La nuova cultura dell’accoglienza è grassroots e partecipativa.

Una volta arrivati in un nuovo Paese, i migranti si trovano a dover affrontare una nuova sfida: come e dove reperire tutte le informazioni relative all’accoglienza, alla burocrazia, ai servizi sanitari. Per fortuna, anche in questo campo la tecnologia si sta rivelando un alleato prezioso, permettendo in vari modi l’accesso a informazioni aggiornate e verificate.

di Camilla Fogli

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Refunite: la tecnologia incontra il ricongiungimento familiare

Secondo i dati raccolti da UNHCR e Frontex nel 2016 sono stati circa 181.000 i rifugiati arrivati via mare sulle coste europee, e tra questi ben 26.000 sono minori non accompagnati. I dati Eurostat riportano poi che nel 2015 sono stati quasi 400mila i minori non accompagnati che hanno fatto richiesta di asilo in Europa. Questo panorama mostra come uno dei problemi legato alla crisi migratoria che stiamo vivendo è anche legato alla separazione delle famiglie.

di Camilla Fogli

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Co[opera]: bene ma non benissimo

Il mondo della cooperazione internazionale si è dato appuntamento a Roma per due giornate, quelle di ieri e di oggi, di confronto sui temi dello sviluppo sostenibile. Partecipare a Co[opera] – Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo è stato un’occasione per guardarsi in faccia e vedere come, grazie ai cambiamenti e alle riforme introdotte nel 2014, questo mondo abbia acquisito nuovi volti e nuovi attori. 

di Viviana Brun

 

Il settore privato è sempre più protagonista e sembra emergere con forza la consapevolezza che alcuni ambiti possano giocare un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile ma anche nel diffondere nella società una ritrovata coscienza civica e sociale.

coopera1C’è da dire però che in una conferenza dal titolo, “Coopera. Novità e futuro: il mondo della cooperazione”, sorge spontaneo osservare l’assenza di grandi temi: com’è possibile immaginare un futuro senza tenere in considerazione le grandi trasformazioni legate all’innovazione tecnologica, i nuovi approcci e metodologie d’intervento, l’open innovation, la fabbricazione digitale, il contributo dei big data e delle ict per lo sviluppo? L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo e in gran parte lo ha già cambiato e la cooperazione internazionale può e deve essere parte trainante di questo cambiamento. Tutte queste componenti hanno già modificato i settori di intervento che sono stati al centro dell’attenzione della conferenza: le migrazioni, l’educazione, lo sviluppo sostenibile. Questa è la novità vera, trasversale a tutti gli ambiti d’intervento, che sta portando a una piena collaborazione con il settore privato, con startup, innovatori, centri di ricerca e professionisti del nord e del sud del mondo.

Grande spazio è stato dedicato invece ai giovani. Una priorità quella di coinvolgere le nuove generazioni, che era già emersa con forza negli ultimi mesi del 2017, quando il Vice Ministro Mario Giro si era speso in prima persona in una visita di dialogo e incontro con gli studenti e le studentesse delle diverse università italiane.

Un detto popolare vuole che “i giovani siano il futuro del mondo” ma anche di un settore professionale, come quello della cooperazione allo sviluppo, che ha bisogno sempre più di professionisti altamente formati, di nuove metodologie, idee e forme di collaborazione per continuare a rinnovarsi e a crescere. Questo pensiero è stato condiviso anche dall’ex Ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi: “La cooperazione non è un lavoro di routine, ha bisogno di idee e di pensiero, le risorse potranno funzionare se rimettiamo in movimento le idee” e rafforzato dalle parole del Segretario Generale del MAECI, Elisabetta Belloni che sottolinea come “fare cooperazione richiede professionalità”. Le università giocano quindi un ruolo chiave e sono chiamate a impegnarsi in prima linea nel supportare i programmi di sviluppo con proposte formative all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo e programmi di collaborazione e impegno concreto sul campo.

