Ingegneri solari analfabete: le Solar Mamas e l’innovazione dal basso

In tutto il pianeta, 1.2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e tre quarti di essi vive in una zona rurale esclusa dalle reti elettriche. Chi sta creando il cambiamento necessario verso un più equo e sostenibile accesso all’energia? Donne analfabete o semi-analfabete, secondo Barefoot College, che intraprendono una formazione di ingegnere solare, insieme ad altri corsi co-curricolari, per sviluppare le proprie comunità.

Barefoot College è una ONG fondata 45 anni fa in Rajasthan, India, che lavora in collaborazione con realtà locali per la formazione delle “Solar Mamas”, madri e nonne provenienti da più di ottanta paesi in tutto il mondo che per la prima volta lasciano il villaggio dove sono cresciute.

Abbiamo cominciato a lavorare nel solare nel 2006, ed è il programma che si espande più velocemente”, afferma la CEO di Barefoot College Meagan Fallone. Al di là della necessità di garantire un accesso alla rete elettrica, insiste sulla pericolosità del fumo del kerosene spesso usato per l’illuminazione nei paesi in via di sviluppo.

Questa tecnologia può essere insegnata, ed imparata, da chiunque”.

_D820629Negli ultimi dieci anni, Barefoot College ha formato oltre 1300 donne per diventare ingegneri solari. Si tratta di donne analfabete, o semi analfabete, per le quali è stata elaborato un modello che non necessita di una educazione formale, né della parola scritta, e il percorso formativo è interamente visuale.

La formazione avviene nel primo campus, situato in Rajasthan, India, oppure nei centri di formazione regionali più recenti diffusi in Africa Subsahariana, nelle isole del Pacifico e in America Latina. I centri sono finanziati da una varietà di attori:  governi locali, istituizioni di filantropia privata, e programmi di responsabilità sociale di impresa (CSR).

In sei mesi, le donne, che vengono istruite da altre donne prive di educazione formale, imparano a costruire impianti adatti all’illuminazione di un’abitazione, partendo dallo studio dei circuiti fino all’installazione del pannello. “Si tratta di una tecnologia che può essere insegnata e imparata da chiunque”, dice Meagan Fallone. “Sono proprio i più poveri ad avere bisogno delle tecnologie più avanzate, non di tecnologie malfunzionanti od obsolete,  per poter risolvere problemi immediati. La tecnologia è lo strumento più democratico che ci sia, e  non fa caso che tu sia uomo o donna”.

Allora perché un focus unicamente sulle donne?

Inizialmente volevamo formare sia uomini che donne”, dice Fallone, ricordando gli inizi del programma, “ma molto presto ci siamo resi conto che gli uomini non possono essere istruiti, perché non appena ricevono un certificato o imparano una certa abilità, emigrano verso la città, mentre riscontravamo l’opposto con le donne. Proprio le donne, specialmente se anziane, erano ansiose di condividere la conoscenza appena conquistata con il resto della comunità, perché erano profondamente radicate all’interno di essa. Non sarebbero andate da nessuna parte”.

Così sono nate le Solar Mamas.

Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo. È importante evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa

Fallone racconta di come i programmi co-curricolari sono emersi dalla discussione con le Mamas: salute riproduttiva, inclusività finanziaria, diritti umani, civili e legali, microimprenditoria, agency, alfabetizzazione digitale, mantenimento ambientale. l laboratori più seguiti sono salute riproduttiva e mestruale, educazione alimentare ed aspirational mapping, nel quale le donne mappano sui muri del college i desideri per le proprie comunità e gli strumenti che hanno a disposizione per realizzarli. In Madagascar  ha portato, per esempio, all’installazione di sanitari. Per sviluppare l’imprenditorialità nelle economie locali, sono stati aperti corsi di apicoltura e cucito.

Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo” conclude Fallore “E non si tratta di una fotocopia di quello che viene fatto altrove. I beneficiari possono  creare qualcosa di migliore, o può anche non accadere. È importante, però, evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa, lavorando al meglio per tirare fuori il meglio delle aspirazioni negli altri. Ciò che conta è l’impatto”.

di Giulia Bruschi
Credits: Vice Impact

Benvenuti su mHealth Blog

Ciao a tutti!
Mi chiamo Paola Fava, e sono business developer e cofondatrice di Gnucoop, una cooperativa italiana che fornisce soluzioni tecnologiche a supporto di organizzazioni non profit (ad esempio ONG, Agenzie delle Nazioni Unite, ecc.) nella gestione dei loro sistemi di informazione, nella raccolta dei dati, nella loro visualizzazione e analisi.
Vorrei ringraziare ONG 2.0 per aver dato a Gnucoop la possibilità di utilizzare questo spazio per condividere con voi alcuni fatti interessanti, informazioni o discussioni riguardo l’mHealth, i suoi strumenti e i casi studio più rilevanti.

Allora forza, iniziamo!

Partiamo da alcune informazioni di base: che cos’è l’mHealth?
Prima di tutto dobbiamo capire cos’è un sistema sanitario. Un Sistema Sanitario è l’insieme di strutture, processi e risorse necessarie per fornire assistenza sanitaria alla popolazione. Pertanto, questo sistema necessita di meccanismi di finanziamento, di una forza lavoro formata e stipendiata, di informazioni affidabili e di strutture sovvenzionate per garantire un buon servizio ai pazienti.

Da dove arriva quindi l’mHealth?
Ebbene, in molti Paesi questi requisiti non sono totalmente soddisfatti. In particolare, quando mancano importanti informazioni risulta molto difficile monitorare la diffusione di malattie, valutare se le patologie dei pazienti sono state diagnosticate correttamente o se sono state individuate le cure appropriate… Qui l’mHelth gioca un ruolo importante.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Mobile Helth (mHealth) è “la pratica della medicina supportata da dispositivi mobili come PDA e telefoni cellulari mediante l’utilizzo di applicazioni specifiche progettate per finalità mediche (med apps) quali la raccolta di dati clinici, trasmissione di informazioni sullo stato di salute al personale medico o agli stessi pazienti ecc.”

