Uguaglianza di genere e tecnologia: le audio storie indiane

Nello Stato del Rajastan, in India, nasce un progetto sociale rivolto agli adolescenti indiani che utilizza delle audio storie, accessibili anche da telefono cellulare, per parlare di uguaglianza di genere ed educazione sessuale.

di Erica Rossi

E’ nato in India un progetto sociale chiamato Kishor Varta, che in Hindi significa “Discussioni per adolescenti”. Si tratta di uno strumento digitale che prevede l’utilizzo di audio storie legate ai temi dell’uguaglianza di genere e dell’educazione sessuale, argomenti che ancora oggi in India rappresentano un tabù.

Il progetto utilizza una piattaforma digitale con un sistema di risposta vocale interattivo, consentendo ai ragazzi di chiamare un numero verde, gratuito, ascoltare le storie a disposizione ponendo domande e condividendo la propria esperienza. Le risposte alle domande poste vengono poi inviate tramite SMS.

Kishor Varta è stato lanciato in 250 villaggi in Bundi, distretto del Rajasthan, lo Stato indiano con il più grande gender gap tra i giovani e il secondo più alto numero di casi di violenze domestiche e sessuali.

Come spiega Al Jazeera in un articolo sull’argomento, il linguaggio delle audio storie è semplice, comprensibile e molto vicino a quello parlato dagli adolescenti. L’obiettivo è infatti quello di avvicinare i giovani a temi riguardanti l’educazione sessuale e l’uguaglianza di genere, e di porre le basi per un’apertura educativa tra adulti e ragazzi su queste questioni, difficilmente affrontate nel rapporto genitori-figli.

A metà storia, gli ascoltatori sono invitati a rispondere a delle domande a scelta multipla. Dopo aver risposto, viene comunicato se le risposte sono corrette o meno. In questo modo i ragazzi possono riflettere su quanto ascoltato prima di progredire con il resto della trama. L’uso dei telefoni cellulari inoltre garantisce la privacy, incoraggiando così i ragazzi ad effettuare la telefonata. Ogni giorno chiamano circa 1000 ragazzini.

Nei villaggi Kishor Varta viene diffuso soprattutto nei circoli giovanili, cui membri hanno tra i 15 e i 25 anni. Un leader della comunità, scelto tra gli adolescenti in età più avanzata, agisce come mentore e consigliere tra i suoi coetanei facendo da mediatore tra adulti e ragazzi. Kishor Varta è stata introdotto anche nelle classi superiori in Bundi grazie ad una ONG locale, che tratta gli stessi argomenti, che si occupa di proporre dei momenti di formazione nelle classi.

 

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Fonte: http://www.chsj.org/

 

Secondo un sondaggio compiuto dalla Thomson Reuters l’India è il quarto Paese più pericoloso al mondo per le donne. Ancora oggi un importante strato della popolazione femminile indiana continua a vivere in una condizione di discriminazione e di inferiorità rispetto agli uomini.

Il matrimonio forzato poi per le bambine e ragazze è una tradizione molto diffusa seguita ancora oggi. Anche se è stato messo fuorilegge dal 1860 dagli inglesi, è ancora una pratica effettiva ed in certe regioni comunemente utilizzata. Secondo l’UNICEF infatti, il 47% delle giovani donne tra i 20-24 anni si sono sposate prima d’aver raggiunto l’età legale dei 18 anni e nelle zone rurali sale al 56%.

Le storie raccontate da Kishor Varta cercano di affrontare questo problema e quello dell’uguaglianza di genere, incoraggiando bambine e adolescenti a proseguire gli studi. Ma uno degli ostacoli più grossi è quello del divario della tecnologia, che pare essere molto elevato. Uno studio condotto dalla GSMA, associazione di telefonia, rivela che tra i giovani i ragazzi possiedono una SIM telefonica il 25% in più rispetto alle ragazze. La maggior parte delle ragazze non possiede un telefono cellulare e, se lo hanno, possono utilizzarlo sotto stretto controllo da parte dei fratelli o dei loro padri.

 

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Fonte: http://www.aljazeera.com/

 

Dopo che il numero verde messo del progetto è stato lanciato, il numero di chiamate è saluto nel marzo 2016 in maniera vertiginosa, così tanto che CHSJ è stato costretto a bloccarlo poichè il servizio non era in grado di supportare i costi elevati di mantenimento. si è dovuta così cercare un’alternativa, come la diffusione delle storie via Bluetooth.

Ma nel novembre 2016 il ha vinto il “Mobile per good Award” della Fondazione Vodafone per la categoria dello sviluppo inclusivo. CHSJ ha ricevuto una sovvenzione pari a 22.500 dollari, permettendo così al progetto mobile di continuare per un altro anno.

UNHCR: l’ascolto dei rifugiati sui social media

Scoprire le rotte e le necessità dei migranti, ma anche la relazioni con i trafficanti, gli intermediari e gli approfittatori: tutto attraverso il monitoraggio dei social network. E’ quanto ha fatto l’UNHCR grazie a un team internazionale che ha monitorato per 8 mesi le conversazioni sui social. I risultati sono riportati nel suo ultimo report “From a Refugee Perspective”.

di Erica Rossi

Il report “From a Refugee Perspective” presenta i risultati di una ricerca condotta da un team di studiosi (un project manager, due persone che parlano Pashto e Dari, due madrelingua arabi e un copy editor inglese) che tra marzo e dicembre 2016 ha voluto effettuare un attento monitoraggio di tipo qualitativo dei social media, monitorando le conversazioni Facebook relative alla migrazione di comunità di persone parlanti afgano e arabo per trovare informazioni sul rapporto tra trafficanti e migranti.

Per fare ciò, il team ha creato degli account Facebook, unendosi poi a tutti i gruppi rilevanti. Venivano preparati poi dei report settimanali con le scoperte più significative da consegnare allo staff di UNHCR e ad altre persone interessate. Il progetto non ha preso in considerazione Twitter, poiché si tratta di un social network non particolarmente usato tra le comunità di riferimento.

