ICT for Social Good: un premio per gli innovatori locali

L’innovazione è una potente forza di sviluppo locale, capace di generare idee che rivoluzionano la vita delle comunità. Per questo, abbiamo deciso di organizzare un premio, dedicato a quella miriade di progetti, di realtà, di idee innovative create dal basso che spesso faticano a essere riconosciute e a partecipare ai programmi di sviluppo internazionale ma che rappresentano un terreno fertile da cui partire per costruire un nuovo approccio alla cooperazione internazionale e allo sviluppo locale.

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L’uso dei droni nel settore umanitario

Negli ultimi anni, l’uso dei droni è aumentato considerevolmente grazie all’abbassamento dei prezzi e ai progressi tecnologici, che ne hanno facilitato da diffusione e l’utilizzo anche da parte delle ONG e delle organizzazioni umanitarie. La guida “Drones in Humanitarian Sector“, stilata dalla Swiss Foundation for Mine Action (FSD) e dai suoi partner (CartOng, Zoi Environment Network and UAViators), fornisce spunti interessanti per capire come i droni possano avere un impatto positivo sull’azione umanitaria, specialmente in risposta ai disastri naturali.

Di Federico Rivara

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Gli Oscar della comunicazione sociale 2016

Anche quest’anno l’Ong norvegese SAIH ha eletto i vincitori dei Radi-Aid Awards, il riconoscimento che dal 2013 premia le migliori e le peggiori campagne di comunicazione sociale e di raccolta fondi realizzate nel corso dell’ultimo anno.

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Fundraising per il non profit: i significati nascosti

Da sempre le organizzazioni non profit hanno dovuto fronteggiare la necessità di reperire fondi per poter portare avanti le proprie attività e raggiungere i propri obiettivi, in un una parola: “Fundraising”. Sempre più corsi di formazione e master universitari si occupano dell’argomento e molte persone si specializzano in questo ambito, dove è sempre più forte la richiesta di lavoratori qualificati e competenti.
Federica Maltese, esperta del settore e docente del corso “Fundraising per il non profit” di Ong 2.0, ha risposto a qualche domanda per introdurci, con il suo personale sguardo, al mondo della raccolta fondi per il non profit e il sociale.

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Sistemi di monitoraggio e valutazione: un importante elemento di trasparenza

Monitoraggio e valutazione di un progetto, sembrano terribili parole in “burocratese”, ma nascondono una realtà molto semplice: per realizzare al meglio un’attività, qualunque essa sia, bisogna avere sotto controllo una gran quantità di elementi.

I sistemi di monitoraggio servono proprio a questo: impostare il controllo dei diversi aspetti di un’attività passo passo.

“Sono strumenti fondamentali per lavorare bene” sostiene Silvia Favaron, consulente di varie Ong, alle spalle un master in valutazione a Rennes e 15 anni di esperienza in assistenza tecnica su monitoraggio e valutazione nei vari continenti, nonché docente al prossimo corso di Ong 2.0 in Monitoraggio e valutazione base e avanzato  “Oggi sono richiesti da tutti i finanziatori, ma non si tratta di rispondere semplicemente a una esigenza  burocratica, padroneggiare i sistemi di monitoraggio e valutazione è importante in sé per l’efficacia del progetto ed è molto sottovalutato dalla maggior parte delle ong”. Per Favaron sono tre le valenze fondamentali di questi strumenti: “Sono un elemento di trasparenza, permettono la comunicazione verso l’esterno e il controllo verso l’interno”.