L’mHealth ha le potenzialità per affrontare e superare sfide come:

Disuguaglianza nell’accesso all’assistenza sanitaria,

aiutando le comunità più lontane a connettersi e ad avvalersi dei servizi sanitari;

Inadeguatezza delle strutture sanitarie,

supportando il monitoraggio della qualità dei presidi e dei centri sanitari;

Mancanza di risorse umane nell’ambito sanitario,

rafforzando la promozione della salute e di messaggi educativi.

Partiamo da un primo esempio di strumenti di mHealth: il progetto MAMA (Mobile Alliance for Maternal Action).
MAMA è un sistema di SMS sviluppato grazie a una partnership pubblica-privata tra USAID, Johnson & Johnson, la United Nations Foundation e BabyCenter. Il sistema offre informazioni sulla salute materna alle donne incinte tramite SMS. Gli SMS contengono indicazioni relative a specifici comportamenti per la salute e operazioni sanitarie in grado di migliorare lo stato di salute di chi le segue. I messaggi uniscono l’ambito sanitario con le informazioni sullo sviluppo del bambino, così da aiutare le madri a fornire al momento giusto le migliori cure per se stesse e per i loro figli. Questo include le cure prenatali, l’alimentazione, le vaccinazioni, la reidratazione orale e l’utilizzo delle zanzariere trattate con l’insetticida.

Dal 2011 il sistema ha raggiunto 2 milioni di persone tra donne, famiglie e operatori sanitari in remote comunità in Bangladesh, Sudafrica, India e Nigeria. MAMA dà alle donne la possibilità di prendere le migliori decisioni per loro e per le loro famiglie.

Parleremo presto di altri strumenti o casi studio di mHealth.

 

Photo Credits: Educational text messages to new mothers save lives

Il corso GIS compie 6 anni

Il corso dedicato all’uso del GIS per la Cooperazione Internazionale è giunto alla sesta edizione.

Rivisto e adattato alle novità in ambito tecnologico e strutturato in modo sempre più pratico e interattivo per fornire competenze utili e concrete, il corso “Il GIS Open Source per l’analisi ambientale nei PVS” resta una delle tappe obbligate del calendario formativo di Ong2.0.

Dal 2011 a oggi sono stati tantissimi gli studenti, le studentesse, gli operatori e le operatrici sul campo che hanno acquisito competenze pratiche per raccogliere, elaborare e raffigurare i dati territoriali e rendere più efficace il proprio intervento sul campo.

Anche quest’anno, i formatori d’eccezione saranno Giuliano Ramat e Maurizio Foderà, entrambi con una grande esperienza tecnica e di lavoro diretto sul terreno.

Questo è il loro messaggio di benvenuto ai partecipanti all’edizione 2017-2018.

 

Nelle attività legate ai progetti di cooperazione molte delle informazioni che si cercano o che si vogliono produrre hanno carattere spaziale, ovvero possono essere collegate ad una determinata area geografica. Ancora oggi molti credono che la raccolta ed elaborazione dei dati territoriali sia qualche cosa di molto difficile, ad appannaggio di spietati nerd informatici e che lavorare con le tecnologie GIS e GPS implichi un innalzamento stratosferico delle linee di budget progettuali: niente di più falso!

Se è vero che negli anni ’90 accedere a dati geografici ed immagini satellitari comportava un notevole sforzo economico, questo non è più vero nel 2017. Due termini di uso ricorrente quali Software Open Source ed Open Data consentono a tutti noi l’accesso gratuito all’ottenimento ed all’elaborazione dell’informazione spaziale. A questi due elementi si deve aggiungere una buona competenza tecnica che è l’obiettivo del corso “Il GIS Open Source per l’analisi ambientale nei PVS“, in partenza il prossimo 13 settembre.

Attraverso una serie di webinar in diretta audio-video (che potranno anche essere scaricati per ascoltarli e riascoltarli successivamente), videotutorial ed esercizi guidati vi illustreremo le principali componenti del GIS:

  • la raccolta in campo (con GPS e Smartphone) e la creazione di dati geografici,
  • la loro visualizzazione e classificazione,
  • la ricerca di Open Data disponibili sul web e la pubblicazione online delle informazioni create con i nostri progetti,
  • la corretta lettura ed uso di dati satellitari e le loro elaborazioni e… molto altro.

Una dinamica comunità virtuale ci permetterà di restare in contatto durante tutto il corso anche al di fuori dell’orario di lezione per fornirvi tutto il supporto necessario.

Visto che il termine “sostenibilità” è imprescindibile da ogni attività di cooperazione allo sviluppo, il nostro corso userà un software open source (ovvero senza costi di uso e aggiornamento), multilingua e multipiattaforma che si chiama gvSIG e che esiste da quasi 15 anni. Il costante sviluppo di questo software è assicurato dall’Associazione gvSIG che rilascerà il proprio certificato di Utente gvSIG ai partecipanti che completeranno l’esercizio che si snoderà lungo il corso affrontando la maggior parte degli argomenti trattati nei singoli webinar.

Speriamo veramente di conoscere tanti altri nuovi partecipanti che si potranno aggiungere ai nostri studenti/amici delle precedenti sette (mica una!) edizioni del corso e che, se vorranno, entreranno a far parte di alcuni gruppi social a cui siamo legati e che ci piace tenere costantemente attivi.

Ci vediamo il 13 settembre alle 18 in punto (o anche qualche minuto prima per poterci conoscere),

Giuliano e Maurizio

 

Se anche tu vuoi unirti al gruppo dei partecipanti, clicca qui per consultare il programma del corso ed effettuare l’iscrizione.

GIS (2)

ICT for Social Good: i 25 finalisti

Il premio “ICT for Social Good” entra nella fase finale. Dopo i primi tre mesi di selezione, la rosa dei candidati ai due premi da 10.000 e 12.000 euro, messi in palio dal programma Innovazione per lo Sviluppo e da Fondazione Mission Bambini Onlus, si restringe a 25. Vi presentiamo gli straordinari progetti della “short list” finale, che nel prossimo mese saranno al vaglio di una giuria internazionale d’eccellenza.

di Viviana Brun

 

I 233 progetti innovativi arrivati da 57 Paesi del mondo, negli ultimi tre mesi sono stati oggetto di un’attenta selezione, basata su criteri formali e di aderenza alle richieste del regolamento e sull’analisi della documentazione aggiuntiva. I progetti che accedono alla fase finale della selezione sono 25.