Per complementare le informazioni ricavate dai social media, il team ha tenuto dei focus group e alcune discussioni con i rifugiati arrivati in Europa. Queste discussioni hanno portato a ricavare informazioni su come rifugiati e migranti utilizzano e scambiano informazioni.

Monitorare le conversazioni su Facebook ha permesso al team di tracciare alcune tendenze, come l’ascesa e la caduta dei prezzi dei trafficanti chiedono per le diverse rotte. Inoltre, si è trattato di un’azione che ha fornito spunti interessanti su come i trafficanti riescono a vendere i loro servizi online.

I risultati della ricerca

Abbiamo riassunto i risultati di questa ricerca, raccolti e presentati nel report:

Risultati della ricerca

 

Durante il grande afflusso delle persone che richiedono asilo, rifugiati e migranti in Europa nel 2015, è emerso che la maggior parte di queste hanno iniziato il loro viaggio senza aver ben chiaro lo scenario che gli si sarebbe prospettato dopo l’arrivo. Molti non erano a conoscenza della complessità del sistema di asilo europeo, né di tutti gli obblighi e i diritti dei rifugiati in Europa.

E’ proprio sul viaggio che i ricercatori si sono concentrati, informandosi sulle modalità di pagamento delle tratte offerte, sulle informazioni che vengono distribuite dai reclutatori e sui contatti familiari una volta arrivati a destinazione.

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Infine dalla ricerca è emerso che:

  • Più di 50 pagine Facebook offrono sistemazioni di breve periodo nei paesi di transito (soprattutto in Turchia).
  • Più di un centinaio di agenti finanziari sono presenti su Facebook. Essi non solo si occupano della quota depositata dai migranti, fungendo da intermediari tra trafficante e cliente, ma gestiscono anche i trasferimenti finanziari.
  • Oltre 100 consulenti in materia di asilo e immigrazione offrono una consulenza sulle domande di asilo.
  • Occasionalmente, 20 utenti fingono di essere “clienti soddisfatti” postando sulle pagine social di trafficanti messaggi di gratitudine o immagini che esprimono il loro ringraziamento. Questo succede spesso in risposta a post di denuncia pubblicate sulle pagine dei trafficanti, che potrebbero quindi intaccare la loro credibilità.
  • Quando il business è esploso e ha iniziato ad espandersi, i trafficanti hanno iniziato a pubblicare post di “ricerca personale” per ampliare la loro rete sulla zona di lavoro. I requisiti richiesti per i candidati erano molto concreti: competenze linguistiche, esperienza di logistica e software di prenotazione ecc.

 

E’ possibile consultare il report completo a questo link.

L’orologio digitale della povertà nel mondo

Monitorare la povertà nel mondo e prevederne l’evoluzione nel tempo in vista dell’obiettivo 1 dei Sustainable Development Goals che vorrebbe la fine della povertà estrema entro il 2030. E’ questo il World Poverty Clock, orologio digitale sulla povertà nel mondo,  proposto e creato dal World Data Lab di Vienna e le sue reti di collaboratori in tutto il mondo. 

Erica Rossi

Fondato dal Ministero Federale per la cooperazione e lo sviluppo della Germania, il World Poverty Clock è un tool posto su una piattaforma online e mostra i numeri delle persone che vivono in estrema povertà in tutto il mondo, monitorando i progressi e le possibili sfide per eliminare la povertà nel mondo. Ogni secondo, qualcuno riesce ad uscirne, qualcun altro invece cade in povertà.

La finalità principale del tool è di raggiungere l’obiettivo 1 dei sustainable development goals (SDGs), con scadenza nel 2030. L’obiettivo 1 prevede entro tale data la fine dell’estrema povertà in ogni sua forma ovunque nel mondo.

Spostando il cursore sulla linea del tempo posta sotto l’orologio, ci si proietta avanti nel tempo con la possibilità di vedere quante persone, per esempio, nel 2020 si troveranno ancora sotto la soglia di povertà. Questa visione temporale serve per avere un’idea immediata su quanto potrà essere verosimile il raggiungimento dell’obiettivo 1.

Il World Poverty Clock usa dati pubblicamente disponibili sui risultati della distribuzione del reddito nel mondo, della produzione e del consumo, messi a disposizione da diverse organizzazioni internazionali come Nazione Unite, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario internazionale.

Queste organizzazioni ricevono da parte dei governi di ciascun paese dei dati da rielaborare. Nel caso in cui alcuni governi non riescano a fornire una quantità esatta e precisa di dati, vengono usati dei modelli di stima della povertà in questi paesi. Finora, i dati utilizzati dall’orologio digitale della povertà coprono il 99.7% della popolazione mondiale.

Per 22 paesi nel mondo non esistono o non sono disponibili dati sul reddito. Dall’ Afghanistan agli Emirati Arabi, da Antigua a Cuba, da Myanmar alla Repubblica democratica di Corea e molti altri. In questo caso vengono utilizzati valori di misura che risalgono da un modello di regressione in grado di collegare tassi di povertà e PIL pro capite. Anche se non si tratta di un modello ottimale per fare stime sulla povertà, è un modo accettabile per non escludere il paese dalla stima complessiva di questo progetto nell’attesa di dati più precisi.

Attualmente, date le condizioni del paese, la Siria è l’unico paese per il quale non si è in grado di produrre delle stime. 

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Fonte: http://worldpoverty.io

Viene dimostrato anche come il reddito individuale possa cambiare nel tempo grazie a delle previsioni di crescita del FMI a medio termine, completate da previsioni a lungo termine “shared socio-economic pathways” sviluppate dal Institute of International Applied Systems Analysis nei pressi di Vienna, e analisi simili sviluppate dall’OECD.

