Open Days dell’Innovazione – ecco cosa è successo

Applicazioni per monitorare l’allevamento del pesce in Uganda, sistemi di raccolta dati per ottimizzare gli aiuti nei campi profughi, chioschi solari per distribuire connessione e servizi digitali nelle zone rurali,  piattaforme di fundraising tramite BitCoin, droni e stampanti 3D per servizi umanitari, sono stati tantissime le esperienze, ma anche le riflessioni sulla trasformazione del non profit che sta portando la rivoluzione digitale, presentate durante gli Open Days dell’Innovazione a Milano, due giorni di incontro tra tecnologia, innovazione e cooperazione allo sviluppo, promossi da Fondazione Cariplo, Compagnia San PaoloFondazione CRT e TechSoup all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo a cui Ong 2.0 partecipa attivamente da anni.

Durante l’evento sono stati premiati ufficialmente i due vincitori del Premio ICT for Social Good ed è stato possibile sperimentare progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo in uno spazio espositivo di 20 stand, selezionati tra decine di candidature arrivate da tutta Italia

Se avete perso le due giornate non vi preoccupate qui potete trovare moltissimi materiali e i video integrali dell’evento

«L’innovazione non è solo la tecnologia. L’innovazione sta nel cambiamento dei comportamenti, nelle nuove possibilità che ciascuna innovazione, se è autentica, introduce. Non è la tecnologia a fare la differenza, ma il cambiamento di comportamento» così ha sostenuto Roshan Paul, CEO e cofounder di Amani Institute, durante il keynote speech centrale della prima mattina, in cui ha affrontato i principali temi della rivoluzione digitale, il passaggio dalla connessione dei luoghi alla connessione delle persone, il ruolo dirompente dell’Internet delle cose, della realtà aumentata e dell’immensa quantità di dati disponibili.

Massimo Lapucci, segretario generale della Fondazione CRT  ha annunciato che alle nuove OGR di Torino nascerà un hub per lo studio dei dati a servizio del non profit, unico in Europa, mentre Mario Calderini, vice presidente della Fondazione Politecnico di Milano ha descritto la piattaforma di Open Innovation, Coopen, ideata per mettere in contatto le esigenze della cooperazione allo sviluppo con i solutori tecnici.  Moltissimi gli altri interventi della prima tavola rotonda della mattina, cui è seguito un viaggio in 5 tappe tra innovatori sociali del mondo. Partendo dal rwandese Henri Nyakarundi,  vincitore del premio Ict for Social Good, che ha descritto i suoi Solar Smart kyosks, per andare al fablab di Ouagadougou, in Burkina Faso, dove Gildas Guella ha raccontato i prototipi e progetti dei giovani makers burkinabé, fino in Cambogia con Husk Ventures, una impresa sociale che trasforma le bucce del riso in biocombustibile, per arrivare in Austria dove la piattaforma More Than One Perspective crea l’incontro tra le competenze dei migranti e le ricerche delle aziende fino a tornare in Africa con la testimonianza di un imprenditore italiano, Federico Tonelli, che ha deciso di trasferirsi in Uganda per avviare IFishFarm una innovativa società di pescicoltura che usa un’applicazione per monitorare la produttività dell’allevamento.

Puoi rivedere qui il video integrale della densissima mattinata degli Open Days condotta da Marco Maccarini

Open Days, prima mattinata

Schermata 2017-11-08 alle 11.26.32

 

Nel corso della mattina Silvia Pochettino, founder di Ong 2.0, ha presentato il premio  ICT for Social Good e i due vincitori, Henri Nyakarundi, founder di Ared e inventore di Shiriki Hub, e Elizabeth Kperrun, co-founder di Lizzie’s Creation, vincitrice del premio speciale ICT for Children messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini . Elisabeth non ha potuto essere presente perché, nonostante tutti i documenti e le garanzie presentate,  le è stato negato il visto. Viviana Brun, digital strategist di Ong 2.0 ha ritirato il premio in sua vece dalle mani di Goffredo Modena, presidente di Mission Bambini.

La premiazione di Henry Nyakarundi, vincitore ICT for Social GoodSchermata 2017-11-08 alle 12.33.09

Potete vedere qui il bel videomessaggio di Elizabeth lanciato durante l’evento in cui ringrazia e spiega il suo lavoro sull’educazione dei bambini nigeriani attraverso il digitale

Densissimo anche il pomeriggio del primo giorno iniziato con l’Innovation tour nello spazio espositivo organizzato da Ong 2.0 . Al suono di una campana che ha segnato slot di dieci minuti ciascuno i partecipanti hanno potuto conoscere e sperimentare i progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo presentati nei 20 stand. Ad esempio GHT Onlus, di Roma, che si occupa di telemedicina, con una rete di medici volontari che offrono teleconsulti gratuito a centri sanitari remoti dell’Africa Subsahariana, grazie a una piattaforma web based che può funzionare anche offline, oggi sono operativi teleconsulti in 18 specialità, dalla cardiologia all’oncologia, in 9 Paesi africani. Oppure il software di raccolta dati sui rifugiati siriani in Giordania, creato da Intersos per ottimizzare la distribuzione degli aiuti nei campi profughi. O ancora SmartAid, software per il miglioramento della raccolta fondi delle non profit grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale all’analisi dei dati dei donatori. E ancora GnuCoop, cooperativa di sviluppo di prodotti ICT per la cooperazione, che ha presentato una piattaforma per il riconoscimento facciale per le scuole del Burkina Faso e una webGIS per la raccolta di dati nella gestione delle emergenze in Centro e Sud America. E ancora droni, stampanti 3 D, mostre interattive, piattaforme di analisi dati e molto altro
Open Days dell'Innovazione 2017

Dalla scoperta all’applicazione pratica; nella parte finale della giornata i parteciparti hanno potuto cimentarsi con i workshops di analisi dati condotto da Fondazione ISI,  quello di fabbricazione digitale condotto da WeMake  e il terzo sull’Open Development condotto da Fondazione Politecnico di Milano

A concludere le tre fondazioni promotrici hanno espresso la loro volontà di continuare il lavoro e di rendere gli Open Days un appuntamento fisso di incontro tra innovatori e operatori della cooperazione allo sviluppo

Qui il riassunto fotografico della giornata e gli interventi a chiusura della prima giornata

Open Days conclusioni

Schermata 2017-11-08 alle 14.23.29

 

