Il Paese più ricco e più povero del pianeta. Al Nobel 2018, Mukwege parla dei minerali per l’high tech

“Mi chiamo Denis Mukwege, vengo da un Paese, il più ricco del pianeta, eppure il suo popolo è tra i più poveri al mondo”. Sono queste le parole che Denis Mukwege, medico congolese e vincitore del premio Nobel per la Pace, ha utilizzato per introdurre il tema dell’estrazione illegale dei minerali per la tecnologia e l’elettronica, durante il discorso di ringraziamento alla cerimonia di premiazione per il Premio Nobel per la Pace 2018.

 

di Viviana Brun

 

Ieri si è tenuta a Oslo la cerimonia di premiazione dei premi Nobel per la Pace 2018 vinti da Nadia Murad, attivista yazida irachena e Denis Mukwege, medico congolese fondatore della Panzi Foundation.

Premiati per il grande impegno nella lotta alla violenza sessuale come arma di guerra, entrambi i vincitori hanno basato il proprio discorso di ringraziamento sulla condizione del proprio popolo e del proprio Paese.

Nadia Murad ha parlato del genocidio del popolo Yazida, delle uccisioni e degli stupri usati come arma di guerra. Nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ha invitato la comunità internazionale a difendere le minoranze e ha invocato la protezione internazionale per il suo popolo. «Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi».

Il discorso integrale di Nadia Murad è disponibile in varie lingue qui.

Per approfondire la sua storia, è attualmente nelle sale italiane il film Sulle sue spalle, documentario diretto dalla regista Alexandria Bombach, che riporta il racconto di Nadia Murad e della violenza dei miliziani dell’Isis nei confronti della comunità yazida.

L’interveto di Denis Mukwege ha seguito quello di Nadia Murad. Il medico congolese ha parlato per 30 minuti, interrompendosi solo per lasciare spazio agli applausi. È partito dalla sua storia e da quella del suo ospedale a Bukavu per affrontare alcuni dei punti chiave della situazione della Repubblica Democratica del Congo, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità verso un Paese che lui definisce “saccheggiato, umiliato, maltrattato” a causa della sua stessa ricchezza.

«L’abbondanza delle nostre risorse naturali, oro, coltan, cobalto e di altri minerali strategici alimenta la guerra, fonte di violenza e di povertà estrema nella Repubblica Democratica del Congo. Amiamo tutti le automobili, i gioielli e i gadget elettronici, io stesso ho uno smartphone. Questi oggetti contengono dei minerali diffusi nel nostro territorio e che spesso vengono estratti in condizioni disumane da bambini e giovani sottoposti a intimidazioni e violenze sessuali. Quando guidate le vostre automobili elettriche, utilizzate il vostro smartphone, guardate ammirati i vostri gioielli, riflettete un istante sul costo umano della fabbricazione di questi oggetti. In quanto consumatori, il minimo che possiamo fare e insistere perché questi prodotti vengano fabbricati nel rispetto della dignità umana. Chiudere gli occhi di fronte ai drammi vuol dire essere complici. Non sono solo gli autori delle violenze a essere responsabili dei loro crimini, ma anche tutti quelli che scelgono di distogliere lo sguardo. Il mio Paese è sistematicamente saccheggiato con la complicità di persone che pretendono di essere i nostri dirigenti, saccheggiato per il loro potere, per le loro ricchezze e la loro gloria, saccheggiato a spese di milioni di uomini, bambini e donne innocenti, abbandonati in una condizione di miseria estrema, mentre i benefici dei nostri minerali finiscono nelle tasche di una oligarchia predatrice. Sono vent’anni che, giorno dopo giorno, all’Ospedale di Panzi io vedo le conseguenze di questa cattiva gestione del mio Paese. Neonati, bambine, ragazze, madri, nonne ma anche uomini e ragazzi violentati in modo crudele, spesso in pubblico, in gruppo, inserendo plastica rovente o oggetti taglienti nei loro genitali… vi risparmio i dettagli. Il popolo congolese viene umiliato, matrattato, massacrato da più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nessuno può più dire “io non lo sapevo”. Con questo premio Nobel per la Pace invito il mondo a essere testimone e vi esorto a unirvi a noi per mettere fine a questa sofferenza che fa vergogna alla nostra comune umanità».

(Traduzione dell’intervento di Denis Mukwege dal minuto 8.45 al minuto 12.56.)

Qui è disponibile la trascrizione integrale del discorso di Denis Mukwege in varie lingue.

 

Per approfondire il tema dell’estrazione mineraria nella Repubblica Democratica del Congo

 

Sitografia

 

Minerali Clandestini

Commissione Europea, regolamento sui minerali provenienti da zone di conflitto

Report Focsiv sul nuovo regolamento europeo

Mappa interattiva sulle miniere dell’Est della Repubblica Democratica del Congo

Cobalto, litio & co: l’industria del futuro passa dall’Africa (e dai suoi metalli)

Lunga vita alle cose

Rep. democratica del Congo: così l’industria tech finanzia una guerra per i minerali da 20 anni con la connivenza di tutti noi

Fairphone, lo smartphone etico ‘conflict-free’

Time to Recharge, Amnesty International

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

Photo credits: Pixabay

 

In viaggio verso il 2050, il racconto del #digitaltransformationsostenibile Day

Ieri, 30 ottobre 2018, sarà ricordato da tutti noi di “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” come il #digitaltransformationsostenibile Day, 24 ore di mobilitazione online sui temi dello sviluppo sostenibile e della trasformazione digitale.

Momento clou della giornata: un webinar in diretta a cui si sono iscritte 339 persone e che è stato seguito live da 140 utenti e da 11 scuole e centri giovanili in tutta Italia.

di Viviana Brun

 

Fin dalle prime ore del mattino tutti i partner del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” (20 tra organizzazioni del non profit, aziende informatiche, istituti di ricerca, fab lab e organizzazioni giovanili e della diaspora) si sono mobilitati per diffondere contenuti e spunti di riflessione per invitare tutti ad avere un approccio consapevole e critico nei confronti delle grandi trasformazioni del nostro tempo.

 


Il filo conduttore della giornata è stato il 2050 e il futuro che vogliamo. Ognuno di noi è chiamato a costruirlo a partire dall’oggi, dalle proprie scelte e dalla conoscenza di ciò che sta cambiando, spesso molto più velocemente di quel che pensiamo.

