Il Paese più ricco e più povero del pianeta. Al Nobel 2018, Mukwege parla dei minerali per l’high tech

“Mi chiamo Denis Mukwege, vengo da un Paese, il più ricco del pianeta, eppure il suo popolo è tra i più poveri al mondo”. Sono queste le parole che Denis Mukwege, medico congolese e vincitore del premio Nobel per la Pace, ha utilizzato per introdurre il tema dell’estrazione illegale dei minerali per la tecnologia e l’elettronica, durante il discorso di ringraziamento alla cerimonia di premiazione per il Premio Nobel per la Pace 2018.

 

di Viviana Brun

 

Ieri si è tenuta a Oslo la cerimonia di premiazione dei premi Nobel per la Pace 2018 vinti da Nadia Murad, attivista yazida irachena e Denis Mukwege, medico congolese fondatore della Panzi Foundation.

Premiati per il grande impegno nella lotta alla violenza sessuale come arma di guerra, entrambi i vincitori hanno basato il proprio discorso di ringraziamento sulla condizione del proprio popolo e del proprio Paese.

Nadia Murad ha parlato del genocidio del popolo Yazida, delle uccisioni e degli stupri usati come arma di guerra. Nel giorno del settantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ha invitato la comunità internazionale a difendere le minoranze e ha invocato la protezione internazionale per il suo popolo. «Il solo premio al mondo che ci potrà ridare la dignità è la giustizia e il perseguire i criminali. Non c’è riconoscimento che possa compensare la nostra gente perseguitata solo per essere Yazidi».

Il discorso integrale di Nadia Murad è disponibile in varie lingue qui.

Per approfondire la sua storia, è attualmente nelle sale italiane il film Sulle sue spalle, documentario diretto dalla regista Alexandria Bombach, che riporta il racconto di Nadia Murad e della violenza dei miliziani dell’Isis nei confronti della comunità yazida.

L’interveto di Denis Mukwege ha seguito quello di Nadia Murad. Il medico congolese ha parlato per 30 minuti, interrompendosi solo per lasciare spazio agli applausi. È partito dalla sua storia e da quella del suo ospedale a Bukavu per affrontare alcuni dei punti chiave della situazione della Repubblica Democratica del Congo, richiamando la comunità internazionale alle proprie responsabilità verso un Paese che lui definisce “saccheggiato, umiliato, maltrattato” a causa della sua stessa ricchezza.

«L’abbondanza delle nostre risorse naturali, oro, coltan, cobalto e di altri minerali strategici alimenta la guerra, fonte di violenza e di povertà estrema nella Repubblica Democratica del Congo. Amiamo tutti le automobili, i gioielli e i gadget elettronici, io stesso ho uno smartphone. Questi oggetti contengono dei minerali diffusi nel nostro territorio e che spesso vengono estratti in condizioni disumane da bambini e giovani sottoposti a intimidazioni e violenze sessuali. Quando guidate le vostre automobili elettriche, utilizzate il vostro smartphone, guardate ammirati i vostri gioielli, riflettete un istante sul costo umano della fabbricazione di questi oggetti. In quanto consumatori, il minimo che possiamo fare e insistere perché questi prodotti vengano fabbricati nel rispetto della dignità umana. Chiudere gli occhi di fronte ai drammi vuol dire essere complici. Non sono solo gli autori delle violenze a essere responsabili dei loro crimini, ma anche tutti quelli che scelgono di distogliere lo sguardo. Il mio Paese è sistematicamente saccheggiato con la complicità di persone che pretendono di essere i nostri dirigenti, saccheggiato per il loro potere, per le loro ricchezze e la loro gloria, saccheggiato a spese di milioni di uomini, bambini e donne innocenti, abbandonati in una condizione di miseria estrema, mentre i benefici dei nostri minerali finiscono nelle tasche di una oligarchia predatrice. Sono vent’anni che, giorno dopo giorno, all’Ospedale di Panzi io vedo le conseguenze di questa cattiva gestione del mio Paese. Neonati, bambine, ragazze, madri, nonne ma anche uomini e ragazzi violentati in modo crudele, spesso in pubblico, in gruppo, inserendo plastica rovente o oggetti taglienti nei loro genitali… vi risparmio i dettagli. Il popolo congolese viene umiliato, matrattato, massacrato da più di due decenni sotto gli occhi della comunità internazionale. Oggi grazie alle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione nessuno può più dire “io non lo sapevo”. Con questo premio Nobel per la Pace invito il mondo a essere testimone e vi esorto a unirvi a noi per mettere fine a questa sofferenza che fa vergogna alla nostra comune umanità».

(Traduzione dell’intervento di Denis Mukwege dal minuto 8.45 al minuto 12.56.)

Qui è disponibile la trascrizione integrale del discorso di Denis Mukwege in varie lingue.

