Social network addio?

Le tecnologie di rete si sono trasformate in strumenti di dominio?

di Norberto Patrignani

 

Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano. titolava Varieventuali otto anni fa. Era il momento delle cosiddette “primavere arabe” e lanciava un messaggio postpessimista “… Forse per molti governi autoritari che controllano interi paesi con la corruzione, il potere dei media, l’abuso della religione e l’uso della forza di eserciti di mercenari, è arrivato il momento della resa dei conti. Intere popolazioni si ribellano a condizioni di vita inaccettabili e non sopportano più la mancanza di libertà.
L’articolo si concentrava in particolare sul ruolo svolto da Internet: “Le nuove tecnologie, dotando questi giovani di computer tascabili in grado di trasmettere voce, suoni, immagini, video, permettono l’aggregazione dal basso di una moltitudine di persone che in pochi istanti si autoorganizzano formando reti senza un centro che comunicano con tutto il pianeta. Certo, i governi potranno tentare di fermare questi ‘sciami’, ordinando alle compagnie telefoniche di chiudere Internet, ma fino a quando?” e concludeva con un accenno al ruolo positivo della combinazione di energie giovani e tecnologie: “… il lavoro in rete dei giovani di questi paesi ha sicuramente aiutato a preparare il terreno di queste rivolte. Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano.

Cosa è successo?

Negli otto anni che ci separano da Tahir Square sono successe molte cose: le primavere arabe non hanno fatto fiorire società più giuste e i poteri forti hanno imparato molto velocemente a controllare la rete. La possibilità di raccogliere immense quantità di dati personali permette di profilare molto precisamente le persone e di esporle a contenuti “su misura” (microtargeting), di esercitare un controllo così capillare che nemmeno la distopia di Orwell in “1984” riuscì a immaginare. Il microtargeting, unito a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale operanti 24 ore su 24, crea una bolla virtuale dove le persone rischiano di perdere la dimensione sociale della realtà, esponendole a contenuti sempre più vicini ai propri desideri (e alle proprie vulnerabilità).

Il modello di business stesso alla base delle cosiddette “piattaforme neutrali” richiede di tenere agganciati sempre più consumatori per sempre più tempo. Lo scopo è massimizzare il profitto, vendendo pubblicità a imprese che vogliono a loro volta avere accesso a platee sempre più grandi e “precise” di potenziali clienti. Dal punto di vista degli utenti, l’accesso gratuito a questi servizi in realtà si paga con moneta molto pregiata: i propri dati, il proprio tempo, la propria attenzione e, cosa più delicata, la fiducia.
Gli algoritmi che elaborano i dati dei milardi di persone connesse si calibrano in continuazione diventando sempre più precisi e “avvolgenti”, offrendo contenuti sempre più personalizzati. Più si è connessi, più dati vengono accumulati, più la calibrazione diventa precisa: siamo al machine learning, le tecnologie dell’informazione non incorporano più il valore dell’autonomia (del personal computing, dove memoria e elaborazione erano in mano agli utenti, do you remember Olivetti P101?) ma quello dell’eteronomia del cloud computing (dove memoria e elaborazione sono dall’altra parte della rete).
Per tenere “agganciati” sempre più consumatori per sempre più tempo gli algoritmi sono ormai progettati appositamente per creare dipendenza (addictionbydesign) spingendo le persone verso contenuti sempre più estremi: sommersi da tsunami di bit e flussi ininterrotti di informazione l’attenzione degli umani diventa il “petrolio” del XXI secolo.

I cosiddetti “titani del Web” Alibaba, Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Tencent secondo la rivista Forbes, sono diventate le più grandi imprese del pianeta: il capitalismo digitale del XXI secolo si basa sul “petrolio” del XXI secolo.
L’immenso potere centralizzato in questi punti di accumulazione (di dati e denaro) rischia di plasmare in modo incontrollato la società, diventa il “lato oscuro” del digitale. Rischia di rompersi il tessuto sociale, la “social catena” della “Ginestra” di Leopardi (1836) che permette agli umani di sopravvivere e fornisce di senso le loro vite.

Rischiano di scomparire gli elementi di base della democrazia in un “mercato elettorale” dove vince chi ha la macchina marketing più potente: se chi paga è un candidato o un partito durante una campagna elettorale, come nel recente caso della società informatica Cambridge Analytica coinvolta nelle elezioni di Trump negli USA, la sua pubblicità riesce a condizionare in modo capillare l’opinione pubblica, a egemonizzarne il mindshare. Se il tempo, l’attenzione e la fiducia sono il “petrolio” del XXI secolo, il devastante impatto che la filiera del petrolio ha avuto sul pianeta, stavolta si sposta, ora il controllo dell’infosfera rischia di avere un impatto tremendo sulla democrazia.

I miti da sfatare

Per riuscire a guardare in avanti è utile affontare alcuni miti. Uno di questi è il mito della democrazia elettronica, della completa disintermediazione, dove per partecipare basta un click sulla tastiera. Tutto questo rischia di far scomparire totalmente i “corpi intermedi”, i luoghi di incontro anche fisico che, se da una parte potevano rappresentare dei “filtri” di
potere, dall’altra fornivano però anche barriere contro la disinformazione, uno strumento per confrontarsi con i propri simili, per costruirsi un codice di interpretazione della realtà in una comunità reale. Sul Web la democrazia rischia di diventare una sommatoria di tante solitudini. Nelle comunità virtuali ormai molti interventi sono generati da automi programmati.
Altro mito è quello della neutralità delle piattaforme: il loro modello di business di fondo è basato sulla pubblicità, sulla cattura e sul tenere agganciato il maggior numero di “eyeball”; se i punti di intermediazione del passato avevano dei limiti, i “nuovi intermediari” tecnologici vivono alimentando la polarizzazione che rischia di portare al cinismo, all’odio.
Infine il mito della molteplicità delle opinioni in rete: da una parte è vero che la rete fornisce accesso a sterminate quantità di contenuti e di posizioni, dall’altra l’esposizione dei propri argomenti in rete avviene in un teatro particolare, non avviene con il tempo e la calma che permettono di confutare e discutere. La polarizzazione è immediata, come viziata da una specie di “effetto stadio”, le opinioni vengono esposte più per rafforzare i “follower” che per dialogare con i dubbiosi, o con altri che hanno posizioni diverse, finendo come i cori contrapposti allo stadio. L’appartenenza ad uno schieramento diventa più importante del confronto con altre idee. In rete la merce più popolare diventa l’odio, incendiario per definizione.