 


Ne abbiamo discusso online, in un webinar dal titolo “Digital Transformation e Sviluppo Sostenibile, come cambierà la nostra vita” insieme a Cristina Pozzi, autrice di “2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo” , co-fondatrice e CEO di Impactscool e a Davide Demichelis, giornalista RAI esperto di tematiche dello sviluppo e della migrazione.

 

 

Il cibo del futuro

 

Tu lo sapevi che già oggi gli scienziati sono in grado di creare in laboratorio proteine animali e veri e propri hamburger a partire da una o più cellule di un animale, senza che questo debba essere ucciso?

Ciò vuol dire che potremmo trovarci presto a consumare la carne di un animale che se ne sta vivo e vegeto davanti a noi. Sembra fantascienza, ma in realtà questo tipo di sperimentazioni nascono da esigenze ben precise.

 

 

Uno dei principali problemi che l’umanità sarà chiamata ad affrontare nel 2050 sarà la scarsità di risorse, in primis l’acqua. L’allevamento contemporaneo richiede l’impiego di grandi quantitativi di acqua, ecco perché gli scienziati sono al lavoro per elaborare forme alternative di produzione del cibo che prevedano un minore impatto sull’ambiente. Non è assolutamente detto che ci ciberemo in questo modo, ma con una popolazione mondiale destinata a sfiorare i 10 miliardi nel 2050 (rispetto agli oltre 7,6 miliardi di oggi) sarà fondamentale trovare nuove vie nella produzione degli alimenti, in grado di sfamare tutti senza distruggere l’ambiente.

 

 

 

 

Di fronte a cambiamenti così radicali, in grado di stravolgere il nostro vivere quotidiano, l’etica e la filosofia saranno grandi protagoniste, per guidarci attraverso i rischi e le potenzialità di un mondo che cambia.

 

 

Robot e intelligenza artificiale

 

Nel corso del webinar è stato dedicato ampio spazio anche ai temi della robotica e dell’intelligenza artificiale che hanno appassionato il pubblico collegato in diretta. Gli utenti hanno reagito incuriositi agli stimoli e alle provocazioni proposte da Cristina Pozzi, inviando moltissime domande.

 

 

 

 

Tutte le risposte a queste e ad altre domande sono contenute nella registrazione del evento che trovi qui di seguito.

 

Guarda il video del webinar

 

 

Scopri di più su “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”

 

#digitaltransformationsostenibile Day è solo l’inizio di uno splendido progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo e da Compagnia di San Paolo. Per un anno intero lavoreremo per comprendere il mondo che verrà, attraverso nuove tecnologie e scelte consapevoli.

Scopri di più su http://digitaltransformationsostenibile.org.

Visita la sezione dedicata ai partner per individuare l’organizzazione più vicina a te.

 

Un ringraziamento speciale a tutte le persone, le scuole e i centri giovanili che hanno seguito il webinar in diretta. In particolare, la classe 3ASV dell’Istituto Giolitti di Torino, la classe 2A dell’ITC Baldessano Roccati di Carmagnola, la classe 2A del Liceo Laura Bassi di Bologna, la classe 4ID dell’ITI Severi di Padova, la classe 2B dell’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli, la classe 2B del Liceo delle scienze umane Agnesi di Milano, la classe 3 del Corso in Scienze Umane del Liceo Statale “Lombardo Radice” di Catania, la classe 4 CES del Liceo Montanari di Verona, il Punto Giovani di Gorizia.

 

 

Social network addio?

Le tecnologie di rete si sono trasformate in strumenti di dominio?

di Norberto Patrignani

 

Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano. titolava Varieventuali otto anni fa. Era il momento delle cosiddette “primavere arabe” e lanciava un messaggio postpessimista “… Forse per molti governi autoritari che controllano interi paesi con la corruzione, il potere dei media, l’abuso della religione e l’uso della forza di eserciti di mercenari, è arrivato il momento della resa dei conti. Intere popolazioni si ribellano a condizioni di vita inaccettabili e non sopportano più la mancanza di libertà.
L’articolo si concentrava in particolare sul ruolo svolto da Internet: “Le nuove tecnologie, dotando questi giovani di computer tascabili in grado di trasmettere voce, suoni, immagini, video, permettono l’aggregazione dal basso di una moltitudine di persone che in pochi istanti si autoorganizzano formando reti senza un centro che comunicano con tutto il pianeta. Certo, i governi potranno tentare di fermare questi ‘sciami’, ordinando alle compagnie telefoniche di chiudere Internet, ma fino a quando?” e concludeva con un accenno al ruolo positivo della combinazione di energie giovani e tecnologie: “… il lavoro in rete dei giovani di questi paesi ha sicuramente aiutato a preparare il terreno di queste rivolte. Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano.

Cosa è successo?

Negli otto anni che ci separano da Tahir Square sono successe molte cose: le primavere arabe non hanno fatto fiorire società più giuste e i poteri forti hanno imparato molto velocemente a controllare la rete. La possibilità di raccogliere immense quantità di dati personali permette di profilare molto precisamente le persone e di esporle a contenuti “su misura” (microtargeting), di esercitare un controllo così capillare che nemmeno la distopia di Orwell in “1984” riuscì a immaginare. Il microtargeting, unito a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale operanti 24 ore su 24, crea una bolla virtuale dove le persone rischiano di perdere la dimensione sociale della realtà, esponendole a contenuti sempre più vicini ai propri desideri (e alle proprie vulnerabilità).

Il modello di business stesso alla base delle cosiddette “piattaforme neutrali” richiede di tenere agganciati sempre più consumatori per sempre più tempo. Lo scopo è massimizzare il profitto, vendendo pubblicità a imprese che vogliono a loro volta avere accesso a platee sempre più grandi e “precise” di potenziali clienti. Dal punto di vista degli utenti, l’accesso gratuito a questi servizi in realtà si paga con moneta molto pregiata: i propri dati, il proprio tempo, la propria attenzione e, cosa più delicata, la fiducia.
Gli algoritmi che elaborano i dati dei milardi di persone connesse si calibrano in continuazione diventando sempre più precisi e “avvolgenti”, offrendo contenuti sempre più personalizzati. Più si è connessi, più dati vengono accumulati, più la calibrazione diventa precisa: siamo al machine learning, le tecnologie dell’informazione non incorporano più il valore dell’autonomia (del personal computing, dove memoria e elaborazione erano in mano agli utenti, do you remember Olivetti P101?) ma quello dell’eteronomia del cloud computing (dove memoria e elaborazione sono dall’altra parte della rete).
Per tenere “agganciati” sempre più consumatori per sempre più tempo gli algoritmi sono ormai progettati appositamente per creare dipendenza (addictionbydesign) spingendo le persone verso contenuti sempre più estremi: sommersi da tsunami di bit e flussi ininterrotti di informazione l’attenzione degli umani diventa il “petrolio” del XXI secolo.