La seconda giornata, targata TechSoup, ha focalizzato l’attenzione sull’Italia, con un intervento di Niccolò Melli sulla nuova legge del Terzo settore e un keynote speech di grande profondità sulle trasformazioni del non profit italiano legate all’evoluzione digitale di Paolo Venturi di Aiccon, cui sono seguiti molti esempi di casi studio e buone pratiche individuati da Techsoup

Qui il video della seconda giornata

Open Days seconda giornata

Open days TechSoup

 

Foto Credit: Innovazione per lo Sviluppo

I vincitori del premio “ICT for Social Good”

Henri Nyakarundi e Elizabeth Kperrun sono i vincitori della prima edizione del Premio “ICT for Social Good“, ideato e organizzato da Ong2.0 all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo, grazie al sostegno di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione Mission Bambini. I due vincitori saranno premiati ufficialmente durante gli Open Days dell’Innovazione, previsti a Milano il prossimo 6 e 7 Novembre.

di Viviana Brun

 

Per la loro capacità di rispondere a bisogni sociali del territorio con l’uso creativo delle ICT, sul podio degli Open Days dell’Innovazione il prossimo 6 novembre saliranno: Henri Nyakarundi, vincitore del premio di 12.000 euro ICT for Social Good, finanziato da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, e Elizabeth Kperrun, vincitrice del premio speciale di 10.000 euro, denominato ICT for Children, messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini e dedicato alla migliore proposta IT per l’infanzia.

Henri Nyakarundi

Henri Nyakarundi - Shiriki Hub

Ruandese, quarant’anni, è il fondatore dell’impresa sociale Ared -African Renewable Energy Distributor– che in Ruanda ha realizzato Shiriki Hub. Un chiosco solare mobile, nato per rispondere all’esigenza di ricaricare i cellulari in qualunque luogo: dalle stazioni di scambio degli autobus nelle grandi città, dove le persone sostano in attesa del prossimo bus, alle zone rurali più remote, dove l’erogazione della corrente elettrica è assente o molto discontinua.

Perché se è vero che in Africa i telefoni cellulari sono ampiamente diffusi tra la popolazione, spesso a mancare è il sistema di infrastrutture che ne consente il funzionamento: dalla disponibilità di corrente elettrica per la ricarica, al wifi e gli altri canali che permettono di fruttare al massimo le potenzialità dei telefoni cellulari, consentendo alla popolazione l’accesso a informazioni e a contenuti multimediali. Proprio per rispondere a questa esigenza, Shiriki Hub nel tempo è diventato un chiosco polifunzionale, completamente alimentato ad energia solare, in grado di garantire la connessione ad Internet e l’accesso a contenuti multimediali precaricati gratuiti, via intranet. Oltre a tanti altri servizi, come il pagamento di tasse e imposte governative e all’acquisto di credito telefonico.

Nel futuro di Shiriki Hub c’è l’integrazione con la tecnologia IOT, il famoso Internet delle cose, che tramite un sistema di sensori e un software di gestione, sfrutterà il chiosco come una stazione di raccolta e analisi di dati. I primi utilizzi di questa implementazione che Nyakarundi si è immaginato sono legati ai dati sulle performance dei gestori dei singoli chioschi e sull’inquinamento dell’aria, ma l’IOT permetterà di certo di spingersi molto oltre queste prime due ipotesi.

Già oggi, le potenzialità e gli utilizzi di Shiriki Hub sono molteplici. I contenuti precaricati diffusi gratuitamente via intranet, ad esempio, sono un’ottima risorsa per le ONG, che possono utilizzare i chioschi per diffondere contenuti educativi e informativi tra la popolazione.

Nel 2015, gli Shiriki Hub sono stati utilizzati anche dalla Croce Rossa in Ruanda, all’interno dei campi profughi, dove è molto sentita la necessità di creare opportunità lavorative per i rifugiati che, soprattutto in una prima fase, hanno difficoltà a trovare un’occupazione nel Paese che li ospita. Grazie all’accordo tra Ared e la Croce Rossa, alcuni rifugiati burundesi sono stati formati alla gestione dei chioschi e hanno così potuto diventare gestori di stazioni di ricarica all’interno dei campi stessi, guadagnandosi da vivere in modo indipendente.

La forza di Shiriki Hub non è solo sul piano tecnologico ma anche nel suo modello di business. Nyakarundi ha sviluppato un sistema di micro franchising, creando una rete di affiliati che, investendo una cifra iniziale contenuta di 50 dollari per gli uomi, 25 dollari per le donne e 10 dollari per le persone con disabilità, ottengono in gestione il chiosco e la possibilità di vendere i servizi a esso collegati. I micro-imprenditori hanno anche accesso a un programma specifico di formazione sulla contabilità, sul pagamento delle tasse e sul marketing. Shiriki Hub contribuisce così a creare nuovi posti di lavoro, creando un impatto positivo sulle comunità locali a livello economico, sociale e ambientale.

Il chiosco solare Ared rappresenta quindi un sistema vincente per:

  • i clienti che hanno accesso a energia elettrica e contenuti digitali ovunque a basso costo,
  • gli operatori dei chioschi che, una volta associati, possono gestire in autonomia il proprio business,
  • Ared, l’impresa sociale fondata da Henry Nyakarundi, che sta espandendo la sua attività in altri paesi africani, primo fra tutti l’Uganda.

Scopri di più sul progetto Shiriki Hub.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Henri Nyakarundi.

 

Elizabeth Kperrun

Elizabeth-Kperrun

Nigeriana, trentun’anni, è la cofondatrice di Lizzie’s Creations, una startup che mira a preservare e a fare rivivere la cultura tradizionale africana grazie all’uso delle tecnologie digitali.

Nel 2013, ha creato la sua prima app dedicata all’infanzia, AfroTalez, una raccolta di favole africane dedicata ai bambini dai 2 ai 10 anni. “La tartaruga, l’elefante e l’ippopotamo” è il primo racconto animato a essere stato pubblicato. Accanto alla narrazione, l’applicazione propone ai bambini alcuni giochi interattivi per imparare a contare e a riconoscere gli oggetti.