 

Per approfondire il tema dell’estrazione mineraria nella Repubblica Democratica del Congo

 

Sitografia

 

Minerali Clandestini

Commissione Europea, regolamento sui minerali provenienti da zone di conflitto

Report Focsiv sul nuovo regolamento europeo

Mappa interattiva sulle miniere dell’Est della Repubblica Democratica del Congo

Cobalto, litio & co: l’industria del futuro passa dall’Africa (e dai suoi metalli)

Lunga vita alle cose

Rep. democratica del Congo: così l’industria tech finanzia una guerra per i minerali da 20 anni con la connivenza di tutti noi

Fairphone, lo smartphone etico ‘conflict-free’

Time to Recharge, Amnesty International

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

Photo credits: Pixabay

 

In viaggio verso il 2050, il racconto del #digitaltransformationsostenibile Day

Ieri, 30 ottobre 2018, sarà ricordato da tutti noi di “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” come il #digitaltransformationsostenibile Day, 24 ore di mobilitazione online sui temi dello sviluppo sostenibile e della trasformazione digitale.

Momento clou della giornata: un webinar in diretta a cui si sono iscritte 339 persone e che è stato seguito live da 140 utenti e da 11 scuole e centri giovanili in tutta Italia.

di Viviana Brun

 

Fin dalle prime ore del mattino tutti i partner del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” (20 tra organizzazioni del non profit, aziende informatiche, istituti di ricerca, fab lab e organizzazioni giovanili e della diaspora) si sono mobilitati per diffondere contenuti e spunti di riflessione per invitare tutti ad avere un approccio consapevole e critico nei confronti delle grandi trasformazioni del nostro tempo.

 


Il filo conduttore della giornata è stato il 2050 e il futuro che vogliamo. Ognuno di noi è chiamato a costruirlo a partire dall’oggi, dalle proprie scelte e dalla conoscenza di ciò che sta cambiando, spesso molto più velocemente di quel che pensiamo.

 


Ne abbiamo discusso online, in un webinar dal titolo “Digital Transformation e Sviluppo Sostenibile, come cambierà la nostra vita” insieme a Cristina Pozzi, autrice di “2050. Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo” , co-fondatrice e CEO di Impactscool e a Davide Demichelis, giornalista RAI esperto di tematiche dello sviluppo e della migrazione.

 

 

Il cibo del futuro

 

Tu lo sapevi che già oggi gli scienziati sono in grado di creare in laboratorio proteine animali e veri e propri hamburger a partire da una o più cellule di un animale, senza che questo debba essere ucciso?

Ciò vuol dire che potremmo trovarci presto a consumare la carne di un animale che se ne sta vivo e vegeto davanti a noi. Sembra fantascienza, ma in realtà questo tipo di sperimentazioni nascono da esigenze ben precise.

 

 

Uno dei principali problemi che l’umanità sarà chiamata ad affrontare nel 2050 sarà la scarsità di risorse, in primis l’acqua. L’allevamento contemporaneo richiede l’impiego di grandi quantitativi di acqua, ecco perché gli scienziati sono al lavoro per elaborare forme alternative di produzione del cibo che prevedano un minore impatto sull’ambiente. Non è assolutamente detto che ci ciberemo in questo modo, ma con una popolazione mondiale destinata a sfiorare i 10 miliardi nel 2050 (rispetto agli oltre 7,6 miliardi di oggi) sarà fondamentale trovare nuove vie nella produzione degli alimenti, in grado di sfamare tutti senza distruggere l’ambiente.

 

 

 

 

Di fronte a cambiamenti così radicali, in grado di stravolgere il nostro vivere quotidiano, l’etica e la filosofia saranno grandi protagoniste, per guidarci attraverso i rischi e le potenzialità di un mondo che cambia.

 

 

Robot e intelligenza artificiale

 

Nel corso del webinar è stato dedicato ampio spazio anche ai temi della robotica e dell’intelligenza artificiale che hanno appassionato il pubblico collegato in diretta. Gli utenti hanno reagito incuriositi agli stimoli e alle provocazioni proposte da Cristina Pozzi, inviando moltissime domande.

 

 

 

 

Tutte le risposte a queste e ad altre domande sono contenute nella registrazione del evento che trovi qui di seguito.

 

Guarda il video del webinar

 

 

Scopri di più su “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”

 

#digitaltransformationsostenibile Day è solo l’inizio di uno splendido progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo e da Compagnia di San Paolo. Per un anno intero lavoreremo per comprendere il mondo che verrà, attraverso nuove tecnologie e scelte consapevoli.

Scopri di più su http://digitaltransformationsostenibile.org.

Visita la sezione dedicata ai partner per individuare l’organizzazione più vicina a te.

 

Un ringraziamento speciale a tutte le persone, le scuole e i centri giovanili che hanno seguito il webinar in diretta. In particolare, la classe 3ASV dell’Istituto Giolitti di Torino, la classe 2A dell’ITC Baldessano Roccati di Carmagnola, la classe 2A del Liceo Laura Bassi di Bologna, la classe 4ID dell’ITI Severi di Padova, la classe 2B dell’IIS Ferraris-Brunelleschi di Empoli, la classe 2B del Liceo delle scienze umane Agnesi di Milano, la classe 3 del Corso in Scienze Umane del Liceo Statale “Lombardo Radice” di Catania, la classe 4 CES del Liceo Montanari di Verona, il Punto Giovani di Gorizia.

 

 

Social network addio?

