Economia circolare: l’urgenza di una risposta ai problemi globali

Nel 2017 la popolazione mondiale era di circa 7 miliardi ma, secondo i report delle Nazioni Unite, nel 2050 aumenterà fino ad arrivare a oltre 9 miliardi di abitanti che si concentreranno soprattutto nelle città (il 66% della popolazione vivrà nei centri urbani). Questo dato porta con sé importanti criticità: gli agricoltori dovranno produrre il 70% di cibo in più per nutrire tutti e, lo dovranno fare con una risorsa limitata: la terra. L’80% di quella idonea alla coltivazione è già in uso.

di Tommaso Tropeano

A questo problema si deve aggiungere la sfida sempre più importante legata all’inquinamento dell’ambiente e alla gestione dei rifiuti; solo in Europa, secondo la Commissione Europea, si producono 2,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti (7 kg a persona all’anno) e l’inquinamento minaccia la vita delle persone e del pianeta provocando enormi costi economici, sociali e politici.

Questa breve panoramica dimostra quanto la situazione attuale sia critica e la necessità di trovare una soluzione reale ad un modello economico che ci ha portato fino a questo punto sia urgente. Il modello di produzione lineare (produzione-utilizzo-scarto), infatti, è sempre meno sostenibile e più costoso per le imprese, il pianeta e la popolazione.

Dall’economia lineare a quella circolare

L’economia circolare è una teoria che si inserisce con forza nel dibattito sulle economie verdi e sostenibili. Il modello lineare si basa sulla possibilità di accedere a grandi quantità di risorse ed energia seguendo il paradigma della produzione, dell’utilizzo e dello scarto del prodotto mentre la teoria circolare si immagina una alternativa a questo sistema. Oggi le risorse sono sempre più a rischio perché non sono infinite, il degrado ambientale ha raggiunto livelli che non sono più recuperabili e potrebbe già essere già tardi per una transizione verso un nuovo modello di produzione che ribalti il concetto stesso di prodotto, di business e di società. Partendo proprio dal presupposto che le risorse sono limitate, il paradigma dell’economia circolare si basa su un processo di produzione che disegna il prodotto affinché il suo ciclo di vita sia circolare: produzione, utilizzo, recupero, riutilizzo e cosi via.

Il rifiuto è pensato all’origine come una risorsa e l’economia progettata per auto-rigenerarsi; prendendo ispirazione dalla Natura tende a processi nei quali materia e energia vengono scambiati tra sistemi a ciclo chiuso.

 economia circolare

Esempi concreti?

Aquafil, azienda del Trentino Alto Adige che opera nel mercato del Nylon e sviluppa prodotti innovativi, utilizzando i principi dell’economia circolare, ha creato il Sistema di Rigenerazione Econyl. Il meccanismo permette di sostituire una materia non riciclabile con una materia secondaria che deriva dal riciclo di vari rifiuti come le reti da pesca a fine vita. Negli ultimi anni Econyl Reclaiming Program è diventato una rete strutturata internazionale per raccolta dei prodotti in nylon a fine vita e si è quotata in Borsa.

Per restare in Italia altro esempio è il progetto Ri-generation di Astelav, azienda piemontese che produce elettrodomestici e prevede la rigenerazione di elettrodomestici dismessi con l’obiettivo di dare nuova vita ai prodotti. Una volta rimessi in funzione, questi elettrodomestici, sono venduti a condizioni molto vantaggiose pensate per essere accessibili a fasce meno abbienti e residenti temporanei. Oltre alla vendita, Astelav si impegna anche a formare risorse umane in difficoltà in collaborazione con il Sermig di Torino.

Insomma l’economia circolare è molto più di una semplice teoria economica, modifica l’organizzazione stessa della società ed è una risposta a concreti problemi ambientali, sociali ed economici di questo millennio. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei diversi attori (industria, politica e cittadini) di rendere possibile la transizione iniziando a comprendere che il cambiamento del sistema economico deve avvenire ed è imperativo.