Nel 2016, Elizabeth ha realizzato Teseem-First Words, un’app che insegna ai bambini le loro prime parole in inglese e in alcune delle principali lingue africane e nigeriane, tra cui Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba. Nello sviluppare questa app, Elizabeth è stata ispirata da alcuni studi che mostrano come, nonostante i bambini a scuola siano chiamati ad apprendere nella lingua franca del proprio Paese (tipicamente inglese, francese, portoghese o arabo), questa in realtà non rappresenti la loro lingua madre. Questo aspetto spesso rende più faticoso e prolunga i tempi di apprendimento. Anche l’UNESCO sottolinea come il modo migliore per educare i bambini sia attraverso la lingua natale ma produrre materiale didattico nelle diverse lingue locali è spesso troppo costoso. Così, Elizabeth e il suo team hanno cercato una soluzione digitale per abbattere i costi, sviluppando Teseem – First Words.

Il viaggio nella cultura africana che Elizabeth propone ai bambini, prosegue anche grazie all’ultimissima app, Shakara, dedicata alla moda.

Le app realizzate da Lizzie’s Creations sono un primo esempio di come le ICT possano contribuire a preservare la cultura locale e a favorire l’educazione in un modo semplice ed economico. Molti sono ancora i contenuti in fase di realizzazione, il team di Elizabeth è al lavoro con docenti e genitori per testare quanto fatto finora e renderlo più efficace e coinvolgente. Il suo modello di business è basato sui contenuti freemium: gli utenti possono scaricare e utilizzare gratuitamente le app, tranne alcuni contenuti che sono a pagamento o per cui è richiesta la visione di un breve video pubblicitario.

Scopri di più sulle app di Lizzie’s Creations.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Elizabeth Kperrun.

 

I progetti di Henri Nyakarundi ed Elizabeth Kperrun sono stati selezionati tra le 233 candidature ricevute da 57 Paesi del mondo. Il Comitato Scientifico, composto da membri di SocialFare, Fundacion Paraguaya, Moxoff, E4impact e Nesta, ha valutato i progetti prestando grande attenzione all’impatto sociale e all’innovazione, sia dal punto di vista tecnologico sia delle metodologia e degli approcci adottati.

Il due vincitori saranno premiati ufficialmente il 6 novembre 2017 a Milano, durante gli Open Days dell’Innovazione, due giorni dedicati alle idee, le tecnologie e il networking per la cooperazione allo sviluppo e il sociale.

 

ict for social good grant 2017

Intervista a Henri Nyakarundi, vincitore del Premio “ICT for Social Good”

Il vincitore del Premio “ICT for Social Good“, organizzato da Ong2.0 nell’ambito del programma “Innovazione per lo Sviluppo“, si chiama Henri Nyakarundi, è Ruandese, ha 40 anni ed è un imprendotore sociale. È il fondatore di ARED – Africa Renewable Energy Distributor – un’impresa sociale impegnata nella settore delle energie rinnovabili. Nel 2013 ha sviluppato Shiriki Hub, un chiosco solare che offre soluzioni a basso costo per ricaricare il cellulare o altri piccoli dispositivi elettronici, navigare sul web e accedere gratuitamente a contenuti digitali precaricati. Shiriki Hub non è solo una soluzione tecnologica, è soprattutto un modello di business, basato sul micro franchising, in grado di creare nuovi posti di lavoro soprattutto tra la popolazione più povera.

Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

 

Di Viviana Brun

 

Cominciamo dalle basi, quali sono le tue origini e che tipo di formazione hai avuto?

Sono nato in Kenya ma cresciuto in Burundi come rifugiato ruandese. Quando mi sono diplomato nel 1996 alla scuola francese di Bujumbura in Burundi, i miei genitori hanno deciso di mandare me e mia sorella negli Stati Uniti per continuare gli studi. In quel periodo, la Regione dei Grandi Laghi era particolarmente instabile: in Burundi c’era la guerra e il Ruanda si stava riprendendo dal genocidio. Ho studiato Informatica all’Università della Georgia, dove mi sono laureato nel 2003.

 

Qual è la persona che ha avuto l’impatto maggiore sulla tua carriera?

L’impatto maggiore l’ha avuto mia madre. Mia madre era la spina dorsale della nostra famiglia, è lei che ci ha permesso di andare all’università. Lavorava a tempo pieno e in più faceva dei lavori extra per pagare i nostri studi. Nonostante fossimo rifugiati in Burundi, ci ha permesso di ricevere l’istruzione migliore. La sua etica e la sua disciplina nel lavoro erano ineguagliabili. Era proprietaria della sua casa in un periodo in cui per le donne era particolarmente difficile possedere dei beni propri. Ogni volta che mi sento giù o che mi viene la tentazione di rinunciare, mi ricordo delle sfide che ha dovuto affrontare lei e mi riprendo subito.

 

Perché hai deciso di tornare in Africa e cosa ti ha spinto a scegliere il Ruanda come Paese in cui vivere?

Nel 2009 ho cominciato a tornare regolarmente in Africa e ho iniziato a vedere come questo continente stesse cambiando. L’innovazione era in forte espansione. Negli Stati Uniti, avevo raggiunto un punto di stallo e là avevo l’impressione di non riuscire ad avere davvero un impatto positivo. Poiché l’Africa stava e sta tutt’ora affrontando così tante sfide, sapevo che era questo il posto in cui potevo davvero mettere a frutto alcune delle mie competenze.

Il Ruanda era cambiato sensibilmente e questo ha reso più semplice l’avvio di un nuovo business. Oggi è possibile registrare un’impresa in sole 4 ore, avere una buona infrastruttura, insomma è un buon posto per sviluppare nuove tecnologie e, naturalmente, il fatto che io sia Ruandese è stato un motivo in più per iniziare da qui.

 

Ho letto in alcuni articoli che ti definisci “un imprenditore nell’anima”, è vero? Che significato ha questa definizione per te?

È un modo per dire che sono nato per fare l’imprenditore. Ho aperto la mia prima attività a 20 anni e mi sono innamorato di questo mondo, anche se ci sono voluti 10 anni per costruire il mio primo business di successo.  Ho quasi lasciato la scuola per dedicarmici a tempo pieno ma mia madre mi ha impedito di smettere di studiare. Amo risolvere i problemi e credo che sia questo il senso di essere un imprenditore.

 

Dov’è nata l’idea di creare Shiriki Hub?

Inizialmente, Shiriki Hub doveva essere un semplice chiosco di ricarica. L’idea è nata da un viaggio in Burundi e in Ruanda, vedendo che le persone avevano sì i telefoni cellulari ma che erano continuamente alla ricerca di un posto per ricaricarli. Non avevo pensato di creare un prodotto nuovo. All’inizio ero semplicemente alla ricerca di un prodotto già esistente ma non riuscivo a trovare nulla di convincente. Avevo visto dei punti di ricarica all’aeroporto e avevo pensato che sarebbe stato bello avere qualcosa di amalogo sulle strade africane, per aiutare le persone. È lì che tutto ha avuto inizio. Ho assunto un ingegnere e un designer e ho dato inzio a questa avventura.

