Competenze digitali a scuola: la tecnologia da sola non basta

Domani, 23 giugno, si terrà a Roma il seminario nazionale del progetto “Un solo mondo un solo futuro” dal titolo “Educare alla cittadinanza mondiale e alla cooperazione internazionale: il miglior investimento per il futuro”. ONG2.0 sarà presente per parlare di scuola e competenze digitali, condividendo l’esperienza maturata in questi mesi.

 

di Viviana Brun

 

Educare alla Cittadinanza Globale nella scuola in tutto il mondo è l’obiettivo per i prossimi 15 anni indicato dall’Agenda Globale per lo Sviluppo Sostenibile 2030, che sottolinea l’obbligo di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti“. Anche la scuola e la società italiana sono chiamate ad impegnarsi entro il 2030 ad “assicurarsi che tutti gli studenti acquisiscano le conoscenze e le competenze necessarie per promuovere lo sviluppo sostenibile attraverso, tra l’altro, l’educazione per lo sviluppo sostenibile e stili di vita sostenibili, i diritti umani, l’uguaglianza di genere, la promozione di una cultura di pace e di non violenza, la cittadinanza globale e la valorizzazione della diversità culturale e del contributo della cultura allo sviluppo sostenibile” (Obiettivo 4.7.).

È sempre più chiaro che la dimensione online non possa restare esclusa da questo processo e che sia necessario estendere il concetto di cittadinanza includendo il web tra i “luoghi antropologici” che abitiamo ogni giorno. Essere cittadini oggi significa anche essere cittadini digitali.

L’Agenda Digitale è una delle sette iniziative principali individuate nella più ampia Strategia EU2020, che punta alla crescita inclusiva, intelligente e sostenibile dell’Unione. Nell’Agenda Digitale Europea, che a sua volta ha ispirato l’Agenda Digitale Italiana, si parla di “alfabetizzazione digitale” ovvero dell’uso delle nuove tecnologie non come un elemento esterno ai percorsi formativi, ma come alfabeto trasfersale alle varie discipline scolastiche.

Come sottolinea Marco Gui dell’università di Milano Bicocca, in un articolo apparso su Agenda Digitale, “la mera distribuzione delle tecnologie nelle scuole non sembra esercitare per ora effetti significativi“. Questo è un aspetto che abbiamo verificato anche noi entrando nelle classi. L’uso della LIM lavagna interattiva multimediale , ad esempio, spesso è delegato all’iniziativa e all’estro di ciascun insegnante, con conseguenti risultati molto disomogenei tra una realtà e l’altra. Questo è un sintomo del fatto che la tecnologia da sola non aiuta. È necessario educare alla cittadinanza digitale, utilizzando la rete e le nuove tecnologie a supporto di approcci metodologici e di obiettivi di apprendimento.

Il progetto Un solo mondo un solo futuro ha iniziato il suo lavoro sulle competenze digitali partendo dalle insegnanti, per formare:

  • alla fruizione corretta degli strumenti, come ad esempio l’uso consapevole delle immagini
  • alla produzione e diffusione di messaggi originali nei formati multimediali, suggerendo modalità per raccontare la realtà, i problemi e le sfide sociali attraverso lo storytelling, i video, le gallerie di immagini…
  • all’uso dei media come strumenti per la partecipazione e la sensibilizzazione su temi sociali
  • all’uso delle ICT per creare ponti e nuove occasioni di partenariato e incontro.

Oltre 550 scuole si sono raccontate sul blog del progetto, portando online le attività realizzate in classe sui temi delle migrazioni, della sovranità alimentare e dell’economia globale. Come realizzato ad esempio dalle scuole superiori (Bodoni, Marconi, Romagnosi, Sanvitale, Toschi) di Parma, durante la settimana della Cooperazione Internazionale. I ragazzi hanno sperimentato otto linguaggi diversi con cui rielaborare i temi dei diritti umani, delle migrazioni, della sovranità alimentare e delle ingiustizie sociali, come raccontano in questo bel video.
 

 
Il web è stato il protagonista anche nello scambio virtuale tra la scuola l’Istituto Comprensivo Radice Pappalardo di Castelvetrano e la Scuola Italiana di Tunisi, che ha rappresentato per i ragazzi un’occasione per incontrarsi, presentare le attività realizzate nell’ambito del progetto e dialogare sul tema delle migrazioni, da una sponda all’altra del Mediterraneo.