In questa conferenza trova spazio anche la comunicazione, riconosciuto come il settore chiave per diffondere non solo il senso e l’impegno della cooperazione ma anche una visione del mondo diversa, alternativa agli estremismi e al nervosismo della recente campagna elettorale.

coopera3Nella tavola rotonda dedicata alla comunicazione è stato proiettato un video che ha mostrato quanta poca consapevolezza ci sia nell’opinione pubblica su cosa sia la cooperazione internazionale. Molti passi avanti sono stati fatti ma perché oggi è ancora così difficile parlare di cooperazione allo sviluppo? Giovanni Maria Bellu dell’Associazione Carta di Roma individua nei criteri di notiziabilità giornalistica la ragione della scarsa comunicazione sul tema. Tra tutti, il più importante è probabilmente la facilità di comprensione: solo ciò che capisco può smuovermi le corde emotive. Le notizie virtuose sulla cooperazione internazionale sono notizie complicate da spiegare che coinvolgono la geopolitica, il diritto internazionale, l’economia. Al contrario, le notizie negative sulla cooperazione fanno leva su sentimenti conosciuti come il rancore e la diffidenza. In questo secondo caso è più facile parlare di cooperazione, proprio com’è avvenuto per le ONG impegnate nel Mediterraneo.

Elisabetta Sogli di Corriere Buone Notizie sostiene che chi comunica deve rifiutare l’idea che la gente si voglia interessare solo alle brutte notizie, bisogna andare oltre “il giornalismo delle tre “s”, sesso sangue e soldi”, attuare un cambio di paradigma e mostrare ciò che di bello succede e, nel caso delle ong, promuovere il proprio impegno e i propri valori.

Come operatrice di una ONG con in testa un’idea forse un po’ romantica della cooperazione – fondata soprattutto su un rapporto di fiducia che si costruisce con le comunità, che si traduce in una fitta rete di relazioni in zone molto diverse del mondo – alla fine della prima giornata di conferenza mi resta l’amaro in bocca per l’ottica assolutamente “africanocentrica” dell’evento che inevitabilmente riconduce la cooperazione internazionale alla crisi migratoria attuale.

È giusto essere focalizzati, aver invertito quella che Riccardi definisce “la tendenza di andare sparsi nel mondo”, porsi e rispettare delle priorità d’intervento, così com’è indubbio che le migrazioni e la sicurezza nazionale siano argomenti “caldi” di questi ultimi anni ma il ruolo della cooperazione non è solo quello di essere a servizio della questione migratoria per creare sviluppo e lavoro nei Paesi di provenienza dei flussi.

Sono molti i temi che non hanno trovato spazio in questa occasione ma che caratterizzano il lavoro quotidiano di molte ONG, dalla sanità, all’agricoltura, passando per la difesa dei diritti dell’infanzia e delle donne, citate solo da Neven Mimica, Commissario Europeo per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha affermato che “La violenza sulle donne è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa e rappresenta una barriera al raggiungimento dello sviluppo sostenibile.”

Indubbiamente non si poteva parlare di tutto e forse di questa conferenza bisogna portare a casa il riconoscimento ufficiale della cooperazione internazionale allo sviluppo non come una parte accessoria ma come parte integrante della politica estera del nostro Paese.

Il Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, a questo proposito ha sottolineato l’aumento degli investimenti dedicati a questo settore. Di fronte a questi riconoscimenti, io mi chiedo se, come attori protagonisti della politica estera, non si possa incidere anche su alcune misure adottate dal Governo. Quanta dipendenza vi è, ad esempio, tra la concessione delle autorizzazioni per la vendita e l’esportazione di armamenti da parte dell’Italia verso il Medio Oriente e le sfide che la cooperazione internazionale si trova ad affrontare ogni giorno? È assolutamente positivo che ci sia un’attenzione, anche economica, per il nostro settore e ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di un cammino che porti a una maggiore coerenza d’intenti all’interno delle politiche internazionali.

Come ha ricordato l’ex Ministro Riccardi: “oggi la cooperazione non nasce solo da una spinta etica ma da una coscienza geopolitica, quella dell’interdipendenza dei destini del mondo globale.