Il Comitato Scientifico del Premio -composto da rappresentanti delle organizzazioni SocialFare, Fundacion Paraguaya, Moxoff, E4impact e Nesta– è già al lavoro per valutare i progetti, ponendo grande attenzione all’innovazione sia dal punto di vista tecnologico che della metodologia e degli approcci adottati. Il tutto senza tralasciare l’impatto positivo generato dai progetti, vero protagonista di questo premio.

I vincitori verranno resi noti a fine settembre e premiati ufficialmente durante gli Open Days dell’Innovazione previsti a Milano, il prossimo 6 e 7 novembre.

 

Il profilo dei finalisti

I 25 innovatori arrivati in finale provengono da sedici Paesi diversi. I Paesi più rappresentati sono Nigeria e Kenya, entrambi con quattro progetti. La presenza africana è molto forte, venti dei progetti finalisti provengono proprio da questo continente. Si aggiungono poi due progetti indiani, un progetto della Bosnia Herzegovina, uno della Cambogia e uno della Colombia.

Quasi il 40% dei progetti finalisti è stato presentato da donne, 9 su 25, assicurando una buona rappresentanza femminile tra i finalisti. Se si parla spesso di gap di genere nell’accesso alla tecnologia, le innovatrici di ICT for Social Good sembrano smentire questa tendenza. I progetti realizzati da donne sono passati da circa il 25% delle candidature totali al 36% di quelle in finale, dimostrando un alto livello di competenza e qualità delle proposte presentate.

Tra i temi maggiormente affrontati ci sono agricoltura e sanità, ma anche il tema dell’educazione e della partecipazione alla vita politica e sociale è presente in molte proposte. Sette dei progetti finalisti sono dedicati in particolare al mondo dell’infanzia e concorreranno per il premio dedicato, messo in palio da Fondazione Mission Bambini Onlus.

 

Ecco i 25 finalisti

 

  • Muhammad Abdullahi di eTrash2Cash, un’applicazione che permette alle persone di raccogliere e vendere i rifiuti che possono essere riciclati, in cambio di un pagamento via mobile. Il progetto garantisce così un ricavo alle persone più indigenti e produce un impatto positivo sull’ambiente in Nigeria.
  • Elijah Amoo Addo di Food for all Africa che in Ghana ha creato una piattaforma che permette di segnalare la presenza di cibo in eccesso, destinato a essere sprecato, e di organizzare la distribuzione mirata alle persone, soprattutto bambini, denutrite o a rischi di malnutrizione.
  • Bukola Bolarinwa di Haima Health Initiative, un’applicazione nata per contrastare il mercato nero delle trasfusioni di sangue in Nigeria e favorire l’incontro dei donatori con i pazienti e i centri sanitari.
  • Ahmed Karim Cisse di Connexion Sans Frontiere, utilizza le ICT per un progetto di telemedicina dedicato soprattutto ai pazienti traumatologici, vittime di incidenti stradali in Senegal.
  • Albin Mathias Fiita di Potential Enhancement Foundation, ha installato nelle scuole in Tanzania laboratori informatici alimentati con energia solare, utilizzando computer Raspberry Pi a basso consumo e software open source per rendere i laboratori sostenibili nel tempo.
  • Kristin Gaensicke di Riziki Source, piattaforma, sviluppata in Kenya, che permette di far incontrare la richiesta di lavoro delle persone con disabilità con le posizioni disponibili più adatte. Le informazioni del database vengono inserite tramite sms, in modo che anche i disabili residenti in aree rurali o che non hanno accesso a internet possano aggiornare facilmente il proprio profilo.
  • Elizabeth Kperrun di Lizzie’s Creations in Nigeria ha sviluppato due app per bambini AfrotalezTeseem. La prima aiuta i bambini a riscoprire le favole tradizionali, divertendosi e imparando con tanti contenuti educativi. La seconda è dedicata all’apprendimento delle lingue. Molti bambini nigeriani non conoscono l’inglese, quest’app tiene conto di tutte le lingue locali e propone contenuti in Inglese, Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba.
  • Suzana Moreira di Mowoza, in Mozambico ha creato Mabiz piattaforma educativa che forma le donne alle basi del commercio, in modo che possano avviare un piccolo business o rendere più efficiente quello attuale. Le formazioni e il monitoraggio avvengono anche a distanza via SMS e whatsapp.
  • Clever Mukove di Knowledge Transfer Africa, in Zimbabwe ha lavorato alla creazione di eMKambo un’applicazione web e mobile dedicata a scambiare informazioni sui temi agricoli, sui prezzi di mercato e a mettere in comunicazione produttori e commercianti. All’applicazione è stato abbinato anche un servizio di call center.
  • Jennifer Nantale di Nyaka School, in Uganda ha sviluppato Patient App Care un servizio di mHealth per migliorare l’accesso delle persone alle cure sanitarie.
  • Grâce Françoise Nibizi di SaCoDé, in Burundi forma e sensibilizza i cittadini, soprattutto donne, sui temi della salute sessuale e riproduttiva grazie a un sistema di invio di SMS.
  • Margaret Njenga di @iLabAfrica, lavora alla realizzazione di un sistema di monitoraggio dei fondi pubblici in Kenya, aumentando la trasparenza e permettendo ai cittadini di partecipare e interagire direttamente con i politici e gli amministratori locali, attraverso una piattaforma web e l’invio di sms.
  • Achiri Arnold Nji di Traveler, piattaforma che usa i big data, i sistemi GPS e i sensori per monitorare le performance degli autisti degli autobus, migliorare la sicurezza dei passeggeri e la risposta in caso d’incidente in Camerun.
  • Henri Nyakarundi di Shiriki Hub, in Ruanda ha realizzato dei chioschi solari portatili che permettono a chiunque di collegarsi a contenuti via internet o intranet e ricaricare il proprio device. In questo modo, l’accesso alle informazioni viene garantito anche alle persone che vivono nelle zone rurali più isolate.
  • Francis Obirikorang di AgroCenta, piattaforma agro-tech creata in Ghana, offre una serie di servizi dedicati ai piccoli agricoltori, che vanno dal supporto alla vendita online alle informazioni su prezzi e possibili acquirenti.
  • Simeon Oyando Ogonda di Education for Change, in Kenya utilizza la piattaforma m-shamba per formare le persone delle aree rurali all’uso di metodi alternativi green per cucinare il cibo e gestire i parassiti in agricoltura.
  • Daniel Oulai di Grainothèque, la prima biblioteca comunitaria della Costa d’Avorio dedicata alle sementi di qualità, per preservare la biodiversità africana ma anche per garantire l’accesso ai giovani coltivatori alle sementi tradizionali e a corsi di formazione. Il progetto è accompagnato dalla creazione di una piattaforma web dedicata alla riproduzione delle sementi, a come adattare la produzione agricola ai cambiamenti climatici e a migliorare la commercializzazione dei prodotti locali.
  • Emmanuel Owobu di MobiCure, in Nigeria ha sviluppato l’app OMOMI che permette alle madri di monitorare la salute e la crescita dei propri bambini, ricevendo consigli mirati per le varie fasi di vita dei figli.
  • Alexie Seller di Pollinate Energy, in India offre prodotti ecologici in grado di migliorare la qualità della vita delle persone all’interno delle periferie indiane e usa la tecnologia mobile per gestire le rate dei pagamenti.
  • Victor Shikoli di Hydrologistics Africa in Kenya ha sviluppato HydroIQ, un dispositivo GPS che utilizza i sensori e l’Internet delle cose per monitorare in modo automatico i sistemi di approvvigionamento idrico esistenti e raccogliere dati sull’uso dell’acqua, la qualità e le perdite. Questo sistema consente di valutare l’efficienza del sistema idrico, il consumo effettivo dell’acqua, la capillarità sul territorio, evitando sprechi e consentendo il corretto pagamento delle bollette.
  • Sumeysh Srivastava di Nyaaya, piattaforma web sviluppata in India, che grazie a guide, tutorial e all’uso delle varie lingue locali, rende accessibili ai cittadini le leggi dello Stato, garantendo a tutti la comprensione dei propri diritti.
  • Sovan Srun di Edemy, in Cambogia, ha creato un sistema per rendere le performance degli studenti delle aree rurali in linea con quelle dei centri urbani, migliorando la formazione di studenti e insegnanti senza bisogno della connessione a Internet ma attraverso l’uso di un computer Rasberry a basso costo e di un software educativo sviluppato ad hoc.
  • Branko Vasiljevic di Civil Patrols, applicazione sviluppata in Bosnia Herzegovina, che permette ai cittadini di contribuire a rendere più rapido ed efficiente l’intervento delle forze dell’ordine, segnalando i casi di violenza o di delinquenza.
  • Emily Warne di Health Builders, utilizza le ICT per mettere in rete e digitalizzare le informazioni mediche per rendere più efficienti i centri sanitari in Ruanda.