 

 
Photocredits: Scuola Primaria Baracca di Como
 

Che cosa sa Google di te? Scoprilo in 5 mosse

Quali sono le informazioni che condividi sul web? Hai tutto sotto controllo o su Internet c’è molto più di quel che pensi?

Se hai un account Google, in quest’articolo potresti scoprire 5 modi in cui il grande colosso del web sa che cosa fai, dove vai e quali preferenze hai.

 

Google conosce i tuoi interessi

Dalle classiche ricerche attraverso il motore di ricerca ai video su Youtube: tutte le tua attività parlano di te. Google raccoglie così numerose informazioni sui tuoi gusti e sulle tue preferenze. Anche le conversazioni via posta elettronica vengono vagliate, ma vengono utilizzate unicamente per annunci all’interno del servizio stesso.

Scopri come ti vede Google.

Cosa puoi fare
Puoi scegliere se basare gli annunci proposti da Google sui tuoi interessi. In caso tu non voglia il colosso informa della possibilità di non ricevere annunci basati sulle tue ricerche, in ogni caso però ti verranno proposti contenuti riguardo al tuo paese di provenienza e alle informazioni fornite in precedenza.

Google sa dove vai. E se lo ricorda anche.

GPS e Google Maps sono una gigantesca fonte di informazioni che ci aiuta quotidianamente a spostarci. Ogni volta in cui ripassiamo una strada, ogni volta in cui non sappiamo dove andare e interroghiamo Google, quest’ultimo lo registra. Oltre ovviamente a sapere quasi sicuramente dove abiti e dove lavori.

Non ti ricordi dove sei andato l’anno scorso per Pasqua? Google sì. Scopri come.

Cosa puoi fare
Puoi disattivare la memorizzazione dei tuoi spostamenti, proprio nella pagina segnalata qui sopra.

La tua attività sul web: chi hai cercato, che siti hai visitato.

Nonostante tu sia stato molto attento a cancellare la cronologia dal tuo pc, Google ha memorizzato le tue ricerche altrove.

Qui puoi trovare la cronologia delle tue ricerche su Google, qui invece tutto quello che hai visto e ascoltato grazie a Youtube.

Cosa puoi fare
Per eliminare questi dati è necessario andare sulla serie di tre pallini verticali posizionata in alto a destra, cliccandoci sopra selezionare “Opzioni di eliminazione” e scegliere l’opzione di eliminazione consona alle proprie necessità.

Tutti i servizi che ci sono intorno a te

Non è ancora finita. Se hai un account Android, ovviamente Google ha rilevato tutti i servizi di cui fai uso (Calendario, Drive, collezione di fotografie, etc.).

Te ne sfugge qualcuno? Google e la sua dashboard ti aiuteranno a recuperarli.

Cosa puoi fare
Google ti consente di impostare un promemoria che ti inviti a controllare ogni mese la tua dashboard, in modo da poter monitorare in maniera costante e veloce le attività del tuo account.

Quali applicazioni hanno accesso ai tuoi dati?

In numerosi casi, l’utilizzo di alcuni servizi corrisponde alla concessione da parte dell’utente al prestatore del servizio dell’accesso ai propri dati.
Ma quali sono le app collegate al tuo account?

Eccole.

Cosa puoi fare
Non vuoi più che una di queste app abbiano accesso ai tuoi dati? Ti basterà eliminarla.

E infine… un’ultima astuzia: scarica tutti i tuoi dati e conosci la tua immagine online.

Tutte le informazioni che Google colleziona sul nostro conto vengono raggruppate. È possibile scaricarle, selezionando i dati che ci interessano tra album di foto, documenti, elenchi di contatti.

 


Fonte: Archimag.

Photocredits: Sciax2.

Nouabook, i cittadini del Marocco parlano con i parlamentari sul web

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

I cittadini del Marocco hanno pochi canali per far sentire la propria voce o per sapere cosa fanno i loro rappresentanti politici. Anche se i social network sono stati fondamentali per organizzare le proteste della Primavera Araba, gli sforzi e le iniziative per permettere ai cittadini di essere attivi in politica tramite le ICT appaiono oggi lenti e poco strutturati.