Le tecnologie di rete si sono trasformate in strumenti di dominio?

di Norberto Patrignani

 

Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano. titolava Varieventuali otto anni fa. Era il momento delle cosiddette “primavere arabe” e lanciava un messaggio postpessimista “… Forse per molti governi autoritari che controllano interi paesi con la corruzione, il potere dei media, l’abuso della religione e l’uso della forza di eserciti di mercenari, è arrivato il momento della resa dei conti. Intere popolazioni si ribellano a condizioni di vita inaccettabili e non sopportano più la mancanza di libertà.
L’articolo si concentrava in particolare sul ruolo svolto da Internet: “Le nuove tecnologie, dotando questi giovani di computer tascabili in grado di trasmettere voce, suoni, immagini, video, permettono l’aggregazione dal basso di una moltitudine di persone che in pochi istanti si autoorganizzano formando reti senza un centro che comunicano con tutto il pianeta. Certo, i governi potranno tentare di fermare questi ‘sciami’, ordinando alle compagnie telefoniche di chiudere Internet, ma fino a quando?” e concludeva con un accenno al ruolo positivo della combinazione di energie giovani e tecnologie: “… il lavoro in rete dei giovani di questi paesi ha sicuramente aiutato a preparare il terreno di queste rivolte. Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste, a volte, aiutano.

Cosa è successo?

Negli otto anni che ci separano da Tahir Square sono successe molte cose: le primavere arabe non hanno fatto fiorire società più giuste e i poteri forti hanno imparato molto velocemente a controllare la rete. La possibilità di raccogliere immense quantità di dati personali permette di profilare molto precisamente le persone e di esporle a contenuti “su misura” (microtargeting), di esercitare un controllo così capillare che nemmeno la distopia di Orwell in “1984” riuscì a immaginare. Il microtargeting, unito a sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale operanti 24 ore su 24, crea una bolla virtuale dove le persone rischiano di perdere la dimensione sociale della realtà, esponendole a contenuti sempre più vicini ai propri desideri (e alle proprie vulnerabilità).

Il modello di business stesso alla base delle cosiddette “piattaforme neutrali” richiede di tenere agganciati sempre più consumatori per sempre più tempo. Lo scopo è massimizzare il profitto, vendendo pubblicità a imprese che vogliono a loro volta avere accesso a platee sempre più grandi e “precise” di potenziali clienti. Dal punto di vista degli utenti, l’accesso gratuito a questi servizi in realtà si paga con moneta molto pregiata: i propri dati, il proprio tempo, la propria attenzione e, cosa più delicata, la fiducia.
Gli algoritmi che elaborano i dati dei milardi di persone connesse si calibrano in continuazione diventando sempre più precisi e “avvolgenti”, offrendo contenuti sempre più personalizzati. Più si è connessi, più dati vengono accumulati, più la calibrazione diventa precisa: siamo al machine learning, le tecnologie dell’informazione non incorporano più il valore dell’autonomia (del personal computing, dove memoria e elaborazione erano in mano agli utenti, do you remember Olivetti P101?) ma quello dell’eteronomia del cloud computing (dove memoria e elaborazione sono dall’altra parte della rete).
Per tenere “agganciati” sempre più consumatori per sempre più tempo gli algoritmi sono ormai progettati appositamente per creare dipendenza (addictionbydesign) spingendo le persone verso contenuti sempre più estremi: sommersi da tsunami di bit e flussi ininterrotti di informazione l’attenzione degli umani diventa il “petrolio” del XXI secolo.

I cosiddetti “titani del Web” Alibaba, Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft, Tencent secondo la rivista Forbes, sono diventate le più grandi imprese del pianeta: il capitalismo digitale del XXI secolo si basa sul “petrolio” del XXI secolo.
L’immenso potere centralizzato in questi punti di accumulazione (di dati e denaro) rischia di plasmare in modo incontrollato la società, diventa il “lato oscuro” del digitale. Rischia di rompersi il tessuto sociale, la “social catena” della “Ginestra” di Leopardi (1836) che permette agli umani di sopravvivere e fornisce di senso le loro vite.

Rischiano di scomparire gli elementi di base della democrazia in un “mercato elettorale” dove vince chi ha la macchina marketing più potente: se chi paga è un candidato o un partito durante una campagna elettorale, come nel recente caso della società informatica Cambridge Analytica coinvolta nelle elezioni di Trump negli USA, la sua pubblicità riesce a condizionare in modo capillare l’opinione pubblica, a egemonizzarne il mindshare. Se il tempo, l’attenzione e la fiducia sono il “petrolio” del XXI secolo, il devastante impatto che la filiera del petrolio ha avuto sul pianeta, stavolta si sposta, ora il controllo dell’infosfera rischia di avere un impatto tremendo sulla democrazia.

