Informazioni di base per capire la cooperazione non governativa

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

Photo credits: Pixabay

 

Come si entra in un’ong?

Le vie possibili per iniziare a collaborare con una ong sono numerose, ma è bene metterci molta passione ed essere a volte “insistenti”. Per iniziare è d’obbligo informarsi (cosa ho studiato? quali aree mi interessano? ci sono ong specifiche e quali operano nelle aree che ho scelto?). In seconda battuta bisogna “affiliarsi” e farsi conoscere: i modi più semplici sono quelli del volontariato e dello stage oppure proporsi per un’esperienza nord/sud o, ancora, inviare il proprio Cv per una selezione classica.

Le ong si avvalgono, in generale, di volontari e personale retribuito a seconda dei ruoli e delle attività dell’organizzazione stessa.

Fondamentale rimane, per ogni ong, la conoscenza diretta ed il rapporto che si crea con la persona nonché la sua capacità di lavorare in squadra.

I ruoli possibili sono molti.

Al Nord:

–  operatori dell’informazione (giornalisti per riviste cartacee o web);

–  operatori di educazione alla mondialità (si occupano di educazione presso scuole, gruppi, eventi sul territorio);

–  conduttori di campagne, lobbying, advocacy;

–  amministrazione.

Al Sud:

–  operatori in azioni di emergenza e ricostruzione;

–  tecnici in progetti di sviluppo (agronomi, economisti), ruolo che però, attualmente, viene riservato a personale locale;

–  capi progetto (coordinamento, responsabili di progetto, diffusione informazione) ruoli che, invece, vengono solitamente riservati a personale espatriato;

–  coordinatori di paese o area.

Per quel che riguarda il personale retribuito i contratti possibili sono:

– stage o forme brevi di esperienza lavorativa (campi di lavoro, stage in sede o in Africa): sono esperienze gratuite, senza contratto, che permettono di conoscere la realtà e “fare esperienza”;

–  servizio civile: è un vero e proprio contratto con il governo italiano il quale elargisce un piccolo stipendio per i 12 mesi della durata del servizio che può essere effettuato sia in Italia che all’estero (www.serviziocivile.it e www.sci-italia.it);

–  contratto a progetto: maggiormente usati in Italia dove vi sono pochi lavoratori dipendenti a causa dei costi elevati; la flessibilità o la stabilizzazione dipendono dalla ong;

–  contratto a tempo determinato: per il lavoro all’estero i cui contratti sono finanziati dal Ministero degli Affari Esteri.

La durata varia a seconda del progetto, così come il trattamento economico. Per ciò che concerne quest’ultimo, la variabilità dipende dal tipo di progetto e da una griglia dei salari che tiene conto delle caratteristiche della persona.

Per quel che riguarda il volontariato le esperienze possibili sono diverse.

Tra le esperienze di breve durata utili per fare una prima conoscenza del volontariato internazionale, della cooperazione o di lavoro in un paese in via di sviluppo vi sono:

– i campi di lavoro: un’esperienza di vita comunitaria, di volontariato al servizio degli altri soprattutto inerente i temi dell’animazione, della ricostruzione e dell’intercultura, solitamente organizzati nei paesi in via di sviluppo (Pvs) ma anche in Europa o Italia; vengono perlopiù organizzati in estate e a carico del partecipante vi sono i costi del viaggio ed una piccola quota per il sostegno al progetto del campo stesso, spesso è richiesta la conoscenza della lingua di lavoro del campo;

–  il turismo responsabile: un viaggio di conoscenza al di fuori delle tipiche rotte turistiche che permette di conoscere un nuovo paese e di assaporare la cultura locale, attraverso la visita ai progetti attuati dall’ong che propone il viaggio; vengono organizzati soprattutto in estate, è necessario essere maggiorenni; i costi del viaggio più un contributo per vitto e alloggio e, a volte, per il progetto visitato, sono a carico dei partecipanti.