 

Qual è la difficoltà maggiore quando, come vi è scritto sul sito di Ared, si fanno affari alla “base della piramide“?

Innanzitutto, la mentalità delle persone. Le soluzioni innovative così come i modelli di business innovativi richiedono tempo perché la gente li capisca e scelga di adottarli, quindi è necessario investire molto tempo nella formazione delle persone. In secondo luogo, creare una tecnologia adatta al territorio africano rurale o semi urbano è estremamente difficile, così come la costruzione di un business sostenibile per le fasce più povere della popolazione.

 

Quale aspetto del tuo lavoro ti tiene sveglio la notte?

Finire i soldi prima di essere pronti per espandere l’attività, prima di concludere la nostra tecnologia e costruire un business sostenibile. Questa fase è impegnativa e richiede un forte sostegno finanziario per avere successo.

 

Qual è il miglior consiglio professionale che hai ricevuto?

Non arrendersi mai, c’è sempre una soluzione a un problema.

 

Qual è il ruolo che le ICT – Tecnologie della Comunicazione e dell’Informazione – possono giocare nel favorire lo sviluppo locale e l’ecosistema aziendale in Africa?

Ritengo che le ICT siano la chiave per colmare il divario nell’accesso alle informazioni, soprattutto per le persone a basso reddito. L’accesso alle informazioni è fondamentale per migliorare la vita di ognuno, tuttavia in molte comunità è ancora un bene di lusso. Stiamo affrontando il riscaldamento globale e l’Africa sarà il continente più colpito, in futuro l’accesso a informazioni chiave per ridurre al minimo l’effetto del riscaldamento globale sarà una questione di vita e di morte.

Inoltre, le ICT hanno aperto la porta a una nuova generazione di imprenditori, oggi tutto ciò che serve per creare un’applicazione è il capitale umano e una connessione a Internet. Credo che le ICT abbiano aperto la porta a un nuovo approccio creativo e abbiano dato speranza a una nuova generazione di giovani africani.

 

In che modo Shiriki Hub può essere considerato un modello di business inclusivo?

Shiriki Hub è destinato in modo specifico alle persone a basso reddito, in particolare alle donne e alle persone con disabilità che non hanno altre opportunità di guadagnarsi da vivere. Ci concentriamo anche sui rifugiati che spesso sono esclusi dalle oppurtinità economiche dei Paesi in cui si trovano a vivere. La verità è che molte persone hanno voglia di lavorare ma se non hanno una laurea o provengono da famiglie povere sono tagliati fuori da molte opportunità. Ared è stato creato proprio per questo motivo.

Qual è il prezzo per ricaricare un telefono? E per navigare sul web?

In Rwanda il costo di una ricarica è di 10 centesimi. Internet viene venduto a slot di 5, 10, 30 e 60 minuti ed è gratuito fino a 10 minuti, dopo di ché si pagano 30 cent per 30 minuti e 50 cent per 60 minuti.

 

In termine di guadagni, qual è l’attività principale per Shiriki Hub?

Abbiamo 3 flussi di entrate. Una parte deriva dai guadagni degli affiliati che gestiscono i chioschi, che oltre alle ricariche di telefoni e piccoli device, si occupano anche della vendita di servizi come il credito telefonico, la navigazione su Internet e l’accesso ad alcuni servizi governativi. Un’altra parte delle entrate è garantita dalla pubblicità, dalle campagne e dai sondaggi che i nostri clienti, tra cui spesso le ONG, possono attivare sulla nostra rete wifi. Infine, abbiamo iniziato a raccogliere dati e stiamo lavorando per integrare la tecnologia IOT – Internet delle cose – e trovare clienti interessati ai dati che possiamo fornire, come ad esempio i livelli di inquinamento dell’aria.

 

Qual è il guadagno medio mensile di un affiliato che gestisce uno Shiriki Hub?

I piccoli affiliati generano in media 100 dollari al mese grazie all’insieme dei servizi che forniscono con il chiosco. L’obiettivo è quello di aggiungere più servizi per aumentare sia il reddito dell’affiliato che le entrate di Ared.

 

Che relazione c’è tra l’affiliato che gestisce un chiosco e Ared?

Siamo partner quindi lavoriamo a stretto contatto. Il motivo per cui scegliamo un modello di micro-franchising è che è una situazione win-win. Noi forniamo la formazione, il supporto e la manutenzione, mentre l’affiliato si prende cura degli utenti finali. Questa è la chiave per essere sicuri che tutta la catena del valore sia abbastanza fluida affinché i problemi possano essere risolti rapidamente.

 

Da dove provengono i vari componenti del chiosco?

La batteria e il pannello solare vengono dalla Cina, le ruote dall’Australia, il router dagli Stati Uniti mentre le scocca è prodotta localmente.

 

In Ruanda gli imprenditori sociali ricevono qualche forma di supporto dal governo?

Non ancora, abbiamo bisogno di una legge fiscale che sostenga gli imprenditori sociali offrendo un credito d’imposta, per esempio, le ONG sono esenti dalle tasse, ma noi dato che siamo a scopo di lucro, siamo tassati come un business tradizionale anche se abbiamo in primo piano l’impatto sociale. Abbiamo bisogno delle nostre categorie fiscali, abbiamo bisogno di un accesso migliore ai finanziamenti, abbiamo bisogno di un modo più semplice per lavorare con le amministrazioni locali per raggiungere più comunità sul territorio. Il governo deve rendere più semplice la collaborazione in modo da poter lavorare insieme e accelerare l’impatto. In fondo stiamo combattendo la stessa lotta, quella di migliorare la vita delle persone, se non lavoriamo insieme rischiamo di fallire nella lotta contro la povertà.

 

A oggi, quanti chioschi sono operativi?

Abbiamo 25 chioschi solari attivi in Ruanda. A maggio abbiamo lanciato Shiriki Hub in Uganda e abbiamo appena ricevuto la maggior parte delle licenze necessarie ad avviare il lavoro, a novembre abbiamo in programma di avviare la fase pilota con 5 chioschi.

 

Qual è il tuo messaggio agli imprenditori sociali?