 

 

ict for social good 2017 partners

 

 

 

 

 

 

ICT for Social Good: gli innovatori ci mettono la faccia

Sono arrivati un po’ da tutte le parti del mondo, i video di presentazione degli innovatori che hanno superato la prima fase di selezione del Premio ICT for Social Good, ideato da Ong2.0 e realizzato all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo, grazie al supporto di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e alla collaborazione di Fondazione Mission Bambini Onlus.

di Viviana Brun

 

Racchiudere in trenta secondi il proprio progetto, la propria idea, ciò per cui si lavora con passione ogni giorno, non è certo un’impresa semplice. Sono stati molti gli innovatori del PremioICT for Social Good” che hanno accettato questa sfida con grande entusiasmo e hanno provato a raccontarsi in pochi istanti.

Nasce così questa galleria di video che offre uno spaccato di quanto il mondo dell’innovazione sociale sia popolato da persone diverse per provenienza, aspirazioni, età… segno di come le ICT siano strumenti versatili, adattabili a contesti e necessità varie, al servizio di uno sviluppo che si fa sempre più inclusivo.

 

Guarda la playlist di tutti i video

 

Un problema, un’idea

A ogni carenza c’è una soluzione, basta studiare quella più adatta. Sembra essere proprio questo il pensiero che ispira il lavoro dei partecipanti a questa prima edizione del premio “ICT for Social Good“.

E così se in Bosnia e Herzegovina i cittadini non si sentono abbastanza sicuri, possono contribuire a rendere più rapido ed efficiente l’intervento delle forze dell’ordine, segnalando tramite l’app Civil Patrols i casi di violenza o di delinquenza.

Mentre in Colombia, per aiutare le persone sorde a superare le barriere comunicative che incontrano ogni giorno, è stato studiato un interprete virtuale disponibile da pc e smartphone.

In Nigeria, per contrastare il mercato nero delle trasfusioni di sangue e favorire l’incontro dei donatori con i pazienti e i centri sanitari, Bukola Bolarinwa ha fondato Haima Health Initiative, un’applicazione accessibile da pc e mobile.

In India, la piattaforma Nyaaya grazie a guide, tutorial e all’uso delle varie lingue locali, rende accessibili ai cittadini le leggi dello Stato, garantendo a tutti la comprensione dei propri diritti.

E se la cultura tradizionale africana va man mano perdendosi, l’app realizzata da Elizabeth Kperrun aiuta i bambini a riscoprire le favole nella propria lingua locale e a divertirsi e a imparare con tanti contenuti educativi in Inglese, Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba.

Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Camerun i decessi causati dagli incidenti stradali superano del 40% quelli dovuti alla malaria, per questo Achiri Arnold Nji ha deciso di sviluppare Traveler una piattaforma che usa i big data, i sistemi GPS e i sensori per monitorare le performance degli autisti degli autobus, migliorare la sicurezza dei passeggeri e la risposta in caso d’incidente.

 

L’innovazione sociale non è solo questione di tecnologia

Non tutti sviluppano soluzioni nuove o altamente tecnologiche. In Benin, dove l’albinismo è una malattia vista con molta diffidenza e fonte di grande discriminazione, Franck Hounsa ha formato al “blogging” e alla scrittura digitale un gruppo di 20 albini perché possano fare informazione corretta, aiutando altre persone affette a uscire dall’isolamento e facendo sensibilizzazione tra la popolazione, per combattere e prevenire la diffusione di forme di pregiudizio e di discriminazione.