La letteratura e i manuali per realizzare monitoraggio e valutazione abbondano – da segnalare anche quello redatto dal Ministero affari esteri italiano –  e anche i software per la raccolta dati, che può essere impostata in molti modi. “L’importante è che si faccia – sostiene Silvia – troppo spesso invece si arriva sul terreno per la fase di valutazione finale e ci si accorge che mancano i dati”

L’approccio di Favaron alla raccolta dati per il monitoraggio parte dall’analisi del quadro logico di progetto. La maggior parte dei progetti di cooperazione, infatti, oggi hanno un quadro logico (uno degli strumenti fondamentali del ciclo del progetto, che associa agli obiettivi e alle attività degli indicatori, ndr ). Si tratta di partire da questi indicatori e ragionare su come si possono raccogliere dati correlati, chi lo farà e ogni quanto tempo. “Bisogna rendere il quadro logico un elemento vivo, non una scartoffia in un cassetto” sostiene Favaron. “La raccolta dati e il monitoraggio nel corso delle attività può portare a reindirizzare il progetto in corso d’opera ed evitare clamorosi fallimenti. E poi non c’è valutazione di qualità senza monitoraggio. Certo è un lavoro faticoso, ma la cosa migliore è impostare la raccolta dati fin dall’inizio”

La valutazione, poi, sarà estremamente più semplice ed efficace se ci sono dati di partenza, tanto che sia realizzata da un consulente esterno che da un gruppo di auto-valutazione. “Sempre più si adotta l’approccio della valutazione partecipata” spiega Silvia “ed esistono una vasta gamma di possibili tecniche per coinvolgere i diversi stakeholders, anche quando ci troviamo in contesti non alfabetizzati. Ad esempio vengono disegnate mappe, analizzate fotografie, stilato l’albero dei problemi o più semplicemente si fa una camminata con i soggetti locali chiedendo loro di indicare i luoghi più significativi del villaggio….”

Suggerimenti pratici per affrontare tutto questo lavoro?

“Fare le cose più semplici possibili” sostiene ancora Favaron. Un esempio viene da un progetto in Malawi da lei seguito in cui erano state impiegate molte risorse per il monitoraggio e la valutazione creando un database molto complesso di raccolta dati. Il problema poi è stato che nessuno lo aggiornava perché troppo complicato. “Anche un semplice foglio Excel va benissimo”

Il secondo suggerimento è crederci “lavorare su questi aspetti come su qualunque altra attività del progetto, non solo come mero esercizio per i finanziatori“.

1_M&V BASE

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Armi chimiche in Darfur? Una mappa ne denuncia l’uso

Una mappa interattiva disegnata da SITU Research e Amnesty International dimostra una preoccupante e terribile escalation della crisi del Darfur, in Sudan. L’importante organizzazione non governativa che si batte per la difesa dei diritti umani denuncia, in un rapporto pubblicato oggi, di aver raccolto prove del probabile utilizzo di armi chimiche da parte del governo sudanese contro i civili.

Il rapporto, che trovate qui,  è stato redatto attraverso oltre 200 interviste a sopravvissuti e il supporto di esperti che hanno potuto lavorare tramite immagini, video e testimonianze dirette delle persone colpite, tra cui molte donne e bambini. Amnesty denuncia infatti l’impossibilità di accedere direttamente nel territorio a causa delle restrizioni predisposte dalle autorità locali. Secondo le indagini, 30 probabili attacchi con armi chimiche sono stati condotti tra gennaio e settembre 2016.

La piattaforma digitale consente di vedere in una singola interfaccia informazioni geo-spaziali, immagini satellitari, testimonianze oculari e fotografie. Lo strumento vuole fornire una narrazione spazio-temporale di violazioni mai documentate finora, sintetizzando vari contenuti in una singola interfaccia digitale.

 

mappa
Le conclusioni di Amnesty stimano la morte di un numero di persone che oscilla tra  200 e 250. I sintomi  – tra cui gravi disturbi gastrointestinali, veschiche e ferite su tutto il corpo e problemi respiratori – riportati dai sopravvissuti  hanno permesso agli esperti di ritenere molto probabile l’utilizzo di armi chimiche nella regione. L’uso di agenti chimici, ritenuto crimine di guerra, fa parte delle campagna lanciate dall’esercito sudanese nel Jebel Marra contro l’esercito di liberazione del Sudan, come riportato nel comunicato stampa di Amnesty.