Cover photo by Phil Gibbs

Un gioco “di ruolo” virtuale per capire meglio il sistema di accoglienza olandese

Chi ha il diritto di ottenere lo status di rifugiato e l’asilo politico e chi invece no? Chi è a prendere questa decisione e secondo quali criteri? Si tratta di una sentenza che ha implicazioni e risvolti importanti nella vita dei singoli richiedenti e che fa parte del lavoro quotidiano dell’IND, il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione olandese. Alcune riviste e agenzie mediatiche olandesi hanno lavorato insieme per cercare di fare luce sull’argomento con un progetto innovativo e provocatorio.
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Finding Home: un progetto multimediale per raccontare le mamme rifugiate

La salute materna e neonatale è un aspetto della crisi dei rifugiati in Europa che viene spesso trascurato e di cui raramente si sente parlare. Eppure, solo nel 2016 sono state più di 1000 le donne rifugiate ad aver partorito in uno dei campi profughi che si trovano in Grecia. Diventare mamma e costruire una famiglia mentre si è in viaggio verso luoghi sconosciuti non è facile e i problemi – e traumi – da affrontare sono molti.  Continua a leggere

Barriere linguistiche: come la tecnologia viene incontro ai migranti

Da tempo ormai i migranti sfruttano la rete e le sue possibilità per affrontare e superare le difficoltà che incontrano nel loro percorso, ma anche per restare connessi con i propri affetti e la propria identità. E se fosse invece la rete stessa a venire incontro ai migranti? Se fossero nel web le risposte più efficaci alla crisi migratoria che stiamo vivendo? Continua a leggere

Il successo di un progetto dipende dalla chiarezza degli obiettivi

La Cooperazione Internazionale lavora soprattutto attraverso progetti, strutture complesse che se costruite su presupposti sbagliati, rischiano di non produrre alcun impatto positivo. Qual è l’errore più ricorrente in cui cade un progettista? A raccontarcelo è Andrea Stroppiana, docente del percorso “Progettare la Cooperazione Internazionale“, in partenza il 19 aprile.

di Viviana Brun

 

Raggiungo Andrea Stroppiana su skype, quando è appena tornato da una missione in Marocco. Nel 1989 ha iniziato in Colombia quello che lui stesso definisce il suo “cammino nella progettazione”. Un viaggio professionale che ancora oggi lo porta a trascorrere gran parte del tempo in giro per il mondo. Infatti, è spesso impegnato in missioni di formazione o valutazione per conto di organismi internazionali partner in progetti dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

Oltre alle consulenze, Andrea attualmente lavora per l’ONG Ricerca e Cooperazione ed è formatore e docente esperto di Project Cycle Management, con particolare attenzione alla qualità della progettazione.

Il suo punto di forza come docente è subito chiaro: è abituato a mettere in pratica ciò che insegna, a testare sul campo teorie e metodologie, traendone insegnamenti e riflessioni che condivide volentieri con i suoi studenti e le sue studentesse. D’altronde, sottolinea Andrea, “quanto sarebbe credibile un medico che insegna medicina senza aver mai preso il bisturi in mano? Per chi si occupa di formazione nell’ambito della cooperazione internazionale il tipo di approccio dovrebbe essere esattamente lo stesso”.

Di errori e di progetti destinati a fallire purtroppo ce ne sono tanti. Per questo è importante che un progettista investa nella propria formazione prima di buttarsi a capofitto nella pratica. Andrea mi spiega come la chiave del successo di un progetto stia proprio nella forma mentis di chi lo scrive. “Nella progettazione a ogni termine corrisponde un significato preciso. Per questo è necessario partire da pochi concetti chiave per orientarsi meglio, riuscire a leggere e a capire i tanti documenti che esistono sull’argomento e per sviluppare uno spirito critico orientato all’efficacia delle azioni”.

 

Qual è uno degli errori più ricorrenti nella progettazione?