In Costa D’Avorio, Daniel Oulai ha unito offline e online attraverso la creazione di “Grainothèque”, la prima biblioteca comunitaria ivoriana dedicata alle sementi, nata per preservare la biodiversità africana ma anche per garantire l’accesso ai giovani coltivatori a sementi autoctone di qualità. Il progetto è accompagnato dalla creazione di una piattaforma web dedicata alla riproduzione delle sementi, a come adattare la produzione agricola ai cambiamenti climatici e a migliorare la commercializzazione dei prodotti locali.

 

Agricoltura e salute tra i temi più ricorrenti

Sono molte le soluzioni dedicate all’agricoltura così come i prodotti e i servizi che hanno come obiettivo la salute e l’empowerment soprattutto femminile.

In Burundi, dove la rete Internet non è ancora capillare sul territorio ma è forte la necessità di diffondere informazioni corrette sui temi della salute sessuale e riproduttiva, l’associazione SaCoDé ha messo in piedi un sistema d’informazione via SMS.

Mentre in Nigeria, Emmanuel Owobu, ha creato MobiCure, un’app che permette alle madri di monitorare la salute e la crescita dei propri bambini, ricevendo consigli mirati per le varie fasi dello sviluppo.

In Mozambico, Suzana Moreira si occupa di migliorare l’accesso delle donne all’imprenditoria grazie a un programma di formazioni e al supporto diretto, via SMS e social media.

Tra i video ricevuti, non mancano anche alcuni esempi italiani. Le organizzazioni IPSIA, CINI ItaliaGlobal Health Telemedicine Onlus hanno raccontato i progetti innovativi che stanno realizzando in diversi Paesi del mondo nel campo della formazione, della tutela delle donne e della lotta ai matrimoni precoci e della telemedicina.

La regola base per tutti è privilegiare l’efficacia, non l’utilizzo della tecnologia fine a se stessa, ma l’utilizzo delle ICT come strumento per avere un impatto reale e produrre un miglioramento concreto a livello locale.

 

ict for social good grant 2017

Uguaglianza di genere e tecnologia: le audio storie indiane

Nello Stato del Rajastan, in India, nasce un progetto sociale rivolto agli adolescenti indiani che utilizza delle audio storie, accessibili anche da telefono cellulare, per parlare di uguaglianza di genere ed educazione sessuale.

di Erica Rossi

E’ nato in India un progetto sociale chiamato Kishor Varta, che in Hindi significa “Discussioni per adolescenti”. Si tratta di uno strumento digitale che prevede l’utilizzo di audio storie legate ai temi dell’uguaglianza di genere e dell’educazione sessuale, argomenti che ancora oggi in India rappresentano un tabù.

Il progetto utilizza una piattaforma digitale con un sistema di risposta vocale interattivo, consentendo ai ragazzi di chiamare un numero verde, gratuito, ascoltare le storie a disposizione ponendo domande e condividendo la propria esperienza. Le risposte alle domande poste vengono poi inviate tramite SMS.

Kishor Varta è stato lanciato in 250 villaggi in Bundi, distretto del Rajasthan, lo Stato indiano con il più grande gender gap tra i giovani e il secondo più alto numero di casi di violenze domestiche e sessuali.

Come spiega Al Jazeera in un articolo sull’argomento, il linguaggio delle audio storie è semplice, comprensibile e molto vicino a quello parlato dagli adolescenti. L’obiettivo è infatti quello di avvicinare i giovani a temi riguardanti l’educazione sessuale e l’uguaglianza di genere, e di porre le basi per un’apertura educativa tra adulti e ragazzi su queste questioni, difficilmente affrontate nel rapporto genitori-figli.

A metà storia, gli ascoltatori sono invitati a rispondere a delle domande a scelta multipla. Dopo aver risposto, viene comunicato se le risposte sono corrette o meno. In questo modo i ragazzi possono riflettere su quanto ascoltato prima di progredire con il resto della trama. L’uso dei telefoni cellulari inoltre garantisce la privacy, incoraggiando così i ragazzi ad effettuare la telefonata. Ogni giorno chiamano circa 1000 ragazzini.

Nei villaggi Kishor Varta viene diffuso soprattutto nei circoli giovanili, cui membri hanno tra i 15 e i 25 anni. Un leader della comunità, scelto tra gli adolescenti in età più avanzata, agisce come mentore e consigliere tra i suoi coetanei facendo da mediatore tra adulti e ragazzi. Kishor Varta è stata introdotto anche nelle classi superiori in Bundi grazie ad una ONG locale, che tratta gli stessi argomenti, che si occupa di proporre dei momenti di formazione nelle classi.

 

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Fonte: http://www.chsj.org/

 

Secondo un sondaggio compiuto dalla Thomson Reuters l’India è il quarto Paese più pericoloso al mondo per le donne. Ancora oggi un importante strato della popolazione femminile indiana continua a vivere in una condizione di discriminazione e di inferiorità rispetto agli uomini.

Il matrimonio forzato poi per le bambine e ragazze è una tradizione molto diffusa seguita ancora oggi. Anche se è stato messo fuorilegge dal 1860 dagli inglesi, è ancora una pratica effettiva ed in certe regioni comunemente utilizzata. Secondo l’UNICEF infatti, il 47% delle giovani donne tra i 20-24 anni si sono sposate prima d’aver raggiunto l’età legale dei 18 anni e nelle zone rurali sale al 56%.

Le storie raccontate da Kishor Varta cercano di affrontare questo problema e quello dell’uguaglianza di genere, incoraggiando bambine e adolescenti a proseguire gli studi. Ma uno degli ostacoli più grossi è quello del divario della tecnologia, che pare essere molto elevato. Uno studio condotto dalla GSMA, associazione di telefonia, rivela che tra i giovani i ragazzi possiedono una SIM telefonica il 25% in più rispetto alle ragazze. La maggior parte delle ragazze non possiede un telefono cellulare e, se lo hanno, possono utilizzarlo sotto stretto controllo da parte dei fratelli o dei loro padri.