Il digitale può permettere di superare le barriere fisiche per denunciare crimini di questo tipo o situazioni difficili in aree di conflitto. Per questo motivo, Amnesty lancia l’appello agli esperti digitali di collaborare volontariamente per analizzare le immagini satellitari del Darfur e approfondire l’analisi del contesto.  Con questo obbiettivo Amnesty lancerà anche il progetto Amnesty Decoders per incrementare l’attività di denuncia contro crimini di questa portata.

Photo Credit: Amnesty Media

Competenze digitali a scuola: la tecnologia da sola non basta

Domani, 23 giugno, si terrà a Roma il seminario nazionale del progetto “Un solo mondo un solo futuro” dal titolo “Educare alla cittadinanza mondiale e alla cooperazione internazionale: il miglior investimento per il futuro”. ONG2.0 sarà presente per parlare di scuola e competenze digitali, condividendo l’esperienza maturata in questi mesi.

 

di Viviana Brun

 

Educare alla Cittadinanza Globale nella scuola in tutto il mondo è l’obiettivo per i prossimi 15 anni indicato dall’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030, che sottolinea l’obbligo di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti“. Anche la scuola e la società italiana sono chiamate ad impegnarsi entro il 2030 ad “assicurarsi che tutti gli studenti acquisiscano le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso, tra l’altro, l’educazione per lo sviluppo sostenibile e stili di vita sostenibili, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la promozione di una cultura di pace e di non violenza, la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile” (Obiettivo 4.7.).

È sempre più chiaro che la dimensione online non possa restare esclusa da questo processo e che sia necessario estendere il concetto di cittadinanza includendo il web tra i “luoghi antropologici” che abitiamo ogni giorno. Essere cittadini oggi significa anche essere cittadini digitali.

L’Agenda Digitale è una delle sette iniziative principali individuate nella più ampia Strategia EU2020, che punta alla crescita inclusiva, intelligente e sostenibile dell’Unione. Nell’Agenda Digitale Europea, che a sua volta ha ispirato l’Agenda Digitale Italiana, si parla di “alfabetizzazione digitale” ovvero dell’uso delle nuove tecnologie non come un elemento esterno ai percorsi formativi, ma come alfabeto trasfersale alle varie discipline scolastiche.

Come sottolinea Marco Gui dell’università di Milano Bicocca, in un articolo apparso su Agenda Digitale, “la mera distribuzione delle tecnologie nelle scuole non sembra esercitare per ora effetti significativi“. Questo è un aspetto che abbiamo verificato anche noi entrando nelle classi. L’uso della LIM lavagna interattiva multimediale , ad esempio, spesso è delegato all’iniziativa e all’estro di ciascun insegnante, con conseguenti risultati molto disomogenei tra una realtà e l’altra. Questo è un sintomo del fatto che la tecnologia da sola non aiuta. È necessario educare alla cittadinanza digitale, utilizzando la rete e le nuove tecnologie a supporto di approcci metodologici e di obiettivi di apprendimento.

Il progetto Un solo mondo un solo futuro ha iniziato il suo lavoro sulle competenze digitali partendo dalle insegnanti, per formare:

  • alla fruizione corretta degli strumenti, come ad esempio l’uso consapevole delle immagini
  • alla produzione e diffusione di messaggi originali nei formati multimediali, suggerendo modalità per raccontare la realtà, i problemi e le sfide sociali attraverso lo storytelling, i video, le gallerie di immagini…
  • all’uso dei media come strumenti per la partecipazione e la sensibilizzazione su temi sociali
  • all’uso delle ICT per creare ponti e nuove occasioni di partenariato e incontro.

Oltre 550 scuole si sono raccontate sul blog del progetto, portando online le attività realizzate in classe sui temi delle migrazioni, della sovranità alimentare e dell’economia globale. Come realizzato ad esempio dalle scuole superiori (Bodoni, Marconi, Romagnosi, Sanvitale, Toschi) di Parma, durante la settimana della Cooperazione Internazionale. I ragazzi hanno sperimentato otto linguaggi diversi con cui rielaborare i temi dei diritti umani, delle migrazioni, della sovranità alimentare e delle ingiustizie sociali, come raccontano in questo bel video.
 

