di organizzare un premio, dedicato a quella miriade di progetti, di realtà, di idee innovative create dal basso che spesso faticano a essere riconosciute e a partecipare ai programmi di sviluppo internazionale ma che rappresentano un terreno fertile da cui partire per costruire un nuovo approccio alla cooperazione internazionale e allo sviluppo locale.

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L’uso dei droni nel settore umanitario

Negli ultimi anni, l’uso dei droni è aumentato considerevolmente grazie all’abbassamento dei prezzi e ai progressi tecnologici, che ne hanno facilitato da diffusione e l’utilizzo anche da parte delle ONG e delle organizzazioni umanitarie. La guida “Drones in Humanitarian Sector“, stilata dalla Swiss Foundation for Mine Action (FSD) e dai suoi partner (CartOng, Zoi Environment Network and UAViators), fornisce spunti interessanti per capire come i droni possano avere un impatto positivo sull’azione umanitaria, specialmente in risposta ai disastri naturali.

Di Federico Rivara

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Gli Oscar della comunicazione sociale 2016

Anche quest’anno l’Ong norvegese SAIH ha eletto i vincitori dei Radi-Aid Awards, il riconoscimento che dal 2013 premia le migliori e le peggiori campagne di comunicazione sociale e di raccolta fondi realizzate nel corso dell’ultimo anno.

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Fundraising per il non profit: i significati nascosti

Da sempre le organizzazioni non profit hanno dovuto fronteggiare la necessità di reperire fondi per poter portare avanti le proprie attività e raggiungere i propri obiettivi, in un una parola: “Fundraising”. Sempre più corsi di formazione e master universitari si occupano dell’argomento e molte persone si specializzano in questo ambito, dove è sempre più forte la richiesta di lavoratori qualificati e competenti.
Federica Maltese, esperta del settore e docente del corso “Fundraising per il non profit” di Ong 2.0, ha risposto a qualche domanda per introdurci, con il suo personale sguardo, al mondo della raccolta fondi per il non profit e il sociale.

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Migrathon: i migranti ideano app per i loro paesi di origine

Una maratona digitale per realizzare un primo modello di app o piattaforma d’informazione per i Migranti interni in Africa Occidentale. Questo è stato Migrathon, dal 2 al 4 dicembre a Torino. Tre giorni di lavoro che hanno visto coinvolti oltre 50 partecipanti tra migranti provenienti da Senegal, Guinea e Camerun, sviluppatori, web designer e associazioni.  Quattro i modelli realizzati. Il progetto più votato dalla giuria? “Africa en Route”, un’app interattiva che ora proseguirà lo sviluppo dell’idea a Dakar. Foto, video e storify delle tre giornate Continua a leggere

Sistemi di monitoraggio e valutazione: un importante elemento di trasparenza

Monitoraggio e valutazione di un progetto, sembrano terribili parole in “burocratese”, ma nascondono una realtà molto semplice: per realizzare al meglio un’attività, qualunque essa sia, bisogna avere sotto controllo una gran quantità di elementi.

I sistemi di monitoraggio servono proprio a questo: impostare il controllo dei diversi aspetti di un’attività passo passo.

“Sono strumenti fondamentali per lavorare bene” sostiene Silvia Favaron, consulente di varie Ong, alle spalle un master in valutazione a Rennes e 15 anni di esperienza in assistenza tecnica su monitoraggio e valutazione nei vari continenti, nonché docente al prossimo corso di Ong 2.0 in Monitoraggio e valutazione  “Oggi sono richiesti da tutti i finanziatori, ma non si tratta di rispondere semplicemente a una esigenza  burocratica, padroneggiare i sistemi di monitoraggio e valutazione è importante in sé per l’efficacia del progetto ed è molto sottovalutato dalla maggior parte delle ong”. Per Favaron sono tre le valenze fondamentali di questi strumenti: “Sono un elemento di trasparenza, permettono la comunicazione verso l’esterno e il controllo verso l’interno”.