 

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Fonte: http://www.aljazeera.com/

 

Dopo che il numero verde messo del progetto è stato lanciato, il numero di chiamate è saluto nel marzo 2016 in maniera vertiginosa, così tanto che CHSJ è stato costretto a bloccarlo poichè il servizio non era in grado di supportare i costi elevati di mantenimento. si è dovuta così cercare un’alternativa, come la diffusione delle storie via Bluetooth.

Ma nel novembre 2016 il ha vinto il “Mobile per good Award” della Fondazione Vodafone per la categoria dello sviluppo inclusivo. CHSJ ha ricevuto una sovvenzione pari a 22.500 dollari, permettendo così al progetto mobile di continuare per un altro anno.

UNHCR: l’ascolto dei rifugiati sui social media

Scoprire le rotte e le necessità dei migranti, ma anche la relazioni con i trafficanti, gli intermediari e gli approfittatori: tutto attraverso il monitoraggio dei social network. E’ quanto ha fatto l’UNHCR grazie a un team internazionale che ha monitorato per 8 mesi le conversazioni sui social. I risultati sono riportati nel suo ultimo report “From a Refugee Perspective”.

di Erica Rossi

Il report “From a Refugee Perspective” presenta i risultati di una ricerca condotta da un team di studiosi (un project manager, due persone che parlano Pashto e Dari, due madrelingua arabi e un copy editor inglese) che tra marzo e dicembre 2016 ha voluto effettuare un attento monitoraggio di tipo qualitativo dei social media, monitorando le conversazioni Facebook relative alla migrazione di comunità di persone parlanti afgano e arabo per trovare informazioni sul rapporto tra trafficanti e migranti.

Per fare ciò, il team ha creato degli account Facebook, unendosi poi a tutti i gruppi rilevanti. Venivano preparati poi dei report settimanali con le scoperte più significative da consegnare allo staff di UNHCR e ad altre persone interessate. Il progetto non ha preso in considerazione Twitter, poiché si tratta di un social network non particolarmente usato tra le comunità di riferimento.

Per complementare le informazioni ricavate dai social media, il team ha tenuto dei focus group e alcune discussioni con i rifugiati arrivati in Europa. Queste discussioni hanno portato a ricavare informazioni su come rifugiati e migranti utilizzano e scambiano informazioni.

Monitorare le conversazioni su Facebook ha permesso al team di tracciare alcune tendenze, come l’ascesa e la caduta dei prezzi dei trafficanti chiedono per le diverse rotte. Inoltre, si è trattato di un’azione che ha fornito spunti interessanti su come i trafficanti riescono a vendere i loro servizi online.

I risultati della ricerca

Abbiamo riassunto i risultati di questa ricerca, raccolti e presentati nel report:

Risultati della ricerca

 

Durante il grande afflusso delle persone che richiedono asilo, rifugiati e migranti in Europa nel 2015, è emerso che la maggior parte di queste hanno iniziato il loro viaggio senza aver ben chiaro lo scenario che gli si sarebbe prospettato dopo l’arrivo. Molti non erano a conoscenza della complessità del sistema di asilo europeo, né di tutti gli obblighi e i diritti dei rifugiati in Europa.

E’ proprio sul viaggio che i ricercatori si sono concentrati, informandosi sulle modalità di pagamento delle tratte offerte, sulle informazioni che vengono distribuite dai reclutatori e sui contatti familiari una volta arrivati a destinazione.

Risultati della ricerca (1)

 

Infine dalla ricerca è emerso che:

  • Più di 50 pagine Facebook offrono sistemazioni di breve periodo nei paesi di transito (soprattutto in Turchia).
  • Più di un centinaio di agenti finanziari sono presenti su Facebook. Essi non solo si occupano della quota depositata dai migranti, fungendo da intermediari tra trafficante e cliente, ma gestiscono anche i trasferimenti finanziari.
  • Oltre 100 consulenti in materia di asilo e immigrazione offrono una consulenza sulle domande di asilo.
  • Occasionalmente, 20 utenti fingono di essere “clienti soddisfatti” postando sulle pagine social di trafficanti messaggi di gratitudine o immagini che esprimono il loro ringraziamento. Questo succede spesso in risposta a post di denuncia pubblicate sulle pagine dei trafficanti, che potrebbero quindi intaccare la loro credibilità.
  • Quando il business è esploso e ha iniziato ad espandersi, i trafficanti hanno iniziato a pubblicare post di “ricerca personale” per ampliare la loro rete sulla zona di lavoro. I requisiti richiesti per i candidati erano molto concreti: competenze linguistiche, esperienza di logistica e software di prenotazione ecc.

 

E’ possibile consultare il report completo a questo link.

L’orologio digitale della povertà nel mondo

Monitorare la povertà nel mondo e prevederne l’evoluzione nel tempo in vista dell’obiettivo 1 dei Sustainable Development Goals che vorrebbe la fine della povertà estrema entro il 2030. E’ questo il World Poverty Clock, orologio digitale sulla povertà nel mondo,  proposto e creato dal World Data Lab di Vienna e le sue reti di collaboratori in tutto il mondo. 

Erica Rossi

Fondato dal Ministero Federale per la cooperazione e lo sviluppo della Germania, il World Poverty Clock è un tool posto su una piattaforma online e mostra i numeri delle persone che vivono in estrema povertà in tutto il mondo, monitorando i progressi e le possibili sfide per eliminare la povertà nel mondo. Ogni secondo, qualcuno riesce ad uscirne, qualcun altro invece cade in povertà.

La finalità principale del tool è di raggiungere l’obiettivo 1 dei sustainable development goals (SDGs), con scadenza nel 2030. L’obiettivo 1 prevede entro tale data la fine dell’estrema povertà in ogni sua forma ovunque nel mondo.

Spostando il cursore sulla linea del tempo posta sotto l’orologio, ci si proietta avanti nel tempo con la possibilità di vedere quante persone, per esempio, nel 2020 si troveranno ancora sotto la soglia di povertà. Questa visione temporale serve per avere un’idea immediata su quanto potrà essere verosimile il raggiungimento dell’obiettivo 1.