Usando questi modelli, possiamo valutare la velocità della riduzione della povertà in ogni paese e regione e compararla con la velocità media necessaria per eliminare la povertà nel 2030. Il confronto permette di classificare i paesi del mondo i 4 categorie:  No Extreme Poverty, Sulla buona strada, Fuori strada, Povertà in aumento.

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Fonte: http://worldpoverty.io

 

Il mondo sta progredendo rapidamente verso la fine della povertà. Si stima infatti che per la fine del 2017 28 milioni di persone potranno uscire dallo stato di povertà. Questo è sintomo di un buon risultato, ma anche di preoccupazione. L’attuale tasso di riduzione della povertà è ancora del 35% sotto l’obiettivo di 1,5 persone al secondo, statistica necessaria per porre fine alla povertà entro il 2030. Questo potrebbe risultare problematico in paesi con un gran numero di popolazione, specialmente in Asia.

La sfida è grande. La povertà crescerà in circa 27 paesi del mondo (19 in Africa, 4 nelle Americhe, 3 in Asia e 1 in Oceania). Questo significa che il numero di persone sotto la soglia di povertà aumenterà da 287 milioni a 345 milioni nel 2030. In altri 35 paesi la povertà è in declino, ma non abbastanza velocemente. La velocità della riduzione della povertà dovrebbe essere triplicata. Nei paesi rimanenti, la povertà è già stata sradicata o è in procinto di esserlo.

 

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Fonte: https: www.brookings.edu

photo credit: AJC1 My Grandfather’s Clock via photopin (license)

I donatori 3.0 e la presenza online delle Onp

L’83% delle persone che navigano online ha fatto almeno una donazione nel 2016 e la presenza online delle Organizzazioni non profit  (Onp) si consolida. Sono i risultati della terza edizione di Donare 3.0, una ricerca realizzata da Duepuntozero Doxa per PayPal Italia e Rete del Dono.

di Erica Rossi

E’ stata condotta una ricerca da Duepuntozero Doxa, in collaborazione con Rete del Dono e Pay Pal con l’obiettivo di verificare quanto il fenomeno delle donazioni online sia diffuso tra la popolazione italiana che naviga su internet. Il campione analizzato era composto da 1000 individui, donatori 3.0, di età compresa tra i 18 e i 64 anni.

Tra i risultati di Donare 3.0 emerge che l’83% delle persone che navigano online ha fatto almeno una donazione. Anche i dati riguardanti la raccolta fondi online sulle piattaforme di crowdfunding sono buoni: il numero di persone che ha donato a progetti di crowdfunding si stabilizza al 15%, dimostrando che si tratta di un mercato che si sta consolidando.

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Nel 2016 tra le tipologie di organizzazioni alle quale gli italiani donano di più, spiccano quelle che si occupano di salute e di ricerca (65% rispetto al 60% del 2015) seguite da quelle che lavorano nell’ambito dell’assistenza sociale (36%, che si mantiene stabile). Di seguito poi sostegno e servizio per disabili (31% – 29%), tutela dell’ambiente e degli animali (28% – 26%) ed arte e cultura (19% – 12%). Vi sono poi le organizzazioni che si occupano di cooperazione allo sviluppo (15% – 16%)  i temi della promozione dello sport (8% – 7%).

In media, un italiano dona ad almeno 3 organizzazioni: il 64% del campione in analisi dona a 2-5 organizzazioni, il 28% ad una organizzazione soltanto e il 7% a più di 5 organizzazioni. Una donazione media è di 90€, anche se la maggioranza (63%) non supera i 50€.

Sono state analizzate le 30 associazioni più conosciute ed influenti in Italia per verificare la loro presenza sul web e il rapporto con i donatori online. E’ emerso che rispetto al 2016 la presenza online non è aumentata, ma piuttosto si è consolidata.

 

 

Dal 2016 al 2017 le organizzazioni non profit hanno migliorato la loro presenza mobile aumentando l’utilizzo o la creazione di app dal 33% al 37%. Sui social network invece, rimane invariata la presenza su Facebook. Aumenta twitter, con una crescita di account del 3%. Migliora anche YouTube, passando da una presenza del 90% ad una del 97%. Infine, il dato più positivo arriva da Instagram: le organizzazioni presenti su questo social sono cresciute dal 33% al 67%.

Sul tema dei pagamenti per effettuare una donazione, su un campione di 200 persone rispetto alle diverse opportunità presentate (bollettino postale, denaro in contanti, bonifico bancario, SMS solidale o carta di credito e paypal), la maggioranza ha optato e opterà in futuro per un pagamento online attraverso carta di credito: l’utilizzo della carta di credito sul web aumenta infatti dall’80% al 90%, mentre l’utilizzo di Pay Pal passa dal 73% al 77%

 

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Uno spazio della ricerca è stato riservato alla cause della “mancata donazione”. La maggioranza degli intervistati ha risposto che uno dei motivi principali per cui le persone non donano è l’assenza di fiducia verso le organizzazioni non profit, generata dall’assenza di trasparenza sull’utilizzo delle donazioni ricevute. L’importanza del tema della trasparenza sui fondi raccolti quindi emerge come elemento fondamentale per i donatori.

Il 63% degli intervistati ha dichiarato che non donano se non possono verificare la destinazione dei fondi raccolti. Per il 34% invece, preferisce donare agli enti che puntualmente informano i propri donatori sulla destinazione delle donazioni che ricevono. E tuttavia c’è anche un 3% dei donatori che non trova strettamente necessario sapere la destinazione dei fondi raccolti, poiché si fida ciecamente delle organizzazioni a cui dona.

Di seguito, il link per consultare e scaricare gratuitamente i risultati di Donare 3.0 .