Che fare

A livello politico, se l’informazione non è più accesso alla conoscenza, ma è diventata merce da vendere, allora anche i modelli di business dei titani del Web dovranno essere messi in discussione e l’unica scala adeguata è quella globale. Forse è arrivato il tempo di definire un Internet Bill of Rights, una costituzione per Internet, come raccomandava Stefano Rodotà: senza regole vince il più forte, anche in rete (Rodotà, 2007).
A livello di imprese, persino i fornitori delle cosiddette “piattaforme neutrali” si stanno rendendo conto delle drammatiche capacità di condizionamento che hanno messo in mano ai poteri forti. Il 9 Aprile 2018, di fronte alla Commissione del Congresso degli Stati Uniti che indaga sulla diffusione di notizie false (fake news), incitamento all’odio (hate speech), vendita di dati personali in aperta violazione delle leggi sulla privacy (data leaks), sul ruolo di potenze straniere che usano la rete con false credenziali (trolls) Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, si scusa: “I am sorry”. Forse in questa ammissione implicita vi è la presa di coscienza dell’errore di fondo che molti tecnologi fanno: il considerare la tecnologia neutra. La tecnologia non è mai neutra, tecnologia e società si plasmano a vicenda (coshaping).
Possono le imprese hightech crescere ancora a prescindere dal contesto, dalle immense disuguaglianze sociali e dai drammatici cambiamenti climatici che incombono sul pianeta?
Tim O’Really uno dei più innovativi imprenditori dell’informatica, nel suo intervento alla conferenza annuale provoca la platea: “… nel 2018 crediamo ancora che sia accettabile per le imprese di massimizzare i loro profitti a prescindere dalle conseguenze sociali, ambientali e umane” (O’Really, 2018).
Al livello dei tecnici, forse è iniziato un risveglio delle coscienze persino in Silicon Valley, come dimostrano le ripetute dimissioni di molti ingegneri informatici che non dicono più “I’m just an engineer” (alimentando la propria illusione di neutralità) ma ammettono le proprie responsabilità come progettisti. Oppure il crescente rifiuto, sulla base di preoccupazioni etiche, di offerte di lavoro provenienti dalle più prestigiose imprese hightech (Hsu, 2018). Significativa la storia di Justin Rosenstein, l’inventore del famoso pollice “like”, che ammette di aver contribuito alla creazione di una distopia di manipolazione totale in un’intervista al Guardian (Lewis, 2017). Nel frattempo tra i computer professional emerge la discussione attorno alla necessità di un codice deontologico: un codeofethics per informatici è stato aggiornato proprio quest’anno (ACM, 2018). Nelle scuole di ingegneria di tutto il mondo emerge l’urgenza di una formazione per le giovani generazioni di tecnologi e di ingegneri che prepari non solo persone esperte e appassionate di innovazione ma persone che siano anche consapevoli dello spaventoso impatto sociale che le tecnologie dell’informazione hanno su tutti noi e sulla democrazia (Singer, 2018).
A livello di società in generale, come tutte le forme di dipendenza, forse è arrivato il momento di educare a ridurre l’uso dei social network: un mese disconnessi raccomanda la Royal Public Health Society nel Regno Unito, preoccupata dall’impatto dell’uso compulsivo della rete sulla salute mentale dei giovani (BBC, 2018). Diventa urgente educare i più giovani all’uso responsabile delle tecnologie in rete. A questo proposito è molto utile il decalogo “Muri mediatici, industria dell’odio, buone pratiche per contrastarli” prodotto da Articolo21 e dalla Rivista San Francesco:

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te, Non temere le rettifiche, Dai voce ai più deboli, Impara a ‘dare i numeri’ (sostenere con argomenti le proprie posizioni), Le parole sono pietre, usale per costruire ponti, Diventa ‘scorta mediatica’ della verità, Non pensare di essere il centro del mondo, Il Web è un bene prezioso Sfruttalo in modo corretto, Connettiti con le persone, Porta il messaggio nelle nuove piazze digitali.” (Articolo21, 2017).

Una buona base per iniziare a definire una “Ecologia per l’Infosfera”.

Concludendo e riprendendo il titolo di Varieventuali di otto anni fa, oggi si potrebbe riscrivere: “Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste bisogna conoscerle, farne un uso saggio e … non sono neutrali!

Riferimenti

    • ACM (2018), ACM Code of Ethics and Professional Conduct, www.acm.org.
    • Articolo21 (2018), Firmato ad Assisi manifesto contro muri mediatici promosso da Articolo 21 e Rivista San Francesco, www.articolo21.org.
    • BBC (2018), Scroll Free September: Social media users urged to log off, 27 July 2018.
    • Hsu J. (2018), Engineers Say “No Thanks” to Silicon Valley Recruiters, Citing Ethical Concerns, IEEE Spectrum, 9 August 2018.
    • Lewis P. (2017), Our minds can be hijacked: the tech insiders who fear a smartphone dystopia, The Guardian, 6 October 2017.
    • O’Reilly T. (2018), Do More, Do Things That Were Previously Impossible! SXSW Conference, 9 March 2018, Reno, Nevada.
    • Rodotà S. (2007), Una Carta dei diritti del web, LaRepubblica, 20 Novembre 2007.
    • Singer N. (2018), Tech’s Ethical ‘Dark Side’: Harvard, Stanford and Others Want to Address It, New York Times, 12 February 2018.

