Theory of Change: come generare e valutare il cambiamento

Mercoledì 19 Aprile più di 400 partecipanti (in diretta e in differita) hanno approfondito la Teoria del Cambiamento (ToC) durante il secondo webinar gratuito del percorso “Lavorare nella Cooperazione Internazionale“. In questa occasione, Christian Elevati, Senior Consultant in gestione e valutazione dell’impatto sociale che lavora da molti anni per realtà del Terzo Settore, è partito da un punto fermo: si lavora nella cooperazione, nel sociale, perché si crede nel cambiamento. A questo proposito però, occorre domandarsi a quale cambiamento ci si riferisce e come questo debba essere monitorato e valutato. 

di Erica Rossi

 

La ToC è una metodologia specifica applicata nell’ambito del sociale per pianificare e valutare dei progetti che promuovano il cambiamento sociale attraverso la partecipazione e il coinvolgimento. Si definiscono dunque obiettivi a lungo termine e a ritroso si ricostruiscono logicamente i legami causali per arrivare a quegli obiettivi. Così facendo, è possibile stabilire degli obiettivi intermedi e delle fasi che potranno e dovranno essere verificabili costantemente.

Secondo Christian una delle definizione più precise della Teoria del cambiamento è la seguente:

La Theory of Change è un processo rigoroso e partecipativo nel quale differenti gruppi e portatori di interesse nel corso di una pianificazione articolano i loro obiettivi di lungo termine [impact] e identificano le condizioni che essi reputano debbano dispiegarsi affinché tali obiettivi siano raggiunti. Tali condizioni schematizzate negli outcomes che si vogliono ottenere e sono organizzate graficamente in una struttura causale.

Dana H. Taplin, Heléne Clark, “Theory of Change basics”

Il webinar è poi proseguito ponendo l’attenzione su una domanda chiave: “C’é veramente bisogno della teoria del cambiamento?”. Secondo Elevati la prima risposta è “Si, vale la pena farci i conti presto”. Uno dei motivi principali è che ci troviamo in piena crisi strutturale, culturale, politica e di risorse. Non si può più non rendere conto di come usiamo le poche risorse a disposizione e quanto siamo, come soggetti o organizzazioni, efficaci ad usarle.

Nel contesto in cui viviamo i cambiamenti sono rapidi e la complessità è grande: è necessario dimostrare di poter creare cambiamento, analizzandolo, monitorandolo e rendendo conto di tutti i fattori che portano alla sua riuscita. 

 

 

Andando nello specifico, si potrebbe strutturare in questo modo la composizione di una ToC che deve includere sempre:

  • Una esplicitazione chiara delle ragioni alla base dei cambiamenti reali e duraturi in una specifica area tematica e delle relative preconditions (fattori al di fuori del controllo del management che possono influenzare il legame causale delle ToC).
  • L’articolazione di un percorso che porta a tali cambiamenti attraverso lo sviluppo di strutture e di competenze organizzative specifici e programmi/progetti.
  • Un sistema di impact management & evaluation in grado di implementare quel percorso e di testare i presupposti, le risorse e gli strumenti messi in campo.

Quando affrontiamo la ToC in un programma o progetto, l’esplicitazione delle assumptions è cruciale. Le assumptions riguardano il modo in cui crediamo che le cose possano cambiare e dipendono da ideologie, valori, preconcetti, stereotipi o visioni del mondo. Si tratta quindi di idee che spesso assumiamo in modo implicito, come soggetti singoli o come organizzazione, e che più sono inconsapevoli più sono pericolose poiché “agiscono senza che ce ne rendiamo conto, guidando di fatto le nostre scelte”. 

A questo proposito il docente sottolinea che “l’obiettivo del processo della ToC è quello di farle emergere, di discueterle, di testarle e allo stesso tempo di generarne di nuove maggiormente basate su un’evidence reale e condivisa”. Questo permetterà di chiarirle in  modo rigoroso, lasciare spazio a dubbi interpretativi o idee abitudinarie.

