Social network addio?

Le tecnologie di rete si sono trasformate in strumenti di dominio?

di Norberto Patrignani

 

Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano. titolava Varieventuali otto anni fa. Era il momento delle cosiddette “primavere arabe” e lanciava un messaggio postpessimista “… Forse per molti governi autoritari che controllano interi paesi con la corruzione, il potere dei media, l’abuso della religione e l’uso della forza di eserciti di mercenari, è arrivato il momento della resa dei conti. Intere popolazioni si ribellano a condizioni di vita inaccettabili e non sopportano più la mancanza di libertà.
L’articolo si concentrava in particolare sul ruolo svolto da Internet: “Le nuove tecnologie, dotando questi giovani di computer tascabili in grado di trasmettere voce, suoni, immagini, video, permettono l’aggregazione dal basso di una moltitudine di persone che in pochi istanti si autoorganizzano formando reti senza un centro che comunicano con tutto il pianeta. Certo, i governi potranno tentare di fermare questi ‘sciami’, ordinando alle compagnie telefoniche di chiudere Internet, ma fino a quando?” e concludeva con un accenno al ruolo positivo della combinazione di energie giovani e tecnologie: “… il lavoro in rete dei giovani di questi paesi ha sicuramente aiutato a preparare il terreno di queste rivolte. Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano.

Cosa è successo?

Negli otto anni che ci separano da Tahir Square sono successe molte cose: le primavere arabe non hanno fatto fiorire società più giuste e i poteri forti hanno imparato molto velocemente a controllare la rete. La possibilità di raccogliere immense quantità di dati personali permette di profilare molto precisamente le persone e di esporle a contenuti “su misura” (microtargeting), di esercitare un controllo così capillare che nemmeno la distopia di Orwell in “1984” riuscì a immaginare. Il microtargeting, unito a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale operanti 24 ore su 24, crea una bolla virtuale dove le persone rischiano di perdere la dimensione sociale della realtà, esponendole a contenuti sempre più vicini ai propri desideri (e alle proprie vulnerabilità).

Il modello di business stesso alla base delle cosiddette “piattaforme neutrali” richiede di tenere agganciati sempre più consumatori per sempre più tempo. Lo scopo è massimizzare il profitto, vendendo pubblicità a imprese che vogliono a loro volta avere accesso a platee sempre più grandi e “precise” di potenziali clienti. Dal punto di vista degli utenti, l’accesso gratuito a questi servizi in realtà si paga con moneta molto pregiata: i propri dati, il proprio tempo, la propria attenzione e, cosa più delicata, la fiducia.
Gli algoritmi che elaborano i dati dei milardi di persone connesse si calibrano in continuazione diventando sempre più precisi e “avvolgenti”, offrendo contenuti sempre più personalizzati. Più si è connessi, più dati vengono accumulati, più la calibrazione diventa precisa: siamo al machine learning, le tecnologie dell’informazione non incorporano più il valore dell’autonomia (del personal computing, dove memoria e elaborazione erano in mano agli utenti, do you remember Olivetti P101?) ma quello dell’eteronomia del cloud computing (dove memoria e elaborazione sono dall’altra parte della rete).
Per tenere “agganciati” sempre più consumatori per sempre più tempo gli algoritmi sono ormai progettati appositamente per creare dipendenza (addictionbydesign) spingendo le persone verso contenuti sempre più estremi: sommersi da tsunami di bit e flussi ininterrotti di informazione l’attenzione degli umani diventa il “petrolio” del XXI secolo.

I cosiddetti “titani del Web” Alibaba, Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Tencent secondo la rivista Forbes, sono diventate le più grandi imprese del pianeta: il capitalismo digitale del XXI secolo si basa sul “petrolio” del XXI secolo.
L’immenso potere centralizzato in questi punti di accumulazione (di dati e denaro) rischia di plasmare in modo incontrollato la società, diventa il “lato oscuro” del digitale. Rischia di rompersi il tessuto sociale, la “social catena” della “Ginestra” di Leopardi (1836) che permette agli umani di sopravvivere e fornisce di senso le loro vite.