 

Photo credits: Kruegerfotografie

Come sarà la vita nel 2050? Una guida (fu)turistica ce lo spiega

Stamperemo cibi in 3D senza bisogno di uccidere animali, potenzieremo ( o cureremo) le nostre capacità fisiche grazie alle nanotecnologie neuronali, indosseremo vestiti personalizzati e interattivi, mentre robot e intelligenza artificiale svolgeranno la maggioranza dei lavori. Non esisterà più la moneta se non nella forma della criptovaluta, mentre contratti finanziari, proprietà e anagrafe saranno gestiti tramite blockchain.  E se poi vogliamo esagerare, nelle vacanze ci concederemo qualche viaggio spaziale. Sono queste solo alcune delle prospettive, descritte nella Guida (fu)turistica al 2050, un libro immersivo, che permette di capire il futuro vivendolo, realizzata da Cristina Pozzi di Impactscool, che sostiene

“La tecnologia esponenziale e disruptive di oggi avrà un impatto concreto sulla vita quotidiana di tutti noi in tempi brevissimi, fra pochi anni, 4/5 al massimo, non venti. Il futuro non è apocalittico né utopico, dipende da cosa si decide di portare avanti e più persone sono consapevoli di ciò, più è facile che le scelte possano essere condivise”

di Silvia Pochettino 

Un viaggio che parte dal 2017 e proietta il lettore nei possibili sviluppi tecnologici del prossimo futuro, ma ben lungi dall’essere un libro di fantascienza. Il mondo descritto dalla Guida è costruito sulla base di rigorosi studi scientifici e previsioni degli esperti e, in gran parte, su tecnologie già esistenti in fase embrionale o sperimentale.

Il linguaggio semplice e diretto, anche nella trattazione di temi complessi, come la blockchain o l’Intelligenza Artificiale, rende la guida particolarmente adatta per lavorare con ragazzi e studenti, tutti i temi vengono raccontati in modo accessibile, senza risultare superficiali.

E la guida è anche ricca di interrogativi etici. Se da un lato mette in evidenza le potenzialità tecnologiche – molte già attuali – dall’altro ne subordina i possibili sviluppi a scelte etiche e civiche. Che forma di governo vorremo? Quanti dati personali saremo disposti a cedere? Quanto potere vorremo concedere a robot e cyborg?

Una popolazione variegata

Secondo le stime nel 2050 la popolazione mondiale si assesterà intorno ai 10 miliardi di persone, ma non dobbiamo pensare alla popolazione di oggi, con la ridicola distinzione tra bianchi e neri. Il panorama sarà molto più articolato: molti di questi saranno cyborg, ovvero umani potenziati grazie a innesti robotici (arti artificiali, chip neuronali, ecc…) e una certa percentuale anche “mutanti”, nel senso di modificati geneticamente. Inoltre cresceranno in modo esponenziale i robot addetti alle più svariate funzioni, che raggiungeranno nel 2070 un rapporto di 10 a 1 con gli umani.

Altro tema caldo sarà quello dell’alimentazione. La ricerca delle proteine alternative alla carne ha già portato nel 2015 alla creazione del primo hamburger realizzato in laboratorio. Il fenomeno è destinato ad avere un impatto sempre più ampio: «E parallelamente si sviluppa il discorso della pelle artificiale, per realizzare scarpe, borse e altri oggetti senza dover uccidere degli animali».

Agricoltura higt-tech

Scordatevi vanga e zappa. La combinazione d’intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e nanotecnologie, permetterà di replicare le condizioni migliori per lo sviluppo e la crescita di un prodotto alimentare, di monitorarne l’evoluzione, controllarne il gusto, la dimensione, la conservazione e le altre caratteristiche che lo rendono sano e buono. I droni si occuperanno di sorvegliare i campi e di distribuire, in modo mirato, i prodotti necessari a difendere le piante da possibili pericoli di contaminazione; l’intelligenza artificiale monitorerà costantemente lo stato di frutta e verdura e calcolerà quanta acqua, luce e concime sono necessari. I terreni agricoli saranno ottimizzati e controllati dagli algoritmi, che riescono a fare previsioni meteo accurate e programmare ogni ciclo di produzione.

Già oggi le coltivazioni idroponiche sperimentano buona parte di queste soluzioni

Prodotti personalizzati e i negozi esperienziali

Il concetto di proprietà, nel 2050, sarà molto diverso da quello cui siamo abituati nel presente. Un frullatore, un tagliaerba intelligente, le lenzuola del letto, l’automobile e la collana da indossare in una serata romantica, saranno visti più come servizi da noleggiare che prodotti da possedere.

I negozi saranno concepiti come luoghi esperienziali (d’altra parte tutto si può comperare online, perché andare ancora in negozio?) , spazi confortevoli e originali per sperimentare e dove acquistare o noleggiare un prodotto diventa sinonimo d’intrattenimento a trecentosessanta gradi.

Photo: http://ldt.stanford.edu/~jeepark/jeepark+portfolio/cs147hw8jeepark.html

I prodotti in serie non esisteranno più, saranno tutti personalizzati. Chi è in cerca di un paio di scarpe, ad esempio, partendo dalla scansione del proprio piede, potrà scegliere il modello, i colori, l’altezza del tacco e il materiale da utilizzare; per poi stampare le scarpe su misura tramite le stampanti 3D di ultima generazione.
Ma i vestiti saranno anche intelligenti: i tessuti saranno in grado di interagire con il mondo esterno e capaci d’integrare tecnologie touch, come quelle del cellulare.

Potenzialità applicabili a qualunque capo di abbigliamento e a qualunque superficie, ad esempio quelle dei mobili. Anche qui  non parliamo di fantascienza: tutto questo esiste già oggi, e nel 2050 sarà la normalità. Dal 2017, ad esempio, gli scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology), stanno progettando vestiti in grado di interagire con l’ambiente e cambiare forma in base alla temperatura. E diversi prototipi di smart clothes sono già in commercio. Il merito è di speciali filati, capaci di fare da conduttore, che, mischiati a materiali comuni, come il cotone, la seta o il poliestere, possono essere tessuti dai normali macchinari industriali. Il tutto è collegato a circuiti e a microscopici sensori che interagiscono con il mondo esterno e che, connettendosi ad applicazioni e altri dispositivi, collegano l’utente a servizi e funzioni on-line.