I cosiddetti “titani del Web” Alibaba, Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Tencent secondo la rivista Forbes, sono diventate le più grandi imprese del pianeta: il capitalismo digitale del XXI secolo si basa sul “petrolio” del XXI secolo.
L’immenso potere centralizzato in questi punti di accumulazione (di dati e denaro) rischia di plasmare in modo incontrollato la società, diventa il “lato oscuro” del digitale. Rischia di rompersi il tessuto sociale, la “social catena” della “Ginestra” di Leopardi (1836) che permette agli umani di sopravvivere e fornisce di senso le loro vite.

Rischiano di scomparire gli elementi di base della democrazia in un “mercato elettorale” dove vince chi ha la macchina marketing più potente: se chi paga è un candidato o un partito durante una campagna elettorale, come nel recente caso della società informatica Cambridge Analytica coinvolta nelle elezioni di Trump negli USA, la sua pubblicità riesce a condizionare in modo capillare l’opinione pubblica, a egemonizzarne il mindshare. Se il tempo, l’attenzione e la fiducia sono il “petrolio” del XXI secolo, il devastante impatto che la filiera del petrolio ha avuto sul pianeta, stavolta si sposta, ora il controllo dell’infosfera rischia di avere un impatto tremendo sulla democrazia.

I miti da sfatare

Per riuscire a guardare in avanti è utile affontare alcuni miti. Uno di questi è il mito della democrazia elettronica, della completa disintermediazione, dove per partecipare basta un click sulla tastiera. Tutto questo rischia di far scomparire totalmente i “corpi intermedi”, i luoghi di incontro anche fisico che, se da una parte potevano rappresentare dei “filtri” di
potere, dall’altra fornivano però anche barriere contro la disinformazione, uno strumento per confrontarsi con i propri simili, per costruirsi un codice di interpretazione della realtà in una comunità reale. Sul Web la democrazia rischia di diventare una sommatoria di tante solitudini. Nelle comunità virtuali ormai molti interventi sono generati da automi programmati.
Altro mito è quello della neutralità delle piattaforme: il loro modello di business di fondo è basato sulla pubblicità, sulla cattura e sul tenere agganciato il maggior numero di “eyeball”; se i punti di intermediazione del passato avevano dei limiti, i “nuovi intermediari” tecnologici vivono alimentando la polarizzazione che rischia di portare al cinismo, all’odio.
Infine il mito della molteplicità delle opinioni in rete: da una parte è vero che la rete fornisce accesso a sterminate quantità di contenuti e di posizioni, dall’altra l’esposizione dei propri argomenti in rete avviene in un teatro particolare, non avviene con il tempo e la calma che permettono di confutare e discutere. La polarizzazione è immediata, come viziata da una specie di “effetto stadio”, le opinioni vengono esposte più per rafforzare i “follower” che per dialogare con i dubbiosi, o con altri che hanno posizioni diverse, finendo come i cori contrapposti allo stadio. L’appartenenza ad uno schieramento diventa più importante del confronto con altre idee. In rete la merce più popolare diventa l’odio, incendiario per definizione.

Che fare

A livello politico, se l’informazione non è più accesso alla conoscenza, ma è diventata merce da vendere, allora anche i modelli di business dei titani del Web dovranno essere messi in discussione e l’unica scala adeguata è quella globale. Forse è arrivato il tempo di definire un Internet Bill of Rights, una costituzione per Internet, come raccomandava Stefano Rodotà: senza regole vince il più forte, anche in rete (Rodotà, 2007).
A livello di imprese, persino i fornitori delle cosiddette “piattaforme neutrali” si stanno rendendo conto delle drammatiche capacità di condizionamento che hanno messo in mano ai poteri forti. Il 9 Aprile 2018, di fronte alla Commissione del Congresso degli Stati Uniti che indaga sulla diffusione di notizie false (fake news), incitamento all’odio (hate speech), vendita di dati personali in aperta violazione delle leggi sulla privacy (data leaks), sul ruolo di potenze straniere che usano la rete con false credenziali (trolls) Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, si scusa: “I am sorry”. Forse in questa ammissione implicita vi è la presa di coscienza dell’errore di fondo che molti tecnologi fanno: il considerare la tecnologia neutra. La tecnologia non è mai neutra, tecnologia e società si plasmano a vicenda (coshaping).
Possono le imprese hightech crescere ancora a prescindere dal contesto, dalle immense disuguaglianze sociali e dai drammatici cambiamenti climatici che incombono sul pianeta?
Tim O’Really uno dei più innovativi imprenditori dell’informatica, nel suo intervento alla conferenza annuale provoca la platea: “… nel 2018 crediamo ancora che sia accettabile per le imprese di massimizzare i loro profitti a prescindere dalle conseguenze sociali, ambientali e umane” (O’Really, 2018).
Al livello dei tecnici, forse è iniziato un risveglio delle coscienze persino in Silicon Valley, come dimostrano le ripetute dimissioni di molti ingegneri informatici che non dicono più “I’m just an engineer” (alimentando la propria illusione di neutralità) ma ammettono le proprie responsabilità come progettisti. Oppure il crescente rifiuto, sulla base di preoccupazioni etiche, di offerte di lavoro provenienti dalle più prestigiose imprese hightech (Hsu, 2018). Significativa la storia di Justin Rosenstein, l’inventore del famoso pollice “like”, che ammette di aver contribuito alla creazione di una distopia di manipolazione totale in un’intervista al Guardian (Lewis, 2017). Nel frattempo tra i computer professional emerge la discussione attorno alla necessità di un codice deontologico: un codeofethics per informatici è stato aggiornato proprio quest’anno (ACM, 2018). Nelle scuole di ingegneria di tutto il mondo emerge l’urgenza di una formazione per le giovani generazioni di tecnologi e di ingegneri che prepari non solo persone esperte e appassionate di innovazione ma persone che siano anche consapevoli dello spaventoso impatto sociale che le tecnologie dell’informazione hanno su tutti noi e sulla democrazia (Singer, 2018).
A livello di società in generale, come tutte le forme di dipendenza, forse è arrivato il momento di educare a ridurre l’uso dei social network: un mese disconnessi raccomanda la Royal Public Health Society nel Regno Unito, preoccupata dall’impatto dell’uso compulsivo della rete sulla salute mentale dei giovani (BBC, 2018). Diventa urgente educare i più giovani all’uso responsabile delle tecnologie in rete. A questo proposito è molto utile il decalogo “Muri mediatici, industria dell’odio, buone pratiche per contrastarli” prodotto da Articolo21 e dalla Rivista San Francesco:

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te, Non temere le rettifiche, Dai voce ai più deboli, Impara a ‘dare i numeri’ (sostenere con argomenti le proprie posizioni), Le parole sono pietre, usale per costruire ponti, Diventa ‘scorta mediatica’ della verità, Non pensare di essere il centro del mondo, Il Web è un bene prezioso Sfruttalo in modo corretto, Connettiti con le persone, Porta il messaggio nelle nuove piazze digitali.” (Articolo21, 2017).