“Quasi ogni progetto che valuto presenta il grosso inconveniente di avere tra gli obiettivi delle attività. Il malinteso nasce dalla lingua parlata, in cui non è così netta la distinzione tra i termini “obiettivo” e “attività”, tanto che possiamo benissimo dire che – il mio obiettivo è quello di comprarmi una macchina -. Mentre acquistare una macchina è qualcosa che si fa, ovvero un’azione, non certo un obiettivo. Questo tipo di approccio, in cui l’obiettivo coincide con l’attività è disastroso, perché porta a non distinguere più lo strumento dal beneficio. Lo strumento è l’azione, quello che si fa e l’obiettivo è il beneficio, ciò che si ottiene attraverso quell’azione. Se io dico che il mio obiettivo è formare delle persone, non ti sto dicendo qual è il beneficio che voglio ottenere, ti sto solo dicendo ciò che voglio fare. Purtroppo, questa cattiva pratica sussiste in 8 progetti su 10. Per essere un buon progettista, è necessario che nella propria testa la differenza concettuale sia molto netta.”

 

Il finanziatore penalizza questo tipo di errore?

“Dipende, a volte può anche sfuggire. Spesso i bandi ricevono un enorme mole di progetti da valutare in poco tempo. Poi c’è il fatto che chi valuta ha pochissime interazioni con chi prepara un progetto, non sempre può chiedere al progettista di fare delle correzioni. In due ore deve dare un giudizio e può capitare che il progetto sia molto buono, benché abbia dei vizi di forma, e allora passa lo stesso. Spesso però i vizi di forma nascondono i vizi di sostanza, che compromettono l’efficacia del progetto.

A volte mi capita di valutare dei progetti che non hanno obiettivi. Come si valuta il successo di un progetto che non ha obiettivi? Avere successo non vuol dire fare le attività, ma ottenere benefici, se questi non ci sono, l’efficacia non è misurabile. Ad esempio, vengono finanziati dei corsi di formazione senza sapere quale sia il beneficio atteso e senza poterlo valutare. Un progetto basato sulle attività porta a formare delle persone che poi metteranno il know how acquisito in un cassetto, senza poterlo applicare.”

 

Qual è il legame tra obiettivi e sostenibilità?

“Se io non ho degli obiettivi chiari non ho neanche la sostenibilità. La sostenibilità infatti non dipende dall’output ma dall’outcome. Mi spiego, un progetto sanitario non è sostenibile perché ho creato un ospedale (outup), è sostenibile se persiste il beneficio che questo output dà, ovvero l’accesso alla cura sanitaria (outcome). È quest’ultimo ciò che deve durare nel tempo. Se pensiamo ai corsi di formazione, ciò che deve essere sostenibile ovviamente non è il corso in sè, ma il know how che ne deriva, che deve essere spendibile. Se non hai degli obiettivi non hai neanche dei validi indicatori e diventa molto difficile misurare il reale impatto di un progetto.”

 

Se vuoi scoprire se la progettazione fa al caso tuo, vai alla pagina di “Progettare la Cooperazione Internazionale” e esplora il programma del corso.

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Come la mHealth può aiutare i rifugiati in Europa?

Dal momento che l’attuale crisi dei rifugiati si sta diffondendo in tutta Europa e ovunque nel mondo, abbiamo deciso di aprire una sessione dedicata a questo tema nel nostro blog.

Di Paola Fava

Quando questa tragedia ha raggiunto i nostri confini e, soprattutto, è arrivata ai nostri media, sono nate moltissime iniziative per coinvolgere la comunità tecnologica in tali questioni.
La prima è stata Techfugees di Mike Butcher, una conferenza e un hackathon durante i quali la comunità tecnologica di Londra ha mostrato il suo supporto ai rifugiati. Nel giro di pochi giorni il gruppo Facebook e l’account Twitter sono esplosi di post, commenti e condivisioni, evidenziando il grande interesse della comunità tecnologica e la sua volontà di essere coinvolta nelle problematiche che riguardano i rifugiati.
Molte altre conferenze ed eventi sono stati organizzati in tutta Europa, incluso un evento in Italia, organizzato da H-Farm.