 
Il web è stato il protagonista anche nello scambio virtuale tra la scuola l’Istituto Comprensivo Radice Pappalardo di Castelvetrano e la Scuola Italiana di Tunisi, che ha rappresentato per i ragazzi un’occasione per incontrarsi, presentare le attività realizzate nell’ambito del progetto e dialogare sul tema delle migrazioni, da una sponda all’altra del Mediterraneo.

 

 
Photocredits: Scuola Primaria Baracca di Como
 

Che cosa sa Google di te? Scoprilo in 5 mosse

Quali sono le informazioni che condividi sul web? Hai tutto sotto controllo o su Internet c’è molto più di quel che pensi?

Se hai un account Google, in quest’articolo potresti scoprire 5 modi in cui il grande colosso del web sa che cosa fai, dove vai e quali preferenze hai.

 

Google conosce i tuoi interessi

Dalle classiche ricerche attraverso il motore di ricerca ai video su Youtube: tutte le tua attività parlano di te. Google raccoglie così numerose informazioni sui tuoi gusti e sulle tue preferenze. Anche le conversazioni via posta elettronica vengono vagliate, ma vengono utilizzate unicamente per annunci all’interno del servizio stesso.

Scopri come ti vede Google.

Cosa puoi fare
Puoi scegliere se basare gli annunci proposti da Google sui tuoi interessi. In caso tu non voglia il colosso informa della possibilità di non ricevere annunci basati sulle tue ricerche, in ogni caso però ti verranno proposti contenuti riguardo al tuo paese di provenienza e alle informazioni fornite in precedenza.

Google sa dove vai. E se lo ricorda anche.

GPS e Google Maps sono una gigantesca fonte di informazioni che ci aiuta quotidianamente a spostarci. Ogni volta in cui ripassiamo una strada, ogni volta in cui non sappiamo dove andare e interroghiamo Google, quest’ultimo lo registra. Oltre ovviamente a sapere quasi sicuramente dove abiti e dove lavori.

Non ti ricordi dove sei andato l’anno scorso per Pasqua? Google sì. Scopri come.

Cosa puoi fare
Puoi disattivare la memorizzazione dei tuoi spostamenti, proprio nella pagina segnalata qui sopra.

La tua attività sul web: chi hai cercato, che siti hai visitato.

Nonostante tu sia stato molto attento a cancellare la cronologia dal tuo pc, Google ha memorizzato le tue ricerche altrove.

Qui puoi trovare la cronologia delle tue ricerche su Google, qui invece tutto quello che hai visto e ascoltato grazie a Youtube.

Cosa puoi fare
Per eliminare questi dati è necessario andare sulla serie di tre pallini verticali posizionata in alto a destra, cliccandoci sopra selezionare “Opzioni di eliminazione” e scegliere l’opzione di eliminazione consona alle proprie necessità.

Tutti i servizi che ci sono intorno a te

Non è ancora finita. Se hai un account Android, ovviamente Google ha rilevato tutti i servizi di cui fai uso (Calendario, Drive, collezione di fotografie, etc.).

Te ne sfugge qualcuno? Google e la sua dashboard ti aiuteranno a recuperarli.

Cosa puoi fare
Google ti consente di impostare un promemoria che ti inviti a controllare ogni mese la tua dashboard, in modo da poter monitorare in maniera costante e veloce le attività del tuo account.

Quali applicazioni hanno accesso ai tuoi dati?

In numerosi casi, l’utilizzo di alcuni servizi corrisponde alla concessione da parte dell’utente al prestatore del servizio dell’accesso ai propri dati.
Ma quali sono le app collegate al tuo account?

Eccole.

Cosa puoi fare
Non vuoi più che una di queste app abbiano accesso ai tuoi dati? Ti basterà eliminarla.

E infine… un’ultima astuzia: scarica tutti i tuoi dati e conosci la tua immagine online.

Tutte le informazioni che Google colleziona sul nostro conto vengono raggruppate. È possibile scaricarle, selezionando i dati che ci interessano tra album di foto, documenti, elenchi di contatti.

 


Fonte: Archimag.