ICT for Social Good: 233 progetti innovativi da tutto il mondo

Provengono da 57 diversi Paesi del mondo i 233 innovatori locali che hanno risposto all’appello di “ICT for Social Good“, il premio creato da Ong2.0 – nell’ambito del programma Innovazione per lo Sviluppo sostenuto da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e con la collaborazione di Fondazione Mission Bambini – per intercettare, conoscere, raccontare e sostenere i progetti e le esperienze di innovazione locale nei Paesi a basso reddito.

di Viviana Brun

 

Da chi ha sviluppato una app per l’educazione in lingua locale, per facilitare l’apprendimento dei bambini e diffondere la cultura e la storia tradizionale africana, a chi informa e fa prevenzione in ambito sanitario via SMS, passando per chi usa gli smartphone per connettere gli agricoltori e scambiare informazioni sull’andamento del mercato e i metodi di coltivazione, fino a chi installa hot-spot nei villaggi e nelle zone rurali per permettere alle persone di accedere alla informazioni via Internet, ove possibile, o attraverso contenuti precaricati. Ma c’è anche chi sfrutta il potenziale delle ICT per gestire l’approvvigionamento dei medicinali nei centri sanitari e chi usa YouTube per sensibilizzare i giovani sui rischi e le modalità della tratta internazionale.

Si è concluso il 30 aprile il periodo di raccolta delle candidature del premio ICT for Social Good e la risposta a questo primo bando è stata sorprendente. In poco più di un mese abbiamo ricevuto 233 progetti da 57 Paesi del mondo e, già da un primo sguardo, si percepisce la ricchezza delle iniziative presentate e il grande livello di competenza e di creatività dei candidati al premio.

La mappa degli innovatori locali

Per rendere più facile l’esplorazione delle candidature ricevute, abbiamo raccolto in una mappa tutti gli innovatori locali in lizza per il premio. Espandendo e riducendo la mappa è possibile esplorarne le aree di provenienza, mentre cliccando su ogni waypoint si ha accesso ad alcune informazioni di base sui progetti. La mappa è pensata per ospitare nel tempo informazioni via via più dettagliate.

Storie di innovazione sociale

Le candidature al Premio, nella loro totalità, disegnano una splendida galassia di storie d’innovazione sociale. Idee innovative, create dal basso e in grado di portare cambiamento e benefici a livello locale. Queste storie di vita e d’innovazione rappresentano un materiale prezioso per fare cultura” nel mondo della cooperazione internazionale, aprendo la strada a un nuovo approccio allo sviluppo locale, in grado di sfruttare gli strumenti tecnologici del presente e valorizzare i talenti e le professionalità di chi, ovunque nel mondo, si impegna e lavora per costruire una società migliore, anche grazie alla tecnologia.

Nei prossimi mesi, ascolteremo dalla viva voce dei protagonisti le loro storie, approfondiremo lo studio dei loro progetti, ne selezioneremo alcuni e li racconteremo in una sezione ad hoc sul sito di Ong2.0.

Le prossime fasi del Premio

È in corso la prima fase di selezione delle candidature. Una giuria di esperti, selezionati tra gli attori coinvolti nel programma Innovazione per lo Sviluppo, è già al lavoro per verificare che le candidature siano elegibili e coerenti con il regolamento del Premio. I candidati ritenuti formalmente validi saranno invitati a fornire la documentazione completa e la lettera di referenza di un ente internazionale, che attesti la reale messa in opera del progetto. Il Comitato Scientifico del Premio si occuperà quindi di svolgere la valutazione finale.

Il Comitato Scientifico è composto da Guglielmo Gori di SocialFare (Torino) – il primo centro per l’Innovazione Sociale in Italia – Martin Burt, Fondatore e Direttore generale di Fundacion Paraguaya – ONG paraguaiana che si occupa di microfinanza e imprenditoria – Ottavio CrivaroAmministratore delegato di Moxoff spa – spinoff del Politecnico di Milano specializzata in modellistica ed algoritmistica matematica, ha sviluppato anche innovativi tool per il mondo del noprofit Mario Molteni, Senior Fellow di Ashoka per E4IMPACT  – Fondazione che offre master in Business Administration in 5 paesi africani – Giulio Quaggiotto, consulente per l’innovazione dell’Ufficio del primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti e associato di Nesta – rinomata fondazione inglese sull’innovazione.

Oltre a ricevere un premio in denaro, i vincitori saranno invitati in Italia in occasione dell’evento finale del programma Innovazione per lo Sviluppo, previsto per il prossimo autunno. In quell’occasione avranno la possibilità di incontrare e confrontarsi con realtà imprenditoriali e centri di ricerca italiani, potenzialmente interessati a sostenere o sviluppare ulteriormente i progetti vincitori.

 
Il premio “ICT for Social Good” è organizzato da Ong 2.0, CISV, Fondazione Mission Bambini, Opes Impact Fund, con il sostegno strategico e finanziario di Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e la collaborazione di SocialFare, E4Impact, Nexa Center, MoxOff, Calandria. Media partner: Agenzia Dire.

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I 7 ingredienti di un buon fundraising

Dà gambe alla mission delle organizzazioni non profit (ONP), permettendo loro di andare lontano e di raggiungere gli obiettivi: è il fundraising. Una professione in pieno sviluppo che richiede una grande formazione per restare al passo con le nuove strategie e gli strumenti più innovativi per innescare e mantenere attivo il dialogo con i sostenitori. Abbiamo riassunto alcuni degli ingredienti fondamentali per preparare un piano di raccolta fondi efficace, illustrati da Federica Maltese durante il corso base Fundraising per il non profit.

 

La ricetta per una buona strategia di raccolta fondi prevede sette ingredienti principali:

 

1.Avere un’identità chiara in testa.

Il fundraising è l’insieme delle attività di una organizzazione non profit finalizzate al reperimento delle risorse necessarie a raggiungere gli scopi statutari; tali risorse non vanno concepite solamente in termini monetari, ma possono essere denaro, tempo, beni e servizi, relazioni e know how“. Avendo chiara la definizione di fundraising, è possibile pianificare un’attività di raccolta fondi solida ed efficace seguendo passo passo il ciclo del fundraising: definizione degli obiettivi, analisi interna ed esterna, progettazione, messa in opera, valutazione degli esiti, revisione del ciclo.