I miti da sfatare

Per riuscire a guardare in avanti è utile affontare alcuni miti. Uno di questi è il mito della democrazia elettronica, della completa disintermediazione, dove per partecipare basta un click sulla tastiera. Tutto questo rischia di far scomparire totalmente i “corpi intermedi”, i luoghi di incontro anche fisico che, se da una parte potevano rappresentare dei “filtri” di
potere, dall’altra fornivano però anche barriere contro la disinformazione, uno strumento per confrontarsi con i propri simili, per costruirsi un codice di interpretazione della realtà in una comunità reale. Sul Web la democrazia rischia di diventare una sommatoria di tante solitudini. Nelle comunità virtuali ormai molti interventi sono generati da automi programmati.
Altro mito è quello della neutralità delle piattaforme: il loro modello di business di fondo è basato sulla pubblicità, sulla cattura e sul tenere agganciato il maggior numero di “eyeball”; se i punti di intermediazione del passato avevano dei limiti, i “nuovi intermediari” tecnologici vivono alimentando la polarizzazione che rischia di portare al cinismo, all’odio.
Infine il mito della molteplicità delle opinioni in rete: da una parte è vero che la rete fornisce accesso a sterminate quantità di contenuti e di posizioni, dall’altra l’esposizione dei propri argomenti in rete avviene in un teatro particolare, non avviene con il tempo e la calma che permettono di confutare e discutere. La polarizzazione è immediata, come viziata da una specie di “effetto stadio”, le opinioni vengono esposte più per rafforzare i “follower” che per dialogare con i dubbiosi, o con altri che hanno posizioni diverse, finendo come i cori contrapposti allo stadio. L’appartenenza ad uno schieramento diventa più importante del confronto con altre idee. In rete la merce più popolare diventa l’odio, incendiario per definizione.

Che fare

A livello politico, se l’informazione non è più accesso alla conoscenza, ma è diventata merce da vendere, allora anche i modelli di business dei titani del Web dovranno essere messi in discussione e l’unica scala adeguata è quella globale. Forse è arrivato il tempo di definire un Internet Bill of Rights, una costituzione per Internet, come raccomandava Stefano Rodotà: senza regole vince il più forte, anche in rete (Rodotà, 2007).
A livello di imprese, persino i fornitori delle cosiddette “piattaforme neutrali” si stanno rendendo conto delle drammatiche capacità di condizionamento che hanno messo in mano ai poteri forti. Il 9 Aprile 2018, di fronte alla Commissione del Congresso degli Stati Uniti che indaga sulla diffusione di notizie false (fake news), incitamento all’odio (hate speech), vendita di dati personali in aperta violazione delle leggi sulla privacy (data leaks), sul ruolo di potenze straniere che usano la rete con false credenziali (trolls) Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, si scusa: “I am sorry”. Forse in questa ammissione implicita vi è la presa di coscienza dell’errore di fondo che molti tecnologi fanno: il considerare la tecnologia neutra. La tecnologia non è mai neutra, tecnologia e società si plasmano a vicenda (coshaping).
Possono le imprese hightech crescere ancora a prescindere dal contesto, dalle immense disuguaglianze sociali e dai drammatici cambiamenti climatici che incombono sul pianeta?
Tim O’Really uno dei più innovativi imprenditori dell’informatica, nel suo intervento alla conferenza annuale provoca la platea: “… nel 2018 crediamo ancora che sia accettabile per le imprese di massimizzare i loro profitti a prescindere dalle conseguenze sociali, ambientali e umane” (O’Really, 2018).
Al livello dei tecnici, forse è iniziato un risveglio delle coscienze persino in Silicon Valley, come dimostrano le ripetute dimissioni di molti ingegneri informatici che non dicono più “I’m just an engineer” (alimentando la propria illusione di neutralità) ma ammettono le proprie responsabilità come progettisti. Oppure il crescente rifiuto, sulla base di preoccupazioni etiche, di offerte di lavoro provenienti dalle più prestigiose imprese hightech (Hsu, 2018). Significativa la storia di Justin Rosenstein, l’inventore del famoso pollice “like”, che ammette di aver contribuito alla creazione di una distopia di manipolazione totale in un’intervista al Guardian (Lewis, 2017). Nel frattempo tra i computer professional emerge la discussione attorno alla necessità di un codice deontologico: un codeofethics per informatici è stato aggiornato proprio quest’anno (ACM, 2018). Nelle scuole di ingegneria di tutto il mondo emerge l’urgenza di una formazione per le giovani generazioni di tecnologi e di ingegneri che prepari non solo persone esperte e appassionate di innovazione ma persone che siano anche consapevoli dello spaventoso impatto sociale che le tecnologie dell’informazione hanno su tutti noi e sulla democrazia (Singer, 2018).
A livello di società in generale, come tutte le forme di dipendenza, forse è arrivato il momento di educare a ridurre l’uso dei social network: un mese disconnessi raccomanda la Royal Public Health Society nel Regno Unito, preoccupata dall’impatto dell’uso compulsivo della rete sulla salute mentale dei giovani (BBC, 2018). Diventa urgente educare i più giovani all’uso responsabile delle tecnologie in rete. A questo proposito è molto utile il decalogo “Muri mediatici, industria dell’odio, buone pratiche per contrastarli” prodotto da Articolo21 e dalla Rivista San Francesco:

Non scrivere degli altri quello che non vorresti fosse scritto di te, Non temere le rettifiche, Dai voce ai più deboli, Impara a ‘dare i numeri’ (sostenere con argomenti le proprie posizioni), Le parole sono pietre, usale per costruire ponti, Diventa ‘scorta mediatica’ della verità, Non pensare di essere il centro del mondo, Il Web è un bene prezioso Sfruttalo in modo corretto, Connettiti con le persone, Porta il messaggio nelle nuove piazze digitali.” (Articolo21, 2017).