In questo contesto, salta agli occhi il contributo di Nouabook, una piattaforma web che permette ai cittadini di mettersi in contatto con chi li rappresenta in Parlamento, conoscendoli meglio e ponendogli domande sui lavori e le iniziative che seguono in aula. Le richieste fatte online sono sottoposte alla revisione di moderatori, che si accertano che queste rispettino i codici di condotta; vengono dunque pubblicate e inviate ai parlamentari. Un sistema di voto permette di votare per le domande e le risposte preferite; più voti la domanda riceve, più si alza la possibilità di ricevere una risposta dal parlamentare. Nouabook si rivolge soprattutto ai giovani marocchini e ai circa 9 milioni di utenti Facebook, a cui la piattaforma stessa è collegata.

Il progetto è stato lanciato in occasione delle elezioni della primavera del 2014 ed è stato implementatato da SimSim-Participation Citoyenne, un’organizzazione della società civile marocchina indipendente e apartitica che punta a migliorare la gestione della cosa pubblica tramite le ICT. Nello specifico, SimSim-Participation Citoyenne ha un duplice obiettivo: aiutare i cittadini a giocare un ruolo da protagonisti della sfera pubblica e supportare le istituzioni nell’interazione con gli elettori. Il termine “SimSim” o “sesame,” fa riferimento all’espressione “apriti sesamo” pronunciata dal personaggio Ali Baba per fare aprire la porta della grotta in cui si nascondeva un tesoro. In questo caso, l’informazione nascosta e inaccessibile è il tesoro. Favorendo l’integrazione della discussione politica nei social network, SimSim spera di far avvicinare politica e cittadini, creando le condizioni per rendere più profonda la fiducia tra eletti ed elettori.

photo credits: http://www.h24info.ma

Come progettare un’iniziativa ICT4D di successo? Vademecum

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

1. Individua e valuta i flussi comunicativi
I primi passi da compiere hanno a che fare con un’analisi dei flussi informativi e comunicativi all’interno del contesto e in riferimento al target di lavoro, con la raccolta di bisogni e aspettative.
Domande da farsi: che caratteristiche hanno questi flussi? Come e perché li si vuole migliorare? A quali cambiamenti si aspira? Le ICT potrebbero esserci d’aiuto in questo processo di miglioramento? In che modo?

2. Verifica il contesto sociale e culturale per l’inserimento e l’utilizzo delle ICT
In secondo luogo, è necessario testare la qualità del rapporto tra persone e ICT, studiarne le interazioni e misurarne la familiarità per assicurarsi che la tecnologia sia appropriata al contesto e che ci sia il desiderio di usarla.
Domande da farsi: quali strumenti gli abitanti di quella determinata area o appartenenti a una certa comunità usano per comunicare e scambiarsi le informazioni? Cosa li spinge a usare proprio quegli strumenti? Quali ICT sono più facilmente accessibili e diffuse? Quali sono gli aspetti culturali, sociali, economici e politici che influenzano l’adozione e l’utilizzo delle nuove tecnologie? Quali aspetti favoriscono queste azioni? Quali li limitano?

3. Verifica il contesto fisico di inserimento e di utilizzo delle ICT
Perché la tecnologia funzioni sono necessari precisi requisiti tecnici e infrastrutturali. Questa terza fase è infatti dedicata a studiare le infrastrutture, le telecomunicazioni e i regolamenti presenti in loco. Inoltre, è importante osservare il clima e le condizioni ambientali, mappare i servizi di manutenzione e gli operatori telefonici, considerare la stabilità della fornitura dell’energia elettrica, la connessione a internet e i relativi costi. Infine: elencare le risorse, le competenze tecniche e il tempo richiesti dall’implementazione del progetto tecnologico.