 

2. Individuare e curare i contatti.  

Devo entrare in relazione, sì ma con chi? Tutta l’attività di pianificazione deve essere strutturata partendo dalla consapevolezza di chi sono le persone a cui l’ONP si rivolge. Una fase fondamentale è quindi l’individuazione dei contatti. E’ necessario avere un numero di telefono, una mail, un indirizzo affinché le persone siano contatti reali e non semplici conoscenti. Collegamento, Interesse e Abilità sono i tre parametri più importanti che permettono all’ONP di individuare il suo donatore ideale. Il donatore ideale non è quindi solamente una persona che può partecipare economicamente alla causa dell’ONP, ma anche chi può offrire relazioni e conoscenze nuove e chi, condividendo un forte interesse per la causa, sarà felice di aiutare attivamente l’Organizzazione. Qui trovi un database di idee e campagne di fundraising, da cui prendere spunto per capire cosa fare e cosa evitare: SOFII.

 

3. A ognuno lo strumento più adatto.

Chiamare? Scrivere una lettera? Una mail? Inviare un piccione viaggiatore? Un ingrediente che non può mancare in un buon piano di fundraising è la piramide dei donatori, uno strumento fondamentale per capire il target dell’organizzazione e scegliere il modo più adatto per relazionarsi con i diversi donatori. In cima alla piramide si posizionano i grandi donatori, a scendere si trovano i soci e i donatori più fedeli, i donatori occasionali, chi viene coinvolto e partecipa a un singolo evento, fino ad arrivare al pubblico generico. A queste figure corrispondono diversi tipi di donazione (lasciti ed eredità, grandi donazioni, donazioni occasionali, quota di partecipazione ad un evento, quota associativa, ecc.). Per ciascuno di loro quindi è importante individuare la modalità più adatta mantenere viva e curare la relazione. Incontri personali, mail personalizzate, eventi riservati, mail speciali, newsletter, campagne di tesseramento, banchetti… sono solo alcuni esempi.
Un buon consiglio da tenere sempre a mente: “Ricordatevi che il fundraising è sempre uno scambio tra PERSONE, non solo donatori” (Federica Maltese).

 

4. Caro amico, ti scrivo…

Il Direct Mailing è uno strumento fondamentale per le organizzazioni per mantenere calde le relazioni con i propri donatori. Se qualcuno segue le attività dell’ONP e le sostiene, deve essere aggiornato sui suoi progetti e sul suo lavoro. Le lettere sono un’ottimo strumento per farlo: permettono infatti di pianificare la comunicazione e possono essere utilizzate con tutti i tipi di donatori. Mail e lettere permettono di acquisire contatti, fidelizzare chi l’organizzazione la conosce già, aumentare le quote di alcune donazioni dei più fedeli e recuperare i contatti “dormienti”. Può sembrare un metodo semplice per rimanere in contatto con le persone, ma è molto più complesso di quello che sembra. Le variabili da tenere in considerazione scrivendo una lettera sono moltissime: destinatari, timing, offerta o proposta, il testo (lunghezza, carattere, formato, tono, ecc.), la presentazione della busta…
Per sbirciare qualche lettera, puoi consultare mailing.fundraising.it, il più grande archivio italiano di mailing.

 

5. Caro amico, ti invito…

Gli eventi sono una delle forme più efficaci di fundraising, ma richiede una grande cura e particolare attenzione. E’ fondamentale pianificare fin dall’inizio i costi, le risorse e gli obiettivi economici, per arrivare al giorno dell’evento preparati e organizzati, e soprattutto per raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati, in termini economici e di visibilità. Bisogna quindi partire da un’analisi approfondita di che tipo di evento si vuole organizzare, degli obiettivi che si desidera raggiungere, del target a cui ci si rivolge, degli eventi precedenti, delle risorse a disposizione, del contesto ambientale, degli strumenti di comunicazione che si possono e vogliono utilizzare.
Ecco alcune idee:

  • Aste/Aperitivi
  • Banchetti di piazza
  • Caccia al tesoro/ Cene
  • Degustazioni
  • Esibizioni live
  • Feste in maschera
  • Gare/ Gite
  • Lotterie
  • Maratone/ Mercatini
  • Partite/ Pizzate
  • Quiz a premi
  • Rasatura/ Regate
  • Spettacoli/ Serate
  • Tornei
  • Viaggi Solidali

 

6. Presenza online.

Alcuni dei tuoi donatori probabilmente preferiscono consultare il tuo sito web, seguire gli aggiornamenti via Facebook, Twitter, Instagram… Per un’organizzazione non profit è fondamentale avere una presenza online, come sostiene federica Maltese “è un biglietto da visita, una forma di verifica, un modo per coinvolgere e rafforzare la vostra community“. Sito web, newsletter, social media, da Facebook a Twitter, da Instagram a Google+, da Pinterest a Linkedin… i canali per essere visibili sul web sono davvero infiniti. La tua organizzazione deve selezionare quelli migliori per veicolare la propria immagine, identità e i propri valori, scegliere quelli più utilizzati dal tuo target, per essere lì dove si trovano i tuoi donatori oresenti e futuri. La cura della comunicazione online nell’era digitale è un elemento imprescindibile per essere presenti e rintracciabili, per mantenere i contatti e le relazioni.
Per alcuni esempi puoi consultare  www.enpaelba.org e la pagina Facebook Le sfigatte.

 

7. Cercaci su Google. Ci trovi sicuramente!

Vivendo nell’era digitale, non poteva che svilupparsi anche il digital fundraising. Anche alle ONP oggi viene richiesto di muoversi sapientemente sul web, strutturando una precisa presenza digitale. Marco Bellante nel corso di una lezione dedicata a questi temi ha presentato due strumenti particolarmente utili: Google AdWords e Google AdGrants. “AdWords e AdGrants sono delle grandi aste online in cui si comprano click”. Ma questo non  basta per essere visibili. E’ necessario studiare bene le parole chiave da utilizzare per veicolare il maggior numero di utenti/click verso il proprio sito.
Prima di accedere ad AdWords e AdGrant, iscrivi la tua ONP a Google per il non profit.