Il World Poverty Clock usa dati pubblicamente disponibili sui risultati della distribuzione del reddito nel mondo, della produzione e del consumo, messi a disposizione da diverse organizzazioni internazionali come Nazione Unite, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario internazionale.

Queste organizzazioni ricevono da parte dei governi di ciascun paese dei dati da rielaborare. Nel caso in cui alcuni governi non riescano a fornire una quantità esatta e precisa di dati, vengono usati dei modelli di stima della povertà in questi paesi. Finora, i dati utilizzati dall’orologio digitale della povertà coprono il 99.7% della popolazione mondiale.

Per 22 paesi nel mondo non esistono o non sono disponibili dati sul reddito. Dall’ Afghanistan agli Emirati Arabi, da Antigua a Cuba, da Myanmar alla Repubblica democratica di Corea e molti altri. In questo caso vengono utilizzati valori di misura che risalgono da un modello di regressione in grado di collegare tassi di povertà e PIL pro capite. Anche se non si tratta di un modello ottimale per fare stime sulla povertà, è un modo accettabile per non escludere il paese dalla stima complessiva di questo progetto nell’attesa di dati più precisi.

Attualmente, date le condizioni del paese, la Siria è l’unico paese per il quale non si è in grado di produrre delle stime. 

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Fonte: http://worldpoverty.io

Viene dimostrato anche come il reddito individuale possa cambiare nel tempo grazie a delle previsioni di crescita del FMI a medio termine, completate da previsioni a lungo termine “shared socio-economic pathways” sviluppate dal Institute of International Applied Systems Analysis nei pressi di Vienna, e analisi simili sviluppate dall’OECD.

Usando questi modelli, possiamo valutare la velocità della riduzione della povertà in ogni paese e regione e compararla con la velocità media necessaria per eliminare la povertà nel 2030. Il confronto permette di classificare i paesi del mondo i 4 categorie:  No Extreme Poverty, Sulla buona strada, Fuori strada, Povertà in aumento.

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Fonte: http://worldpoverty.io

 

Il mondo sta progredendo rapidamente verso la fine della povertà. Si stima infatti che per la fine del 2017 28 milioni di persone potranno uscire dallo stato di povertà. Questo è sintomo di un buon risultato, ma anche di preoccupazione. L’attuale tasso di riduzione della povertà è ancora del 35% sotto l’obiettivo di 1,5 persone al secondo, statistica necessaria per porre fine alla povertà entro il 2030. Questo potrebbe risultare problematico in paesi con un gran numero di popolazione, specialmente in Asia.

La sfida è grande. La povertà crescerà in circa 27 paesi del mondo (19 in Africa, 4 nelle Americhe, 3 in Asia e 1 in Oceania). Questo significa che il numero di persone sotto la soglia di povertà aumenterà da 287 milioni a 345 milioni nel 2030. In altri 35 paesi la povertà è in declino, ma non abbastanza velocemente. La velocità della riduzione della povertà dovrebbe essere triplicata. Nei paesi rimanenti, la povertà è già stata sradicata o è in procinto di esserlo.

 

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Fonte: https: www.brookings.edu

photo credit: AJC1 My Grandfather’s Clock via photopin (license)

I donatori 3.0 e la presenza online delle Onp

L’83% delle persone che navigano online ha fatto almeno una donazione nel 2016 e la presenza online delle Organizzazioni non profit  (Onp) si consolida. Sono i risultati della terza edizione di Donare 3.0, una ricerca realizzata da Duepuntozero Doxa per PayPal Italia e Rete del Dono.

di Erica Rossi

E’ stata condotta una ricerca da Duepuntozero Doxa, in collaborazione con Rete del Dono e Pay Pal con l’obiettivo di verificare quanto il fenomeno delle donazioni online sia diffuso tra la popolazione italiana che naviga su internet. Il campione analizzato era composto da 1000 individui, donatori 3.0, di età compresa tra i 18 e i 64 anni.

Tra i risultati di Donare 3.0 emerge che l’83% delle persone che navigano online ha fatto almeno una donazione. Anche i dati riguardanti la raccolta fondi online sulle piattaforme di crowdfunding sono buoni: il numero di persone che ha donato a progetti di crowdfunding si stabilizza al 15%, dimostrando che si tratta di un mercato che si sta consolidando.

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Nel 2016 tra le tipologie di organizzazioni alle quale gli italiani donano di più, spiccano quelle che si occupano di salute e di ricerca (65% rispetto al 60% del 2015) seguite da quelle che lavorano nell’ambito dell’assistenza sociale (36%, che si mantiene stabile). Di seguito poi sostegno e servizio per disabili (31% – 29%), tutela dell’ambiente e degli animali (28% – 26%) ed arte e cultura (19% – 12%). Vi sono poi le organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo (15% – 16%)  i temi della promozione dello sport (8% – 7%).

In media, un italiano dona ad almeno 3 organizzazioni: il 64% del campione in analisi dona a 2-5 organizzazioni, il 28% ad una organizzazione soltanto e il 7% a più di 5 organizzazioni. Una donazione media è di 90€, anche se la maggioranza (63%) non supera i 50€.

Sono state analizzate le 30 associazioni più conosciute ed influenti in Italia per verificare la loro presenza sul web e il rapporto con i donatori online. E’ emerso che rispetto al 2016 la presenza online non è aumentata, ma piuttosto si è consolidata.

 

 

Dal 2016 al 2017 le organizzazioni non profit hanno migliorato la loro presenza mobile aumentando l’utilizzo o la creazione di app dal 33% al 37%. Sui social network invece, rimane invariata la presenza su Facebook. Aumenta twitter, con una crescita di account del 3%. Migliora anche YouTube, passando da una presenza del 90% ad una del 97%. Infine, il dato più positivo arriva da Instagram: le organizzazioni presenti su questo social sono cresciute dal 33% al 67%.