Se non hai la passione per aiutare gli altri e risolvere grandi problemi, non diventare imprenditore sociale perché è più difficile rispetto a fare business in modo tradizionale. La pazienza e l’estrema attenzione sono la chiave.

 

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Espansione, espansione, espansione. Più di 400 milioni di persone vivono in povertà in Africa, quindi la necessità di soluzioni come ARED è molto forte, vogliamo essere in 20 paesi nei prossimi 10 anni, attuare circa 100.000 chioschi solari. Ma innanzitutto dobbiamo finire il nostro sviluppo del prodotto, stiamo lavorando per aggiungere la tecnologia IOT e monitorare meglio il chiosco mentre è sul terreno e raccogliere anche altri tipi di dati.

Scopri di più sul progetto Shiriki Hub:

Shiriki Hub: smart solar kiosk, powering and connecting Africa

 

Photocredits: Ared

 

Il corso GIS compie 6 anni

Il corso dedicato all’uso del GIS per la Cooperazione Internazionale è giunto alla sesta edizione.

Rivisto e adattato alle novità in ambito tecnologico e strutturato in modo sempre più pratico e interattivo per fornire competenze utili e concrete, il corso “Il GIS Open Source per l’analisi ambientale nei PVS” resta una delle tappe obbligate del calendario formativo di Ong2.0.

Dal 2011 a oggi sono stati tantissimi gli studenti, le studentesse, gli operatori e le operatrici sul campo che hanno acquisito competenze pratiche per raccogliere, elaborare e raffigurare i dati territoriali e rendere più efficace il proprio intervento sul campo.

Anche quest’anno, i formatori d’eccezione saranno Giuliano Ramat e Maurizio Foderà, entrambi con una grande esperienza tecnica e di lavoro diretto sul terreno.

Questo è il loro messaggio di benvenuto ai partecipanti all’edizione 2017-2018.

 

Nelle attività legate ai progetti di cooperazione molte delle informazioni che si cercano o che si vogliono produrre hanno carattere spaziale, ovvero possono essere collegate ad una determinata area geografica. Ancora oggi molti credono che la raccolta ed elaborazione dei dati territoriali sia qualche cosa di molto difficile, ad appannaggio di spietati nerd informatici e che lavorare con le tecnologie GIS e GPS implichi un innalzamento stratosferico delle linee di budget progettuali: niente di più falso!

Se è vero che negli anni ’90 accedere a dati geografici ed immagini satellitari comportava un notevole sforzo economico, questo non è più vero nel 2017. Due termini di uso ricorrente quali Software Open Source ed Open Data consentono a tutti noi l’accesso gratuito all’ottenimento ed all’elaborazione dell’informazione spaziale. A questi due elementi si deve aggiungere una buona competenza tecnica che è l’obiettivo del corso “Il GIS Open Source per l’analisi ambientale nei PVS“, in partenza il prossimo 13 settembre.

Attraverso una serie di webinar in diretta audio-video (che potranno anche essere scaricati per ascoltarli e riascoltarli successivamente), videotutorial ed esercizi guidati vi illustreremo le principali componenti del GIS:

  • la raccolta in campo (con GPS e Smartphone) e la creazione di dati geografici,
  • la loro visualizzazione e classificazione,
  • la ricerca di Open Data disponibili sul web e la pubblicazione online delle informazioni create con i nostri progetti,
  • la corretta lettura ed uso di dati satellitari e le loro elaborazioni e… molto altro.

Una dinamica comunità virtuale ci permetterà di restare in contatto durante tutto il corso anche al di fuori dell’orario di lezione per fornirvi tutto il supporto necessario.

Visto che il termine “sostenibilità” è imprescindibile da ogni attività di cooperazione allo sviluppo, il nostro corso userà un software open source (ovvero senza costi di uso e aggiornamento), multilingua e multipiattaforma che si chiama gvSIG e che esiste da quasi 15 anni. Il costante sviluppo di questo software è assicurato dall’Associazione gvSIG che rilascerà il proprio certificato di Utente gvSIG ai partecipanti che completeranno l’esercizio che si snoderà lungo il corso affrontando la maggior parte degli argomenti trattati nei singoli webinar.

Speriamo veramente di conoscere tanti altri nuovi partecipanti che si potranno aggiungere ai nostri studenti/amici delle precedenti sette (mica una!) edizioni del corso e che, se vorranno, entreranno a far parte di alcuni gruppi social a cui siamo legati e che ci piace tenere costantemente attivi.

Ci vediamo il 13 settembre alle 18 in punto (o anche qualche minuto prima per poterci conoscere),

Giuliano e Maurizio

 

Se anche tu vuoi unirti al gruppo dei partecipanti, clicca qui per consultare il programma del corso ed effettuare l’iscrizione.

GIS (2)

La Theory of Change per la cooperazione internazionale

Cattura3

La Theory of Change per la cooperazione internazionale: una guida introduttiva.

Dopo il successo della prima edizione del 2016 e sulla spinta di un crescente interesse sul tema, Info-Cooperazione ha pubblicato nei primi giorni di luglio una guida introduttiva alla Theory of Change (ToC) nell’ambito della cooperazione.

La guida presenta i rischi e le opportunità della Toc, con particolare attenzione all’ambito della progettazione e della definizione strategica. Una serie di casi studio e di risorse rendono questa guida ancora più pratica e utile per il lettore.

 

A cura di Christian Elevati

Anno: 2017

Lingua: italiano

Scarica la guida QUI

Digital Humanitarians: i Big Data e la risposta umanitaria

 

Digital Humanitarians

Come i Big Data stanno cambiando il volto dell’azione umanitaria

 

L’eccesso di informazioni generate durante le emergenze può essere paralizzante per l’azione umanitaria tanto quanto la mancanza di dati. Questa inondazione di informazioni è spesso chiamata Big Data o Big Crisis Data. Capire e gestire questa situazione si sta dimostrando una sfida impossibile per le tradizionali organizzazioni umanitarie, motivo per cui molte si stanno muovendo verso un approccio digitale.

 

Autore: Patrick Meier

Anno: 2015

Lingua: inglese

Scopri di più sul libro o acquistalo QUI

An ICT agripreneurship guide

cta_agri__0

Una guida sull’uso delle ICT per l’imprenditoria agricola

Questo manuale fornisce una guida passo passo per fornire agli aspiranti imprenditori che lavorano con le ICT le informazioni e le conoscenze di cui hanno bisogno per avviare il loro business nel settore agricolo, delineando opportunità chiave e le sfide che potranno incontrare lungo la strada. Tramite l’utilizzo di esempi di vita reale, il manuale fornisce strategie e indicazioni per evitare errori comuni tra i giovani imprenditori alle prime armi. I temi trattati includono le catene di valore agricolo e i loro stakeholder, le sfide del business delle ICT, business plan efficaci e modelli per progettare, finanziare e ingrandire l’impresa.