4. Pit stop! Verifica i bisogni e della visione alla base del progetto
Una volta capito a fondo l’ecosistema di lavoro, vale la pena fermarsi a riflettere nuovamente sui bisogni individuati e sull’opportunità dell’uso delle ICT per trovare una soluzione ai problemi e raggiungere gli obiettivi di sviluppo tracciati inizialmente.
Domande da farsi: considerato il contesto in cui ci stiamo muovendo, le ICT rappresentano un valido aiuto nel raggiungimento degli obiettivi del progetto? Le ICT costituiscono un supporto alle attività e facilitano la sperimentazione di nuove iniziative? A quanto ammonta l’investimento finanziario? Al netto di questo, il loro utilizzo favorisce il risparmio di tempo e denaro? Oppure prevede un aumento del carico di lavoro e dei costi? La loro adozione aumenta l’uguaglianza, diminuisce la discriminazione e favorisce l’inclusione sociale? Quale livello di conoscenza tecnico è richiesto agli utenti? Le persone sono disponibili e interessate a usare nuove ICT o a imparare a usarle? Come gli equilibri dell’ecosistema verrebbero influenzati? Quali potrebbero essere i rischi di una nuova adozione? Quale sarà l’impatto nel sistema manageriale, organizzativo e gerarchico del contesto di riferimento? In che modo si pensa di coinvolgere i leader della comunità? C’è il bisogno di individuare dei mediatori? E infine: qual è il valore aggiunto dell’utilizzo delle nuove tecnologie nel progetto?

5. Seleziona le ICT appropriate
Una volta chiarito se è opportuno integrare le ICT nel progetto, definendone l’obiettivo e gli impatti preventivati, si può procedere con la scelta dello strumento più appropriato. È consigliato fare una lista delle ICT disponibili, elencandone le potenzialità e i limiti a partire dall’accessibilità, passando poi a costi, usabilità, conoscenze e competenze locali disponibili, valutando le eventuali alternative open source. Un’accortezza è quella di mappare l’esistenza di progetti simili nella stessa area, per evitare di replicare qualcosa di già esistente. Dopodiché, è utile creare e testare un prototipo della soluzione individuata, organizzando delle simulazioni per verificarne fattibilità e utilità.

6. Pianifica la sostenibilità
È necessario assicurarsi che a livello finanziario la soluzione tecnologica scelta sia sostenibile sul lungo periodo e che i costi non superino i benefici.
Domande da farsi: quali spese mettere a budget, dunque, per sostenere i costi di utilizzo e di equipaggiamento (hardware e software) di manutenzione e riparazione? È necessaria una formazione perché le persone sappiano padroneggiare gli strumenti? Qual è il business model che sta alla base del progetto? Come il progetto stesso può diventare fonte di reddito?

7. Organizza i training
Per essere sicuri che le attività con focus tecnologico proseguano nel tempo, è necessario individuare chi localmente potrà garantire coordinamento e supporto tecnico. Inoltre sarà necessario individuare una figura che monitori il grado di formazione ed eventualmente organizzi corsi di aggiornamento, basandosi su riflessioni quali: di che competenze c’è bisogno? chi deve essere formato? su quali contenuti e aspetti? come, attraverso quali canali e con quale frequenza? quanto tempo è richiesto?

8. Monitora, valuta e condividi errori e progressi
In tutti i programmi ICT4D è necessario prevedere strategie di monitoraggio e valutazione, sia per garantire processi di apprendimento collettivi e individuali che per condividere con il pubblico risultati, successi e fallimenti.

 

Per approfondire
Connect! A practical guide to using ICTs in Plan projects (2014), una guida pratica alla progettazione dei progetti ICT4D realizzata dall’ong Plan International
The primer series on ICT4D for youth (2011), un manuale completo sulle ICT4D a cura dell’agenzia delle Nazioni Unite UN-APCICT/ESCAP

 

photo credits: https://ict4dviewsfromthefield.wordpress.com

E-commerce senza il web: il caso di Radio Marché in Mali

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

I piccoli proprietari terrieri, gli allevatori o i pescatori che vivono nei Pvs sono spesso esclusi dall’accesso ad informazioni aggiornate, necessarie per implementare le strategie delle loro attività produttive. Questa situazione genera in molti casi l’incapacità endemica di produrre cibo a sufficienza per la propria comunità, di raggiungere mercati adeguati per la vendita o, ancora, di avere accesso al credito, ai servizi e alle sovvenzioni. In tale scenario, è ormai generalmente
riconosciuto il ruolo giocato dalle ICT nel migliorare la vita di questa categoria di persone e si perde il conto dei progetti nati con l’obiettivo di metterle al servizio dello sviluppo economico agricolo, della sicurezza alimentare, dell’imprenditoria locale e dell’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro (vedi alla voce #ICT4agriculture).