Rischiano di scomparire gli elementi di base della democrazia in un “mercato elettorale” dove vince chi ha la macchina marketing più potente: se chi paga è un candidato o un partito durante una campagna elettorale, come nel recente caso della società informatica Cambridge Analytica coinvolta nelle elezioni di Trump negli USA, la sua pubblicità riesce a condizionare in modo capillare l’opinione pubblica, a egemonizzarne il mindshare. Se il tempo, l’attenzione e la fiducia sono il “petrolio” del XXI secolo, il devastante impatto che la filiera del petrolio ha avuto sul pianeta, stavolta si sposta, ora il controllo dell’infosfera rischia di avere un impatto tremendo sulla democrazia.

I miti da sfatare

Per riuscire a guardare in avanti è utile affontare alcuni miti. Uno di questi è il mito della democrazia elettronica, della completa disintermediazione, dove per partecipare basta un click sulla tastiera. Tutto questo rischia di far scomparire totalmente i “corpi intermedi”, i luoghi di incontro anche fisico che, se da una parte potevano rappresentare dei “filtri” di
potere, dall’altra fornivano però anche barriere contro la disinformazione, uno strumento per confrontarsi con i propri simili, per costruirsi un codice di interpretazione della realtà in una comunità reale. Sul Web la democrazia rischia di diventare una sommatoria di tante solitudini. Nelle comunità virtuali ormai molti interventi sono generati da automi programmati.
Altro mito è quello della neutralità delle piattaforme: il loro modello di business di fondo è basato sulla pubblicità, sulla cattura e sul tenere agganciato il maggior numero di “eyeball”; se i punti di intermediazione del passato avevano dei limiti, i “nuovi intermediari” tecnologici vivono alimentando la polarizzazione che rischia di portare al cinismo, all’odio.
Infine il mito della molteplicità delle opinioni in rete: da una parte è vero che la rete fornisce accesso a sterminate quantità di contenuti e di posizioni, dall’altra l’esposizione dei propri argomenti in rete avviene in un teatro particolare, non avviene con il tempo e la calma che permettono di confutare e discutere. La polarizzazione è immediata, come viziata da una specie di “effetto stadio”, le opinioni vengono esposte più per rafforzare i “follower” che per dialogare con i dubbiosi, o con altri che hanno posizioni diverse, finendo come i cori contrapposti allo stadio. L’appartenenza ad uno schieramento diventa più importante del confronto con altre idee. In rete la merce più popolare diventa l’odio, incendiario per definizione.