La letteratura e i manuali per realizzare monitoraggio e valutazione abbondano – da segnalare anche quello redatto dal Ministero affari esteri italiano –  e anche i software per la raccolta dati, che può essere impostata in molti modi. “L’importante è che si faccia – sostiene Silvia – troppo spesso invece si arriva sul terreno per la fase di valutazione finale e ci si accorge che mancano i dati”

L’approccio di Favaron alla raccolta dati per il monitoraggio parte dall’analisi del quadro logico di progetto. La maggior parte dei progetti di cooperazione, infatti, oggi hanno un quadro logico (uno degli strumenti fondamentali del ciclo del progetto, che associa agli obiettivi e alle attività degli indicatori, ndr ). Si tratta di partire da questi indicatori e ragionare su come si possono raccogliere dati correlati, chi lo farà e ogni quanto tempo. “Bisogna rendere il quadro logico un elemento vivo, non una scartoffia in un cassetto” sostiene Favaron. “La raccolta dati e il monitoraggio nel corso delle attività può portare a reindirizzare il progetto in corso d’opera ed evitare clamorosi fallimenti. E poi non c’è valutazione di qualità senza monitoraggio. Certo è un lavoro faticoso, ma la cosa migliore è impostare la raccolta dati fin dall’inizio”

La valutazione, poi, sarà estremamente più semplice ed efficace se ci sono dati di partenza, tanto che sia realizzata da un consulente esterno che da un gruppo di auto-valutazione. “Sempre più si adotta l’approccio della valutazione partecipata” spiega Silvia “ed esistono una vasta gamma di possibili tecniche per coinvolgere i diversi stakeholders, anche quando ci troviamo in contesti non alfabetizzati. Ad esempio vengono disegnate mappe, analizzate fotografie, stilato l’albero dei problemi o più semplicemente si fa una camminata con i soggetti locali chiedendo loro di indicare i luoghi più significativi del villaggio….”

Suggerimenti pratici per affrontare tutto questo lavoro?

“Fare le cose più semplici possibili” sostiene ancora Favaron. Un esempio viene da un progetto in Malawi da lei seguito in cui erano state impiegate molte risorse per il monitoraggio e la valutazione creando un database molto complesso di raccolta dati. Il problema poi è stato che nessuno lo aggiornava perché troppo complicato. “Anche un semplice foglio Excel va benissimo”

Il secondo suggerimento è crederci “lavorare su questi aspetti come su qualunque altra attività del progetto, non solo come mero esercizio per i finanziatori“.

 

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Armi chimiche in Darfur? Una mappa ne denuncia l’uso

Una mappa interattiva disegnata da SITU Research e Amnesty International dimostra una preoccupante e terribile escalation della crisi del Darfur, in Sudan. L’importante organizzazione non governativa che si batte per la difesa dei diritti umani denuncia, in un rapporto pubblicato oggi, di aver raccolto prove del probabile utilizzo di armi chimiche da parte del governo sudanese contro i civili.

Il rapporto, che trovate qui,  è stato redatto attraverso oltre 200 interviste a sopravvissuti e il supporto di esperti che hanno potuto lavorare tramite immagini, video e testimonianze dirette delle persone colpite, tra cui molte donne e bambini. Amnesty denuncia infatti l’impossibilità di accedere direttamente nel territorio a causa delle restrizioni predisposte dalle autorità locali. Secondo le indagini, 30 probabili attacchi con armi chimiche sono stati condotti tra gennaio e settembre 2016.

La piattaforma digitale consente di vedere in una singola interfaccia informazioni geo-spaziali, immagini satellitari, testimonianze oculari e fotografie. Lo strumento vuole fornire una narrazione spazio-temporale di violazioni mai documentate finora, sintetizzando vari contenuti in una singola interfaccia digitale.

 

mappa
Le conclusioni di Amnesty stimano la morte di un numero di persone che oscilla tra  200 e 250. I sintomi  – tra cui gravi disturbi gastrointestinali, veschiche e ferite su tutto il corpo e problemi respiratori – riportati dai sopravvissuti  hanno permesso agli esperti di ritenere molto probabile l’utilizzo di armi chimiche nella regione. L’uso di agenti chimici, ritenuto crimine di guerra, fa parte delle campagna lanciate dall’esercito sudanese nel Jebel Marra contro l’esercito di liberazione del Sudan, come riportato nel comunicato stampa di Amnesty.

Il digitale può permettere di superare le barriere fisiche per denunciare crimini di questo tipo o situazioni difficili in aree di conflitto. Per questo motivo, Amnesty lancia l’appello agli esperti digitali di collaborare volontariamente per analizzare le immagini satellitari del Darfur e approfondire l’analisi del contesto.  Con questo obbiettivo Amnesty lancerà anche il progetto Amnesty Decoders per incrementare l’attività di denuncia contro crimini di questa portata.

Photo Credit: Amnesty Media