Una buona base per iniziare a definire una “Ecologia per l’Infosfera”.

Concludendo e riprendendo il titolo di Varieventuali di otto anni fa, oggi si potrebbe riscrivere: “Le rivoluzioni le fanno i popoli, non le tecnologie. Però queste bisogna conoscerle, farne un uso saggio e … non sono neutrali!

Riferimenti

    • ACM (2018), ACM Code of Ethics and Professional Conduct, www.acm.org.
    • Articolo21 (2018), Firmato ad Assisi manifesto contro muri mediatici promosso da Articolo 21 e Rivista San Francesco, www.articolo21.org.
    • BBC (2018), Scroll Free September: Social media users urged to log off, 27 July 2018.
    • Hsu J. (2018), Engineers Say “No Thanks” to Silicon Valley Recruiters, Citing Ethical Concerns, IEEE Spectrum, 9 August 2018.
    • Lewis P. (2017), Our minds can be hijacked: the tech insiders who fear a smartphone dystopia, The Guardian, 6 October 2017.
    • O’Reilly T. (2018), Do More, Do Things That Were Previously Impossible! SXSW Conference, 9 March 2018, Reno, Nevada.
    • Rodotà S. (2007), Una Carta dei diritti del web, LaRepubblica, 20 Novembre 2007.
    • Singer N. (2018), Tech’s Ethical ‘Dark Side’: Harvard, Stanford and Others Want to Address It, New York Times, 12 February 2018.

 

Photo credits: Kruegerfotografie

Come sarà la vita nel 2050? Una guida (fu)turistica ce lo spiega

Stamperemo cibi in 3D senza bisogno di uccidere animali, potenzieremo ( o cureremo) le nostre capacità fisiche grazie alle nanotecnologie neuronali, indosseremo vestiti personalizzati e interattivi, mentre robot e intelligenza artificiale svolgeranno la maggioranza dei lavori. Non esisterà più la moneta se non nella forma della criptovaluta, mentre contratti finanziari, proprietà e anagrafe saranno gestiti tramite blockchain.  E se poi vogliamo esagerare, nelle vacanze ci concederemo qualche viaggio spaziale. Sono queste solo alcune delle prospettive, descritte nella Guida (fu)turistica al 2050, un libro immersivo, che permette di capire il futuro vivendolo, realizzata da Cristina Pozzi di Impactscool, che sostiene

“La tecnologia esponenziale e disruptive di oggi avrà un impatto concreto sulla vita quotidiana di tutti noi in tempi brevissimi, fra pochi anni, 4/5 al massimo, non venti. Il futuro non è apocalittico né utopico, dipende da cosa si decide di portare avanti e più persone sono consapevoli di ciò, più è facile che le scelte possano essere condivise”

di Silvia Pochettino 

Un viaggio che parte dal 2017 e proietta il lettore nei possibili sviluppi tecnologici del prossimo futuro, ma ben lungi dall’essere un libro di fantascienza. Il mondo descritto dalla Guida è costruito sulla base di rigorosi studi scientifici e previsioni degli esperti e, in gran parte, su tecnologie già esistenti in fase embrionale o sperimentale.

Il linguaggio semplice e diretto, anche nella trattazione di temi complessi, come la blockchain o l’Intelligenza Artificiale, rende la guida particolarmente adatta per lavorare con ragazzi e studenti, tutti i temi vengono raccontati in modo accessibile, senza risultare superficiali.

E la guida è anche ricca di interrogativi etici. Se da un lato mette in evidenza le potenzialità tecnologiche – molte già attuali – dall’altro ne subordina i possibili sviluppi a scelte etiche e civiche. Che forma di governo vorremo? Quanti dati personali saremo disposti a cedere? Quanto potere vorremo concedere a robot e cyborg?

Una popolazione variegata

Secondo le stime nel 2050 la popolazione mondiale si assesterà intorno ai 10 miliardi di persone, ma non dobbiamo pensare alla popolazione di oggi, con la ridicola distinzione tra bianchi e neri. Il panorama sarà molto più articolato: molti di questi saranno cyborg, ovvero umani potenziati grazie a innesti robotici (arti artificiali, chip neuronali, ecc…) e una certa percentuale anche “mutanti”, nel senso di modificati geneticamente. Inoltre cresceranno in modo esponenziale i robot addetti alle più svariate funzioni, che raggiungeranno nel 2070 un rapporto di 10 a 1 con gli umani.

Altro tema caldo sarà quello dell’alimentazione. La ricerca delle proteine alternative alla carne ha già portato nel 2015 alla creazione del primo hamburger realizzato in laboratorio. Il fenomeno è destinato ad avere un impatto sempre più ampio: «E parallelamente si sviluppa il discorso della pelle artificiale, per realizzare scarpe, borse e altri oggetti senza dover uccidere degli animali».