In particolare, Gnucoop ha creato un blog, “Blogfugees”, che vuole rappresentare un punto di riferimento per tutte le organizzazioni che lavorano con i rifugiati e che hanno bisogno di un aiuto da parte di esperti in ambito tecnologico. Il blog rappresenta il luogo dove raccogliamo tutto quello che è possibile trovare online sul tema “Tecnologia per i rifugiati”.

Ora probabilmente vi starete chiedendo qual è la connessione con l’Mhealth.
Come già sappiamo, una delle più importanti applicazioni dell’Mhealth è l’utilizzo di strumenti mobile che aiutino nella diagnosi delle malattie, specialmente in contesti difficili.
Le condizioni sanitarie nei campi profughi sono motivo di preoccupazione per le autorità e per gli operatori sanitari. Nonostante gli sforzi per migliorare le condizioni generali nei campi, i progressi sono lenti sia perché l’obiettivo è molto ambizioso, sia perché risulta molto difficile provvedere ad un adeguato numero di dottori nei campi.

Nell’ambito della fornitura di servizi sanitari esiste un’applicazione medica gratuita, MedShr, che cerca di affrontare queste sfide offrendo la possibilità ai dottori di caricare, condividere e discutere immagini mediche in un network di professionisti. Nei campi dove le condizioni sanitarie sono davvero pessime, MedShr è uno strumento prezioso per i medici.

MedShr è stato creato nel 2013 dal Dr. Asif Qasim, un cardiologo londinese, con l’obiettivo di creare una piattaforma su cui i medici potessero entrare in contatto e discutere di casi clinici in un “luogo” sicuro.
Connettendo specialisti in grado di offrire supporto, diagnosi e cure, MedShr è stata utilizzata da organizzazioni come Medici Senza FrontiereCroce Rossa per sostenere e aiutare i medici sul campo e per contattare gruppi informali di dottori volontari.

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Un recente report dell’Università di Birmingham evidenzia che la situazione nei campi di rifugiati non rispetta gli standard raccomandati dall’UNHCR e dalla World Health Organisation (WHO) e che la mancanza di un riparo, di cibo e di acqua potabile, di igiene personale, di servizi igienici e di sicurezza può avere delle conseguenze dannose per la salute di chi risiede a lungo nei campi.
Applicazioni come MedShr sono strumenti che le persone e le organizzazioni utilizzano sempre più frequentemente per riuscire a rispondere a questa crisi.

Oltre alla sua applicazione specifica nei campi di rifugiati, MedShr permette in generale di:

Trovare e discutere immagini e casi medici:
Grazie alla possibilità di condividere ECG, esami, raggi X, foto e video dei pazienti MedShr permette a medici e specialisti di confrontarsi su casi clinici importanti. MedShr permette di scambiarsi dati in modo sicuro, poiché coinvolge un network privato e utilizza un originale sistema per ottenere il consenso dei pazienti al trattamento dei dati. I medici hanno la possibilità di seguire i casi e di imparare dai loro colleghi grazie ad una discussione informale, accreditata e basata su casi reali.

Condividere conoscenze con membri verificati:
MedShr è la via più semplice per trovare, condividere e discutere immagini e video di casi clinici che si incontrano quotidianamente. È possibile creare un nuovo caso e condividerlo con i colleghi o con l’intero network, dare la propria opinione, ottenere consensi, avviare una discussione in modo sicuro da un dispositivo mobile. MedShr è privato e sicuro e permette ai membri di mantenere il completo controllo della privacy dei propri pazienti, essendo tutti i membri medici, operatori sanitari e studenti di medicina controllati e verificati.

Espandere il network dei medici professionisti:
Gli studenti di medicina e i dottori, partecipando a MedShr, aumentano le loro conoscenze, dal momento che entrano in contatto con colleghi di lavoro e universitari di tutto il mondo; essi possono così rimanere aggiornati sugli ultimi casi, selle ultime tecniche e conoscenze. Studenti di medicina, giovani dottori e specializzandi utilizzano il gruppo di MedShr come una risorsa per l’apprendimento informale, in vista di esami strutturati a partire da casi reali e come integrazione dei propri studi.