Autore: Technical Centre for Agricultural and Rural Cooperation (CTA)

Anno: 2017

Lingua: inglese

Scarica qui An ICT Agripreneurship Guide: a path to success for young ACP Entrepreneurs

I 7 ingredienti di un buon fundraising

Dà gambe alla mission delle organizzazioni non profit (ONP), permettendo loro di andare lontano e di raggiungere gli obiettivi: è il fundraising. Una professione in pieno sviluppo che richiede una grande formazione per restare al passo con le nuove strategie e gli strumenti più innovativi per innescare e mantenere attivo il dialogo con i sostenitori. Abbiamo riassunto alcuni degli ingredienti fondamentali per preparare un piano di raccolta fondi efficace, illustrati da Federica Maltese durante il corso base Fundraising per il non profit.

 

La ricetta per una buona strategia di raccolta fondi prevede sette ingredienti principali:

 

1.Avere un’identità chiara in testa.

Il fundraising è l’insieme delle attività di una organizzazione non profit finalizzate al reperimento delle risorse necessarie a raggiungere gli scopi statutari; tali risorse non vanno concepite solamente in termini monetari, ma possono essere denaro, tempo, beni e servizi, relazioni e know how“. Avendo chiara la definizione di fundraising, è possibile pianificare un’attività di raccolta fondi solida ed efficace seguendo passo passo il ciclo del fundraising: definizione degli obiettivi, analisi interna ed esterna, progettazione, messa in opera, valutazione degli esiti, revisione del ciclo.

 

2. Individuare e curare i contatti.  

Devo entrare in relazione, sì ma con chi? Tutta l’attività di pianificazione deve essere strutturata partendo dalla consapevolezza di chi sono le persone a cui l’ONP si rivolge. Una fase fondamentale è quindi l’individuazione dei contatti. E’ necessario avere un numero di telefono, una mail, un indirizzo affinché le persone siano contatti reali e non semplici conoscenti. Collegamento, Interesse e Abilità sono i tre parametri più importanti che permettono all’ONP di individuare il suo donatore ideale. Il donatore ideale non è quindi solamente una persona che può partecipare economicamente alla causa dell’ONP, ma anche chi può offrire relazioni e conoscenze nuove e chi, condividendo un forte interesse per la causa, sarà felice di aiutare attivamente l’Organizzazione. Qui trovi un database di idee e campagne di fundraising, da cui prendere spunto per capire cosa fare e cosa evitare: SOFII.

 

3. A ognuno lo strumento più adatto.

Chiamare? Scrivere una lettera? Una mail? Inviare un piccione viaggiatore? Un ingrediente che non può mancare in un buon piano di fundraising è la piramide dei donatori, uno strumento fondamentale per capire il target dell’organizzazione e scegliere il modo più adatto per relazionarsi con i diversi donatori. In cima alla piramide si posizionano i grandi donatori, a scendere si trovano i soci e i donatori più fedeli, i donatori occasionali, chi viene coinvolto e partecipa a un singolo evento, fino ad arrivare al pubblico generico. A queste figure corrispondono diversi tipi di donazione (lasciti ed eredità, grandi donazioni, donazioni occasionali, quota di partecipazione ad un evento, quota associativa, ecc.). Per ciascuno di loro quindi è importante individuare la modalità più adatta mantenere viva e curare la relazione. Incontri personali, mail personalizzate, eventi riservati, mail speciali, newsletter, campagne di tesseramento, banchetti… sono solo alcuni esempi.
Un buon consiglio da tenere sempre a mente: “Ricordatevi che il fundraising è sempre uno scambio tra PERSONE, non solo donatori” (Federica Maltese).

 

4. Caro amico, ti scrivo…

Il Direct Mailing è uno strumento fondamentale per le organizzazioni per mantenere calde le relazioni con i propri donatori. Se qualcuno segue le attività dell’ONP e le sostiene, deve essere aggiornato sui suoi progetti e sul suo lavoro. Le lettere sono un’ottimo strumento per farlo: permettono infatti di pianificare la comunicazione e possono essere utilizzate con tutti i tipi di donatori. Mail e lettere permettono di acquisire contatti, fidelizzare chi l’organizzazione la conosce già, aumentare le quote di alcune donazioni dei più fedeli e recuperare i contatti “dormienti”. Può sembrare un metodo semplice per rimanere in contatto con le persone, ma è molto più complesso di quello che sembra. Le variabili da tenere in considerazione scrivendo una lettera sono moltissime: destinatari, timing, offerta o proposta, il testo (lunghezza, carattere, formato, tono, ecc.), la presentazione della busta…
Per sbirciare qualche lettera, puoi consultare mailing.fundraising.it, il più grande archivio italiano di mailing.

 

5. Caro amico, ti invito…

Gli eventi sono una delle forme più efficaci di fundraising, ma richiede una grande cura e particolare attenzione. E’ fondamentale pianificare fin dall’inizio i costi, le risorse e gli obiettivi economici, per arrivare al giorno dell’evento preparati e organizzati, e soprattutto per raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati, in termini economici e di visibilità. Bisogna quindi partire da un’analisi approfondita di che tipo di evento si vuole organizzare, degli obiettivi che si desidera raggiungere, del target a cui ci si rivolge, degli eventi precedenti, delle risorse a disposizione, del contesto ambientale, degli strumenti di comunicazione che si possono e vogliono utilizzare.
Ecco alcune idee:

  • Aste/Aperitivi
  • Banchetti di piazza
  • Caccia al tesoro/ Cene
  • Degustazioni
  • Esibizioni live
  • Feste in maschera
  • Gare/ Gite
  • Lotterie
  • Maratone/ Mercatini
  • Partite/ Pizzate
  • Quiz a premi
  • Rasatura/ Regate
  • Spettacoli/ Serate
  • Tornei
  • Viaggi Solidali

 

6. Presenza online.

Alcuni dei tuoi donatori probabilmente preferiscono consultare il tuo sito web, seguire gli aggiornamenti via Facebook, Twitter, Instagram… Per un’organizzazione non profit è fondamentale avere una presenza online, come sostiene federica Maltese “è un biglietto da visita, una forma di verifica, un modo per coinvolgere e rafforzare la vostra community“. Sito web, newsletter, social media, da Facebook a Twitter, da Instagram a Google+, da Pinterest a Linkedin… i canali per essere visibili sul web sono davvero infiniti. La tua organizzazione deve selezionare quelli migliori per veicolare la propria immagine, identità e i propri valori, scegliere quelli più utilizzati dal tuo target, per essere lì dove si trovano i tuoi donatori oresenti e futuri. La cura della comunicazione online nell’era digitale è un elemento imprescindibile per essere presenti e rintracciabili, per mantenere i contatti e le relazioni.
Per alcuni esempi puoi consultare  www.enpaelba.org e la pagina Facebook Le sfigatte.