 

 

 

Questo articolo è stato tratto liberamente dalle lezioni realizzate da Federica Maltese all’interno del corso base “Fundraising per il non profit” per Ong2.0.

Lotta alle bufale, i grandi del Web si fanno avanti.

Nell’ultimo periodo si è molto parlato di fakenews e post-truth reality, ma a cosa ci si riferisce realmente quando si parla di questi fenomeni e, soprattutto, come vanno affrontati?

di Camilla Fogli

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Theory of Change: come generare e valutare il cambiamento

Mercoledì 19 Aprile più di 400 partecipanti (in diretta e in differita) hanno approfondito la Teoria del Cambiamento (ToC) durante il secondo webinar gratuito del percorso “Lavorare nella Cooperazione Internazionale“. In questa occasione, Christian Elevati, Senior Consultant in gestione e valutazione dell’impatto sociale che lavora da molti anni per realtà del Terzo Settore, è partito da un punto fermo: si lavora nella cooperazione, nel sociale, perché si crede nel cambiamento. A questo proposito però, occorre domandarsi a quale cambiamento ci si riferisce e come questo debba essere monitorato e valutato. 

di Erica Rossi

 

La ToC è una metodologia specifica applicata nell’ambito del sociale per pianificare e valutare dei progetti che promuovano il cambiamento sociale attraverso la partecipazione e il coinvolgimento. Si definiscono dunque obiettivi a lungo termine e a ritroso si ricostruiscono logicamente i legami causali per arrivare a quegli obiettivi. Così facendo, è possibile stabilire degli obiettivi intermedi e delle fasi che potranno e dovranno essere verificabili costantemente.

Secondo Christian una delle definizione più precise della Teoria del cambiamento è la seguente:

La Theory of Change è un processo rigoroso e partecipativo nel quale differenti gruppi e portatori di interesse nel corso di una pianificazione articolano i loro obiettivi di lungo termine [impact] e identificano le condizioni che essi reputano debbano dispiegarsi affinché tali obiettivi siano raggiunti. Tali condizioni schematizzate negli outcomes che si vogliono ottenere e sono organizzate graficamente in una struttura causale.

Dana H. Taplin, Heléne Clark, “Theory of Change basics”

Il webinar è poi proseguito ponendo l’attenzione su una domanda chiave: “C’é veramente bisogno della teoria del cambiamento?”. Secondo Elevati la prima risposta è “Si, vale la pena farci i conti presto”. Uno dei motivi principali è che ci troviamo in piena crisi strutturale, culturale, politica e di risorse. Non si può più non rendere conto di come usiamo le poche risorse a disposizione e quanto siamo, come soggetti o organizzazioni, efficaci ad usarle.

Nel contesto in cui viviamo i cambiamenti sono rapidi e la complessità è grande: è necessario dimostrare di poter creare cambiamento, analizzandolo, monitorandolo e rendendo conto di tutti i fattori che portano alla sua riuscita. 

 

 

Andando nello specifico, si potrebbe strutturare in questo modo la composizione di una ToC che deve includere sempre:

  • Una esplicitazione chiara delle ragioni alla base dei cambiamenti reali e duraturi in una specifica area tematica e delle relative preconditions (fattori al di fuori del controllo del management che possono influenzare il legame causale delle ToC).
  • L’articolazione di un percorso che porta a tali cambiamenti attraverso lo sviluppo di strutture e di competenze organizzative specifici e programmi/progetti.
  • Un sistema di impact management & evaluation in grado di implementare quel percorso e di testare i presupposti, le risorse e gli strumenti messi in campo.

Quando affrontiamo la ToC in un programma o progetto, l’esplicitazione delle assumptions è cruciale. Le assumptions riguardano il modo in cui crediamo che le cose possano cambiare e dipendono da ideologie, valori, preconcetti, stereotipi o visioni del mondo. Si tratta quindi di idee che spesso assumiamo in modo implicito, come soggetti singoli o come organizzazione, e che più sono inconsapevoli più sono pericolose poiché “agiscono senza che ce ne rendiamo conto, guidando di fatto le nostre scelte”. 

A questo proposito il docente sottolinea che “l’obiettivo del processo della ToC è quello di farle emergere, di discueterle, di testarle e allo stesso tempo di generarne di nuove maggiormente basate su un’evidence reale e condivisa”. Questo permetterà di chiarirle in  modo rigoroso, lasciare spazio a dubbi interpretativi o idee abitudinarie.

Dopo una prima analisi, possiamo affermare che la ToC è uno strumento fondamentale per rispondere alle seguenti domande:

  • Che cosa è cambiato (o no) a livello di outcomes e perché?
  • Quanto questi risultati sono sostenibili nel tempo?
  • Qual’é l’impact che questi risultati hanno prodotto?
  • Qual’é stato il contributo del programma/intervento/progetto a questi outcome rispetto ad altre cause o influenze?
  • Quali sono le implicazioni per le politiche e per le strategie (locali, nazionali, internazionali)?

E’ stato utile, nel corso di questa analisi, approfondire gli elementi che qualificano il raggiungimento effettivo dei risultati. Christian Elevati ci ha proposto i 4 livelli principali (non gli unici) da cui partire per effettuare una valutazione preliminare:

  • Cosa sarebbe avvenuto allo stesso campione di popolazione senza il nostro intervento?
  • Quanta parte del risultato raggiunto (outcome) è attribuibile esclusivamente al nostro intervento?
  • Vi sono stati effetti negativi su altre organizzazioni o in altri territori/comunità collegati al nostro intervento?
  • Come cambia l’outcome generato nel corso del tempo?

Oltre ad effettuare un’analisi di questo approccio, il docente ha presentato rapidamente diverse metodologie e strumenti utili per la valutazione dell’impatto di un intervento nell’ambito della cooperazione internazionale.