Che fare

A livello politico, se l’informazione non è più accesso alla conoscenza, ma è diventata merce da vendere, allora anche i modelli di business dei titani del Web dovranno essere messi in discussione e l’unica scala adeguata è quella globale. Forse è arrivato il tempo di definire un Internet Bill of Rights, una costituzione per Internet, come raccomandava Stefano Rodotà: senza regole vince il più forte, anche in rete (Rodotà, 2007).
A livello di imprese, persino i fornitori delle cosiddette “piattaforme neutrali” si stanno rendendo conto delle drammatiche capacità di condizionamento che hanno messo in mano ai poteri forti. Il 9 Aprile 2018, di fronte alla Commissione del Congresso degli Stati Uniti che indaga sulla diffusione di notizie false (fake news), incitamento all’odio (hate speech), vendita di dati personali in aperta violazione delle leggi sulla privacy (data leaks), sul ruolo di potenze straniere che usano la rete con false credenziali (trolls) Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, si scusa: “I am sorry”. Forse in questa ammissione implicita vi è la presa di coscienza dell’errore di fondo che molti tecnologi fanno: il considerare la tecnologia neutra. La tecnologia non è mai neutra, tecnologia e società si plasmano a vicenda (coshaping).
Possono le imprese hightech crescere ancora a prescindere dal contesto, dalle immense disuguaglianze sociali e dai drammatici cambiamenti climatici che incombono sul pianeta?
Tim O’Really uno dei più innovativi imprenditori dell’informatica, nel suo intervento alla conferenza annuale provoca la platea: “… nel 2018 crediamo ancora che sia accettabile per le imprese di massimizzare i loro profitti a prescindere dalle conseguenze sociali, ambientali e umane” (O’Really, 2018).
Al livello dei tecnici, forse è iniziato un risveglio delle coscienze persino in Silicon Valley, come dimostrano le ripetute dimissioni di molti ingegneri informatici che non dicono più “I’m just an engineer” (alimentando la propria illusione di neutralità) ma ammettono le proprie responsabilità come progettisti. Oppure il crescente rifiuto, sulla base di preoccupazioni etiche, di offerte di lavoro provenienti dalle più prestigiose imprese hightech (Hsu, 2018). Significativa la storia di Justin Rosenstein, l’inventore del famoso pollice “like”, che ammette di aver contribuito alla creazione di una distopia di manipolazione totale in un’intervista al Guardian (Lewis, 2017). Nel frattempo tra i computer professional emerge la discussione attorno alla necessità di un codice deontologico: un codeofethics per informatici è stato aggiornato proprio quest’anno (ACM, 2018). Nelle scuole di ingegneria di tutto il mondo emerge l’urgenza di una formazione per le giovani generazioni di tecnologi e di ingegneri che prepari non solo persone esperte e appassionate di innovazione ma persone che siano anche consapevoli dello spaventoso impatto sociale che le tecnologie dell’informazione hanno su tutti noi e sulla democrazia (Singer, 2018).
A livello di società in generale, come tutte le forme di dipendenza, forse è arrivato il momento di educare a ridurre l’uso dei social network: un mese disconnessi raccomanda la Royal Public Health Society nel Regno Unito, preoccupata dall’impatto dell’uso compulsivo della rete sulla salute mentale dei giovani (BBC, 2018). Diventa urgente educare i più giovani all’uso responsabile delle tecnologie in rete. A questo proposito è molto utile il decalogo “Muri mediatici, industria dell’odio, buone pratiche per contrastarli” prodotto da Articolo21 e dalla Rivista San Francesco:

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te, Non temere le rettifiche, Dai voce ai più deboli, Impara a ‘dare i numeri’ (sostenere con argomenti le proprie posizioni), Le parole sono pietre, usale per costruire ponti, Diventa ‘scorta mediatica’ della verità, Non pensare di essere il centro del mondo, Il Web è un bene prezioso Sfruttalo in modo corretto, Connettiti con le persone, Porta il messaggio nelle nuove piazze digitali.” (Articolo21, 2017).

Una buona base per iniziare a definire una “Ecologia per l’Infosfera”.

Concludendo e riprendendo il titolo di Varieventuali di otto anni fa, oggi si potrebbe riscrivere: “Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste bisogna conoscerle, farne un uso saggio e … non sono neutrali!

Riferimenti

    • ACM (2018), ACM Code of Ethics and Professional Conduct, www.acm.org.
    • Articolo21 (2018), Firmato ad Assisi manifesto contro muri mediatici promosso da Articolo 21 e Rivista San Francesco, www.articolo21.org.
    • BBC (2018), Scroll Free September: Social media users urged to log off, 27 July 2018.
    • Hsu J. (2018), Engineers Say “No Thanks” to Silicon Valley Recruiters, Citing Ethical Concerns, IEEE Spectrum, 9 August 2018.
    • Lewis P. (2017), Our minds can be hijacked: the tech insiders who fear a smartphone dystopia, The Guardian, 6 October 2017.
    • O’Reilly T. (2018), Do More, Do Things That Were Previously Impossible! SXSW Conference, 9 March 2018, Reno, Nevada.
    • Rodotà S. (2007), Una Carta dei diritti del web, LaRepubblica, 20 Novembre 2007.
    • Singer N. (2018), Tech’s Ethical ‘Dark Side’: Harvard, Stanford and Others Want to Address It, New York Times, 12 February 2018.