 

7. Cercaci su Google. Ci trovi sicuramente!

Vivendo nell’era digitale, non poteva che svilupparsi anche il digital fundraising. Anche alle ONP oggi viene richiesto di muoversi sapientemente sul web, strutturando una precisa presenza digitale. Marco Bellante nel corso di una lezione dedicata a questi temi ha presentato due strumenti particolarmente utili: Google AdWords e Google AdGrants. “AdWords e AdGrants sono delle grandi aste online in cui si comprano click”. Ma questo non  basta per essere visibili. E’ necessario studiare bene le parole chiave da utilizzare per veicolare il maggior numero di utenti/click verso il proprio sito.
Prima di accedere ad AdWords e AdGrant, iscrivi la tua ONP a Google per il non profit.

 

 

 

Questo articolo è stato tratto liberamente dalle lezioni realizzate da Federica Maltese all’interno del corso base “Fundraising per il non profit” per Ong2.0.

Theory of Change: come generare e valutare il cambiamento

Mercoledì 19 Aprile più di 400 partecipanti (in diretta e in differita) hanno approfondito la Teoria del Cambiamento (ToC) durante il secondo webinar gratuito del percorso “Lavorare nella Cooperazione Internazionale“. In questa occasione, Christian Elevati, Senior Consultant in gestione e valutazione dell’impatto sociale che lavora da molti anni per realtà del Terzo Settore, è partito da un punto fermo: si lavora nella cooperazione, nel sociale, perché si crede nel cambiamento. A questo proposito però, occorre domandarsi a quale cambiamento ci si riferisce e come questo debba essere monitorato e valutato. 

di Erica Rossi

 

La ToC è una metodologia specifica applicata nell’ambito del sociale per pianificare e valutare dei progetti che promuovano il cambiamento sociale attraverso la partecipazione e il coinvolgimento. Si definiscono dunque obiettivi a lungo termine e a ritroso si ricostruiscono logicamente i legami causali per arrivare a quegli obiettivi. Così facendo, è possibile stabilire degli obiettivi intermedi e delle fasi che potranno e dovranno essere verificabili costantemente.

Secondo Christian una delle definizione più precise della Teoria del cambiamento è la seguente:

La Theory of Change è un processo rigoroso e partecipativo nel quale differenti gruppi e portatori di interesse nel corso di una pianificazione articolano i loro obiettivi di lungo termine [impact] e identificano le condizioni che essi reputano debbano dispiegarsi affinché tali obiettivi siano raggiunti. Tali condizioni schematizzate negli outcomes che si vogliono ottenere e sono organizzate graficamente in una struttura causale.

Dana H. Taplin, Heléne Clark, “Theory of Change basics”

Il webinar è poi proseguito ponendo l’attenzione su una domanda chiave: “C’é veramente bisogno della teoria del cambiamento?”. Secondo Elevati la prima risposta è “Si, vale la pena farci i conti presto”. Uno dei motivi principali è che ci troviamo in piena crisi strutturale, culturale, politica e di risorse. Non si può più non rendere conto di come usiamo le poche risorse a disposizione e quanto siamo, come soggetti o organizzazioni, efficaci ad usarle.

Nel contesto in cui viviamo i cambiamenti sono rapidi e la complessità è grande: è necessario dimostrare di poter creare cambiamento, analizzandolo, monitorandolo e rendendo conto di tutti i fattori che portano alla sua riuscita. 

 

 

Andando nello specifico, si potrebbe strutturare in questo modo la composizione di una ToC che deve includere sempre:

  • Una esplicitazione chiara delle ragioni alla base dei cambiamenti reali e duraturi in una specifica area tematica e delle relative preconditions (fattori al di fuori del controllo del management che possono influenzare il legame causale delle ToC).
  • L’articolazione di un percorso che porta a tali cambiamenti attraverso lo sviluppo di strutture e di competenze organizzative specifici e programmi/progetti.
  • Un sistema di impact management & evaluation in grado di implementare quel percorso e di testare i presupposti, le risorse e gli strumenti messi in campo.

Quando affrontiamo la ToC in un programma o progetto, l’esplicitazione delle assumptions è cruciale. Le assumptions riguardano il modo in cui crediamo che le cose possano cambiare e dipendono da ideologie, valori, preconcetti, stereotipi o visioni del mondo. Si tratta quindi di idee che spesso assumiamo in modo implicito, come soggetti singoli o come organizzazione, e che più sono inconsapevoli più sono pericolose poiché “agiscono senza che ce ne rendiamo conto, guidando di fatto le nostre scelte”. 

A questo proposito il docente sottolinea che “l’obiettivo del processo della ToC è quello di farle emergere, di discueterle, di testarle e allo stesso tempo di generarne di nuove maggiormente basate su un’evidence reale e condivisa”. Questo permetterà di chiarirle in  modo rigoroso, lasciare spazio a dubbi interpretativi o idee abitudinarie.

Dopo una prima analisi, possiamo affermare che la ToC è uno strumento fondamentale per rispondere alle seguenti domande:

  • Che cosa è cambiato (o no) a livello di outcomes e perché?
  • Quanto questi risultati sono sostenibili nel tempo?
  • Qual’é l’impact che questi risultati hanno prodotto?
  • Qual’é stato il contributo del programma/intervento/progetto a questi outcome rispetto ad altre cause o influenze?
  • Quali sono le implicazioni per le politiche e per le strategie (locali, nazionali, internazionali)?