Dopo una prima analisi, possiamo affermare che la ToC è uno strumento fondamentale per rispondere alle seguenti domande:

  • Che cosa è cambiato (o no) a livello di outcomes e perché?
  • Quanto questi risultati sono sostenibili nel tempo?
  • Qual’é l’impact che questi risultati hanno prodotto?
  • Qual’é stato il contributo del programma/intervento/progetto a questi outcome rispetto ad altre cause o influenze?
  • Quali sono le implicazioni per le politiche e per le strategie (locali, nazionali, internazionali)?

E’ stato utile, nel corso di questa analisi, approfondire gli elementi che qualificano il raggiungimento effettivo dei risultati. Christian Elevati ci ha proposto i 4 livelli principali (non gli unici) da cui partire per effettuare una valutazione preliminare:

  • Cosa sarebbe avvenuto allo stesso campione di popolazione senza il nostro intervento?
  • Quanta parte del risultato raggiunto (outcome) è attribuibile esclusivamente al nostro intervento?
  • Vi sono stati effetti negativi su altre organizzazioni o in altri territori/comunità collegati al nostro intervento?
  • Come cambia l’outcome generato nel corso del tempo?

Oltre ad effettuare un’analisi di questo approccio, il docente ha presentato rapidamente diverse metodologie e strumenti utili per la valutazione dell’impatto di un intervento nell’ambito della cooperazione internazionale.

E possibile visionare qui le slide dell’intervento:

 

Avvicinandoci alla conclusione del webinar si è riflettuto sull’inversione di prospettiva che che questa teoria richiede rispetto all’approccio tradizionale. Infatti, invece di chiederci quali azioni occorra mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi, dovremmo domandarci quale cambiamento di medio/lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi e quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo.

Conclude Christian Elevati: “Di quale cambiamento stiamo parlando? Non è possibile darsi una risposta ma, come abbiamo visto, si possono fissare dei punti di partenza chiari e definiti”.

Il racconto del webinar attraverso i tweet

Photo Credits: Pixabay

Un BarCamp per gli ICT4D champions della cooperazione

Si è conclusa il 10 aprile la seconda edizione del corso di alta formazione dedicato alle ICT4D – ICT Innovations for Development – organizzato da Ong 2.0 nel quadro del programma Innovazione per lo sviluppo. Oltre 6 mesi di lavoro, otto moduli, 28 sessioni  tenute da docenti di fama internazionale dei più diversi paesi del mondo e decine di esercitazioni pratiche, per culminare, lunedì scorso, con l’evento finale, un BarCamp pubblico, durante il quale tutti i partecipanti – divisi in sei squadre – hanno avuto l’opportunità di presentare i loro progetti e vincere una somma di 2.000 euro per il sostegno all’iniziativa.

L’evento chiude un percorso mirato non solo a fornire una formazione sia teorica che pratica nel campo delle ICT per lo sviluppo, ma anche a potenziare il pensiero critico dei partecipanti nei confronti delle iniziative, metodi e strumenti già esistenti nel settore.

Vedere il lavoro fatto negli ultimi 6 mesi mi ha dato il coraggio di pensare che un altro mondo sia possibile, o meglio, che un altro tipo di sviluppo sia possibile – una cooperazione che sia focalizzata sulla dimensione particolare e locale dei problemi affrontati, ma che al tempo stesso sia anche trasmessa a livello globale.

Così sostiene emozionato Ron Salaj, coordinatore di tutto il  percorso ICT Innovation for Development, e aggiunge “ il corso ha  soprattutto cercato di fornire le ultime tendenze sui vari strumenti legati all’utilizzo ICT, con particolare attenzione alle competenze pratiche e agli esempi sul campo, senza però tralasciare anche la parte teorica e quindi le diverse metodologie, strutture e conoscenze del caso. In alcuni casi è stato possibile mostrare ai partecipanti le competenze specifiche dei relatori che, arrivando da contesti e formazioni differenti, hanno collaborato ad espandere e rafforzare “cassetta degli attrezzi”  dei partecipanti su una grande varietà di settori: innovazione sociale, tech4dev raccolta dei dati, la mappatura in contesti di emergenza, diritti umani e democrazia, salute, istruzione, uguaglianza e ‘inclusione finanziaria, agricoltura”.