Vi è poi il volontariato internazionale di lunga durata. E’ un tipo di volontariato che impegna continuativamente per almeno due anni all’interno di progetti di cooperazione a cui si deve accedere con una corretta informazione sia dell’ong per la quale si vuole lavorare, sia del contesto in cui si sarà impegnati. Alcune ong, o federazioni come Focsiv,richiedono incontri formativi e l’invio di un Curriculum Vitae in un format specifico rintracciabile sul sito internet dell’organizzazione. Utile può essere inserire il proprio profilo nella banca dati dei volontari e tenersi sempre aggiornati.

Altre esperienze sono:

– il servizio civile volontario: regolato dalla legge n°64 del 2001 prevede un periodo di servizio di 12 mesi da effettuarsi sia in Italia che all’estero, nei Pvs. Lo Stato retribuisce ogni mese di lavoro con circa 433,80 euro, mentre per ogni giorno all’estero (se si sceglie questa possibilità) l’ong che invia il volontario in un paese deve provvedere al vitto, alloggio, viaggio andata e ritorno ed un’indennità di 15 euro al giorno per ogni giorno trascorso all’estero. I progetti seguiti vengono definiti dalla dicitura “Caschi Bianchi: interventi umanitari in aree di crisi” ed il lavoro è rivolto specialmente alla prevenzione sociale dei conflitti, alla promozione del lavoro dell’ong, al superamento delle situazioni generatrici di ingiustizie, all’interculturalità, allo sviluppo di temi legati alla solidarietà internazionale, alla mondialità, alla cultura della pace. Il servizio svolto in Italia è rivolto soprattutto ad azioni di sensibilizzazione della società italiana attraverso eventi od iniziative, campagne internazionali di mobilitazione e pressione internazionale, raccolta fondi, comunicazione, promozione e progettazione. Per partecipare alle selezioni è auspicato avere un incontro conoscitivo preliminare con l’ong  che propone il progetto, attendere l’uscita del bando pubblico, che rimane aperto un mese, ed avviene sulla Gazzetta Ufficiale e sul sito del Servizio Civile Nazionale. La domanda deve essere inviata direttamente all’ente italiano che propone il progetto, può essere inviata per un solo progetto e, se si è già fatto il servizio civile una volta, non ci si può ripresentare. La selezione avviene in base a criteri specifici di ogni ente, ma in linea generale si devono sostenere uno o più colloqui, a seguito dei quali verrà assegnato un punteggio che terrà conto anche del Cv presentato. Dal momento dell’uscita del bando si dovranno attendere circa 4 mesi prima di poter iniziare il servizio che, per i progetti all’estero si svilupperà in 10 mesi nel paese area d’intervento e in 2 di preparazione e ritorno dell’esperienza.

–  servizio volontario europeo: è il servizio dell’Unione europea che permette ai giovani di avvicinarsi all’Europa, promuovendo la cittadinanza attiva e lo scambio reciproco. E’ sia di breve durata, tra le 2 settimane e i 2 mesi, sia di lunga durata tra i 5 e i 2 mesi. Nel momento in cui si presenta la propria domanda si dovranno attendere dai 3 ai 7 mesi per sapere se effettivamente si potrà partire: la richiesta di finanziamento del progetto, infatti, viene inviata nel momento in cui vengono presentate le domande. Per presentare domanda è bene partecipare ad un incontro formativo all’ong di riferimento, preparare il proprio Cv in lingua ed, eventualmente, controllare le proposte sul sito europeo di riferimento. Se le organizzazioni a cui si invia la domanda, ritengono il profilo utile, si verrà contattati. Il volontario non è retribuito, ma riceve vitto e alloggio, la copertura assicurative e un pocket-money, una piccola indennità mensile. Le spese di viaggio vengono poi rimborsate al 100%.