E’ stato utile, nel corso di questa analisi, approfondire gli elementi che qualificano il raggiungimento effettivo dei risultati. Christian Elevati ci ha proposto i 4 livelli principali (non gli unici) da cui partire per effettuare una valutazione preliminare:

  • Cosa sarebbe avvenuto allo stesso campione di popolazione senza il nostro intervento?
  • Quanta parte del risultato raggiunto (outcome) è attribuibile esclusivamente al nostro intervento?
  • Vi sono stati effetti negativi su altre organizzazioni o in altri territori/comunità collegati al nostro intervento?
  • Come cambia l’outcome generato nel corso del tempo?

Oltre ad effettuare un’analisi di questo approccio, il docente ha presentato rapidamente diverse metodologie e strumenti utili per la valutazione dell’impatto di un intervento nell’ambito della cooperazione internazionale.

E possibile visionare qui le slide dell’intervento:

 

Avvicinandoci alla conclusione del webinar si è riflettuto sull’inversione di prospettiva che che questa teoria richiede rispetto all’approccio tradizionale. Infatti, invece di chiederci quali azioni occorra mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi, dovremmo domandarci quale cambiamento di medio/lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi e quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo.

Conclude Christian Elevati: “Di quale cambiamento stiamo parlando? Non è possibile darsi una risposta ma, come abbiamo visto, si possono fissare dei punti di partenza chiari e definiti”.

Il racconto del webinar attraverso i tweet

Photo Credits: Pixabay

L’educazione alla cittadinanza mondiale diventa digitale

In un mondo digitale anche l’educazione diventa protagonista dell’innovazione, e vive così un periodo di profondo cambiamento e rinnovamento.

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile indica la necessità di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Dal quarto obiettivo dell’agenda emerge il bisogno che anche le scuole e tutti gli ambienti educativi si impegnino per trasformare l’educazione in senso sempre più sostenibile.
La così detta “Educazione alla cittadinanza mondiale” si muove in questa direzione, avvicinando il mondo scolastico e quello della cooperazione. Queste due realtà collaborano per formare i giovani a una maggiore conoscenza e consapevolezza del mondo e di come possono esserne cittadini attivi e responsabili, lavorando su “valori base quali i diritti umani, la legalità, l’importanza e il rispetto della diversità, il dialogo tra culture, l’interdipendenza reciproca e la necessità di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale“.

Negli ultimi anni l’educazione alla cittadinanza mondiale si è aperta sempre più alle potenzialità offerte dagli strumenti digitali. L’avvento del web sembra aver influito molto sui comportamenti e sulle abitudini di giovani e ragazzi. Smartphone, tablet, computer sono ormai strumenti alla portata di tutti, anche dei più piccoli. Per quetso motivo, sempre più spesso le ong impegnate in progetti di educazione alla cittadinanza mondiale si avvalgono di strumenti digitali per far apprendere e riflettere i ragazzi giocando e divertendosi. Le applicazioni per cellulare e tablet, ad esempio, sono sempre più spesso utilizzate per parlare ai ragazzi di temi importanti e attuali.

Come nel progetto Eathink: eat local, think global, “un progetto cofinanziato dall’Unione Europea che vuole formare e coinvolgere gli insegnanti e gli studenti delle scuole primarie e secondarie per promuovere e rafforzare gli strumenti critici di educazione e formazione per rispondere alle sfide dello sviluppo globale. Il focus del progetto insisterà sulla sovranità e sulla sicurezza alimentare per ragionare sulla sostenibilità e sul consumo critico”.

LA-TORTA-DI-ROBIN-7Tra le numerose attività previste nel progetto, gli educatori di EAThink si sono messi alla prova nell’ideazione di due applicazioni mobili dedicate ai temi dell’alimentazione sostenibili. Le app sono facilmente scaricabili a questo link

“La torta di Robin”un percorso interattivo in cui Robin, il/la protagonista, deve ottenere gli ingredienti per cucinare la torta di mele più buona del mondo: buona per la salute, buona con l’ambiente e rispettosa degli altri. Passando per mercati agricoli, allevamenti e botteghe, Robin imparerà che solo con gli ingredienti più genuini, prodotti in modo equo e solidale potrà sfornare una torta davvero deliziosa .

“EAThink Game” permette a chi gioca  di scoprire e vivere in prima persona il percorso del cibo dalla produzione al consumo. EAThink Game infatti è composto da tre mini-giochi: uno sulla coltivazione, uno sulla vendita e il terzo sull’acquisto, i tre momenti fondamentali della filiera alimentare. Nel primo livello bisogna coltivare in modo naturale e sostenibile, evitando gli OGM e le sostanze dannose. Nel secondo livello il giocatore deve vendere i suoi prodotti, ma solamente a km0, freschi e fair trade. Nell’ultimo livello, quello dell’acquisto, bisogna invece acquistare i prodotti sani e sostenibili, buoni per la tua salute e per il mondo.

Sempre nell’ambito dell’alimentazione è stata sviluppata l’app “Bimbi in cucina”, un gioco per insegnare ai più piccoli le buone abitudini per una corretta alimentazione e uno stile di vita salutare. Tra quiz, ricette e preparazioni digitali, chi gioca deve diventare “mago chef”, imparando trucchi e ricette, scegliendo gli ingredienti più sani e sfidando online altri cuochi virtuali.

Meteoheroes-gransasso-big-32itswrtilsqeesyimsa2oCon lo scopo di sensibilizzare i più piccoli rispetto alla sostenibilità, all’ecologia e all’ambiente nasce il progetto “Meteo Heroes”. Nel videogioco per dispositivi mobile i sei bambini protagonisti scoprono di avere il potere di scatenare i fenomeni atmosferici, e impareranno a farlo per salvare la Terra, minacciata dai cattivi comportamenti ambientali.

 

Un altro strumento interessante rivolto ai più piccoli è “Gro Recycling”: un’applicazione che insegna ai bambini più piccoli l’importanza della raccolta differenziata. recycling900pxIl gioco consiste nel dare da mangiare ogni rifiuto al contenitore giusto, così da poter riutilizzare la spazzatura per produrre dei nuovi oggetti.

painting-with-time-climate-change2Sempre in tema ambientale, ma per ragazzi più grandi, è stata sviluppata “Painting With Time – Climate Change Edition”: l’app vuole mostrare in modo intuitivo, visivamente gli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero sul nostro pianeta. Tramite il confronto di due foto dello stesso scenario scattate in due momenti diversi è possibile notare i mutamenti che il panorama ha subito a causa del tempo e dei cambiamenti climatici.

Nell’applicazione sono proposti 17 confronti ma è possibile anche crearne di nuovi grazie alle indicazioni di un tutorial.

 

 

 

 

Photo credit: Gwenaël Piaser