Contadini, pescatori, allevatori e, più in generale, piccoli imprenditori possono oggi usare le ICT per molteplici scopi, tra cui:
1. conoscere i prezzi di mercato delle materie prime e, in alcuni casi, scegliere di acquistarle online ai prezzi di mercato
2. migliorare la qualità e aumentare la quantità della produzione, accedendo a ricerche scientifiche o a materiale formativo su nuove pratiche di coltivazione attraverso l’uso di video, immagini, podcast
3. migliorare la gestione e l’amministrazione della propria azienda attraverso database che aiutano a catalogare i pro-
dotti da vendere, a sistemizzare le entrate e le uscite, a semplificare i rapporti con i clienti
4. vendere i propri prodotti su piattaforme e-commerce e accedere così a nuovi mercati
5. rafforzare la connessione tra le organizzazioni contadine
6. accedere a informazioni, servizi e bandi messi a disposizione da ong, organizzazioni internazionali o governi
7. internazionalizzare la propria produzione, traendo beneficio da nuove opportunità di business e partnership
8. accedere a opportunità di credito o a forme alternative di finanziamento.

A prima vista, il world wide web sembra rappresentare il luogo ideale per diminuire il gap conoscitivo, rafforzare i partenariati ed espandere i mercati. Eppure, nonostante il suo tremendo successo in molte parti del mondo, ci sono ancora 4,4 miliardi di persone che non vi hanno accesso: di queste, 3,2 miliardi sono concentrate in soli 20 paesi (Mc Kinsey & Company 2014). Oltre alla barriera infrastrutturale, però, il web diventa inaccessibile quando, pur presente, veicola contenuti nelle lingue maggioritarie, dimenticandosi dei dialetti, oppure quando propone informazioni mainstream isolando le realtà locali.

Un caso esemplificativo di come usare le ICT, in particolare i network GSM e le stazioni radio, per fare arrivare i benefici della creazione e della condivisione della conoscenza tramite web anche laddove questo non c’è, è rappresentato dal progetto Radio Marché.

Questa iniziativa ha provato a rispondere all’esigenza dei contadini che vivono nelle campagne della regione di Tominian, Mali – una zona vulnerabile a causa delle condizioni meteo imprevedibili – di comunicare più facilmente con i propri clienti per avvisarli della disponibilità dei prodotti in vendita. Siamo in un’area dove non c’è quasi elettricità, ma dove i contadini hanno e usano i telefoni cellulari e ascoltano tutti i giorni la radio. La maggior parte di loro è analfabeta e per questo preferisce comunicare oralmente.

A livello tecnico, il team di Radio Marché si è concentrato sulla creazione di un software open source con interfaccia vocale per telefoni cellulari (IVR, Iteractive Voice Response). Si tratta di un’applicazione mobile che permette l’invio di messaggi vocali e che semplifica la comunicazione tra persone analfabete. Nonostante sia meno utilizzata degli SMS, a causa della mancanza di software che ne facilitino l’installazione a coloro che non possiedono conoscenze informatiche approfondite, i sistemi IVR hanno grandi potenzialità a fini sociali.

Radio Marché ha così digitalizzato, rendendolo così più efficente, un servizio già esistente di MIS (Market Information System) che funzionava nel modo seguente. L’associazione maliana Sahel Eco (che, tra le varie attività, si occupa
dell’accompagnamento all’uso sostenibile delle risorse della foresta e di aiutare a creare piccoli commerci a partire dalle materie prime forestali) riceveva sms da parte dei contadini con le informazioni principali sui prodotti in vendita (quantità, qualità, prezzo, nome del contadino, villaggio, telefono cellulare), inseriva i dati in un file excel e, una volta alla settimana, scriveva un comunicato stampa con tutti gli avvisi raccolti che si premurava poi di mandare via internet da un cyber café del vicinato alle radio locali (che a loro volta si recavano nei cyber café per stamparlo).

In altre parole: il sistema messo in piedi da Radio Marché semplifica il passaggio di informazioni dall’ong Sahel Eco alle radio. Esso permette di processare digitalmente le informazioni ricevute da messaggi vocali o testuali e di creare comunicati in un formato web progettato ad hoc, da cui si genera automaticamente un nuovo comunicato audio destinato ad essere trasmesso via radio e accessibile o via web oppure via telefono.