Agricoltura higt-tech

Scordatevi vanga e zappa. La combinazione d’intelligenza artificiale, robotica, biotecnologie e nanotecnologie, permetterà di replicare le condizioni migliori per lo sviluppo e la crescita di un prodotto alimentare, di monitorarne l’evoluzione, controllarne il gusto, la dimensione, la conservazione e le altre caratteristiche che lo rendono sano e buono. I droni si occuperanno di sorvegliare i campi e di distribuire, in modo mirato, i prodotti necessari a difendere le piante da possibili pericoli di contaminazione; l’intelligenza artificiale monitorerà costantemente lo stato di frutta e verdura e calcolerà quanta acqua, luce e concime sono necessari. I terreni agricoli saranno ottimizzati e controllati dagli algoritmi, che riescono a fare previsioni meteo accurate e programmare ogni ciclo di produzione.

Già oggi le coltivazioni idroponiche sperimentano buona parte di queste soluzioni

Prodotti personalizzati e i negozi esperienziali

Il concetto di proprietà, nel 2050, sarà molto diverso da quello cui siamo abituati nel presente. Un frullatore, un tagliaerba intelligente, le lenzuola del letto, l’automobile e la collana da indossare in una serata romantica, saranno visti più come servizi da noleggiare che prodotti da possedere.

I negozi saranno concepiti come luoghi esperienziali (d’altra parte tutto si può comperare online, perché andare ancora in negozio?) , spazi confortevoli e originali per sperimentare e dove acquistare o noleggiare un prodotto diventa sinonimo d’intrattenimento a trecentosessanta gradi.

Photo: http://ldt.stanford.edu/~jeepark/jeepark+portfolio/cs147hw8jeepark.html

I prodotti in serie non esisteranno più, saranno tutti personalizzati. Chi è in cerca di un paio di scarpe, ad esempio, partendo dalla scansione del proprio piede, potrà scegliere il modello, i colori, l’altezza del tacco e il materiale da utilizzare; per poi stampare le scarpe su misura tramite le stampanti 3D di ultima generazione.
Ma i vestiti saranno anche intelligenti: i tessuti saranno in grado di interagire con il mondo esterno e capaci d’integrare tecnologie touch, come quelle del cellulare.

Potenzialità applicabili a qualunque capo di abbigliamento e a qualunque superficie, ad esempio quelle dei mobili. Anche qui  non parliamo di fantascienza: tutto questo esiste già oggi, e nel 2050 sarà la normalità. Dal 2017, ad esempio, gli scienziati del MIT (Massachusetts Institute of Technology), stanno progettando vestiti in grado di interagire con l’ambiente e cambiare forma in base alla temperatura. E diversi prototipi di smart clothes sono già in commercio. Il merito è di speciali filati, capaci di fare da conduttore, che, mischiati a materiali comuni, come il cotone, la seta o il poliestere, possono essere tessuti dai normali macchinari industriali. Il tutto è collegato a circuiti e a microscopici sensori che interagiscono con il mondo esterno e che, connettendosi ad applicazioni e altri dispositivi, collegano l’utente a servizi e funzioni on-line.

Ospedali digitali

Più che veri e propri ospedali, nel 2050 esisteranno strumentazioni mobili che potranno essere spostate e messe a disposizione dei pazienti, ovunque essi si trovino. Gli ospedali, infatti, avranno subito un processo di digitalizzazione e decentralizzazione, ottenuto sfruttando le innovazioni introdotte dalla telemedicina immersiva, dalla chirurgia virtuale e dalle strumentazioni portatili.

Soprattutto sarà possibile potenziare in modo esponenziale la prevenzione grazie a microchip e biotecnologie. Device portatili permetteranno il monitoraggio dello stato di salute ed esami immediati.  Molti indumenti saranno dotati di minuscoli sensori che monitorano il battito cardiaco, la respirazione e la sudorazione. Anche qui niente di fantascientifico: tutti prototipi esistenti.  E non solo, ad esempio si chiama Wize Mirror il progetto sviluppato ai giorni nostri con fondi europei e coordinato da un’italiana, Sara Colantonio, ricercatrice del Cnr di Pisa, grazie al quale  basta specchiarsi in uno speciale specchio tecnologico per ottenere in tempo reale un’anamnesi e consigli utili per la salute.

Mi piaci? Chiediamolo al software

La maggioranza delle coppie si incontrerà grazie a software sofisticati che con algoritmi sempre più potenti permetteranno di individuare il grado di compatibilità delle persone e prevedere la durata della relazione.

Insomma le tecnologie cambieranno ogni aspetto della nostra vita, ma accanto ai temi più prettamente pratici, non mancano quelli etici e morali correlati. Che la guida tratta ampiamente. Quali limiti porre, come indirizzare al bene comune le potenzialità pressoché sconfinate della tecnologia? Non a caso filosofi e esperti di bioetica sono tra le professioni che la Guida individua  come centrali nel 2050. Ma non c’è da aspettare trent’anni, in fondo già da oggi, con il numero crescente di dispositivi in ascolto, gli scandali di Cambridge Analytica e molti altri, il tema dell’etica è divenuto centrale.

Sostiene l’autrice

“2050: Guida (fu)turistica per viaggiatori nel tempo”  mira a far riflettere il lettore su opportunità e responsabilità che abbiamo nel presente per intraprendere con consapevolezza e spirito critico il viaggio verso il migliore dei futuri possibili.