Una buona base per iniziare a definire una “Ecologia per l’Infosfera”.

Concludendo e riprendendo il titolo di Varieventuali di otto anni fa, oggi si potrebbe riscrivere: “Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste bisogna conoscerle, farne un uso saggio e … non sono neutrali!

Riferimenti

    • ACM (2018), ACM Code of Ethics and Professional Conduct, www.acm.org.
    • Articolo21 (2018), Firmato ad Assisi manifesto contro muri mediatici promosso da Articolo 21 e Rivista San Francesco, www.articolo21.org.
    • BBC (2018), Scroll Free September: Social media users urged to log off, 27 July 2018.
    • Hsu J. (2018), Engineers Say “No Thanks” to Silicon Valley Recruiters, Citing Ethical Concerns, IEEE Spectrum, 9 August 2018.
    • Lewis P. (2017), Our minds can be hijacked: the tech insiders who fear a smartphone dystopia, The Guardian, 6 October 2017.
    • O’Reilly T. (2018), Do More, Do Things That Were Previously Impossible! SXSW Conference, 9 March 2018, Reno, Nevada.
    • Rodotà S. (2007), Una Carta dei diritti del web, LaRepubblica, 20 Novembre 2007.
    • Singer N. (2018), Tech’s Ethical ‘Dark Side’: Harvard, Stanford and Others Want to Address It, New York Times, 12 February 2018.

 

Photo credits: Kruegerfotografie

Digital Transformation e Uguaglianza di Genere: una strada in salita

Tra i cambiamenti che la Digital Transformation porta con sé vi sono sicuramente quelli riguardanti il mercato del lavoro. Non solo l’industria hi-tech accoglierà sempre più lavoratori, con la grande espansione di mercato prevista nei prossimi anni, ma anche le imprese non direttamente coinvolte nella fornitura di beni e servizi tecnologici andranno verso la digitalizzazione dei propri meccanismi produttivi.

di Valentina Nerino

Questo avrà un impatto nelle competenze richieste ai nuovi assunti: un’indagine del World Economic Forum stima che per il 90% dei nuovi impieghi sarà richiesta la padronanza delle ICT (Information and Communications Technologies). Questa trasformazione dei profili lavorativi offrirà numerose opportunità d’impiego a tutta una serie di figure professionali specializzate nelle tecnologie digitali e nell’ingegneria informatica.

Nonostante le grandi possibilità lavorative in questi settori, vi sono alcuni dati che dovrebbero far riflettere, soprattutto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, il 5° obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
Secondo un recente rapporto dell’ITU (l’agenzia ONU per le ICT), la percentuale di donne impiegate nel settore informatico è in calo dal 1991 – quando le donne detenevano il 36% delle posizioni lavorative in questo settore – ed ha raggiunto il minimo storico nel 2015, con percentuali attorno al 25%.  Nella sola Unione Europea si calcola che, entro il 2020, vi sarà una penuria di circa 900’000 lavoratori delle ICT. La discrepanza tra domanda ed offerta di lavoro poterà all’aumento dei livelli di disoccupazione delle fasce di popolazione non specializzate. E questo diventerà un vero e proprio problema di genere se si guarda ai dati relativi all’occupazione femminile nel settore delle ICT. In Europa solo il 19% dei ruoli manageriali nel campo delle ICT è ricoperto da donne, mentre scende addirittura al 9% il numero di donne programmatrici e sviluppatrici di software. Andando a ritroso fino ai percorsi accademici, solo il 17,2% degli studenti che studiano ingegneria informatica o materie affini è una donna.

Quindi, se i trend odierni continueranno in questa direzione, saranno proprio le donne le maggiori escluse da un settore che crea 120’000 nuovi posti di lavoro ogni anno. Un fenomeno che non farà altro che inasprire il cosiddetto “employment gender gap”, ovvero la disparità occupazionale tra uomini e donne, che impedisce a queste ultime di ottenere una piena indipendenza economica.

Vista l’importanza e la portata del fenomeno, in molti si sono interrogati sulle ragioni alla base dell’ineguaglianza di genere nel mondo IT. A parte commenti isolati, come quello dell’ormai ex-ingegnere Google James Damore – il quale ha pubblicamente affermato che la penuria di donne nella Silicon Valley è causata da fattori genetici, che renderebbero queste “biologicamente” meno capaci a programmare rispetto alla controparte maschile – il pensiero comune è quello che, alla base di questa disparità, vi siano due fattori dominanti: condizioni di lavoro e stereotipi.

Difatti, tanto la disparità salariale (le donne che lavorano nel settore delle ICT guadagnano in media il 18.9% in meno degli uomini nella stessa posizione), quanto gli alti gradi di misoginia e sessismo, complicano sia l’accesso che la permanenza delle donne nell’industria delle tecnologie digitali. Stereotipi e preconcetti non colpiscono solamente le donne già impiegare nel settore, ma agiscono fin dai primi anni di scuola, allontanando le ragazze del mondo dell’IT. Nell’immaginario comune i computer, gli algoritmi e la programmazione sono “territorio maschile”, che non può e non deve essere zona di competenza delle donne.

Per far sì che le donne possano cogliere tanto quanto gli uomini le opportunità lavorative che la digital transformation offre, bisogna operare affinché gli stereotipi e le barriere presenti in questo settore vengano meno. Se da un lato vi è la necessità di ideare ed implementare politiche di contrasto alla disparità salariale e al mobbing, dall’altro è altrettanto importante riuscire a comunicare correttamente e senza stereotipi di genere il mondo delle ICT e il ruolo delle donne al suo interno.