Secondo Ron

Date le circostanze di crisi globali e quotidiane che stiamo vivendo, la parola d’ordine del settore dovrebbe essere coraggio

E i partecipanti al corso ICT Innovation for development sono stati davvero coraggiosi. Dopo il lungo lavoro di formazione il mese di Marzo è stato interamente dedicato ai progetti finali;  i 23 partecipanti – selezionati tra le oltre 480 candidature arrivate da tutto il mondo – hanno lavorato intensamente divisi in sei team su altrettanti progetti reali, proposti loro da sei ONG italiane che operano in diversi contesti del mondo, con l’obiettivo di sviluppare delle soluzioni ICT-oriented per i problemi segnalati.

Durante l’evento, ogni squadra ha presentato l’entusiasmante lavoro sviluppato. A valutare tutti i progetti e selezionare il migliore tra essi – quello che si è meritato il primo posto e il finanziamento – una giuria composta Cristina Toscano (Fondazione Cariplo), Ilaria Caramia (Compagnia di San Paolo), Josh Harvey (CARE) e Gianluca Lazzolino (Postdoctoral Fellow presso l’Università di Oxford).

Se vuoi rileggere il racconto dell’evento attraverso i tweet
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Ha ottenuto la vittoria il progetto intitolato: Increased resilience capacity of small-scale producers of rice, vegetables and yams in Haute Guinée” realizzato da un team di quattro partecipanti a partire da un progetto reale presentato dall’ong CISV e illustrato al BarCamp da Alice Mantoani. “Sono così felice” sostiene Alice a seguito della vittoria e spiega come tutti i membri abbiano collaborato attivamente al progetto, dividendo il loro tempo tra momenti di condivisione con il resto della squadra – ovviamente tramite Skype, essendo sparsi per tutto il mondo – e momenti di lavoro individuale, durante i quali ognuno si è concentrato sui propri compiti specifici.

Obiettivo del progetto: individuare degli strumenti ICT per aiutare un network di piccole cooperative agricole in Guinea a gestire il flusso di merci in entrata e in uscita e migliorare la comunicazione tra loro.

Qui il pitch del progetto presentato al BarCamp

Alice dice anche di essere molto soddisfatta del corso: “Oltre alla qualità dell’insegnamento e alla validità dei relatori internazionali quello che mi ha coinvolta di più è stato il marcato aspetto pratico del corso. Il fare è stato messo al primo posto fin da subito: prima tramite le dimostrazioni pratiche dei docenti, e poi, ovviamente, durante il periodo dedicato al lavoro in team. Non a caso, infatti, i progetti di partenza su cui hanno dovuto lavorare le squadre sono progetti reali, proposti ai partecipanti da diverse Ong”. Anche la modalità online ha funzionato molto bene a parer suo,  “anche grazie ai frequenti momenti di condivisione tra i partecipanti e i docenti, sia durante che dopo le lezioni”. Uno degli aspetti più apprezzati da Alice è poi stata l’eterogeneità della classe. Grazie alla modalità di corso online, infatti, è stato possibile mettere insieme un gruppo  di veri professionisti, composto da profili con una grande varietà di esperienze e background e provenienti da ambienti e lavoro anche molto diversi tra loro, facenti però tutti parte del vasto campo della cooperazione allo sviluppo.

 

Il corso ICT Innovation for Development è stato organizzato da Ong 2.0, in seno al progetto “Innovazione per lo Sviluppo” sostenuto da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Opes Impact Fund, Fondazione Acra, We Make, Ouagalab, Fablab To, Fondazione ISI, Fondazione Politecnico di Milano, Centro Nexa, Università di Torino e Politecnico di Torino.

 

L’educazione alla cittadinanza mondiale diventa digitale

In un mondo digitale anche l’educazione diventa protagonista dell’innovazione, e vive così un periodo di profondo cambiamento e rinnovamento.

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile indica la necessità di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Dal quarto obiettivo dell’agenda emerge il bisogno che anche le scuole e tutti gli ambienti educativi si impegnino per trasformare l’educazione in senso sempre più sostenibile.
La così detta “Educazione alla cittadinanza mondiale” si muove in questa direzione, avvicinando il mondo scolastico e quello della cooperazione. Queste due realtà collaborano per formare i giovani a una maggiore conoscenza e consapevolezza del mondo e di come possono esserne cittadini attivi e responsabili, lavorando su “valori base quali i diritti umani, la legalità, l’importanza e il rispetto della diversità, il dialogo tra culture, l’interdipendenza reciproca e la necessità di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale“.