Prendiamo ad esempio l’Intelligenza Artificiale, o l’editing genetico, che possono cambiare molto la nostra specie nel futuro: i paletti li stiamo mettendo oggi, per cui è fondamentale che molte più persone partecipino alla discussione su come vogliamo che sia il nostro futuro”.

In Kenya, Internet volerà nella stratosfera

Google è in trattativa con gli operatori delle telecomunicazioni in Kenya per consentire l’accesso a Internet anche nelle zone rurali, grazie all’uso di grandi mongolfiere sospese nella stratosfera.

di Viviana Brun

 

Il nome del progetto è Loon, termine che coniuga volo e follia, nato con l’obiettivo di fornire l’accesso a Internet nelle aree rurali del pianeta. Per farlo, Google ha sperimentato l’uso di palloni aerostatici a energia solare posizionati nella stratosfera. Queste enormi mongolfiere, grandi quanto un campo da tennis, sono progettate per restare in volo per circa 3 mesi a un’altezza di circa 20 km sul livello del mare, in uno spazio sicuro al di sopra degli eventi atmosferici e fuori dalle rotte degli aerei.

Non è la prima volta che questo sistema viene utilizzato. In Perù ad esempio, proprio i palloni aerostatici hanno portato la connessione nelle aree montane. In Porto Rico, nel 2007 questa tecnologia ha permesso di ristabilire velocemente l’accesso alla rete Internet dopo l’uragano.

Ogni pallone è in grado di fornire connettività a un’area di 5.000 km quadrati. Per ottenere questo risultato, il progetto Loon collabora con società di telecomunicazioni che condividono uno spazio nello spettro radio, permettendo ai palloni di collegarsi alle proprie reti e di ritrasmettere a terra il segnale.

Grazie a un accordo con Telkom Kenya, il team di Loon si è impegnato a diffondere il segnale Internet, fornito dalla società di telecomunicazioni, in alcune delle regioni più isolate del Kenya, rimaste finore escluse dall’accesso alla rete.

La situazione kenyana e i possibili rischi per l’economia locale

Il Kenya è uno dei Paesi africani in cui il numero di utenti connesso alla rete è più alto. I dati di Wearesocial del 2018 infatti sottolineano come l’86% dei kenyani sia online. La capacità di navigazione però è limitata ad alcunee aree geografiche. A Nairobi e in molte altre zone metropolitane del Paese la connessione a Internet è molto buona, ma cosa accede quando ci si sposta?

In un territorio molto vasto, con ampie zone di savana, è difficile riuscire a realizzare un’infrastruttura in grado di portare la connessione tramite fibra ottica o ripetitori in ogni angolo dello Stato. In questo modo, ampie porzioni di territorio restano inevitabilmente isolate. Il sistema di palloni aerostatici può superare facilmente questi ostacoli fisici. Restano però alcuni dubbi sulle conseguenze a livello enomico e commerciale.

Il possibile accordo tra Google e grandi società di telecomunicazione come Telkom Kenya, e i canali di accesso preferenziale che le grandi aziende internazionali hanno con il governo locale, rischiano di sfavorire lo sviluppo delle imprese kenyane e di rafforzare la dipendenza del Paese dalla tecnologia straniera e dalle sue strategie commerciali.

Come sottolinea Ken Banks, esperto di connettività africana intervistato sul tema dalla BBC,  “Una volta che queste reti sono state installate e la dipendenza (da un operatore) ha raggiunto un livello critico, gli utenti sono in balia dei cambiamenti nella strategia aziendale, nei prezzi, nei termini e nelle condizioni… Questo sarebbe forse meno un problema se ci fosse più di un fornitore – se si potesse semplicemente cambiare rete – ma se Loon e Telkom hanno monopoli in queste aree, questa potrebbe rappresentare una bomba a orologeria“.

Se si vuole aumentare la partecipazione delle persone online, non basta infatti investire sulla tecnologia e su una rete di qualità (4G). Come afferma Nanjira Sambuli, direttrice del settore advocacy per la World Wide Web Foundation, bisogna anche rendere questa reta economicamente accessibile.

Secondo quanto stabilito dalla Commissione per lo sviluppo sostenibile della banda larga dell’ONU durante il World Economic Forum 20181 GB di dati mobili non dovrebbe costare più del 2% del reddito nazionale lordo pro capite mensile. Questo è la condizione che la Commissione ha individuato per riuscire a collegare il 50% del mondo ancora offline. Oggi in Africa, 1 GB di dati costa in media il 18% del reddito mensile.