Photocredits: Sciax2.

Nouabook, i cittadini del Marocco parlano con i parlamentari sul web

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

I cittadini del Marocco hanno pochi canali per far sentire la propria voce o per sapere cosa fanno i loro rappresentanti politici. Anche se i social network sono stati fondamentali per organizzare le proteste della Primavera Araba, gli sforzi e le iniziative per permettere ai cittadini di essere attivi in politica tramite le ICT appaiono oggi lenti e poco strutturati.

In questo contesto, salta agli occhi il contributo di Nouabook, una piattaforma web che permette ai cittadini di mettersi in contatto con chi li rappresenta in Parlamento, conoscendoli meglio e ponendogli domande sui lavori e le iniziative che seguono in aula. Le richieste fatte online sono sottoposte alla revisione di moderatori, che si accertano che queste rispettino i codici di condotta; vengono dunque pubblicate e inviate ai parlamentari. Un sistema di voto permette di votare per le domande e le risposte preferite; più voti la domanda riceve, più si alza la possibilità di ricevere una risposta dal parlamentare. Nouabook si rivolge soprattutto ai giovani marocchini e ai circa 9 milioni di utenti Facebook, a cui la piattaforma stessa è collegata.

Il progetto è stato lanciato in occasione delle elezioni della primavera del 2014 ed è stato implementatato da SimSim-Participation Citoyenne, un’organizzazione della società civile marocchina indipendente e apartitica che punta a migliorare la gestione della cosa pubblica tramite le ICT. Nello specifico, SimSim-Participation Citoyenne ha un duplice obiettivo: aiutare i cittadini a giocare un ruolo da protagonisti della sfera pubblica e supportare le istituzioni nell’interazione con gli elettori. Il termine “SimSim” o “sesame,” fa riferimento all’espressione “apriti sesamo” pronunciata dal personaggio Ali Baba per fare aprire la porta della grotta in cui si nascondeva un tesoro. In questo caso, l’informazione nascosta e inaccessibile è il tesoro. Favorendo l’integrazione della discussione politica nei social network, SimSim spera di far avvicinare politica e cittadini, creando le condizioni per rendere più profonda la fiducia tra eletti ed elettori.

photo credits: http://www.h24info.ma

Come progettare un’iniziativa ICT4D di successo? Vademecum

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

1. Individua e valuta i flussi comunicativi
I primi passi da compiere hanno a che fare con un’analisi dei flussi informativi e comunicativi all’interno del contesto e in riferimento al target di lavoro, con la raccolta di bisogni e aspettative.
Domande da farsi: che caratteristiche hanno questi flussi? Come e perché li si vuole migliorare? A quali cambiamenti si aspira? Le ICT potrebbero esserci d’aiuto in questo processo di miglioramento? In che modo?

2. Verifica il contesto sociale e culturale per l’inserimento e l’utilizzo delle ICT
In secondo luogo, è necessario testare la qualità del rapporto tra persone e ICT, studiarne le interazioni e misurarne la familiarità per assicurarsi che la tecnologia sia appropriata al contesto e che ci sia il desiderio di usarla.
Domande da farsi: quali strumenti gli abitanti di quella determinata area o appartenenti a una certa comunità usano per comunicare e scambiarsi le informazioni? Cosa li spinge a usare proprio quegli strumenti? Quali ICT sono più facilmente accessibili e diffuse? Quali sono gli aspetti culturali, sociali, economici e politici che influenzano l’adozione e l’utilizzo delle nuove tecnologie? Quali aspetti favoriscono queste azioni? Quali li limitano?

3. Verifica il contesto fisico di inserimento e di utilizzo delle ICT
Perché la tecnologia funzioni sono necessari precisi requisiti tecnici e infrastrutturali. Questa terza fase è infatti dedicata a studiare le infrastrutture, le telecomunicazioni e i regolamenti presenti in loco. Inoltre, è importante osservare il clima e le condizioni ambientali, mappare i servizi di manutenzione e gli operatori telefonici, considerare la stabilità della fornitura dell’energia elettrica, la connessione a internet e i relativi costi. Infine: elencare le risorse, le competenze tecniche e il tempo richiesti dall’implementazione del progetto tecnologico.