HiHere, un’app per innovare l’accoglienza

Hi Here, la prima piattaforma social per aiutare i rifugiati e richiedenti asilo nel loro percorso di integrazione. Un’app nata dal lavoro di un team multidisciplinare, che ha voluto creare una soluzione innovativa per far fronte all’emergenza migratoria migliorando il sistema di accoglienza in Italia.

L’idea originale del progetto nasce durante una ricerca sui sistemi di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Sud Italia, svolta da Martina Manara e Caterina Pedò. Le due giovani architette sono riuscite, in qualche mese di ricerca sul campo, a individuare gli aspetti più critici del sistema di accoglienza italiano per poi proporre un progetto che ne integrasse le soluzioni.

In particolare, le due studentessa hanno individuato alcuni bisogni fondamentali dei migranti che non vengono attualmente soddisfatti dalle varie realtà che si occupano di accoglienza.

  • Legami sociali, con chi resta nel paese d’origine, con migranti e rifugiati di una stessa etnia, con le comunità locali.
  • Informazione, soprattutto in tema di servizi locali di accoglienza e diritto di asilo.
  • Opportunità, spesso a causa del loro isolamento sociale e della scarsità di conoscenze.
  • Voce, i richiedenti asilo hanno spesso difficoltà a farsi sentire: da altri rifugiati, dalle istituzioni e dalla società in generale.

Inoltre, durante la ricerca, è risultato evidente come la maggior parte dei richiedenti asilo investa i propri risparmi nell’acquisto di uno smartphone per potersi connettere negli appositi punti di accesso al wi-fi . Connettendosi i migranti hanno la possibilità di: rintracciare e comunicare con familiari o amici, condividere commenti e informazioni sui territori ospitanti, così come sul diritto d’asilo e sui servizi di accoglienza locali.

Perché allora non creare uno strumento che renda tutto ciò più facile e diretto? Ecco Hi Here, l’app che permette ai migranti di condividere la propria esperienza, raccogliere informazioni essenziali sul diritto d’asilo e stabilire nuovi legami sociali.

Uno degli aspetti più interessanti è che chiunque, richiedenti asilo, realtà locali, ong, può mettere a disposizione il proprio tempo o le proprie abilità a vantaggio degli altri, per dare il proprio contributo all’integrazione.

L’applicazione è stata strutturata in sezioni, ognuna in grado di rispondere ad una delle mancanze individuate.

hihere 1Aiuta i richiedenti asilo a ricostruire i legami sociali interrotti. Gli utenti hanno infatti la possibilità di creare un profilo, registrare i propri dati personali e mappare il proprio itinerario. Grazie ad un motore di ricerca interno possono poi rintracciare e riconnettersi con gli amici e i familiari dispersi, filtrando gli altri utenti secondo determinati criteri.

hihere 2  Fornisce una piattaforma per comunicare ed informare. Da un lato, le diverse ong e associazioni hanno una bacheca a disposizione su cui possono postare annunci e notizie. Dall’altro, una serie di semplici tutorial disponibili in quattro lingue, illustrano le basi della legislazione e della burocrazia italiana in materia di asilo. 

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Crea una comunità di richiedenti asilo che forniscono reciproco supporto tra loro. Gli utenti possono postare annunci per offrire o cercare aiuto, condividere eventi e ogni altro tipo di opportunità, eludendo il senso di isolamento e favorendo processi di integrazione.

 

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Permette ai richiedenti asilo di farsi sentire. Tutti gli utenti, infatti, possono dare valutazioni, scrivere commenti e postare foto sui servizi e le organizzazioni locali. Così, attraverso Hi Here, i richiedenti asilo forniscono un servizio di monitoraggio dal basso, avendo la possibilità di segnalare buone pratiche e casi critici.

 

Photo Credit: www.hihere.eu

 

BLOCKCHAIN: otto applicazioni pratiche per lo Sviluppo

La tecnologia Blockchain (scopri di più su cos’è) è ormai una risorsa importante per la gestione delle attività pubbliche non solo nelle economie più avanzate, ma anche in quelle del Sud del mondo, dove potrebbe rivelarsi un ottimo strumento per dare impulso allo sviluppo sociale ed economico.