 

Photo credits: Kruegerfotografie

Come sarà la vita nel 2050? Una guida (fu)turistica ce lo spiega

Stamperemo cibi in 3D senza bisogno di uccidere animali, potenzieremo ( o cureremo) le nostre capacità fisiche grazie alle nanotecnologie neuronali, indosseremo vestiti personalizzati e interattivi, mentre robot e intelligenza artificiale svolgeranno la maggioranza dei lavori. Non esisterà più la moneta se non nella forma della criptovaluta, mentre contratti finanziari, proprietà e anagrafe saranno gestiti tramite blockchain.  E se poi vogliamo esagerare, nelle vacanze ci concederemo qualche viaggio spaziale. Sono queste solo alcune delle prospettive, descritte nella Guida (fu)turistica al 2050, un libro immersivo, che permette di capire il futuro vivendolo, realizzata da Cristina Pozzi di Impactscool, che sostiene

“La tecnologia esponenziale e disruptive di oggi avrà un impatto concreto sulla vita quotidiana di tutti noi in tempi brevissimi, fra pochi anni, 4/5 al massimo, non venti. Il futuro non è apocalittico né utopico, dipende da cosa si decide di portare avanti e più persone sono consapevoli di ciò, più è facile che le scelte possano essere condivise”

di Silvia Pochettino 

Un viaggio che parte dal 2017 e proietta il lettore nei possibili sviluppi tecnologici del prossimo futuro, ma ben lungi dall’essere un libro di fantascienza. Il mondo descritto dalla Guida è costruito sulla base di rigorosi studi scientifici e previsioni degli esperti e, in gran parte, su tecnologie già esistenti in fase embrionale o sperimentale.

Il linguaggio semplice e diretto, anche nella trattazione di temi complessi, come la blockchain o l’Intelligenza Artificiale, rende la guida particolarmente adatta per lavorare con ragazzi e studenti, tutti i temi vengono raccontati in modo accessibile, senza risultare superficiali.

E la guida è anche ricca di interrogativi etici. Se da un lato mette in evidenza le potenzialità tecnologiche – molte già attuali – dall’altro ne subordina i possibili sviluppi a scelte etiche e civiche. Che forma di governo vorremo? Quanti dati personali saremo disposti a cedere? Quanto potere vorremo concedere a robot e cyborg?

Una popolazione variegata

Secondo le stime nel 2050 la popolazione mondiale si assesterà intorno ai 10 miliardi di persone, ma non dobbiamo pensare alla popolazione di oggi, con la ridicola distinzione tra bianchi e neri. Il panorama sarà molto più articolato: molti di questi saranno cyborg, ovvero umani potenziati grazie a innesti robotici (arti artificiali, chip neuronali, ecc…) e una certa percentuale anche “mutanti”, nel senso di modificati geneticamente. Inoltre cresceranno in modo esponenziale i robot addetti alle più svariate funzioni, che raggiungeranno nel 2070 un rapporto di 10 a 1 con gli umani.

Altro tema caldo sarà quello dell’alimentazione. La ricerca delle proteine alternative alla carne ha già portato nel 2015 alla creazione del primo hamburger realizzato in laboratorio. Il fenomeno è destinato ad avere un impatto sempre più ampio: «E parallelamente si sviluppa il discorso della pelle artificiale, per realizzare scarpe, borse e altri oggetti senza dover uccidere degli animali».

Agricoltura higt-tech

Scordatevi vanga e zappa. La combinazione d’intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e nanotecnologie, permetterà di replicare le condizioni migliori per lo sviluppo e la crescita di un prodotto alimentare, di monitorarne l’evoluzione, controllarne il gusto, la dimensione, la conservazione e le altre caratteristiche che lo rendono sano e buono. I droni si occuperanno di sorvegliare i campi e di distribuire, in modo mirato, i prodotti necessari a difendere le piante da possibili pericoli di contaminazione; l’intelligenza artificiale monitorerà costantemente lo stato di frutta e verdura e calcolerà quanta acqua, luce e concime sono necessari. I terreni agricoli saranno ottimizzati e controllati dagli algoritmi, che riescono a fare previsioni meteo accurate e programmare ogni ciclo di produzione.