–  volontariato in Italia: è un volontariato scelto da chi decide di rimanere nella propria città e informare la gente comune. Si riconoscono i volontari italiani ad esempio nelle piazze in occasione di eventi importanti o per esigenze di raccolta fondi. Per mansioni, retribuzione e qualsiasi altra domanda è necessario scegliere l’ong per la quale si vuole prestare il proprio lavoro volontario e contattarla direttamente.

–  UNV ovvero programma volontari delle Nazioni Unite: creato nel 1970 dalle Nazioni Unite come partner operativo per le attività nei paesi in via di sviluppo richieste dagli Stati membri delle Nazioni unite, si pone sotto l’egida del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo. Vari i campi d’impiego dei volontari:

cooperazione tecnica allo sviluppo: ad esempio ingegneria civile, informatica, epidemiologia, insegnamento della lingua inglese, consulenza aziendale, bibliotecari, pediatria, valutazione di progetti, contabilità;

opere partecipative orientate alle comunità: ricerche HIV/AIDS, assistenza sanitaria primaria, nuove generazioni, lavoro sociale, alfabetizzazione degli adulti, sistemi alternativi energetici o medici;

opere umanitarie di soccorso e ricostruzione: logistica, ricostruzione, gestione campi profughi, controlli aiuto alimentare, chirurgia da campo;

operazioni di pace, diritti umani e osservazioni elettorali: soluzione dei conflitti, sostegno elettorale, legge sui diritti umani, pianificazione socio-economica, specialisti dell’informazione.

Vi sono alcuni requisiti specifici richiesti: avere almeno 25 anni, un diploma universitario e 4 anni di esperienza nel settore prescelto, la conoscenza ottima di almeno una lingua tra le sei ufficiali delle Nazioni Unite (inglese, francese, spagnolo, russo, arabo, portoghese). Vi sono vari benefits per i volontari come i viaggi di andata e ritorno, indennità, vitto e alloggio oltre ad uno stipendio mensile. Ci si può candidare individualmente tramite il sito web www.unvolunteers.org, nel quale sono reperibili ulteriori informazioni.

Se la cooperazione non è per tutti

Lo sa bene chi lavora nel settore risorse umane delle ong e riceve ogni giorno decine di curriculum vitae: quello del cooperante espatriato non è un mestiere per tutti. L’organizzazione francese Solidarité International ironizza sugli stereotipi dell’aspirante volontario che si presenta ai colloqui di una ong e realizza una campagna di raccolta fondi con un messaggio molto efficace: “non tutti possono aiutare sul campo, ma tutti possono donare”.

coppia solidaleQuante volte ai selezionatori delle organizzazioni non governative sarà capitato di avere a che fare con candidati come questi? Probabilmente qualcuno ha visto “anche di peggio”, come si legge nei commenti dei videoclip. Se è stato così anche per voi, condividete la vostra esperienza nei commenti.

 

La giovane hippie che non ha paura di nulla:

“Io sono contro il capitalismo, vedi non ho neanche l’orologio. Non ho esperienza di cooperazione, ma ho fatto tantissimo la baby sitter e poi un bambino che muore di fame è come un bambino normale, ha bisogno d’amore”.

 


 

Una coppia di benefattori:

“Se possiamo aiutare lo facciamo, una volta lui ha persino dato il suo sandwich a un senza tetto per strada. Io so il tedesco e anche un po’ di latino se serve. Sappiamo che rischiamo la morte…”

”Beh ma quando tua madre è deceduta hai affrontato bene la cosa, no?”


 

Il pensionato con tanta buona volontà (e passione per la fotografia):

“Amo viaggiare e ci sono dei posti che non ho mai visto. E l’Africa, ah l’Africa è magnifica, ma è soprattutto per essere utili eh, che vorrei partire. Posso aiutare a fare delle punture, anche se non l’ho mai fatto, e posso aiutare a mettere i cerotti. Spero comunque che ci sia la tv laggiù”.


 

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