Ospedali digitali

Più che veri e propri ospedali, nel 2050 esisteranno strumentazioni mobili che potranno essere spostate e messe a disposizione dei pazienti, ovunque essi si trovino. Gli ospedali, infatti, avranno subito un processo di digitalizzazione e decentralizzazione, ottenuto sfruttando le innovazioni introdotte dalla telemedicina immersiva, dalla chirurgia virtuale e dalle strumentazioni portatili.

Soprattutto sarà possibile potenziare in modo esponenziale la prevenzione grazie a microchip e biotecnologie. Device portatili permetteranno il monitoraggio dello stato di salute ed esami immediati.  Molti indumenti saranno dotati di minuscoli sensori che monitorano il battito cardiaco, la respirazione e la sudorazione. Anche qui niente di fantascientifico: tutti prototipi esistenti.  E non solo, ad esempio si chiama Wize Mirror il progetto sviluppato ai giorni nostri con fondi europei e coordinato da un’italiana, Sara Colantonio, ricercatrice del Cnr di Pisa, grazie al quale  basta specchiarsi in uno speciale specchio tecnologico per ottenere in tempo reale un’anamnesi e consigli utili per la salute.

Mi piaci? Chiediamolo al software

La maggioranza delle coppie si incontrerà grazie a software sofisticati che con algoritmi sempre più potenti permetteranno di individuare il grado di compatibilità delle persone e prevedere la durata della relazione.

Insomma le tecnologie cambieranno ogni aspetto della nostra vita, ma accanto ai temi più prettamente pratici, non mancano quelli etici e morali correlati. Che la guida tratta ampiamente. Quali limiti porre, come indirizzare al bene comune le potenzialità pressoché sconfinate della tecnologia? Non a caso filosofi e esperti di bioetica sono tra le professioni che la Guida individua  come centrali nel 2050. Ma non c’è da aspettare trent’anni, in fondo già da oggi, con il numero crescente di dispositivi in ascolto, gli scandali di Cambridge Analytica e molti altri, il tema dell’etica è divenuto centrale.

Sostiene l’autrice

“2050: Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo”  mira a far riflettere il lettore su opportunità e responsabilità che abbiamo nel presente per intraprendere con consapevolezza e spirito critico il viaggio verso il migliore dei futuri possibili.

Prendiamo ad esempio l’Intelligenza Artificiale, o l’editing genetico, che possono cambiare molto la nostra specie nel futuro: i paletti li stiamo mettendo oggi, per cui è fondamentale che molte più persone partecipino alla discussione su come vogliamo che sia il nostro futuro”.

In Kenya, Internet volerà nella stratosfera

Google è in trattativa con gli operatori delle telecomunicazioni in Kenya per consentire l’accesso a Internet anche nelle zone rurali, grazie all’uso di grandi mongolfiere sospese nella stratosfera.

di Viviana Brun

 

Il nome del progetto è Loon, termine che coniuga volo e follia, nato con l’obiettivo di fornire l’accesso a Internet nelle aree rurali del pianeta. Per farlo, Google ha sperimentato l’uso di palloni aerostatici a energia solare posizionati nella stratosfera. Queste enormi mongolfiere, grandi quanto un campo da tennis, sono progettate per restare in volo per circa 3 mesi a un’altezza di circa 20 km sul livello del mare, in uno spazio sicuro al di sopra degli eventi atmosferici e fuori dalle rotte degli aerei.

Non è la prima volta che questo sistema viene utilizzato. In Perù ad esempio, proprio i palloni aerostatici hanno portato la connessione nelle aree montane. In Porto Rico, nel 2007 questa tecnologia ha permesso di ristabilire velocemente l’accesso alla rete Internet dopo l’uragano.

Ogni pallone è in grado di fornire connettività a un’area di 5.000 km quadrati. Per ottenere questo risultato, il progetto Loon collabora con società di telecomunicazioni che condividono uno spazio nello spettro radio, permettendo ai palloni di collegarsi alle proprie reti e di ritrasmettere a terra il segnale.

Grazie a un accordo con Telkom Kenya, il team di Loon si è impegnato a diffondere il segnale Internet, fornito dalla società di telecomunicazioni, in alcune delle regioni più isolate del Kenya, rimaste finore escluse dall’accesso alla rete.

La situazione kenyana e i possibili rischi per l’economia locale

Il Kenya è uno dei Paesi africani in cui il numero di utenti connesso alla rete è più alto. I dati di Wearesocial del 2018 infatti sottolineano come l’86% dei kenyani sia online. La capacità di navigazione però è limitata ad alcunee aree geografiche. A Nairobi e in molte altre zone metropolitane del Paese la connessione a Internet è molto buona, ma cosa accede quando ci si sposta?

In un territorio molto vasto, con ampie zone di savana, è difficile riuscire a realizzare un’infrastruttura in grado di portare la connessione tramite fibra ottica o ripetitori in ogni angolo dello Stato. In questo modo, ampie porzioni di territorio restano inevitabilmente isolate. Il sistema di palloni aerostatici può superare facilmente questi ostacoli fisici. Restano però alcuni dubbi sulle conseguenze a livello enomico e commerciale.

Il possibile accordo tra Google e grandi società di telecomunicazione come Telkom Kenya, e i canali di accesso preferenziale che le grandi aziende internazionali hanno con il governo locale, rischiano di sfavorire lo sviluppo delle imprese kenyane e di rafforzare la dipendenza del Paese dalla tecnologia straniera e dalle sue strategie commerciali.