MedShr è una brillante idea: gli smartphone connettono i medici e permettono agli operatori umanitari di avere delle diagnosi mediche nell’immediato” – Rohan Silver, Evening Standard.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Source: Telegraph.co.uk

La registrazione alla nascita è un diritto di ogni bambino

Ogni bambino ha diritto a un nome e a una nazionalità, diritto riconosciuto dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e da altri trattati internazionali. Tuttavia, le nascite di circa un quarto dei bambini al di sotto dei 5 anni nel mondo non sono mai state registrate.
La mancata registrazione di una nascita comporta la mancanza di un riconoscimento formale da parte dello Stato; in questo modo il bambino o la bambina non può ottenere il certificato di nascita, non può avere accesso alle cure mediche, all’educazione primaria e a molti altri servizi. Crescendo, la mancanza di un documento identificativo ufficiale può far sì che un bambino si sposi, lavori o sia arruolato nell’esercito prima che abbia l’età legale per farlo. La mancata registrazione alla nascita, quindi, apre la strada ad una lunga serie di possibili violazioni dei diritti del bambino.

di Paola Fava

 

Registrare i bambini alla loro nascita è il primo passo per assicurare loro un riconoscimento di fronte alla legge, salvaguardare i loro diritti e assicurarsi che nessuna possibile violazione dei suoi diritti passi inosservata.

Molti paesi hanno utilizzano diversi meccanismi per registrare le nascite. Questo comporta che la quantità, il tipo di informazioni ottenute e l’utilizzo dei dati emersi possono essere molto differenti, poiché basati sulle infrastrutture del singolo paese: la capacità amministrativa, la disponibilità di fondi, la possibilità di raggiungere gli abitanti e l’accesso alla tecnologia per la gestione dei dati.

È possibile individuare grandi differenze nella copertura delle registrazioni delle nascite anche tra diverse regioni geografiche. L’Europa centrale e dell’est e il Commonwealth russo (Central and Eastern Europe-CEE e Commonwealth of Independent States-CIS) vantano il più alto tasso di registrazione delle nascite, con il 98% dei bambini sotto i 5 anni di età registrati. Seguono l’America Latina e i Caraibi, con il 92%, e il Medio Oriente e il Nordafrica con l’87%. Il più basso tasso di registrazione delle nascite è daattribuirsi alla zona dell’Africa Subsahariana (41%). In Africa Orientale e nell’Africa del sud solo il 36% dei bambini sono registrati, mentre il tasso in Africa Occidentale e Centrale è leggermente più alto, con il 45%.

 

Percentuale dei bambini sotto i 5 anni di età registrati per regione. nascitaFonte: UNICEF

 

Molti uffici nazionali dell’UNICEF stanno testando l’utilizzo delle tecnologie di comunicazione mobile, inclusi i cellulari, per aumentare la copertura delle registrazioni delle nascite. Le tecnologie mobile e digitali possono essere infatti strumenti preziosi per raccogliere informazioni accurate e precise in modo tempestivo.

In Uganda l’UNICEF con un partner del settore privato, Uganda Telecom, gestiscono una tecnologia mobile e web-based per digitalizzare i registri delle nascite, rendendo il processo di registrazione più veloce, più accessibile e più affidabile.

 

Il caso della Cambogia:

Secondo l’Indagine demografica e sanitaria sulla Cambogia (CDHS) del 2010, poco più del 62% dei bambini di età inferiore ai 5 anni sono registrati in Cambogia, percentuale inferiore a quella del 2005, del 65%. L’indagine evidenza anche una grande differenza nelle registrazioni tra le zone urbane e quelle rurali, oltre che tra ricchi e poveri. Il 60% dei bambini che vivono nelle aree rurali sono registrati alla nascita, in confronto al 74% di quelli che vivono nelle aree urbane. Per quanto riguarda la differenza tra popolazione ricca e povera, solo il 48% dei bambini più poveri viene registrato, al contrario dei bambini più benestanti, registrati per il 78%.