Uno studio pubblicato quest’anno su Science, dimostra che gli stereotipi di genere sulle capacità intellettuali emergono presto e influenzano gli interessi dei bambini (un dato sconcertante sottolineato dalla ricerca è che le bambine, già dall’età di 6 anni, tendono ad auto-escludersi dalle attività che vengono definite come “per bambini molto intelligenti”).

Molti enti, nazionali ed internazionali, hanno creato campagne di sensibilizzazione per avvicinare le ragazze e le bambine al mondo delle tecnologie digitali e della programmazione. Non sempre, tuttavia, si è scelta la strada comunicativa vincente. In molti ricordano il fallimentare video di lancio della campagna della Commissione Europea “Science, it’s a girl thing”, in cui tre giovani donne saltano su una passerella mentre decodificano la composizione chimica di rossetti e smalto, condensando in 1 minuto di video tutta una serie di stereotipi riguardo la femminilità e gli interessi delle ragazze.

Più di recente, ha fatto molto discutere la campagna #9percentisnotenough (il 9% non è abbastanza), lanciata dall’istituto britannico IET (Institute of Engineering and Technology), la quale sottolineava, in maniera molto negativa, lo scarso numero di donne nel settore delle ICT nel Regno Unito.

Tuttavia, la maggior parte delle campagne di formazione e sensibilizzazione sul tema delle donne nelle ICT non sono state fallimentari. Si è compreso, infatti, che la chiave di una buona comunicazione sta nella positività del messaggio lanciato. Far conoscere a bambine e ragazze il ruolo importante che molte donne hanno ricoperto nel mondo delle ICT, creando dei modelli positivi, non solo da ammirare, ma anche da imitare,  è il modo migliore per avvicinare le giovani allo studio delle nuove tecnologie.

Un esempio di campagna di sensibilizzazione che ha seguito queste linee guida è quella promossa dall’agenzia delle Nazioni Unite WOMEN UN.
Quest’anno, non solo l’agenzia dell’ONU per l’uguaglianza di genere si è unita all’ITU per celebrare la Giornata Internazionale delle Ragazze nelle ICT avente lo scopo di promuovere tutti i modi in cui le donne e le ragazze stanno facendo progressi nelle ICT – ma ha anche lanciato un piano comunicativo che celebra le “Women Tech Heroes”, ovvero le donne che hanno fatto la storia delle ICT. Da Lucy Peng – co-fondatrice della piattaforma e-commerce Alibaba – a Juliana Rotich – co-fondatrice di Ushahidi, piattaforma opensource usata per monitorare e condividere informazioni durante le crisi umanitarie – l’elenco delle donne che hanno avuto e hanno un ruolo di rilievo nel campo delle ICT è lungo.

Come ha correttamente affermato la fondatrice di Girls Who Code, Reshma Saujani: “Parte tutto [dalla conoscenza] dai modelli positivi. Non puoi diventare quello che non conosci”.

 

 Infografica della campagna “Women Tech Heroes” rappresentante Blanca Treviño; Photo Credit: UN WOMEN

Economia circolare: l’urgenza di una risposta ai problemi globali

Nel 2017 la popolazione mondiale era di circa 7 miliardi ma, secondo i report delle Nazioni Unite, nel 2050 aumenterà fino ad arrivare a oltre 9 miliardi di abitanti che si concentreranno soprattutto nelle città (il 66% della popolazione vivrà nei centri urbani). Questo dato porta con sé importanti criticità: gli agricoltori dovranno produrre il 70% di cibo in più per nutrire tutti e, lo dovranno fare con una risorsa limitata: la terra. L’80% di quella idonea alla coltivazione è già in uso.

di Tommaso Tropeano

A questo problema si deve aggiungere la sfida sempre più importante legata all’inquinamento dell’ambiente e alla gestione dei rifiuti; solo in Europa, secondo la Commissione Europea, si producono 2,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti (7 kg a persona all’anno) e l’inquinamento minaccia la vita delle persone e del pianeta provocando enormi costi economici, sociali e politici.

Questa breve panoramica dimostra quanto la situazione attuale sia critica e la necessità di trovare una soluzione reale ad un modello economico che ci ha portato fino a questo punto sia urgente. Il modello di produzione lineare (produzione-utilizzo-scarto), infatti, è sempre meno sostenibile e più costoso per le imprese, il pianeta e la popolazione.

Dall’economia lineare a quella circolare

L’economia circolare è una teoria che si inserisce con forza nel dibattito sulle economie verdi e sostenibili. Il modello lineare si basa sulla possibilità di accedere a grandi quantità di risorse ed energia seguendo il paradigma della produzione, dell’utilizzo e dello scarto del prodotto mentre la teoria circolare si immagina una alternativa a questo sistema. Oggi le risorse sono sempre più a rischio perché non sono infinite, il degrado ambientale ha raggiunto livelli che non sono più recuperabili e potrebbe già essere già tardi per una transizione verso un nuovo modello di produzione che ribalti il concetto stesso di prodotto, di business e di società. Partendo proprio dal presupposto che le risorse sono limitate, il paradigma dell’economia circolare si basa su un processo di produzione che disegna il prodotto affinché il suo ciclo di vita sia circolare: produzione, utilizzo, recupero, riutilizzo e cosi via.

Il rifiuto è pensato all’origine come una risorsa e l’economia progettata per auto-rigenerarsi; prendendo ispirazione dalla Natura tende a processi nei quali materia e energia vengono scambiati tra sistemi a ciclo chiuso.

 economia circolare

Esempi concreti?

Aquafil, azienda del Trentino Alto Adige che opera nel mercato del Nylon e sviluppa prodotti innovativi, utilizzando i principi dell’economia circolare, ha creato il Sistema di Rigenerazione Econyl. Il meccanismo permette di sostituire una materia non riciclabile con una materia secondaria che deriva dal riciclo di vari rifiuti come le reti da pesca a fine vita. Negli ultimi anni Econyl Reclaiming Program è diventato una rete strutturata internazionale per raccolta dei prodotti in nylon a fine vita e si è quotata in Borsa.

Per restare in Italia altro esempio è il progetto Ri-generation di Astelav, azienda piemontese che produce elettrodomestici e prevede la rigenerazione di elettrodomestici dismessi con l’obiettivo di dare nuova vita ai prodotti. Una volta rimessi in funzione, questi elettrodomestici, sono venduti a condizioni molto vantaggiose pensate per essere accessibili a fasce meno abbienti e residenti temporanei. Oltre alla vendita, Astelav si impegna anche a formare risorse umane in difficoltà in collaborazione con il Sermig di Torino.