Negli ultimi anni l’educazione alla cittadinanza mondiale si è aperta sempre più alle potenzialità offerte dagli strumenti digitali. L’avvento del web sembra aver influito molto sui comportamenti e sulle abitudini di giovani e ragazzi. Smartphone, tablet, computer sono ormai strumenti alla portata di tutti, anche dei più piccoli. Per quetso motivo, sempre più spesso le ong impegnate in progetti di educazione alla cittadinanza mondiale si avvalgono di strumenti digitali per far apprendere e riflettere i ragazzi giocando e divertendosi. Le applicazioni per cellulare e tablet, ad esempio, sono sempre più spesso utilizzate per parlare ai ragazzi di temi importanti e attuali.

Come nel progetto Eathink: eat local, think global, “un progetto cofinanziato dall’Unione Europea che vuole formare e coinvolgere gli insegnanti e gli studenti delle scuole primarie e secondarie per promuovere e rafforzare gli strumenti critici di educazione e formazione per rispondere alle sfide dello sviluppo globale. Il focus del progetto insisterà sulla sovranità e sulla sicurezza alimentare per ragionare sulla sostenibilità e sul consumo critico”.

LA-TORTA-DI-ROBIN-7Tra le numerose attività previste nel progetto, gli educatori di EAThink si sono messi alla prova nell’ideazione di due applicazioni mobili dedicate ai temi dell’alimentazione sostenibili. Le app sono facilmente scaricabili a questo link

“La torta di Robin”un percorso interattivo in cui Robin, il/la protagonista, deve ottenere gli ingredienti per cucinare la torta di mele più buona del mondo: buona per la salute, buona con l’ambiente e rispettosa degli altri. Passando per mercati agricoli, allevamenti e botteghe, Robin imparerà che solo con gli ingredienti più genuini, prodotti in modo equo e solidale potrà sfornare una torta davvero deliziosa .

“EAThink Game” permette a chi gioca  di scoprire e vivere in prima persona il percorso del cibo dalla produzione al consumo. EAThink Game infatti è composto da tre mini-giochi: uno sulla coltivazione, uno sulla vendita e il terzo sull’acquisto, i tre momenti fondamentali della filiera alimentare. Nel primo livello bisogna coltivare in modo naturale e sostenibile, evitando gli OGM e le sostanze dannose. Nel secondo livello il giocatore deve vendere i suoi prodotti, ma solamente a km0, freschi e fair trade. Nell’ultimo livello, quello dell’acquisto, bisogna invece acquistare i prodotti sani e sostenibili, buoni per la tua salute e per il mondo.

Sempre nell’ambito dell’alimentazione è stata sviluppata l’app “Bimbi in cucina”, un gioco per insegnare ai più piccoli le buone abitudini per una corretta alimentazione e uno stile di vita salutare. Tra quiz, ricette e preparazioni digitali, chi gioca deve diventare “mago chef”, imparando trucchi e ricette, scegliendo gli ingredienti più sani e sfidando online altri cuochi virtuali.

Meteoheroes-gransasso-big-32itswrtilsqeesyimsa2oCon lo scopo di sensibilizzare i più piccoli rispetto alla sostenibilità, all’ecologia e all’ambiente nasce il progetto “Meteo Heroes”. Nel videogioco per dispositivi mobile i sei bambini protagonisti scoprono di avere il potere di scatenare i fenomeni atmosferici, e impareranno a farlo per salvare la Terra, minacciata dai cattivi comportamenti ambientali.