Come sottolinea Ken Banks, esperto di connettività africana intervistato sul tema dalla BBC,  “Una volta che queste reti sono state installate e la dipendenza (da un operatore) ha raggiunto un livello critico, gli utenti sono in balia dei cambiamenti nella strategia aziendale, nei prezzi, nei termini e nelle condizioni… Questo sarebbe forse meno un problema se ci fosse più di un fornitore – se si potesse semplicemente cambiare rete – ma se Loon e Telkom hanno monopoli in queste aree, questa potrebbe rappresentare una bomba a orologeria“.

Se si vuole aumentare la partecipazione delle persone online, non basta infatti investire sulla tecnologia e su una rete di qualità (4G). Come afferma Nanjira Sambuli, direttrice del settore advocacy per la World Wide Web Foundation, bisogna anche rendere questa reta economicamente accessibile.

Secondo quanto stabilito dalla Commissione per lo sviluppo sostenibile della banda larga dell’ONU durante il World Economic Forum 20181 GB di dati mobili non dovrebbe costare più del 2% del reddito nazionale lordo pro capite mensile. Questo è la condizione che la Commissione ha individuato per riuscire a collegare il 50% del mondo ancora offline. Oggi in Africa, 1 GB di dati costa in media il 18% del reddito mensile.

 

 

 

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Economia circolare: l’urgenza di una risposta ai problemi globali

Nel 2017 la popolazione mondiale era di circa 7 miliardi ma, secondo i report delle Nazioni Unite, nel 2050 aumenterà fino ad arrivare a oltre 9 miliardi di abitanti che si concentreranno soprattutto nelle città (il 66% della popolazione vivrà nei centri urbani). Questo dato porta con sé importanti criticità: gli agricoltori dovranno produrre il 70% di cibo in più per nutrire tutti e, lo dovranno fare con una risorsa limitata: la terra. L’80% di quella idonea alla coltivazione è già in uso.

di Tommaso Tropeano

A questo problema si deve aggiungere la sfida sempre più importante legata all’inquinamento dell’ambiente e alla gestione dei rifiuti; solo in Europa, secondo la Commissione Europea, si producono 2,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti (7 kg a persona all’anno) e l’inquinamento minaccia la vita delle persone e del pianeta provocando enormi costi economici, sociali e politici.

Questa breve panoramica dimostra quanto la situazione attuale sia critica e la necessità di trovare una soluzione reale ad un modello economico che ci ha portato fino a questo punto sia urgente. Il modello di produzione lineare (produzione-utilizzo-scarto), infatti, è sempre meno sostenibile e più costoso per le imprese, il pianeta e la popolazione.

Dall’economia lineare a quella circolare

L’economia circolare è una teoria che si inserisce con forza nel dibattito sulle economie verdi e sostenibili. Il modello lineare si basa sulla possibilità di accedere a grandi quantità di risorse ed energia seguendo il paradigma della produzione, dell’utilizzo e dello scarto del prodotto mentre la teoria circolare si immagina una alternativa a questo sistema. Oggi le risorse sono sempre più a rischio perché non sono infinite, il degrado ambientale ha raggiunto livelli che non sono più recuperabili e potrebbe già essere già tardi per una transizione verso un nuovo modello di produzione che ribalti il concetto stesso di prodotto, di business e di società. Partendo proprio dal presupposto che le risorse sono limitate, il paradigma dell’economia circolare si basa su un processo di produzione che disegna il prodotto affinché il suo ciclo di vita sia circolare: produzione, utilizzo, recupero, riutilizzo e cosi via.

Il rifiuto è pensato all’origine come una risorsa e l’economia progettata per auto-rigenerarsi; prendendo ispirazione dalla Natura tende a processi nei quali materia e energia vengono scambiati tra sistemi a ciclo chiuso.

 economia circolare

Esempi concreti?

Aquafil, azienda del Trentino Alto Adige che opera nel mercato del Nylon e sviluppa prodotti innovativi, utilizzando i principi dell’economia circolare, ha creato il Sistema di Rigenerazione Econyl. Il meccanismo permette di sostituire una materia non riciclabile con una materia secondaria che deriva dal riciclo di vari rifiuti come le reti da pesca a fine vita. Negli ultimi anni Econyl Reclaiming Program è diventato una rete strutturata internazionale per raccolta dei prodotti in nylon a fine vita e si è quotata in Borsa.

Per restare in Italia altro esempio è il progetto Ri-generation di Astelav, azienda piemontese che produce elettrodomestici e prevede la rigenerazione di elettrodomestici dismessi con l’obiettivo di dare nuova vita ai prodotti. Una volta rimessi in funzione, questi elettrodomestici, sono venduti a condizioni molto vantaggiose pensate per essere accessibili a fasce meno abbienti e residenti temporanei. Oltre alla vendita, Astelav si impegna anche a formare risorse umane in difficoltà in collaborazione con il Sermig di Torino.

Insomma l’economia circolare è molto più di una semplice teoria economica, modifica l’organizzazione stessa della società ed è una risposta a concreti problemi ambientali, sociali ed economici di questo millennio. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei diversi attori (industria, politica e cittadini) di rendere possibile la transizione iniziando a comprendere che il cambiamento del sistema economico deve avvenire ed è imperativo.

Cover photo by Phil Gibbs

Un gioco “di ruolo” virtuale per capire meglio il sistema di accoglienza olandese

Chi ha il diritto di ottenere lo status di rifugiato e l’asilo politico e chi invece no? Chi è a prendere questa decisione e secondo quali criteri? Si tratta di una sentenza che ha implicazioni e risvolti importanti nella vita dei singoli richiedenti e che fa parte del lavoro quotidiano dell’IND, il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione olandese. Alcune riviste e agenzie mediatiche olandesi hanno lavorato insieme per cercare di fare luce sull’argomento con un progetto innovativo e provocatorio.
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Finding Home: un progetto multimediale per raccontare le mamme rifugiate

La salute materna e neonatale è un aspetto della crisi dei rifugiati in Europa che viene spesso trascurato e di cui raramente si sente parlare. Eppure, solo nel 2016 sono state più di 1000 le donne rifugiate ad aver partorito in uno dei campi profughi che si trovano in Grecia. Diventare mamma e costruire una famiglia mentre si è in viaggio verso luoghi sconosciuti non è facile e i problemi – e traumi – da affrontare sono molti.  Continua a leggere