Dal 2011 MOI, con il supporto di UNICEF, sta implementando un progetto pilota in 32 comuni di 3 distretti Kampong Speu, Prey Veng, e Svay Rieng. Lo scopo è quello di strutturare delle risposte efficaci ai problemi che causano il basso tasso di registrazione delle nascite. I risultati del progetto pilota serviranno anche a guidare gli stakeholder nel tentativo di migliorare le politiche e programmi pubblici.

Esistono diversi fattori che concorrono alla determinazione della situazione attuale:

  • Basso valore dei certificati di nascita e scarso utilizzo del documento
  • Il documento non è durevole, soprattutto per le famiglie che vivono in zone rurali, particolarmente soggette a danni e perdite
  • I comuni e i distretti spesso presentano una carenza di certificati di nascita, causando incongruenze e ritardi anche nella registrazione delle nascite
  • I genitori trovano il processo di registrazione dei neonati complicata e rigida, specialmente nei casi di registrazione tardiva
  • Il sistema di monitoraggio e registrazione manuale e cartaceo porta ad una scarsa gestione dei dati, a una bassa qualità delle informazioni e a un flusso di informazioni irregolare o tardivo.

Una delle raccomandazioni emerse dal progetto è quella di implementare una presenza mensile di routine e la registrazione in tempo reale delle nascite tramite SMS.

Per aiutare a risolvere questa situazione, UNICEF Cambogia insieme al General Department of Identification (GDI) hanno creato una piattaforma IVR pilota, utilizzando una combinazione di RapidPro e i canali di comunicazione cloud Twilio and Nexmo. Questa soluzione dovrebbe assicurare in un primo momento un’immediata registrazione dei bambini.

Ogni mese gli amministratori comunali riportano il numero di moduli compilati e i dati raccolti, o rispondendo alle chiamate mensili automatizzate di RapidPro, o reperendoli dal sistema. I dati vengono quindi analizzati da RapidPro. Se il numero di moduli reperiti si trova al di sotto di una determinata soglia, RapidPro invierà automaticamente una notifica al distretto tramite SMS. Gli ufficiali distrettuali, incaricati di riassegnare i moduli, ricevono gli SMS sui comuni che necessitano di una redistribuzione, aiutando ad assicurare che i comuni siano sempre attrezzati per registrare tutti i bambini.

RapidPro viene utilizzato in tutto il mondo in diversi modi per aiutare bambini e famiglie, supportato dal Global Innovation Center (GIC) dell’UNICEF. Il GIC funge da centro di eccellenza alimentato da una crescente rete globale di uffici, specialisti e alleati dell’UNICEF che si dedicano all’utilizzo di tecnologie che possono avere un impatto su vasta scala sulla vita dei bambini.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Photo Credit: Margherita Dametti for COOPI

Fonte: https://blogs.unicef.org/east-asia-pacific/harnessing-mobile-technology-improve-birth-registration-systems-cambodia/

Università e crisi migratoria: accademici europei in azione.

Cosa succede quando il mondo accademico si attiva per dare aiuti e risposte concrete alla crisi migratoria? Gli esempi sono tanti, e alcuni valgono la pena di essere raccontati.

di Camilla Fogli Continua a leggere

Intelligenza Artificiale e il futuro della Mobile Health

Mai sentito parlare dell’uso dell’Intelligenza Artificiale (IA) nella Mobile Health dei paesi in via di sviluppo?

di Paola Fava

 

Se tutto ciò ti suona nuovo non preoccuparti, non sei il solo. Lo scorso giugno, l’Agenzia Statunitense ITU (International Telecommunication Union) ha tenuto una conferenza prima nel suo genere: l’AI for GOOD Global Summit. Ed è proprio in questa sede che si è tratto il tema dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale in contesti quali quelli dei paesi in via di sviluppo, finalizzata al supporto dei Sustainable Development Goals (SDGs).

Ricordo che più di 10 anni fa, quando studiavo ingegneria, l’IA e la robotica venivano considerate materie innovative e affascinanti, ma di nicchia. L’idea alla base di queste discipline è di costruire macchine capaci di pensare come umani, di riconoscere informazioni, estrapolare dati da fonti differenti, e utilizzare questi ultimi per costruire algoritmi che possano migliorare le loro mansioni. Suona fantascientifico, vero?