 

 

 

Photo credits: Pixabay

 

Economia circolare: l’urgenza di una risposta ai problemi globali

Nel 2017 la popolazione mondiale era di circa 7 miliardi ma, secondo i report delle Nazioni Unite, nel 2050 aumenterà fino ad arrivare a oltre 9 miliardi di abitanti che si concentreranno soprattutto nelle città (il 66% della popolazione vivrà nei centri urbani). Questo dato porta con sé importanti criticità: gli agricoltori dovranno produrre il 70% di cibo in più per nutrire tutti e, lo dovranno fare con una risorsa limitata: la terra. L’80% di quella idonea alla coltivazione è già in uso.

di Tommaso Tropeano

A questo problema si deve aggiungere la sfida sempre più importante legata all’inquinamento dell’ambiente e alla gestione dei rifiuti; solo in Europa, secondo la Commissione Europea, si producono 2,5 milioni di tonnellate all’anno di rifiuti (7 kg a persona all’anno) e l’inquinamento minaccia la vita delle persone e del pianeta provocando enormi costi economici, sociali e politici.

Questa breve panoramica dimostra quanto la situazione attuale sia critica e la necessità di trovare una soluzione reale ad un modello economico che ci ha portato fino a questo punto sia urgente. Il modello di produzione lineare (produzione-utilizzo-scarto), infatti, è sempre meno sostenibile e più costoso per le imprese, il pianeta e la popolazione.

Dall’economia lineare a quella circolare

L’economia circolare è una teoria che si inserisce con forza nel dibattito sulle economie verdi e sostenibili. Il modello lineare si basa sulla possibilità di accedere a grandi quantità di risorse ed energia seguendo il paradigma della produzione, dell’utilizzo e dello scarto del prodotto mentre la teoria circolare si immagina una alternativa a questo sistema. Oggi le risorse sono sempre più a rischio perché non sono infinite, il degrado ambientale ha raggiunto livelli che non sono più recuperabili e potrebbe già essere già tardi per una transizione verso un nuovo modello di produzione che ribalti il concetto stesso di prodotto, di business e di società. Partendo proprio dal presupposto che le risorse sono limitate, il paradigma dell’economia circolare si basa su un processo di produzione che disegna il prodotto affinché il suo ciclo di vita sia circolare: produzione, utilizzo, recupero, riutilizzo e cosi via.

Il rifiuto è pensato all’origine come una risorsa e l’economia progettata per auto-rigenerarsi; prendendo ispirazione dalla Natura tende a processi nei quali materia e energia vengono scambiati tra sistemi a ciclo chiuso.

 economia circolare

Esempi concreti?

Aquafil, azienda del Trentino Alto Adige che opera nel mercato del Nylon e sviluppa prodotti innovativi, utilizzando i principi dell’economia circolare, ha creato il Sistema di Rigenerazione Econyl. Il meccanismo permette di sostituire una materia non riciclabile con una materia secondaria che deriva dal riciclo di vari rifiuti come le reti da pesca a fine vita. Negli ultimi anni Econyl Reclaiming Program è diventato una rete strutturata internazionale per raccolta dei prodotti in nylon a fine vita e si è quotata in Borsa.

Per restare in Italia altro esempio è il progetto Ri-generation di Astelav, azienda piemontese che produce elettrodomestici e prevede la rigenerazione di elettrodomestici dismessi con l’obiettivo di dare nuova vita ai prodotti. Una volta rimessi in funzione, questi elettrodomestici, sono venduti a condizioni molto vantaggiose pensate per essere accessibili a fasce meno abbienti e residenti temporanei. Oltre alla vendita, Astelav si impegna anche a formare risorse umane in difficoltà in collaborazione con il Sermig di Torino.

Insomma l’economia circolare è molto più di una semplice teoria economica, modifica l’organizzazione stessa della società ed è una risposta a concreti problemi ambientali, sociali ed economici di questo millennio. Il suo successo dipenderà dalla capacità dei diversi attori (industria, politica e cittadini) di rendere possibile la transizione iniziando a comprendere che il cambiamento del sistema economico deve avvenire ed è imperativo.

Cover photo by Phil Gibbs

Un gioco “di ruolo” virtuale per capire meglio il sistema di accoglienza olandese

Chi ha il diritto di ottenere lo status di rifugiato e l’asilo politico e chi invece no? Chi è a prendere questa decisione e secondo quali criteri? Si tratta di una sentenza che ha implicazioni e risvolti importanti nella vita dei singoli richiedenti e che fa parte del lavoro quotidiano dell’IND, il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione olandese. Alcune riviste e agenzie mediatiche olandesi hanno lavorato insieme per cercare di fare luce sull’argomento con un progetto innovativo e provocatorio.
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Finding Home: un progetto multimediale per raccontare le mamme rifugiate

La salute materna e neonatale è un aspetto della crisi dei rifugiati in Europa che viene spesso trascurato e di cui raramente si sente parlare. Eppure, solo nel 2016 sono state più di 1000 le donne rifugiate ad aver partorito in uno dei campi profughi che si trovano in Grecia. Diventare mamma e costruire una famiglia mentre si è in viaggio verso luoghi sconosciuti non è facile e i problemi – e traumi – da affrontare sono molti.  Continua a leggere

Barriere linguistiche: come la tecnologia viene incontro ai migranti

Da tempo ormai i migranti sfruttano la rete e le sue possibilità per affrontare e superare le difficoltà che incontrano nel loro percorso, ma anche per restare connessi con i propri affetti e la propria identità. E se fosse invece la rete stessa a venire incontro ai migranti? Se fossero nel web le risposte più efficaci alla crisi migratoria che stiamo vivendo? Continua a leggere