Già oggi le coltivazioni idroponiche sperimentano buona parte di queste soluzioni

Prodotti personalizzati e i negozi esperienziali

Il concetto di proprietà, nel 2050, sarà molto diverso da quello cui siamo abituati nel presente. Un frullatore, un tagliaerba intelligente, le lenzuola del letto, l’automobile e la collana da indossare in una serata romantica, saranno visti più come servizi da noleggiare che prodotti da possedere.

I negozi saranno concepiti come luoghi esperienziali (d’altra parte tutto si può comperare online, perché andare ancora in negozio?) , spazi confortevoli e originali per sperimentare e dove acquistare o noleggiare un prodotto diventa sinonimo d’intrattenimento a trecentosessanta gradi.

Photo: http://ldt.stanford.edu/~jeepark/jeepark+portfolio/cs147hw8jeepark.html

I prodotti in serie non esisteranno più, saranno tutti personalizzati. Chi è in cerca di un paio di scarpe, ad esempio, partendo dalla scansione del proprio piede, potrà scegliere il modello, i colori, l’altezza del tacco e il materiale da utilizzare; per poi stampare le scarpe su misura tramite le stampanti 3D di ultima generazione.
Ma i vestiti saranno anche intelligenti: i tessuti saranno in grado di interagire con il mondo esterno e capaci d’integrare tecnologie touch, come quelle del cellulare.

Potenzialità applicabili a qualunque capo di abbigliamento e a qualunque superficie, ad esempio quelle dei mobili. Anche qui  non parliamo di fantascienza: tutto questo esiste già oggi, e nel 2050 sarà la normalità. Dal 2017, ad esempio, gli scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology), stanno progettando vestiti in grado di interagire con l’ambiente e cambiare forma in base alla temperatura. E diversi prototipi di smart clothes sono già in commercio. Il merito è di speciali filati, capaci di fare da conduttore, che, mischiati a materiali comuni, come il cotone, la seta o il poliestere, possono essere tessuti dai normali macchinari industriali. Il tutto è collegato a circuiti e a microscopici sensori che interagiscono con il mondo esterno e che, connettendosi ad applicazioni e altri dispositivi, collegano l’utente a servizi e funzioni on-line.

Ospedali digitali

Più che veri e propri ospedali, nel 2050 esisteranno strumentazioni mobili che potranno essere spostate e messe a disposizione dei pazienti, ovunque essi si trovino. Gli ospedali, infatti, avranno subito un processo di digitalizzazione e decentralizzazione, ottenuto sfruttando le innovazioni introdotte dalla telemedicina immersiva, dalla chirurgia virtuale e dalle strumentazioni portatili.

Soprattutto sarà possibile potenziare in modo esponenziale la prevenzione grazie a microchip e biotecnologie. Device portatili permetteranno il monitoraggio dello stato di salute ed esami immediati.  Molti indumenti saranno dotati di minuscoli sensori che monitorano il battito cardiaco, la respirazione e la sudorazione. Anche qui niente di fantascientifico: tutti prototipi esistenti.  E non solo, ad esempio si chiama Wize Mirror il progetto sviluppato ai giorni nostri con fondi europei e coordinato da un’italiana, Sara Colantonio, ricercatrice del Cnr di Pisa, grazie al quale  basta specchiarsi in uno speciale specchio tecnologico per ottenere in tempo reale un’anamnesi e consigli utili per la salute.

Mi piaci? Chiediamolo al software

La maggioranza delle coppie si incontrerà grazie a software sofisticati che con algoritmi sempre più potenti permetteranno di individuare il grado di compatibilità delle persone e prevedere la durata della relazione.

Insomma le tecnologie cambieranno ogni aspetto della nostra vita, ma accanto ai temi più prettamente pratici, non mancano quelli etici e morali correlati. Che la guida tratta ampiamente. Quali limiti porre, come indirizzare al bene comune le potenzialità pressoché sconfinate della tecnologia? Non a caso filosofi e esperti di bioetica sono tra le professioni che la Guida individua  come centrali nel 2050. Ma non c’è da aspettare trent’anni, in fondo già da oggi, con il numero crescente di dispositivi in ascolto, gli scandali di Cambridge Analytica e molti altri, il tema dell’etica è divenuto centrale.