Barriere linguistiche: come la tecnologia viene incontro ai migranti

Da tempo ormai i migranti sfruttano la rete e le sue possibilità per affrontare e superare le difficoltà che incontrano nel loro percorso, ma anche per restare connessi con i propri affetti e la propria identità. E se fosse invece la rete stessa a venire incontro ai migranti? Se fossero nel web le risposte più efficaci alla crisi migratoria che stiamo vivendo? Continua a leggere

Il successo di un progetto dipende dalla chiarezza degli obiettivi

La Cooperazione Internazionale lavora soprattutto attraverso progetti, strutture complesse che se costruite su presupposti sbagliati, rischiano di non produrre alcun impatto positivo. Qual è l’errore più ricorrente in cui cade un progettista? A raccontarcelo è Andrea Stroppiana, docente del percorso “Progettare la Cooperazione Internazionale“, in partenza il 19 aprile.

di Viviana Brun

 

Raggiungo Andrea Stroppiana su skype, quando è appena tornato da una missione in Marocco. Nel 1989 ha iniziato in Colombia quello che lui stesso definisce il suo “cammino nella progettazione”. Un viaggio professionale che ancora oggi lo porta a trascorrere gran parte del tempo in giro per il mondo. Infatti, è spesso impegnato in missioni di formazione o valutazione per conto di organismi internazionali partner in progetti dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

Oltre alle consulenze, Andrea attualmente lavora per l’ONG Ricerca e Cooperazione ed è formatore e docente esperto di Project Cycle Management, con particolare attenzione alla qualità della progettazione.

Il suo punto di forza come docente è subito chiaro: è abituato a mettere in pratica ciò che insegna, a testare sul campo teorie e metodologie, traendone insegnamenti e riflessioni che condivide volentieri con i suoi studenti e le sue studentesse. D’altronde, sottolinea Andrea, “quanto sarebbe credibile un medico che insegna medicina senza aver mai preso il bisturi in mano? Per chi si occupa di formazione nell’ambito della cooperazione internazionale il tipo di approccio dovrebbe essere esattamente lo stesso”.

Di errori e di progetti destinati a fallire purtroppo ce ne sono tanti. Per questo è importante che un progettista investa nella propria formazione prima di buttarsi a capofitto nella pratica. Andrea mi spiega come la chiave del successo di un progetto stia proprio nella forma mentis di chi lo scrive. “Nella progettazione a ogni termine corrisponde un significato preciso. Per questo è necessario partire da pochi concetti chiave per orientarsi meglio, riuscire a leggere e a capire i tanti documenti che esistono sull’argomento e per sviluppare uno spirito critico orientato all’efficacia delle azioni”.

 

Qual è uno degli errori più ricorrenti nella progettazione?

“Quasi ogni progetto che valuto presenta il grosso inconveniente di avere tra gli obiettivi delle attività. Il malinteso nasce dalla lingua parlata, in cui non è così netta la distinzione tra i termini “obiettivo” e “attività”, tanto che possiamo benissimo dire che – il mio obiettivo è quello di comprarmi una macchina -. Mentre acquistare una macchina è qualcosa che si fa, ovvero un’azione, non certo un obiettivo. Questo tipo di approccio, in cui l’obiettivo coincide con l’attività è disastroso, perché porta a non distinguere più lo strumento dal beneficio. Lo strumento è l’azione, quello che si fa e l’obiettivo è il beneficio, ciò che si ottiene attraverso quell’azione. Se io dico che il mio obiettivo è formare delle persone, non ti sto dicendo qual è il beneficio che voglio ottenere, ti sto solo dicendo ciò che voglio fare. Purtroppo, questa cattiva pratica sussiste in 8 progetti su 10. Per essere un buon progettista, è necessario che nella propria testa la differenza concettuale sia molto netta.”

 

Il finanziatore penalizza questo tipo di errore?

“Dipende, a volte può anche sfuggire. Spesso i bandi ricevono un enorme mole di progetti da valutare in poco tempo. Poi c’è il fatto che chi valuta ha pochissime interazioni con chi prepara un progetto, non sempre può chiedere al progettista di fare delle correzioni. In due ore deve dare un giudizio e può capitare che il progetto sia molto buono, benché abbia dei vizi di forma, e allora passa lo stesso. Spesso però i vizi di forma nascondono i vizi di sostanza, che compromettono l’efficacia del progetto.

A volte mi capita di valutare dei progetti che non hanno obiettivi. Come si valuta il successo di un progetto che non ha obiettivi? Avere successo non vuol dire fare le attività, ma ottenere benefici, se questi non ci sono, l’efficacia non è misurabile. Ad esempio, vengono finanziati dei corsi di formazione senza sapere quale sia il beneficio atteso e senza poterlo valutare. Un progetto basato sulle attività porta a formare delle persone che poi metteranno il know how acquisito in un cassetto, senza poterlo applicare.”

 

Qual è il legame tra obiettivi e sostenibilità?

“Se io non ho degli obiettivi chiari non ho neanche la sostenibilità. La sostenibilità infatti non dipende dall’output ma dall’outcome. Mi spiego, un progetto sanitario non è sostenibile perché ho creato un ospedale (outup), è sostenibile se persiste il beneficio che questo output dà, ovvero l’accesso alla cura sanitaria (outcome). È quest’ultimo ciò che deve durare nel tempo. Se pensiamo ai corsi di formazione, ciò che deve essere sostenibile ovviamente non è il corso in sè, ma il know how che ne deriva, che deve essere spendibile. Se non hai degli obiettivi non hai neanche dei validi indicatori e diventa molto difficile misurare il reale impatto di un progetto.”

 

Se vuoi scoprire se la progettazione fa al caso tuo, vai alla pagina di “Progettare la Cooperazione Internazionale” e esplora il programma del corso.