A detta dei suoi ideatori, Radio Marché ripropone i benefici di piattaforme e-commerce come Amazon e Ebay. La differenza è che Radio Marché è limitato a un ristretto numero di prodotti e a una specifica area geografica. Nonostante ciò, i risultati raccolti sono stati molto positivi, portando in alcuni casi a veder crescere così tanto la domanda di prodotti che ci si è cominciati a porre problemi mai presi in considerazione prima di quel momento (ad esempio, come aumentare la produttività?). Il sistema ha permesso inoltre di archiviare più facilmente tutti i comunicati, di garantire la veridicità delle informazioni veicolate, di non usare l’ong come intermediaria ma di chiamare direttamente un numero verde per registrare il proprio messaggio vocale.

Il progetto segue una duplice valore: dimostrare come è possibile fare innovazione appropriata a partire dalla tecnologia già presente in un ecosistema, ripensandola e ricombinandola per rispondere ai bisogni locali, e seguendo un processo di co-creazione e progettazione partecipata, lavorando fianco a fianco con la comunità autoctona.

Per approfondire
Leggi il paper dei ricercatori della VU University di Amsterdam [EN]

photo credits: Farm Radio International

Sfide e barriere della rivoluzione mobile

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

L’ecosistema in cui si promuove l’uso delle ICT per la trasformazione della società conta. Stéphane Boyera, consulente nel campo delle ICT4D, ha individuato 5 limiti (o sfide) della cosiddetta “mobile revolution” (una rivoluzione palpabile, dal momento che oggi la rete 2G raggiunge il 95% della popolazione mondiale – ITU 2015).

1. Accesso alla tecnologia: in Kenya (che insieme a Nigeria e Sud Africa è uno degli stati più tecnologicamente avanzati del continente), più del 50% dei telefoni cellulari presenti sono di prima generazione (permettono cioè le chiamate e l’invio di sms); gli smartphone (con cui ci si può connettere a internet) rappresentano circa il 10%.
2. Cultura e profilo degli utenti: in Mali il tasso di alfabetizzazione è del 26%, difficile immaginare quindi che gli utenti posseggano le conoscenze sufficienti per un uso base delle ICT.
3. Barriera linguistica: la maggior parte dei servizi ICT è stata sviluppata in inglese, il che ne rende difficile la fruibilità in zone in cui si parlano lingue diverse o dialetti locali.
4. Bassi salari: e cioè bassa disponibilità economica per acquistare strumenti o servizi.
5. Spiccate differenze tra aree rurali e urbane e tra classi sociali: “Ovunque nel mondo, è assai probabile che chi è parte dell’élite possegga tablet o smartphone sempre connessi – sostiene Boyera – Più si scende la piramide sociale e più questi dispositivi sono assenti”.

Secondo l’esperto, un possibile ponte per il superamento di queste barriere è rappresentato dalla tecnologia vocale (IVR – voice based technology) che ha i seguenti vantaggi:
1. funziona su tutte le tipologie di telefoni cellulari, dalla prima all’ultima generazione
2. funziona con tutte le reti mobili
3. funziona in maniera semplice (basta digitare i tasti del telefono per attivarla)
4. puo essere usata in tutte le lingue del mondo
5. è accessibile anche agli analfabeti.

Nonostante oggi sia meno utilizzata degli SMS, a causa della mancanza di software che ne facilitino l’installazione a coloro che non possiedono conoscenze informatiche approfondite, i sistemi IVR hanno grandi potenzialità a fini sociali. Ne è un esempio, Verboice, un’applicazione open source adoperata in progetti umanitari che facilita la creazione di iniziative basate sull’interazione vocale: via telefono cellulare, gli utenti di Verboice possono ascoltare e registrare messaggi nella lingua o nel dialetto preferiti oppure rispondere a sondaggi e questionari.

Leggi anche
E-commerce senza il web: il caso di Radio Marché in Mali

photo credits: https://farm3.staticflickr.com e http://discover.isif.asia

Le ICT nell’educazione: che cosa sono e un esempio dall’Uganda

di Serena Carta, tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

Le ICT nell’educazione, se viste come strumento e non (solo) come oggetto della lezione, possono supportare un gran numero di funzioni vitali come l’amministrazione scolastica, l’accesso degli studenti all’educazione, l’aggiornamento degli insegnanti. Come in tutti gli altri ambiti di applicazione, le ICT portano con sé anche la possibilità di connettere le zone più marginalizzate al mondo con la più ampia comunità scientifica ed educativa. Per questo motivo internet, in particolare, si è rivelato un canale fondamentale per il mondo dell’accademia, incentivando e migliorando lo scambio e la circolazione dei saperi e della conoscenza.