Sostiene l’autrice

“2050: Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo”  mira a far riflettere il lettore su opportunità e responsabilità che abbiamo nel presente per intraprendere con consapevolezza e spirito critico il viaggio verso il migliore dei futuri possibili.

Prendiamo ad esempio l’Intelligenza Artificiale, o l’editing genetico, che possono cambiare molto la nostra specie nel futuro: i paletti li stiamo mettendo oggi, per cui è fondamentale che molte più persone partecipino alla discussione su come vogliamo che sia il nostro futuro”.

In Kenya, Internet volerà nella stratosfera

Google è in trattativa con gli operatori delle telecomunicazioni in Kenya per consentire l’accesso a Internet anche nelle zone rurali, grazie all’uso di grandi mongolfiere sospese nella stratosfera.

di Viviana Brun

 

Il nome del progetto è Loon, termine che coniuga volo e follia, nato con l’obiettivo di fornire l’accesso a Internet nelle aree rurali del pianeta. Per farlo, Google ha sperimentato l’uso di palloni aerostatici a energia solare posizionati nella stratosfera. Queste enormi mongolfiere, grandi quanto un campo da tennis, sono progettate per restare in volo per circa 3 mesi a un’altezza di circa 20 km sul livello del mare, in uno spazio sicuro al di sopra degli eventi atmosferici e fuori dalle rotte degli aerei.

Non è la prima volta che questo sistema viene utilizzato. In Perù ad esempio, proprio i palloni aerostatici hanno portato la connessione nelle aree montane. In Porto Rico, nel 2007 questa tecnologia ha permesso di ristabilire velocemente l’accesso alla rete Internet dopo l’uragano.

Ogni pallone è in grado di fornire connettività a un’area di 5.000 km quadrati. Per ottenere questo risultato, il progetto Loon collabora con società di telecomunicazioni che condividono uno spazio nello spettro radio, permettendo ai palloni di collegarsi alle proprie reti e di ritrasmettere a terra il segnale.

Grazie a un accordo con Telkom Kenya, il team di Loon si è impegnato a diffondere il segnale Internet, fornito dalla società di telecomunicazioni, in alcune delle regioni più isolate del Kenya, rimaste finore escluse dall’accesso alla rete.

La situazione kenyana e i possibili rischi per l’economia locale

Il Kenya è uno dei Paesi africani in cui il numero di utenti connesso alla rete è più alto. I dati di Wearesocial del 2018 infatti sottolineano come l’86% dei kenyani sia online. La capacità di navigazione però è limitata ad alcunee aree geografiche. A Nairobi e in molte altre zone metropolitane del Paese la connessione a Internet è molto buona, ma cosa accede quando ci si sposta?

In un territorio molto vasto, con ampie zone di savana, è difficile riuscire a realizzare un’infrastruttura in grado di portare la connessione tramite fibra ottica o ripetitori in ogni angolo dello Stato. In questo modo, ampie porzioni di territorio restano inevitabilmente isolate. Il sistema di palloni aerostatici può superare facilmente questi ostacoli fisici. Restano però alcuni dubbi sulle conseguenze a livello enomico e commerciale.

Il possibile accordo tra Google e grandi società di telecomunicazione come Telkom Kenya, e i canali di accesso preferenziale che le grandi aziende internazionali hanno con il governo locale, rischiano di sfavorire lo sviluppo delle imprese kenyane e di rafforzare la dipendenza del Paese dalla tecnologia straniera e dalle sue strategie commerciali.

Come sottolinea Ken Banks, esperto di connettività africana intervistato sul tema dalla BBC,  “Una volta che queste reti sono state installate e la dipendenza (da un operatore) ha raggiunto un livello critico, gli utenti sono in balia dei cambiamenti nella strategia aziendale, nei prezzi, nei termini e nelle condizioni… Questo sarebbe forse meno un problema se ci fosse più di un fornitore – se si potesse semplicemente cambiare rete – ma se Loon e Telkom hanno monopoli in queste aree, questa potrebbe rappresentare una bomba a orologeria“.