Da allora, le potenzialità dell’IA sono state largamente analizzate ed applicate a vari settori. Quasi certamente ciascuno di noi ha sentito parlare di Intelligenza Artificiale, apprendimento automatico o delle reti neuronali che stanno alla base delle automobili senza autista, oppure dei computer in grado di battere campioni di scacchi o di altre applicazione dell’IA attivate da sensori connessi alla Sim card del proprio smartphone.

Tuttavia c’è molto più di questo. Molte potenzialità attendono di essere esplorate, tanto nei paesi del Nord quanto in quelli in via di sviluppo, dove la diffusione dei telefoni cellulari e l’IA vanno di pari passo.

Per citare Joel Selanikio (il CEO di Magpi): “stiamo iniziando a renderci conto come tutti i benefici ottenuti fin ora (dai cellulari alla salute globale) siamo stati solamente il preludio di qualcosa che avrà un impatto di gran lunga maggiore sulla salute internazionale: l’ascesa dell’IA fornita persino alle persone più povere del mondo tramite i telefoni cellulari”.

Sempre citando Selanikio, “alcuni esempi di cellulari dotati di IA utilizzati per l’assistenza sanitaria includono:

  • ResApp Health, la quale utilizza l’IA per sviluppare applicazioni in grado di ascoltare il suono della tosse e del respiro, con lo scopo di diagnosticare asma o polmonite.
  • IBM’s Watson, il quale può diagnosticare il cancro – ed individuare l’appropriato trattamento – con più precisione di specialisti oncologi.
  • AiCure, che è un’app che utilizza l’IA per verificare l’assunzione delle prescrizioni terapeutiche (può “vedere” l’effettiva ingestione delle medicine) e che potrebbe essere usata per ridimensionare i costi della directly-observed therapy (DOT) per la tubercolosi (attualmente a carico degli operatori sanitari) per tutti i luoghi in cui non ce la si può permettere.
  • NIH facial image recognition algorithms (algoritmi di riconoscimento facciale) che può diagnosticare malattie genetiche usando la fotocamera dello smartphone.

Suona ancora fantascientifico? Beh, è reale ed è il futuro.

Tuttavia, come in ogni storia, anche nell’utilizzo dell’IA per la salute esistono due facce della medaglia.

La dottoressa Margaret Chan, Direttrice Generale dell’Organizzazione Mondiale della Salute, nel suo discorso di apertura al “AI for GOOD Global Summit” invita ricercatori e stakeholders ad essere cauti, visto che le decisioni mediche sono complesse e dipendono dai vari contesti e valori.

“Sebbene le macchine possano aiutare il lavoro dei medici, organizzare, razionalizzare, e snellire i processi che conducono ad una diagnosi o ad altre decisioni mediche, l’IA non può rimpiazzare i dottori e gli infermieri nell’interazione con i pazienti.

… dobbiamo considerare il contesto e cosa significa per la vita delle persone. Quanto vantaggio può dare diagnosticare in breve tempo un cancro alla pelle o al petto se tanto il paese non può offrire opportunità per il trattamento, non ha specialisti o attrezzature specializzate, o se il prezzo delle medicine è troppo dispendioso sia per i pazienti che per il sistema sanitario?

Che cosa succerebbe se una diagnosi di un’app non considerasse un sintomo che indica una grave malattia pregressa? Puoi fare causa ad una macchina per negligenza medica? Come puoi regolamentare una macchina programmata per pensare come un umano?”

Tutte queste domande sono molto importanti e non vanno sottostimate.  

La frammentazione delle informazioni nella Digital Health

I piccoli centri sanitari nei remoti villaggi di alcune regioni africane possono essere luoghi molto affollati… questo non dipende solamente dal numero dei pazienti, ma anche dallo staff di Ong e Organizzazioni che gestiscono i loro programmi offrendo diversi tipi di medicine o collaborando con lo staff medico per raccogliere informazioni sulla sanità.