E possibile visionare qui le slide dell’intervento:

 

Avvicinandoci alla conclusione del webinar si è riflettuto sull’inversione di prospettiva che che questa teoria richiede rispetto all’approccio tradizionale. Infatti, invece di chiederci quali azioni occorra mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi, dovremmo domandarci quale cambiamento di medio/lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi e quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo.

Conclude Christian Elevati: “Di quale cambiamento stiamo parlando? Non è possibile darsi una risposta ma, come abbiamo visto, si possono fissare dei punti di partenza chiari e definiti”.

Il racconto del webinar attraverso i tweet

Photo Credits: Pixabay

Un BarCamp per gli ICT4D champions della cooperazione

Si è conclusa il 10 aprile la seconda edizione del corso di alta formazione dedicato alle ICT4D – ICT Innovations for Development – organizzato da Ong 2.0 nel quadro del programma Innovazione per lo sviluppo. Oltre 6 mesi di lavoro, otto moduli, 28 sessioni  tenute da docenti di fama internazionale dei più diversi paesi del mondo e decine di esercitazioni pratiche, per culminare, lunedì scorso, con l’evento finale, un BarCamp pubblico, durante il quale tutti i partecipanti – divisi in sei squadre – hanno avuto l’opportunità di presentare i loro progetti e vincere una somma di 2.000 euro per il sostegno all’iniziativa.

L’evento chiude un percorso mirato non solo a fornire una formazione sia teorica che pratica nel campo delle ICT per lo sviluppo, ma anche a potenziare il pensiero critico dei partecipanti nei confronti delle iniziative, metodi e strumenti già esistenti nel settore.

Vedere il lavoro fatto negli ultimi 6 mesi mi ha dato il coraggio di pensare che un altro mondo sia possibile, o meglio, che un altro tipo di sviluppo sia possibile – una cooperazione che sia focalizzata sulla dimensione particolare e locale dei problemi affrontati, ma che al tempo stesso sia anche trasmessa a livello globale.

Così sostiene emozionato Ron Salaj, coordinatore di tutto il  percorso ICT Innovation for Development, e aggiunge “ il corso ha  soprattutto cercato di fornire le ultime tendenze sui vari strumenti legati all’utilizzo ICT, con particolare attenzione alle competenze pratiche e agli esempi sul campo, senza però tralasciare anche la parte teorica e quindi le diverse metodologie, strutture e conoscenze del caso. In alcuni casi è stato possibile mostrare ai partecipanti le competenze specifiche dei relatori che, arrivando da contesti e formazioni differenti, hanno collaborato ad espandere e rafforzare “cassetta degli attrezzi”  dei partecipanti su una grande varietà di settori: innovazione sociale, tech4dev raccolta dei dati, la mappatura in contesti di emergenza, diritti umani e democrazia, salute, istruzione, uguaglianza e ‘inclusione finanziaria, agricoltura”.

Secondo Ron

Date le circostanze di crisi globali e quotidiane che stiamo vivendo, la parola d’ordine del settore dovrebbe essere coraggio

E i partecipanti al corso ICT Innovation for development sono stati davvero coraggiosi. Dopo il lungo lavoro di formazione il mese di Marzo è stato interamente dedicato ai progetti finali;  i 23 partecipanti – selezionati tra le oltre 480 candidature arrivate da tutto il mondo – hanno lavorato intensamente divisi in sei team su altrettanti progetti reali, proposti loro da sei ONG italiane che operano in diversi contesti del mondo, con l’obiettivo di sviluppare delle soluzioni ICT-oriented per i problemi segnalati.

Durante l’evento, ogni squadra ha presentato l’entusiasmante lavoro sviluppato. A valutare tutti i progetti e selezionare il migliore tra essi – quello che si è meritato il primo posto e il finanziamento – una giuria composta Cristina Toscano (Fondazione Cariplo), Ilaria Caramia (Compagnia di San Paolo), Josh Harvey (CARE) e Gianluca Lazzolino (Postdoctoral Fellow presso l’Università di Oxford).

Se vuoi rileggere il racconto dell’evento attraverso i tweet
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Ha ottenuto la vittoria il progetto intitolato: Increased resilience capacity of small-scale producers of rice, vegetables and yams in Haute Guinée” realizzato da un team di quattro partecipanti a partire da un progetto reale presentato dall’ong CISV e illustrato al BarCamp da Alice Mantoani. “Sono così felice” sostiene Alice a seguito della vittoria e spiega come tutti i membri abbiano collaborato attivamente al progetto, dividendo il loro tempo tra momenti di condivisione con il resto della squadra – ovviamente tramite Skype, essendo sparsi per tutto il mondo – e momenti di lavoro individuale, durante i quali ognuno si è concentrato sui propri compiti specifici.

Obiettivo del progetto: individuare degli strumenti ICT per aiutare un network di piccole cooperative agricole in Guinea a gestire il flusso di merci in entrata e in uscita e migliorare la comunicazione tra loro.

Qui il pitch del progetto presentato al BarCamp

Alice dice anche di essere molto soddisfatta del corso: “Oltre alla qualità dell’insegnamento e alla validità dei relatori internazionali quello che mi ha coinvolta di più è stato il marcato aspetto pratico del corso. Il fare è stato messo al primo posto fin da subito: prima tramite le dimostrazioni pratiche dei docenti, e poi, ovviamente, durante il periodo dedicato al lavoro in team. Non a caso, infatti, i progetti di partenza su cui hanno dovuto lavorare le squadre sono progetti reali, proposti ai partecipanti da diverse Ong”. Anche la modalità online ha funzionato molto bene a parer suo,  “anche grazie ai frequenti momenti di condivisione tra i partecipanti e i docenti, sia durante che dopo le lezioni”. Uno degli aspetti più apprezzati da Alice è poi stata l’eterogeneità della classe. Grazie alla modalità di corso online, infatti, è stato possibile mettere insieme un gruppo  di veri professionisti, composto da profili con una grande varietà di esperienze e background e provenienti da ambienti e lavoro anche molto diversi tra loro, facenti però tutti parte del vasto campo della cooperazione allo sviluppo.