 

Un altro strumento interessante rivolto ai più piccoli è “Gro Recycling”: un’applicazione che insegna ai bambini più piccoli l’importanza della raccolta differenziata. recycling900pxIl gioco consiste nel dare da mangiare ogni rifiuto al contenitore giusto, così da poter riutilizzare la spazzatura per produrre dei nuovi oggetti.

painting-with-time-climate-change2Sempre in tema ambientale, ma per ragazzi più grandi, è stata sviluppata “Painting With Time – Climate Change Edition”: l’app vuole mostrare in modo intuitivo, visivamente gli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero sul nostro pianeta. Tramite il confronto di due foto dello stesso scenario scattate in due momenti diversi è possibile notare i mutamenti che il panorama ha subito a causa del tempo e dei cambiamenti climatici.

Nell’applicazione sono proposti 17 confronti ma è possibile anche crearne di nuovi grazie alle indicazioni di un tutorial.

 

 

 

 

Photo credit: Gwenaël Piaser

“Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche”, note da un webinar super affollato

Il 5 aprile si è svolto il Webinar gratuito “Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche per operare nel settore”, organizzato da Ong 2.0 e tenuto da Diego Battistessa, esperto di cooperazione internazionale con alle spalle un’ampia esperienza sia teorica che operativa.

L’affluenza all’aula è stata molto alta: con 239 iscritti,  di cui la maggior parte si è presentata in aula, anche se, purtroppo, non tutti sono riusciti a partecipare in diretta, si è avuta la riconferma dell’alto interesse tra i giovani per la professione del cooperante.

Nella prima parte del webinar Battistessa ha introdotto la cooperazione internazionale e i suoi fondamenti. Partendo dalla contestualizzazione storica, ha condotto i partecipanti attraverso le evoluzioni – legislative, sociali e motivazionali – che questa attività ha affrontato negli ultimi due decenni. Sono state fornite alcune nozioni più tecniche, soprattutto in riferimento agli Obiettivi del Millennio, ai diversi approcci possibili, agli attori in gioco e alla nuova architettura organizzativa che si sta delineando.
Un breve focus sulla realtà italiana, poi, era d’obbligo. Si è quindi parlato della nuova legislazione riguardante il settore, degli attori in gioco, della struttura dell’attuale cooperazione italiana e della distribuzione geografica degli interventi.

Grazie anche all’interesse dimostrato e alla grande quantità di domande, si è avuta una forte interazione con i partecipanti. Un sondaggio in realtime ha inoltre permesso allo staff di Ong 2.0 di individuare i background di provenienza dei presenti in classe, scoprendo così come più della metà di essi avesse già avuto esperienze di volontariato o lavoro nel mondo della cooperazione all’estero, ma solo il 35% conoscesse lo strumento base del Project Cycle Management (PCM).
Nella seconda parte Diego si è concentrato interamente sulla figura del cooperante. In particolare, sono stati affrontati temi inerenti la formazione accademica e le competenze più richieste. Come sottolineato dal relatore più volte, il kit del cooperante, al giorno d’oggi, deve contenere molti skills diversi, non esiste una laurea specifica per fare il cooperante, ma alcuni elementi di base, come la conoscenza professionale delle lingue, del PCM già citato, di strumenti di valutazione e delle ICT (Information and Communication Technology), sempre più richieste nei paesi di intervento. Ma anche, naturalmente, di spirito di adattamento e tanta flessibilità.
Ed ecco infine la domanda che tutti – o quasi – si sono posti iscrivendosi al webinar: come si diventa cooperante? A detta del docente, non esiste un solo percorso, comune e diretto, che porti a una carriera di questo tipo. Le modalità e le realtà di accesso possono variare molto, una cosa è però certa: la chiave sta nel networking, creare contatti e farsi conoscere.

Il webinar è stato l’evento di lancio del percorso formativo Lavorare nella cooperazione internazionale proposto da Ong 2.o e articolato su più moduli. Il prossimo appuntamento è il 19 aprile con un altro webinar gratuito dedicato all’approfondimento della Theory of Change. Il docente Christian Elevati vi aspetta in aula, gli iscritti sono già oltre 303, ma avremo un’aula grandissima per contenere tutti.