Insomma l’economia circolare è molto più di una semplice teoria economica, modifica l’organizzazione stessa della società ed è una risposta a concreti problemi ambientali, sociali ed economici di questo millennio. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei diversi attori (industria, politica e cittadini) di rendere possibile la transizione iniziando a comprendere che il cambiamento del sistema economico deve avvenire ed è imperativo.

Cover photo by Phil Gibbs

Il successo di un progetto dipende dalla chiarezza degli obiettivi

La Cooperazione Internazionale lavora soprattutto attraverso progetti, strutture complesse che se costruite su presupposti sbagliati, rischiano di non produrre alcun impatto positivo. Qual è l’errore più ricorrente in cui cade un progettista? A raccontarcelo è Andrea Stroppiana, docente del percorso “Progettare la Cooperazione Internazionale“, in partenza il 19 aprile.

di Viviana Brun

 

Raggiungo Andrea Stroppiana su skype, quando è appena tornato da una missione in Marocco. Nel 1989 ha iniziato in Colombia quello che lui stesso definisce il suo “cammino nella progettazione”. Un viaggio professionale che ancora oggi lo porta a trascorrere gran parte del tempo in giro per il mondo. Infatti, è spesso impegnato in missioni di formazione o valutazione per conto di organismi internazionali partner in progetti dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

Oltre alle consulenze, Andrea attualmente lavora per l’ONG Ricerca e Cooperazione ed è formatore e docente esperto di Project Cycle Management, con particolare attenzione alla qualità della progettazione.

Il suo punto di forza come docente è subito chiaro: è abituato a mettere in pratica ciò che insegna, a testare sul campo teorie e metodologie, traendone insegnamenti e riflessioni che condivide volentieri con i suoi studenti e le sue studentesse. D’altronde, sottolinea Andrea, “quanto sarebbe credibile un medico che insegna medicina senza aver mai preso il bisturi in mano? Per chi si occupa di formazione nell’ambito della cooperazione internazionale il tipo di approccio dovrebbe essere esattamente lo stesso”.

Di errori e di progetti destinati a fallire purtroppo ce ne sono tanti. Per questo è importante che un progettista investa nella propria formazione prima di buttarsi a capofitto nella pratica. Andrea mi spiega come la chiave del successo di un progetto stia proprio nella forma mentis di chi lo scrive. “Nella progettazione a ogni termine corrisponde un significato preciso. Per questo è necessario partire da pochi concetti chiave per orientarsi meglio, riuscire a leggere e a capire i tanti documenti che esistono sull’argomento e per sviluppare uno spirito critico orientato all’efficacia delle azioni”.

 

Qual è uno degli errori più ricorrenti nella progettazione?

“Quasi ogni progetto che valuto presenta il grosso inconveniente di avere tra gli obiettivi delle attività. Il malinteso nasce dalla lingua parlata, in cui non è così netta la distinzione tra i termini “obiettivo” e “attività”, tanto che possiamo benissimo dire che – il mio obiettivo è quello di comprarmi una macchina -. Mentre acquistare una macchina è qualcosa che si fa, ovvero un’azione, non certo un obiettivo. Questo tipo di approccio, in cui l’obiettivo coincide con l’attività è disastroso, perché porta a non distinguere più lo strumento dal beneficio. Lo strumento è l’azione, quello che si fa e l’obiettivo è il beneficio, ciò che si ottiene attraverso quell’azione. Se io dico che il mio obiettivo è formare delle persone, non ti sto dicendo qual è il beneficio che voglio ottenere, ti sto solo dicendo ciò che voglio fare. Purtroppo, questa cattiva pratica sussiste in 8 progetti su 10. Per essere un buon progettista, è necessario che nella propria testa la differenza concettuale sia molto netta.”

 

Il finanziatore penalizza questo tipo di errore?

“Dipende, a volte può anche sfuggire. Spesso i bandi ricevono un enorme mole di progetti da valutare in poco tempo. Poi c’è il fatto che chi valuta ha pochissime interazioni con chi prepara un progetto, non sempre può chiedere al progettista di fare delle correzioni. In due ore deve dare un giudizio e può capitare che il progetto sia molto buono, benché abbia dei vizi di forma, e allora passa lo stesso. Spesso però i vizi di forma nascondono i vizi di sostanza, che compromettono l’efficacia del progetto.

A volte mi capita di valutare dei progetti che non hanno obiettivi. Come si valuta il successo di un progetto che non ha obiettivi? Avere successo non vuol dire fare le attività, ma ottenere benefici, se questi non ci sono, l’efficacia non è misurabile. Ad esempio, vengono finanziati dei corsi di formazione senza sapere quale sia il beneficio atteso e senza poterlo valutare. Un progetto basato sulle attività porta a formare delle persone che poi metteranno il know how acquisito in un cassetto, senza poterlo applicare.”

 

Qual è il legame tra obiettivi e sostenibilità?

“Se io non ho degli obiettivi chiari non ho neanche la sostenibilità. La sostenibilità infatti non dipende dall’output ma dall’outcome. Mi spiego, un progetto sanitario non è sostenibile perché ho creato un ospedale (outup), è sostenibile se persiste il beneficio che questo output dà, ovvero l’accesso alla cura sanitaria (outcome). È quest’ultimo ciò che deve durare nel tempo. Se pensiamo ai corsi di formazione, ciò che deve essere sostenibile ovviamente non è il corso in sè, ma il know how che ne deriva, che deve essere spendibile. Se non hai degli obiettivi non hai neanche dei validi indicatori e diventa molto difficile misurare il reale impatto di un progetto.”

 

Se vuoi scoprire se la progettazione fa al caso tuo, vai alla pagina di “Progettare la Cooperazione Internazionale” e esplora il programma del corso.