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Come la mHealth può aiutare i rifugiati in Europa?

Dal momento che l’attuale crisi dei rifugiati si sta diffondendo in tutta Europa e ovunque nel mondo, abbiamo deciso di aprire una sessione dedicata a questo tema nel nostro blog.

Di Paola Fava

Quando questa tragedia ha raggiunto i nostri confini e, soprattutto, è arrivata ai nostri media, sono nate moltissime iniziative per coinvolgere la comunità tecnologica in tali questioni.
La prima è stata Techfugees di Mike Butcher, una conferenza e un hackathon durante i quali la comunità tecnologica di Londra ha mostrato il suo supporto ai rifugiati. Nel giro di pochi giorni il gruppo Facebook e l’account Twitter sono esplosi di post, commenti e condivisioni, evidenziando il grande interesse della comunità tecnologica e la sua volontà di essere coinvolta nelle problematiche che riguardano i rifugiati.
Molte altre conferenze ed eventi sono stati organizzati in tutta Europa, incluso un evento in Italia, organizzato da H-Farm.

In particolare, Gnucoop ha creato un blog, “Blogfugees”, che vuole rappresentare un punto di riferimento per tutte le organizzazioni che lavorano con i rifugiati e che hanno bisogno di un aiuto da parte di esperti in ambito tecnologico. Il blog rappresenta il luogo dove raccogliamo tutto quello che è possibile trovare online sul tema “Tecnologia per i rifugiati”.

Ora probabilmente vi starete chiedendo qual è la connessione con l’Mhealth.
Come già sappiamo, una delle più importanti applicazioni dell’Mhealth è l’utilizzo di strumenti mobile che aiutino nella diagnosi delle malattie, specialmente in contesti difficili.
Le condizioni sanitarie nei campi profughi sono motivo di preoccupazione per le autorità e per gli operatori sanitari. Nonostante gli sforzi per migliorare le condizioni generali nei campi, i progressi sono lenti sia perché l’obiettivo è molto ambizioso, sia perché risulta molto difficile provvedere ad un adeguato numero di dottori nei campi.

Nell’ambito della fornitura di servizi sanitari esiste un’applicazione medica gratuita, MedShr, che cerca di affrontare queste sfide offrendo la possibilità ai dottori di caricare, condividere e discutere immagini mediche in un network di professionisti. Nei campi dove le condizioni sanitarie sono davvero pessime, MedShr è uno strumento prezioso per i medici.

MedShr è stato creato nel 2013 dal Dr. Asif Qasim, un cardiologo londinese, con l’obiettivo di creare una piattaforma su cui i medici potessero entrare in contatto e discutere di casi clinici in un “luogo” sicuro.
Connettendo specialisti in grado di offrire supporto, diagnosi e cure, MedShr è stata utilizzata da organizzazioni come Medici Senza FrontiereCroce Rossa per sostenere e aiutare i medici sul campo e per contattare gruppi informali di dottori volontari.

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Un recente report dell’Università di Birmingham evidenzia che la situazione nei campi di rifugiati non rispetta gli standard raccomandati dall’UNHCR e dalla World Health Organisation (WHO) e che la mancanza di un riparo, di cibo e di acqua potabile, di igiene personale, di servizi igienici e di sicurezza può avere delle conseguenze dannose per la salute di chi risiede a lungo nei campi.
Applicazioni come MedShr sono strumenti che le persone e le organizzazioni utilizzano sempre più frequentemente per riuscire a rispondere a questa crisi.

Oltre alla sua applicazione specifica nei campi di rifugiati, MedShr permette in generale di:

Trovare e discutere immagini e casi medici:
Grazie alla possibilità di condividere ECG, esami, raggi X, foto e video dei pazienti MedShr permette a medici e specialisti di confrontarsi su casi clinici importanti. MedShr permette di scambiarsi dati in modo sicuro, poiché coinvolge un network privato e utilizza un originale sistema per ottenere il consenso dei pazienti al trattamento dei dati. I medici hanno la possibilità di seguire i casi e di imparare dai loro colleghi grazie ad una discussione informale, accreditata e basata su casi reali.

Condividere conoscenze con membri verificati:
MedShr è la via più semplice per trovare, condividere e discutere immagini e video di casi clinici che si incontrano quotidianamente. È possibile creare un nuovo caso e condividerlo con i colleghi o con l’intero network, dare la propria opinione, ottenere consensi, avviare una discussione in modo sicuro da un dispositivo mobile. MedShr è privato e sicuro e permette ai membri di mantenere il completo controllo della privacy dei propri pazienti, essendo tutti i membri medici, operatori sanitari e studenti di medicina controllati e verificati.

Espandere il network dei medici professionisti:
Gli studenti di medicina e i dottori, partecipando a MedShr, aumentano le loro conoscenze, dal momento che entrano in contatto con colleghi di lavoro e universitari di tutto il mondo; essi possono così rimanere aggiornati sugli ultimi casi, selle ultime tecniche e conoscenze. Studenti di medicina, giovani dottori e specializzandi utilizzano il gruppo di MedShr come una risorsa per l’apprendimento informale, in vista di esami strutturati a partire da casi reali e come integrazione dei propri studi.

MedShr è una brillante idea: gli smartphone connettono i medici e permettono agli operatori umanitari di avere delle diagnosi mediche nell’immediato” – Rohan Silver, Evening Standard.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Source: Telegraph.co.uk

La registrazione alla nascita è un diritto di ogni bambino

Ogni bambino ha diritto a un nome e a una nazionalità, diritto riconosciuto dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e da altri trattati internazionali. Tuttavia, le nascite di circa un quarto dei bambini al di sotto dei 5 anni nel mondo non sono mai state registrate.
La mancata registrazione di una nascita comporta la mancanza di un riconoscimento formale da parte dello Stato; in questo modo il bambino o la bambina non può ottenere il certificato di nascita, non può avere accesso alle cure mediche, all’educazione primaria e a molti altri servizi. Crescendo, la mancanza di un documento identificativo ufficiale può far sì che un bambino si sposi, lavori o sia arruolato nell’esercito prima che abbia l’età legale per farlo. La mancata registrazione alla nascita, quindi, apre la strada ad una lunga serie di possibili violazioni dei diritti del bambino.

di Paola Fava

 

Registrare i bambini alla loro nascita è il primo passo per assicurare loro un riconoscimento di fronte alla legge, salvaguardare i loro diritti e assicurarsi che nessuna possibile violazione dei suoi diritti passi inosservata.