Se si vuole aumentare la partecipazione delle persone online, non basta infatti investire sulla tecnologia e su una rete di qualità (4G). Come afferma Nanjira Sambuli, direttrice del settore advocacy per la World Wide Web Foundation, bisogna anche rendere questa reta economicamente accessibile.

Secondo quanto stabilito dalla Commissione per lo sviluppo sostenibile della banda larga dell’ONU durante il World Economic Forum 20181 GB di dati mobili non dovrebbe costare più del 2% del reddito nazionale lordo pro capite mensile. Questo è la condizione che la Commissione ha individuato per riuscire a collegare il 50% del mondo ancora offline. Oggi in Africa, 1 GB di dati costa in media il 18% del reddito mensile.

 

 

 

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Digital Transformation e Uguaglianza di Genere: una strada in salita

Tra i cambiamenti che la Digital Transformation porta con sé vi sono sicuramente quelli riguardanti il mercato del lavoro. Non solo l’industria hi-tech accoglierà sempre più lavoratori, con la grande espansione di mercato prevista nei prossimi anni, ma anche le imprese non direttamente coinvolte nella fornitura di beni e servizi tecnologici andranno verso la digitalizzazione dei propri meccanismi produttivi.

di Valentina Nerino

Questo avrà un impatto nelle competenze richieste ai nuovi assunti: un’indagine del World Economic Forum stima che per il 90% dei nuovi impieghi sarà richiesta la padronanza delle ICT (Information and Communications Technologies). Questa trasformazione dei profili lavorativi offrirà numerose opportunità d’impiego a tutta una serie di figure professionali specializzate nelle tecnologie digitali e nell’ingegneria informatica.

Nonostante le grandi possibilità lavorative in questi settori, vi sono alcuni dati che dovrebbero far riflettere, soprattutto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, il 5° obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
Secondo un recente rapporto dell’ITU (l’agenzia ONU per le ICT), la percentuale di donne impiegate nel settore informatico è in calo dal 1991 – quando le donne detenevano il 36% delle posizioni lavorative in questo settore – ed ha raggiunto il minimo storico nel 2015, con percentuali attorno al 25%.  Nella sola Unione Europea si calcola che, entro il 2020, vi sarà una penuria di circa 900’000 lavoratori delle ICT. La discrepanza tra domanda ed offerta di lavoro poterà all’aumento dei livelli di disoccupazione delle fasce di popolazione non specializzate. E questo diventerà un vero e proprio problema di genere se si guarda ai dati relativi all’occupazione femminile nel settore delle ICT. In Europa solo il 19% dei ruoli manageriali nel campo delle ICT è ricoperto da donne, mentre scende addirittura al 9% il numero di donne programmatrici e sviluppatrici di software. Andando a ritroso fino ai percorsi accademici, solo il 17,2% degli studenti che studiano ingegneria informatica o materie affini è una donna.

Quindi, se i trend odierni continueranno in questa direzione, saranno proprio le donne le maggiori escluse da un settore che crea 120’000 nuovi posti di lavoro ogni anno. Un fenomeno che non farà altro che inasprire il cosiddetto “employment gender gap”, ovvero la disparità occupazionale tra uomini e donne, che impedisce a queste ultime di ottenere una piena indipendenza economica.

Vista l’importanza e la portata del fenomeno, in molti si sono interrogati sulle ragioni alla base dell’ineguaglianza di genere nel mondo IT. A parte commenti isolati, come quello dell’ormai ex-ingegnere Google James Damore – il quale ha pubblicamente affermato che la penuria di donne nella Silicon Valley è causata da fattori genetici, che renderebbero queste “biologicamente” meno capaci a programmare rispetto alla controparte maschile – il pensiero comune è quello che, alla base di questa disparità, vi siano due fattori dominanti: condizioni di lavoro e stereotipi.