1_Progettare la Cooperazione

Co[opera]: bene ma non benissimo

Il mondo della cooperazione internazionale si è dato appuntamento a Roma per due giornate, quelle di ieri e di oggi, di confronto sui temi dello sviluppo sostenibile. Partecipare a Co[opera] – Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo è stato un’occasione per guardarsi in faccia e vedere come, grazie ai cambiamenti e alle riforme introdotte nel 2014, questo mondo abbia acquisito nuovi volti e nuovi attori. 

di Viviana Brun

 

Il settore privato è sempre più protagonista e sembra emergere con forza la consapevolezza che alcuni ambiti possano giocare un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile ma anche nel diffondere nella società una ritrovata coscienza civica e sociale.

coopera1C’è da dire però che in una conferenza dal titolo, “Coopera. Novità e futuro: il mondo della cooperazione”, sorge spontaneo osservare l’assenza di grandi temi: com’è possibile immaginare un futuro senza tenere in considerazione le grandi trasformazioni legate all’innovazione tecnologica, i nuovi approcci e metodologie d’intervento, l’open innovation, la fabbricazione digitale, il contributo dei big data e delle ict per lo sviluppo? L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo e in gran parte lo ha già cambiato e la cooperazione internazionale può e deve essere parte trainante di questo cambiamento. Tutte queste componenti hanno già modificato i settori di intervento che sono stati al centro dell’attenzione della conferenza: le migrazioni, l’educazione, lo sviluppo sostenibile. Questa è la novità vera, trasversale a tutti gli ambiti d’intervento, che sta portando a una piena collaborazione con il settore privato, con startup, innovatori, centri di ricerca e professionisti del nord e del sud del mondo.

Grande spazio è stato dedicato invece ai giovani. Una priorità quella di coinvolgere le nuove generazioni, che era già emersa con forza negli ultimi mesi del 2017, quando il Vice Ministro Mario Giro si era speso in prima persona in una visita di dialogo e incontro con gli studenti e le studentesse delle diverse università italiane.

Un detto popolare vuole che “i giovani siano il futuro del mondo” ma anche di un settore professionale, come quello della cooperazione allo sviluppo, che ha bisogno sempre più di professionisti altamente formati, di nuove metodologie, idee e forme di collaborazione per continuare a rinnovarsi e a crescere. Questo pensiero è stato condiviso anche dall’ex Ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi: “La cooperazione non è un lavoro di routine, ha bisogno di idee e di pensiero, le risorse potranno funzionare se rimettiamo in movimento le idee” e rafforzato dalle parole del Segretario Generale del MAECI, Elisabetta Belloni che sottolinea come “fare cooperazione richiede professionalità”. Le università giocano quindi un ruolo chiave e sono chiamate a impegnarsi in prima linea nel supportare i programmi di sviluppo con proposte formative all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo e programmi di collaborazione e impegno concreto sul campo.

In questa conferenza trova spazio anche la comunicazione, riconosciuto come il settore chiave per diffondere non solo il senso e l’impegno della cooperazione ma anche una visione del mondo diversa, alternativa agli estremismi e al nervosismo della recente campagna elettorale.

coopera3Nella tavola rotonda dedicata alla comunicazione è stato proiettato un video che ha mostrato quanta poca consapevolezza ci sia nell’opinione pubblica su cosa sia la cooperazione internazionale. Molti passi avanti sono stati fatti ma perché oggi è ancora così difficile parlare di cooperazione allo sviluppo? Giovanni Maria Bellu dell’Associazione Carta di Roma individua nei criteri di notiziabilità giornalistica la ragione della scarsa comunicazione sul tema. Tra tutti, il più importante è probabilmente la facilità di comprensione: solo ciò che capisco può smuovermi le corde emotive. Le notizie virtuose sulla cooperazione internazionale sono notizie complicate da spiegare che coinvolgono la geopolitica, il diritto internazionale, l’economia. Al contrario, le notizie negative sulla cooperazione fanno leva su sentimenti conosciuti come il rancore e la diffidenza. In questo secondo caso è più facile parlare di cooperazione, proprio com’è avvenuto per le ONG impegnate nel Mediterraneo.

Elisabetta Sogli di Corriere Buone Notizie sostiene che chi comunica deve rifiutare l’idea che la gente si voglia interessare solo alle brutte notizie, bisogna andare oltre “il giornalismo delle tre “s”, sesso sangue e soldi”, attuare un cambio di paradigma e mostrare ciò che di bello succede e, nel caso delle ong, promuovere il proprio impegno e i propri valori.

Come operatrice di una ONG con in testa un’idea forse un po’ romantica della cooperazione – fondata soprattutto su un rapporto di fiducia che si costruisce con le comunità, che si traduce in una fitta rete di relazioni in zone molto diverse del mondo – alla fine della prima giornata di conferenza mi resta l’amaro in bocca per l’ottica assolutamente “africanocentrica” dell’evento che inevitabilmente riconduce la cooperazione internazionale alla crisi migratoria attuale.

È giusto essere focalizzati, aver invertito quella che Riccardi definisce “la tendenza di andare sparsi nel mondo”, porsi e rispettare delle priorità d’intervento, così com’è indubbio che le migrazioni e la sicurezza nazionale siano argomenti “caldi” di questi ultimi anni ma il ruolo della cooperazione non è solo quello di essere a servizio della questione migratoria per creare sviluppo e lavoro nei Paesi di provenienza dei flussi.

Sono molti i temi che non hanno trovato spazio in questa occasione ma che caratterizzano il lavoro quotidiano di molte ONG, dalla sanità, all’agricoltura, passando per la difesa dei diritti dell’infanzia e delle donne, citate solo da Neven Mimica, Commissario Europeo per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha affermato che “La violenza sulle donne è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa e rappresenta una barriera al raggiungimento dello sviluppo sostenibile.”

Indubbiamente non si poteva parlare di tutto e forse di questa conferenza bisogna portare a casa il riconoscimento ufficiale della cooperazione internazionale allo sviluppo non come una parte accessoria ma come parte integrante della politica estera del nostro Paese.

Il Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, a questo proposito ha sottolineato l’aumento degli investimenti dedicati a questo settore. Di fronte a questi riconoscimenti, io mi chiedo se, come attori protagonisti della politica estera, non si possa incidere anche su alcune misure adottate dal Governo. Quanta dipendenza vi è, ad esempio, tra la concessione delle autorizzazioni per la vendita e l’esportazione di armamenti da parte dell’Italia verso il Medio Oriente e le sfide che la cooperazione internazionale si trova ad affrontare ogni giorno? È assolutamente positivo che ci sia un’attenzione, anche economica, per il nostro settore e ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di un cammino che porti a una maggiore coerenza d’intenti all’interno delle politiche internazionali.

Come ha ricordato l’ex Ministro Riccardi: “oggi la cooperazione non nasce solo da una spinta etica ma da una coscienza geopolitica, quella dell’interdipendenza dei destini del mondo globale.