Di Paola Fava

 

Ogni organizzazione porta avanti il suo singolo progetto, magari un progetto pilota, con un buon numero di informazioni da raccogliere o di attività da implementare. Così, per esempio, oltre a numerosi moduli o registri governativi standard, ai Community Health Workers (operatori sanitari) viene richiesto di compilare molti moduli aggiuntivi.

Sebbene l’obiettivo finale sia quello di facilitare il loro lavoro e migliorare la fornitura di cure mediche per chi ne ha più bisogno, sfortunatamente questo approccio spesso crea un carico maggiore alle strutture già a corto di personale, genera confusione, sovraccarico e perdita di tempo prezioso in questioni burocratiche, tempo che potrebbe essere speso per la cura dei pazienti. Inoltre, gli operatori sanitari possono ricevere incentivi per il carico di lavoro extra: il rischio quindi è che le priorità del lavoro cambino, producendo una rendicontazione superficiale e tardiva dei dati e della situazione sanitaria.

Molti di questi progetti pilota coinvolgono anche l’utilizzo della digital information, che utilizza dati digitali invece che moduli cartacei.

Un importante esempio della frammentazione dei programmi sanitari digitali è illustrato nella mappa del morbillo in Ugpfblog5anda, sviluppata da Sean Blaschke di Unicef, come evidenziato da Dikki Sepfblog in questo post su Pathblog. La mappa spiega perché nel 2012 il Ministero della Sanità in Uganda bloccò tutte le iniziative di eHealth e mHealth nel Paese fino all’approvazione del Direttore Generale dei Servizi Sanitari. L’obiettivo era quello di limitare la frammentazione dei programmi e di assicurarsi che i dati raccolti fino a quel momento potessero essere inseriti nel Sistema di Informazione Sanitaria nazionale (Health Information System – HIS), piuttosto che creare sistemi paralleli aggiuntivi.

La diffusione dell’informazione digitale rappresenta un importante passo avanti verso l’integrazione delle informazioni, poiché le ICT possono facilitare lo scambio di informazioni e di dati, specialmente se i dati sono raccolti in formati compatibili e condivisibili.

Tuttavia siamo ancora lontani dall’obiettivo finale e, come David McCann scrisse in uno dei suoi articoli su ICTWorks relativamente alla situazione in Uganda, la realtà assomiglia più a questo:
“Sei riuscito a localizzare l’esaurimento delle scorte di medicinali in un distretto di Moroto utilizzando dei caricabatterie solari e 50 Samsung Galaxies. Perfetto. E’ possibile condividere i dati con un progetto che ho implementato utilizzando i BlackBerries a Gulu? Probabilmente no. Quindi hai sviluppato la tua personale applicazione per tracciare l’esaurimento dei medicinali. Tuttavia, quando i donatori internazionali si sono incontrati con il Ministero della Sanità per risolvere la questione della sovrapposizione delle applicazioni di mHealth e per integrare l’interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), alla domanda se tutto questo fosse possibile, uno ha risposto: “basandosi su un database di relazioni, in teoria sì”. In realtà questa risposta si allontana di molto dall’intento specifico della domanda.”

Forse il blocco promosso dal Ministero della Sanità dell’Uganda è stato un modo per favorire l’incremento dell’interoperabilità e il coordinamento dei progetti. Sicuramente ciò dimostra che il governo ha iniziato ad assumersi la responsabilità di questi progetti e di queste tecnologie per meglio rispondere ai bisogni della popolazione.

In altri Paesi, gruppi specifici che si occupano di mobile health, come il gruppo di lavoro in Malawi, si incontrano regolarmente, con la collaborazione del Ministero della Sanità, per affrontare la questione dell’integrazione e della sovrapposizione dei progetti di mHealth.

L’utilizzo di tecnologie compatibili e il coinvolgimento di stakeholder a diversi livelli sono due elementi chiave per iniziare a superare il problema della frammentazione dei progetti di digital health.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Photo source: Margherita Dametti for COOPI