Difatti, tanto la disparità salariale (le donne che lavorano nel settore delle ICT guadagnano in media il 18.9% in meno degli uomini nella stessa posizione), quanto gli alti gradi di misoginia e sessismo, complicano sia l’accesso che la permanenza delle donne nell’industria delle tecnologie digitali. Stereotipi e preconcetti non colpiscono solamente le donne già impiegare nel settore, ma agiscono fin dai primi anni di scuola, allontanando le ragazze del mondo dell’IT. Nell’immaginario comune i computer, gli algoritmi e la programmazione sono “territorio maschile”, che non può e non deve essere zona di competenza delle donne.

Per far sì che le donne possano cogliere tanto quanto gli uomini le opportunità lavorative che la digital transformation offre, bisogna operare affinché gli stereotipi e le barriere presenti in questo settore vengano meno. Se da un lato vi è la necessità di ideare ed implementare politiche di contrasto alla disparità salariale e al mobbing, dall’altro è altrettanto importante riuscire a comunicare correttamente e senza stereotipi di genere il mondo delle ICT e il ruolo delle donne al suo interno.

Uno studio pubblicato quest’anno su Science, dimostra che gli stereotipi di genere sulle capacità intellettuali emergono presto e influenzano gli interessi dei bambini (un dato sconcertante sottolineato dalla ricerca è che le bambine, già dall’età di 6 anni, tendono ad auto-escludersi dalle attività che vengono definite come “per bambini molto intelligenti”).

Molti enti, nazionali ed internazionali, hanno creato campagne di sensibilizzazione per avvicinare le ragazze e le bambine al mondo delle tecnologie digitali e della programmazione. Non sempre, tuttavia, si è scelta la strada comunicativa vincente. In molti ricordano il fallimentare video di lancio della campagna della Commissione Europea “Science, it’s a girl thing”, in cui tre giovani donne saltano su una passerella mentre decodificano la composizione chimica di rossetti e smalto, condensando in 1 minuto di video tutta una serie di stereotipi riguardo la femminilità e gli interessi delle ragazze.

Più di recente, ha fatto molto discutere la campagna #9percentisnotenough (il 9% non è abbastanza), lanciata dall’istituto britannico IET (Institute of Engineering and Technology), la quale sottolineava, in maniera molto negativa, lo scarso numero di donne nel settore delle ICT nel Regno Unito.

Tuttavia, la maggior parte delle campagne di formazione e sensibilizzazione sul tema delle donne nelle ICT non sono state fallimentari. Si è compreso, infatti, che la chiave di una buona comunicazione sta nella positività del messaggio lanciato. Far conoscere a bambine e ragazze il ruolo importante che molte donne hanno ricoperto nel mondo delle ICT, creando dei modelli positivi, non solo da ammirare, ma anche da imitare,  è il modo migliore per avvicinare le giovani allo studio delle nuove tecnologie.

Un esempio di campagna di sensibilizzazione che ha seguito queste linee guida è quella promossa dall’agenzia delle Nazioni Unite WOMEN UN.
Quest’anno, non solo l’agenzia dell’ONU per l’uguaglianza di genere si è unita all’ITU per celebrare la Giornata Internazionale delle Ragazze nelle ICT avente lo scopo di promuovere tutti i modi in cui le donne e le ragazze stanno facendo progressi nelle ICT – ma ha anche lanciato un piano comunicativo che celebra le “Women Tech Heroes”, ovvero le donne che hanno fatto la storia delle ICT. Da Lucy Peng – co-fondatrice della piattaforma e-commerce Alibaba – a Juliana Rotich – co-fondatrice di Ushahidi, piattaforma opensource usata per monitorare e condividere informazioni durante le crisi umanitarie – l’elenco delle donne che hanno avuto e hanno un ruolo di rilievo nel campo delle ICT è lungo.

Come ha correttamente affermato la fondatrice di Girls Who Code, Reshma Saujani: “Parte tutto [dalla conoscenza] dai modelli positivi. Non puoi diventare quello che non conosci”.

 

 Infografica della campagna “Women Tech Heroes” rappresentante Blanca Treviño; Photo Credit: UN WOMEN