Open Days dell’Innovazione – ecco cosa è successo

Applicazioni per monitorare l’allevamento del pesce in Uganda, sistemi di raccolta dati per ottimizzare gli aiuti nei campi profughi, chioschi solari per distribuire connessione e servizi digitali nelle zone rurali,  piattaforme di fundraising tramite BitCoin, droni e stampanti 3D per servizi umanitari, sono stati tantissime le esperienze, ma anche le riflessioni sulla trasformazione del non profit che sta portando la rivoluzione digitale, presentate durante gli Open Days dell’Innovazione a Milano, due giorni di incontro tra tecnologia, innovazione e cooperazione allo sviluppo, promossi da Fondazione Cariplo, Compagnia San PaoloFondazione CRT e TechSoup all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo a cui Ong 2.0 partecipa attivamente da anni.

Durante l’evento sono stati premiati ufficialmente i due vincitori del Premio ICT for Social Good ed è stato possibile sperimentare progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo in uno spazio espositivo di 20 stand, selezionati tra decine di candidature arrivate da tutta Italia

Se avete perso le due giornate non vi preoccupate qui potete trovare moltissimi materiali e i video integrali dell’evento

«L’innovazione non è solo la tecnologia. L’innovazione sta nel cambiamento dei comportamenti, nelle nuove possibilità che ciascuna innovazione, se è autentica, introduce. Non è la tecnologia a fare la differenza, ma il cambiamento di comportamento» così ha sostenuto Roshan Paul, CEO e cofounder di Amani Institute, durante il keynote speech centrale della prima mattina, in cui ha affrontato i principali temi della rivoluzione digitale, il passaggio dalla connessione dei luoghi alla connessione delle persone, il ruolo dirompente dell’Internet delle cose, della realtà aumentata e dell’immensa quantità di dati disponibili.

Massimo Lapucci, segretario generale della Fondazione CRT  ha annunciato che alle nuove OGR di Torino nascerà un hub per lo studio dei dati a servizio del non profit, unico in Europa, mentre Mario Calderini, vice presidente della Fondazione Politecnico di Milano ha descritto la piattaforma di Open Innovation, Coopen, ideata per mettere in contatto le esigenze della cooperazione allo sviluppo con i solutori tecnici.  Moltissimi gli altri interventi della prima tavola rotonda della mattina, cui è seguito un viaggio in 5 tappe tra innovatori sociali del mondo. Partendo dal rwandese Henri Nyakarundi,  vincitore del premio Ict for Social Good, che ha descritto i suoi Solar Smart kyosks, per andare al fablab di Ouagadougou, in Burkina Faso, dove Gildas Guella ha raccontato i prototipi e progetti dei giovani makers burkinabé, fino in Cambogia con Husk Ventures, una impresa sociale che trasforma le bucce del riso in biocombustibile, per arrivare in Austria dove la piattaforma More Than One Perspective crea l’incontro tra le competenze dei migranti e le ricerche delle aziende fino a tornare in Africa con la testimonianza di un imprenditore italiano, Federico Tonelli, che ha deciso di trasferirsi in Uganda per avviare IFishFarm una innovativa società di pescicoltura che usa un’applicazione per monitorare la produttività dell’allevamento.

Puoi rivedere qui il video integrale della densissima mattinata degli Open Days condotta da Marco Maccarini

Open Days, prima mattinata

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Nel corso della mattina Silvia Pochettino, founder di Ong 2.0, ha presentato il premio  ICT for Social Good e i due vincitori, Henri Nyakarundi, founder di Ared e inventore di Shiriki Hub, e Elizabeth Kperrun, co-founder di Lizzie’s Creation, vincitrice del premio speciale ICT for Children messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini . Elisabeth non ha potuto essere presente perché, nonostante tutti i documenti e le garanzie presentate,  le è stato negato il visto. Viviana Brun, digital strategist di Ong 2.0 ha ritirato il premio in sua vece dalle mani di Goffredo Modena, presidente di Mission Bambini.

La premiazione di Henry Nyakarundi, vincitore ICT for Social GoodSchermata 2017-11-08 alle 12.33.09

Potete vedere qui il bel videomessaggio di Elizabeth lanciato durante l’evento in cui ringrazia e spiega il suo lavoro sull’educazione dei bambini nigeriani attraverso il digitale

Densissimo anche il pomeriggio del primo giorno iniziato con l’Innovation tour nello spazio espositivo organizzato da Ong 2.0 . Al suono di una campana che ha segnato slot di dieci minuti ciascuno i partecipanti hanno potuto conoscere e sperimentare i progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo presentati nei 20 stand. Ad esempio GHT Onlus, di Roma, che si occupa di telemedicina, con una rete di medici volontari che offrono teleconsulti gratuito a centri sanitari remoti dell’Africa Subsahariana, grazie a una piattaforma web based che può funzionare anche offline, oggi sono operativi teleconsulti in 18 specialità, dalla cardiologia all’oncologia, in 9 Paesi africani. Oppure il software di raccolta dati sui rifugiati siriani in Giordania, creato da Intersos per ottimizzare la distribuzione degli aiuti nei campi profughi. O ancora SmartAid, software per il miglioramento della raccolta fondi delle non profit grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale all’analisi dei dati dei donatori. E ancora GnuCoop, cooperativa di sviluppo di prodotti ICT per la cooperazione, che ha presentato una piattaforma per il riconoscimento facciale per le scuole del Burkina Faso e una webGIS per la raccolta di dati nella gestione delle emergenze in Centro e Sud America. E ancora droni, stampanti 3 D, mostre interattive, piattaforme di analisi dati e molto altro
Open Days dell'Innovazione 2017

Dalla scoperta all’applicazione pratica; nella parte finale della giornata i parteciparti hanno potuto cimentarsi con i workshops di analisi dati condotto da Fondazione ISI,  quello di fabbricazione digitale condotto da WeMake  e il terzo sull’Open Development condotto da Fondazione Politecnico di Milano

A concludere le tre fondazioni promotrici hanno espresso la loro volontà di continuare il lavoro e di rendere gli Open Days un appuntamento fisso di incontro tra innovatori e operatori della cooperazione allo sviluppo

Qui il riassunto fotografico della giornata e gli interventi a chiusura della prima giornata

Open Days conclusioni

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La seconda giornata, targata TechSoup, ha focalizzato l’attenzione sull’Italia, con un intervento di Niccolò Melli sulla nuova legge del Terzo settore e un keynote speech di grande profondità sulle trasformazioni del non profit italiano legate all’evoluzione digitale di Paolo Venturi di Aiccon, cui sono seguiti molti esempi di casi studio e buone pratiche individuati da Techsoup

Qui il video della seconda giornata

Open Days seconda giornata

Open days TechSoup

 

Foto Credit: Innovazione per lo Sviluppo