Lo Spider center di Stoccolma classifica l’impiego delle ICT in ambito educativo in tre aree principali:

1. Alfabetizzazione digitale
Per approfittare degli enormi vantaggi e potenzialità derivanti dall’uso del le ICT, le persone hanno innanzitutto bisogno delle giuste competenze e conoscenze per esplorare e usare le tecnologie. L’accesso alle ICT è solo il primo passo di un lungo processo di capacity development il cui obiettivo deve essere l’inclusione digitale. Ci sono gruppi sociali particolarmente pronti e proattivi ad imparare come si usano le ICT (giovani, professionisti,
studenti…) mentre altri sono più resistenti (anziani, analfabeti). Uno sforzo deve essere fatto affinché all’alfabetizzazione digitale venga data la giusta importanza, in particolare nei primi anni della formazione durante l’infanzia e con un’attenzione particolare alle categorie svantaggiate e marginalizzate. L’obiettivo è quello di evitare l’ignoranza all’origine delle disuguaglianze sociali.

2. Gestione e coordinamento dell’educazione
Si parla in questo caso di informatizzazione del sistema educativo tramite strumenti che aiutano la pianificazione, l’amministrazione, l’organizzazione del sistema scolastico o accademico a livello nazionale, regionale e locale. Questo campo si divide in due aree: la prima comprende reti digitali, software e applicazioni che aiutano l’organizzazione del lavoro e la gestione delle risorse; la seconda comprende strumenti comunicativi, assicura che le politiche e le direttive vengano diffuse e seguite a tutti i livelli del sistema educativo e che i responsabili le attivino.

3. Formazione online, e-learning, m-learning
Coincide con nuove forme di apprendimento – flessibili, collaborative, tecnologiche – e nuovi modelli pedagogici in cui lo studente è al centro del processo; in molti casi sono anche più inclusive, perché permettono il coinvolgimento degli adulti e dei giovani al di fuori dei percorsi di apprendimento tradizionali, mettendo a disposizione un’educazione di qualità.

Ne è un esempio la Makerere University, la più grande università d’Uganda, con sede a Kampala. È frequentata da circa 40 mila studenti, ma continua ad esplorare modi innovativi di insegnare per raggiungere e coinvolgere ancora più studenti. Dal 1992 dà la possibilità di comunicare e studiare online; e nel suo piano strategico (2008/09-2018/19) grande enfasi è stata messa nell’implementazione delle ICT per aumentare l’accesso e l’uso delle tecnologie educative per raggiungere il massimo livello nell’offerta dei servizi educativi. La Makerere University ha sviluppato tramite il software open source Moodle una piattaforma che permette l’erogazione di corsi in modalità e-learning chiamata MUELE (Makerere University E-Learning Environment). La piattaforma è accessibile da pc, ma dal 2013 l’università, supportata finanziariamente dallo Spider center, sta lavorando a un progetto di mobile learning per rendere i corsi online accessibili anche da smartphone. In questi anni di prototipazione è stata sviluppata un’app Android, tre docenti sono stati formati sulla pedagogia che sta alla base dell’m-learning e un centinaio di studenti sono stati coinvolti nello studio di fattibilità e di valutazione su cinque corsi online.

photo credits: http://www.iicd.org

The World in 2014: ICT Facts and Figures

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Dati e statistiche dettagliate sull’uso di internet e delle ICT nel mondo

Autore: ITU – International Telecommunication Union

Anno: 2014

Lingua: inglese

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Mobile Learning with Tablets. Guide for Trainers

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La tecnologie mobile, sempre più sviluppata, offre nuove opportunità di formazione e potenziali maggiori possibilità di impatto. Molte scuole, istituti ed enti si stanno focalizzando sul dare un valore aggiunto ai loro insegnamenti grazie ai tablet.

Tuttavia sostituire la carta con la tecnologia non è garanzia di successo

Una guida pratica per formatori che intendano strutturare attività formative avanzate su tablet

Autore: ICT ILO

Lingua: inglese

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