Sul tema dei pagamenti per effettuare una donazione, su un campione di 200 persone rispetto alle diverse opportunità presentate (bollettino postale, denaro in contanti, bonifico bancario, SMS solidale o carta di credito e paypal), la maggioranza ha optato e opterà in futuro per un pagamento online attraverso carta di credito: l’utilizzo della carta di credito sul web aumenta infatti dall’80% al 90%, mentre l’utilizzo di Pay Pal passa dal 73% al 77%

 

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Uno spazio della ricerca è stato riservato alla cause della “mancata donazione”. La maggioranza degli intervistati ha risposto che uno dei motivi principali per cui le persone non donano è l’assenza di fiducia verso le organizzazioni non profit, generata dall’assenza di trasparenza sull’utilizzo delle donazioni ricevute. L’importanza del tema della trasparenza sui fondi raccolti quindi emerge come elemento fondamentale per i donatori.

Il 63% degli intervistati ha dichiarato che non donano se non possono verificare la destinazione dei fondi raccolti. Per il 34% invece, preferisce donare agli enti che puntualmente informano i propri donatori sulla destinazione delle donazioni che ricevono. E tuttavia c’è anche un 3% dei donatori che non trova strettamente necessario sapere la destinazione dei fondi raccolti, poiché si fida ciecamente delle organizzazioni a cui dona.

Di seguito, il link per consultare e scaricare gratuitamente i risultati di Donare 3.0 .

ICT for Social Good: 233 progetti innovativi da tutto il mondo

Provengono da 57 diversi Paesi del mondo i 233 innovatori locali che hanno risposto all’appello di “ICT for Social Good“, il premio creato da Ong2.0 – nell’ambito del programma Innovazione per lo Sviluppo sostenuto da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e con la collaborazione di Fondazione Mission Bambini – per intercettare, conoscere, raccontare e sostenere i progetti e le esperienze di innovazione locale nei Paesi a basso reddito.

di Viviana Brun

 

Da chi ha sviluppato una app per l’educazione in lingua locale, per facilitare l’apprendimento dei bambini e diffondere la cultura e la storia tradizionale africana, a chi informa e fa prevenzione in ambito sanitario via SMS, passando per chi usa gli smartphone per connettere gli agricoltori e scambiare informazioni sull’andamento del mercato e i metodi di coltivazione, fino a chi installa hot-spot nei villaggi e nelle zone rurali per permettere alle persone di accedere alla informazioni via Internet, ove possibile, o attraverso contenuti precaricati. Ma c’è anche chi sfrutta il potenziale delle ICT per gestire l’approvvigionamento dei medicinali nei centri sanitari e chi usa YouTube per sensibilizzare i giovani sui rischi e le modalità della tratta internazionale.

Si è concluso il 30 aprile il periodo di raccolta delle candidature del premio ICT for Social Good e la risposta a questo primo bando è stata sorprendente. In poco più di un mese abbiamo ricevuto 233 progetti da 57 Paesi del mondo e, già da un primo sguardo, si percepisce la ricchezza delle iniziative presentate e il grande livello di competenza e di creatività dei candidati al premio.

La mappa degli innovatori locali

Per rendere più facile l’esplorazione delle candidature ricevute, abbiamo raccolto in una mappa tutti gli innovatori locali in lizza per il premio. Espandendo e riducendo la mappa è possibile esplorarne le aree di provenienza, mentre cliccando su ogni waypoint si ha accesso ad alcune informazioni di base sui progetti. La mappa è pensata per ospitare nel tempo informazioni via via più dettagliate.

Storie di innovazione sociale

Le candidature al Premio, nella loro totalità, disegnano una splendida galassia di storie d’innovazione sociale. Idee innovative, create dal basso e in grado di portare cambiamento e benefici a livello locale. Queste storie di vita e d’innovazione rappresentano un materiale prezioso per fare cultura” nel mondo della cooperazione internazionale, aprendo la strada a un nuovo approccio allo sviluppo locale, in grado di sfruttare gli strumenti tecnologici del presente e valorizzare i talenti e le professionalità di chi, ovunque nel mondo, si impegna e lavora per costruire una società migliore, anche grazie alla tecnologia.

Nei prossimi mesi, ascolteremo dalla viva voce dei protagonisti le loro storie, approfondiremo lo studio dei loro progetti, ne selezioneremo alcuni e li racconteremo in una sezione ad hoc sul sito di Ong2.0.

Le prossime fasi del Premio

È in corso la prima fase di selezione delle candidature. Una giuria di esperti, selezionati tra gli attori coinvolti nel programma Innovazione per lo Sviluppo, è già al lavoro per verificare che le candidature siano elegibili e coerenti con il regolamento del Premio. I candidati ritenuti formalmente validi saranno invitati a fornire la documentazione completa e la lettera di referenza di un ente internazionale, che attesti la reale messa in opera del progetto. Il Comitato Scientifico del Premio si occuperà quindi di svolgere la valutazione finale.

Il Comitato Scientifico è composto da Guglielmo Gori di SocialFare (Torino) – il primo centro per l’Innovazione Sociale in Italia – Martin Burt, Fondatore e Direttore generale di Fundacion Paraguaya – ONG paraguaiana che si occupa di microfinanza e imprenditoria – Ottavio CrivaroAmministratore delegato di Moxoff spa – spinoff del Politecnico di Milano specializzata in modellistica ed algoritmistica matematica, ha sviluppato anche innovativi tool per il mondo del noprofit Mario Molteni, Senior Fellow di Ashoka per E4IMPACT  – Fondazione che offre master in Business Administration in 5 paesi africani – Giulio Quaggiotto, consulente per l’innovazione dell’Ufficio del primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti e associato di Nesta – rinomata fondazione inglese sull’innovazione.

Oltre a ricevere un premio in denaro, i vincitori saranno invitati in Italia in occasione dell’evento finale del programma Innovazione per lo Sviluppo, previsto per il prossimo autunno. In quell’occasione avranno la possibilità di incontrare e confrontarsi con realtà imprenditoriali e centri di ricerca italiani, potenzialmente interessati a sostenere o sviluppare ulteriormente i progetti vincitori.
Il premio “ICT for Social Good” è organizzato da Ong 2.0, CISV, Fondazione Mission Bambini, Opes Impact Fund, con il sostegno strategico e finanziario di Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e la collaborazione di SocialFare, E4Impact, Nexa Center, MoxOff, Calandria. Media partner: Agenzia Dire.

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