Il cooperante, una figura in continua evoluzione

Quello del cooperante era, fino a qualche tempo fa, un lavoro fuori dall’ordinario. Oggi si sta trasformando nella scelta di un numero sempre più alto di persone. Con competenze e caratteristiche sempre nuove. Ne parliamo con Diego Battistessa, cooperante e attualmente coordinatore accademico presso l’Istituto di studi internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” dell’università Carlos III di Madrid.

di Camilla Fogli

Con l’aumento di situazioni critiche e di emergenza, aumenta anche la domanda nel mondo della cooperazione, un settore in crescita che si sta aprendo e trasformando, e con lui anche chi ne fa parte. Questo non vuol dire però che diventare un operatore della cooperazione internazionale sia una decisione facile o banale, anzi. Si tratta di un lavoro che richiede un impegno costante, per gestire non solo la complessità delle relazioni che si intrecciano tra i vari attori, ma anche per stare al passo con una continua necessità di adattamento e aggiornamento.

Al riguardo, il portale Open Cooperazione fornisce una panoramica aggiornata al 2015 dei dati sulle principali ong italiane. Dai dati presentati, emerge l’importanza che questa parte del settore no-profit ha acquisito negli ultimi anni: i bilanci di 115 ong raggiungono quasi mezzo miliardo di euro, ma soprattutto il totale delle risorse umane impiegate, in Italia e all’estero, corrisponde a più di 16mila persone, senza contare gli oltre 80 mila volontari impegnati in oltre 2500 progetti sparsi in un centinaio di paesi.

Le risorse umane impiegate dalle 115 ong italiane censite da Open Cooperazione

Per riuscire a comprendere un po’ meglio questa realtà, così dinamica e varia, ci siamo fatti aiutare da un esperto del settore, Diego Battistessa, che sarà il docente del webinar gratuito di Ong 2.0 “Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche per operare nel settore” e del corso “Professione cooperante: da dove cominciare”.

“Il primo punto da chiarire è che non esiste un unico percorso, una formula matematica che se applicata correttamente ti fa diventare cooperante internazionale. In questi anni in giro per il Mondo ho conosciuto colleghi e colleghe con profili professionali e storie di vita completamente diverse tra di loro”

Secondo Battistessa “la cooperazione è uno strumento molto forte, ha la capacità di offrire, attraverso il lavoro, le nostre stesse possibilità a qualcuno che non le ha”, quindi chi sceglie di fare il cooperante, soprattutto all’inizio, è perché vuole sentirsi parte della messa in pratica di un ideale, di un cambiamento in positivo. Come in tutte le cose, la giovane età e l’inesperienza portano ad un grande entusiasmo, che non guarda in faccia nessuno e che vuole avere un riscontro diretto, un risultato immediato. Maturando, ci spiega poi Diego, questo entusiasmo si trasforma e si affina, gli anni e l’esperienza portano ad una maggiore consapevolezza e pazienza, ma soprattutto ad una reale comprensione dei meccanismi di condivisione dei progetti e all’importanza non solo degli obiettivi comuni ma anche del compromesso. La cooperazione cambia e così cambiano i cooperanti. La prima cooperazione, quella di 20 anni fa, non avrebbe mai accettato di lavorare con le grandi multinazionali. Ora, invece, grazie ad alcuni provvedimenti presi in seno alle Nazioni Unite, così come in Italia con la riforma del 2014, si è arrivati ad un’azione collaborativa tra cooperazione e settore privato, senza il quale sarebbe impensabile crescere e riuscire a portare un cambiamento tangibile.

Per quanto riguarda, invece, le difficoltà incontrate da chi vuole intraprendere questo percorso, sono in particolare due quelle che Diego sottolinea. Una prima difficoltà comune a tutti i cooperanti è quella dell’età. A quanti anni si è pronti per partire? A quanti invece sarebbe meglio lasciare il terreno e passare alla cosiddetta cooperazione dietro le quinte? Non c’è una risposta giusta o sbagliata a queste domande, dipende molto dalla propria esperienza personale. Anzitutto, è proprio il terreno a compiere la prima selezione. Fare il cooperante sul campo è un lavoro duro, nel quale non basta essere altamente preparati, è un lavoro che richiede sacrificio e capacità di adattamento e, solitamente, i limiti – fisici o mentali – di una persona vengono fuori alla prima esperienza. Insomma, non tutti sono portati ad un impegno del genere, a prescindere dall’età o dalla propria motivazione personale.
Un’altra grande difficoltà nella scelta di fare cooperazione sul campo è poi quella legata all’aspetto umano di questo mestiere. Da un lato ci si trova coinvolti e inglobati in una nuova “grande famiglia”, come la definisce Diego, quella di tutti i cooperanti e le persone coinvolte che si incontreranno nel corso del progetto.