Molti paesi hanno utilizzano diversi meccanismi per registrare le nascite. Questo comporta che la quantità, il tipo di informazioni ottenute e l’utilizzo dei dati emersi possono essere molto differenti, poiché basati sulle infrastrutture del singolo paese: la capacità amministrativa, la disponibilità di fondi, la possibilità di raggiungere gli abitanti e l’accesso alla tecnologia per la gestione dei dati.

È possibile individuare grandi differenze nella copertura delle registrazioni delle nascite anche tra diverse regioni geografiche. L’Europa centrale e dell’est e il Commonwealth russo (Central and Eastern Europe-CEE e Commonwealth of Independent States-CIS) vantano il più alto tasso di registrazione delle nascite, con il 98% dei bambini sotto i 5 anni di età registrati. Seguono l’America Latina e i Caraibi, con il 92%, e il Medio Oriente e il Nordafrica con l’87%. Il più basso tasso di registrazione delle nascite è daattribuirsi alla zona dell’Africa Subsahariana (41%). In Africa Orientale e nell’Africa del sud solo il 36% dei bambini sono registrati, mentre il tasso in Africa Occidentale e Centrale è leggermente più alto, con il 45%.

 

Percentuale dei bambini sotto i 5 anni di età registrati per regione. nascitaFonte: UNICEF

 

Molti uffici nazionali dell’UNICEF stanno testando l’utilizzo delle tecnologie di comunicazione mobile, inclusi i cellulari, per aumentare la copertura delle registrazioni delle nascite. Le tecnologie mobile e digitali possono essere infatti strumenti preziosi per raccogliere informazioni accurate e precise in modo tempestivo.

In Uganda l’UNICEF con un partner del settore privato, Uganda Telecom, gestiscono una tecnologia mobile e web-based per digitalizzare i registri delle nascite, rendendo il processo di registrazione più veloce, più accessibile e più affidabile.

 

Il caso della Cambogia:

Secondo l’Indagine demografica e sanitaria sulla Cambogia (CDHS) del 2010, poco più del 62% dei bambini di età inferiore ai 5 anni sono registrati in Cambogia, percentuale inferiore a quella del 2005, del 65%. L’indagine evidenza anche una grande differenza nelle registrazioni tra le zone urbane e quelle rurali, oltre che tra ricchi e poveri. Il 60% dei bambini che vivono nelle aree rurali sono registrati alla nascita, in confronto al 74% di quelli che vivono nelle aree urbane. Per quanto riguarda la differenza tra popolazione ricca e povera, solo il 48% dei bambini più poveri viene registrato, al contrario dei bambini più benestanti, registrati per il 78%.

Dal 2011 MOI, con il supporto di UNICEF, sta implementando un progetto pilota in 32 comuni di 3 distretti Kampong Speu, Prey Veng, e Svay Rieng. Lo scopo è quello di strutturare delle risposte efficaci ai problemi che causano il basso tasso di registrazione delle nascite. I risultati del progetto pilota serviranno anche a guidare gli stakeholder nel tentativo di migliorare le politiche e programmi pubblici.

Esistono diversi fattori che concorrono alla determinazione della situazione attuale:

  • Basso valore dei certificati di nascita e scarso utilizzo del documento
  • Il documento non è durevole, soprattutto per le famiglie che vivono in zone rurali, particolarmente soggette a danni e perdite
  • I comuni e i distretti spesso presentano una carenza di certificati di nascita, causando incongruenze e ritardi anche nella registrazione delle nascite
  • I genitori trovano il processo di registrazione dei neonati complicata e rigida, specialmente nei casi di registrazione tardiva
  • Il sistema di monitoraggio e registrazione manuale e cartaceo porta ad una scarsa gestione dei dati, a una bassa qualità delle informazioni e a un flusso di informazioni irregolare o tardivo.

Una delle raccomandazioni emerse dal progetto è quella di implementare una presenza mensile di routine e la registrazione in tempo reale delle nascite tramite SMS.

Per aiutare a risolvere questa situazione, UNICEF Cambogia insieme al General Department of Identification (GDI) hanno creato una piattaforma IVR pilota, utilizzando una combinazione di RapidPro e i canali di comunicazione cloud Twilio and Nexmo. Questa soluzione dovrebbe assicurare in un primo momento un’immediata registrazione dei bambini.

Ogni mese gli amministratori comunali riportano il numero di moduli compilati e i dati raccolti, o rispondendo alle chiamate mensili automatizzate di RapidPro, o reperendoli dal sistema. I dati vengono quindi analizzati da RapidPro. Se il numero di moduli reperiti si trova al di sotto di una determinata soglia, RapidPro invierà automaticamente una notifica al distretto tramite SMS. Gli ufficiali distrettuali, incaricati di riassegnare i moduli, ricevono gli SMS sui comuni che necessitano di una redistribuzione, aiutando ad assicurare che i comuni siano sempre attrezzati per registrare tutti i bambini.

RapidPro viene utilizzato in tutto il mondo in diversi modi per aiutare bambini e famiglie, supportato dal Global Innovation Center (GIC) dell’UNICEF. Il GIC funge da centro di eccellenza alimentato da una crescente rete globale di uffici, specialisti e alleati dell’UNICEF che si dedicano all’utilizzo di tecnologie che possono avere un impatto su vasta scala sulla vita dei bambini.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Photo Credit: Margherita Dametti for COOPI

Fonte: https://blogs.unicef.org/east-asia-pacific/harnessing-mobile-technology-improve-birth-registration-systems-cambodia/