4. Pit stop! Verifica i bisogni e della visione alla base del progetto
Una volta capito a fondo l’ecosistema di lavoro, vale la pena fermarsi a riflettere nuovamente sui bisogni individuati e sull’opportunità dell’uso delle ICT per trovare una soluzione ai problemi e raggiungere gli obiettivi di sviluppo tracciati inizialmente.
Domande da farsi: considerato il contesto in cui ci stiamo muovendo, le ICT rappresentano un valido aiuto nel raggiungimento degli obiettivi del progetto? Le ICT costituiscono un supporto alle attività e facilitano la sperimentazione di nuove iniziative? A quanto ammonta l’investimento finanziario? Al netto di questo, il loro utilizzo favorisce il risparmio di tempo e denaro? Oppure prevede un aumento del carico di lavoro e dei costi? La loro adozione aumenta l’uguaglianza, diminuisce la discriminazione e favorisce l’inclusione sociale? Quale livello di conoscenza tecnico è richiesto agli utenti? Le persone sono disponibili e interessate a usare nuove ICT o a imparare a usarle? Come gli equilibri dell’ecosistema verrebbero influenzati? Quali potrebbero essere i rischi di una nuova adozione? Quale sarà l’impatto nel sistema manageriale, organizzativo e gerarchico del contesto di riferimento? In che modo si pensa di coinvolgere i leader della comunità? C’è il bisogno di individuare dei mediatori? E infine: qual è il valore aggiunto dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel progetto?

5. Seleziona le ICT appropriate
Una volta chiarito se è opportuno integrare le ICT nel progetto, definendone l’obiettivo e gli impatti preventivati, si può procedere con la scelta dello strumento più appropriato. È consigliato fare una lista delle ICT disponibili, elencandone le potenzialità e i limiti a partire dall’accessibilità, passando poi a costi, usabilità, conoscenze e competenze locali disponibili, valutando le eventuali alternative open source. Un’accortezza è quella di mappare l’esistenza di progetti simili nella stessa area, per evitare di replicare qualcosa di già esistente. Dopodiché, è utile creare e testare un prototipo della soluzione individuata, organizzando delle simulazioni per verificarne fattibilità e utilità.

6. Pianifica la sostenibilità
È necessario assicurarsi che a livello finanziario la soluzione tecnologica scelta sia sostenibile sul lungo periodo e che i costi non superino i benefici.
Domande da farsi: quali spese mettere a budget, dunque, per sostenere i costi di utilizzo e di equipaggiamento (hardware e software) di manutenzione e riparazione? È necessaria una formazione perché le persone sappiano padroneggiare gli strumenti? Qual è il business model che sta alla base del progetto? Come il progetto stesso può diventare fonte di reddito?

7. Organizza i training
Per essere sicuri che le attività con focus tecnologico proseguano nel tempo, è necessario individuare chi localmente potrà garantire coordinamento e supporto tecnico. Inoltre sarà necessario individuare una figura che monitori il grado di formazione ed eventualmente organizzi corsi di aggiornamento, basandosi su riflessioni quali: di che competenze c’è bisogno? chi deve essere formato? su quali contenuti e aspetti? come, attraverso quali canali e con quale frequenza? quanto tempo è richiesto?

8. Monitora, valuta e condividi errori e progressi
In tutti i programmi ICT4D è necessario prevedere strategie di monitoraggio e valutazione, sia per garantire processi di apprendimento collettivi e individuali che per condividere con il pubblico risultati, successi e fallimenti.

 

Per approfondire
Connect! A practical guide to using ICTs in Plan projects (2014), una guida pratica alla progettazione dei progetti ICT4D realizzata dall’ong Plan International
The primer series on ICT4D for youth (2011), un manuale completo sulle ICT4D a cura dell’agenzia delle Nazioni Unite UN-APCICT/ESCAP

 

photo credits: https://ict4dviewsfromthefield.wordpress.com