“Fare cooperazione vuol dire entrare a far parte di una tribù, costruita su aneddoti in comune, piccoli villaggi sperduti in cui tutto il mondo è stato. Una grande famiglia con il suo linguaggio e la sua simbologia. E quando cerchi di uscirne, quando ti dedichi a fare altro, inevitabilmente ti manca”

Dall’altra, però, le relazioni al di fuori sono sempre più fragili e complicate dalla distanza e dalla non condivisione delle esperienze. Può essere davvero difficile riuscire a spiegare, da un lato, e a comprendere, dall’altro, cosa prova un cooperante sul campo, cosa vuol dire vivere il costante effetto fisiologico dell’adrenalina e dell’imprevisto. Chi decide di fare il bambini cooperazionecooperante sa già che, nel bene e nel male, dovrà cambiare continuamente le sue persone di riferimento, quegli affetti che diventano punti fermi nella vita di una persona e di cui ognuno di noi ha bisogno. Insomma, a un certo punto ci si chiederà quando e per chi valga la pena fermarsi. Dall’esperienza di Diego, a riuscire a far convivere cooperazione e famiglia sono soprattutto quei cooperanti che trovano la loro casa in uno dei luoghi in cui si sono trovati a lavorare. A tal proposito, ci riporta la riflessione di un collega che l’ha colpito in modo particolare. Anche lui cooperante per alcuni anni, è arrivato ad una conclusione semplice ma efficace: prima di iniziare questo mestiere, che diventa irrimediabilmente anche un vero e proprio stile di vita, bisogna avere un piano, bisogna già sapere quando si vorrà lasciare il terreno, perché, come Diego ci ripete più volte, il terreno è additivo, e non ti lascia più.
A mettersi in mezzo è poi, molto spesso, anche quel senso di estraniamento e inadeguatezza che si prova una volta tornati dopo un periodo sul campo. Reintegrarsi nella vita di tutti i giorni non è infatti così banale, anzi. Sul terreno si vive in un contesto instabile, in cui nonostante esistano regole e protocolli precisi, a farla da padrona è principalmente l’improvvisazione. Tornare alle regole di un ufficio o alla tranquillità della routine quotidiana non sempre è scontato ed è anche per questo che, alla fine, in tanti decidono di ripartire.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è dunque cosa ci si aspetti da un cooperante, quale sia il profilo ideale, oggi e nel futuro. Al riguardo Diego non ha dubbi: “alta professionalizzazione”. Poi ci spiega meglio: il nuovo mondo della cooperazione è un contesto che si sta specializzando e sta diventando sempre più competitivo. Una volta era difficile trovare qualcuno che volesse partire e quindi spesso chi decideva di fare il cooperante acquisiva la maggior parte delle competenze più tecniche in loco, ora non è più possibile. Anzitutto, ci troviamo in un contesto in cui non ci si può più semplicemente arrangiare; a partire dalle lingue, la cui conoscenza professionale è oggi data per scontata, per finire con specifiche competenze tecniche, come ad esempio il PCM (Project Cycle Management). Un buon esempio sono anche le ICT, le tecnologie della comunicazione e dell’informazione applicate allo sviluppo, ormai fondamentali, di cui si richiede una conoscenza professionale e trasversale. Una volta la tendenza era prendere più specialisti per diverse mansioni, ora assistiamo invece ad una definizione e professionalizzazione del lavoro del cooperante, tale per cui la tendenza delle organizzazioni è quella di limitare sempre di più il personale expat per utilizzare il capitale umano locale.

In sostanza, Diego ribadisce più volte il fatto che non si tratta di  un lavoro come tutti gli altri ma, come dice lui, “è un lavoro che ti chiede di essere quello che fai”.

 

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Credi Photo: Diego Battistessa

Infografica: Open Cooperazione

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Di Federico Rivara

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