 

Il corso ICT Innovation for Development è stato organizzato da Ong 2.0, in seno al progetto “Innovazione per lo Sviluppo” sostenuto da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Opes Impact Fund, Fondazione Acra, We Make, Ouagalab, Fablab To, Fondazione ISI, Fondazione Politecnico di Milano, Centro Nexa, Università di Torino e Politecnico di Torino.

 

L’educazione alla cittadinanza mondiale diventa digitale

In un mondo digitale anche l’educazione diventa protagonista dell’innovazione, e vive così un periodo di profondo cambiamento e rinnovamento.

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile indica la necessità di “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Dal quarto obiettivo dell’agenda emerge il bisogno che anche le scuole e tutti gli ambienti educativi si impegnino per trasformare l’educazione in senso sempre più sostenibile.
La così detta “Educazione alla cittadinanza mondiale” si muove in questa direzione, avvicinando il mondo scolastico e quello della cooperazione. Queste due realtà collaborano per formare i giovani a una maggiore conoscenza e consapevolezza del mondo e di come possono esserne cittadini attivi e responsabili, lavorando su “valori base quali i diritti umani, la legalità, l’importanza e il rispetto della diversità, il dialogo tra culture, l’interdipendenza reciproca e la necessità di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale“.

Negli ultimi anni l’educazione alla cittadinanza mondiale si è aperta sempre più alle potenzialità offerte dagli strumenti digitali. L’avvento del web sembra aver influito molto sui comportamenti e sulle abitudini di giovani e ragazzi. Smartphone, tablet, computer sono ormai strumenti alla portata di tutti, anche dei più piccoli. Per quetso motivo, sempre più spesso le ong impegnate in progetti di educazione alla cittadinanza mondiale si avvalgono di strumenti digitali per far apprendere e riflettere i ragazzi giocando e divertendosi. Le applicazioni per cellulare e tablet, ad esempio, sono sempre più spesso utilizzate per parlare ai ragazzi di temi importanti e attuali.

Come nel progetto Eathink: eat local, think global, “un progetto cofinanziato dall’Unione Europea che vuole formare e coinvolgere gli insegnanti e gli studenti delle scuole primarie e secondarie per promuovere e rafforzare gli strumenti critici di educazione e formazione per rispondere alle sfide dello sviluppo globale. Il focus del progetto insisterà sulla sovranità e sulla sicurezza alimentare per ragionare sulla sostenibilità e sul consumo critico”.

LA-TORTA-DI-ROBIN-7Tra le numerose attività previste nel progetto, gli educatori di EAThink si sono messi alla prova nell’ideazione di due applicazioni mobili dedicate ai temi dell’alimentazione sostenibili. Le app sono facilmente scaricabili a questo link

“La torta di Robin”un percorso interattivo in cui Robin, il/la protagonista, deve ottenere gli ingredienti per cucinare la torta di mele più buona del mondo: buona per la salute, buona con l’ambiente e rispettosa degli altri. Passando per mercati agricoli, allevamenti e botteghe, Robin imparerà che solo con gli ingredienti più genuini, prodotti in modo equo e solidale potrà sfornare una torta davvero deliziosa .

“EAThink Game” permette a chi gioca  di scoprire e vivere in prima persona il percorso del cibo dalla produzione al consumo. EAThink Game infatti è composto da tre mini-giochi: uno sulla coltivazione, uno sulla vendita e il terzo sull’acquisto, i tre momenti fondamentali della filiera alimentare. Nel primo livello bisogna coltivare in modo naturale e sostenibile, evitando gli OGM e le sostanze dannose. Nel secondo livello il giocatore deve vendere i suoi prodotti, ma solamente a km0, freschi e fair trade. Nell’ultimo livello, quello dell’acquisto, bisogna invece acquistare i prodotti sani e sostenibili, buoni per la tua salute e per il mondo.

Sempre nell’ambito dell’alimentazione è stata sviluppata l’app “Bimbi in cucina”, un gioco per insegnare ai più piccoli le buone abitudini per una corretta alimentazione e uno stile di vita salutare. Tra quiz, ricette e preparazioni digitali, chi gioca deve diventare “mago chef”, imparando trucchi e ricette, scegliendo gli ingredienti più sani e sfidando online altri cuochi virtuali.

Meteoheroes-gransasso-big-32itswrtilsqeesyimsa2oCon lo scopo di sensibilizzare i più piccoli rispetto alla sostenibilità, all’ecologia e all’ambiente nasce il progetto “Meteo Heroes”. Nel videogioco per dispositivi mobile i sei bambini protagonisti scoprono di avere il potere di scatenare i fenomeni atmosferici, e impareranno a farlo per salvare la Terra, minacciata dai cattivi comportamenti ambientali.

 

Un altro strumento interessante rivolto ai più piccoli è “Gro Recycling”: un’applicazione che insegna ai bambini più piccoli l’importanza della raccolta differenziata. recycling900pxIl gioco consiste nel dare da mangiare ogni rifiuto al contenitore giusto, così da poter riutilizzare la spazzatura per produrre dei nuovi oggetti.

painting-with-time-climate-change2Sempre in tema ambientale, ma per ragazzi più grandi, è stata sviluppata “Painting With Time – Climate Change Edition”: l’app vuole mostrare in modo intuitivo, visivamente gli effetti che i cambiamenti climatici avrebbero sul nostro pianeta. Tramite il confronto di due foto dello stesso scenario scattate in due momenti diversi è possibile notare i mutamenti che il panorama ha subito a causa del tempo e dei cambiamenti climatici.

Nell’applicazione sono proposti 17 confronti ma è possibile anche crearne di nuovi grazie alle indicazioni di un tutorial.

 

 

 

 

Photo credit: Gwenaël Piaser