Nella maggior parte delle economie emergenti, difatti, i governi si pongono come garanti di beni pubblici –  giustizia, sicurezza, salute e istruzione – ma ciò non significa che se ne occupino in modo diretto, spesso appaltano la gestione a partner privati profit e no profit.

Una recente ricerca ha evidenziato come l’impiego della tecnologia blockchain – utilizzata dai partner privati incaricati di gestire molti servizi pubblici nei paesi emergenti – abbia grandi potenzialità nella promozione dello sviluppo socio-economico di questi paesi. In particolare, ecco otto usi pratici di questa tecnologia che possono promuovere e supportare lo sviluppo del Sud del mondo.

1. SERVIZI GOVERNATIVI – In origine, la tecnologia blockchain era utilizzata principalmente per garantire i servizi governativi che si occupano della gestione dei documenti pubblici o di identificazione personale, particolarmente complessi da ottenere nei paesi in via di sviluppo. Oggi il collegamento tra questa tecnologia e i servizi governativi si è rafforzato, suscitando l’interesse di molte start up del settore.
Ad esempio BitFury ha da poco siglato un accordo con il governo ucraino per la fornitura di servizi pubblici ai cittadini.
Mentre Dubai ha previsto di diventare a pieno titolo una Città Blockchain entro il 2020, come parte integrante dell’iniziativa Smart  Dubai.
Diverse startup che si occupano di blockchain si stanno specializzando nei servizi pubblici e lavorano in paesi come le Filippine e l’EstoniaHyperledger, un gruppo di ricerca nato dalla collaborazione di varie industrie con l’obiettivo di fornire servizi sanitari, è particolarmente impegnato nello sviluppo di protocolli open e standard per Distributed Ledger Technologies.
In questa corsa tecnologica fa eccezione il settore dell’istruzione, il quale non è stato in grado di attrarre molto interesse da parte delle startup blockchain.

2. POSSEDIMENTO FONDIARIO – I titoli di proprietà fondiaria sono stati probabilmente il primo settore in cui la progettazione e l’utilizzo della tecnologia blockchain ha cominciato a prendere forma nei paesi in via di sviluppo. Nel 2015 il governo dell’Honduras ha firmato un accordo con Factom, una startup statunitense, con il fine di utilizzare blockchain per gestire la registrazione dei titoli di proprietà fondiaria ed arginare i fenomeni legati alla corruzione e alle frodi.
Tutto ciò è stato possibile grazie ad un’associazione locale che si è approcciata inizialmente con la startup e che, in seguito, ha attivamente costruito un ponte tra l’azienda e il governo centrale. Un accordo confidenziale è stato successivamente siglato, ma, per ragioni ancora da chiarire, pochi mesi dopo il progetto è stato sospeso.

L’anno scorso, iniziative simili sono state promosse in Georgia e Ghana. Nel caso della Georgia, l’economista di fama mondiale Hernando de Soto è stato coinvolto come membro del comitato consultivo di BitFury, la startup blockchain che ha preso parte all’iniziativa. Nel caso del Ghana è ancora più interessante come una startup no profit locale, BitLand, stia impiegando la tecnologia blockchain usata per i BitCoin per gestire i titoli di proprietà fondiaria e risolverne le controversie. BitLand e BenBen – un’analoga startup sempre operante in Ghana – stanno lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali per snellire attraverso questa modalità le procedure di rilascio dei titoli di proprietà. Tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale, sembrerebbe che questa iniziativa ghanese stia già perdendo slancio.

Al contrario, la Svezia sta guadagnando una posizione all’avanguardia sulla gestione dei titoli fondiari attraverso la tecnologia blockchain, avendo ormai oltrepassato la fase sperimentale di questi servizi.

3. SERVIZI DI IDENTIFICAZIONE – Diverse startup sono impegnate nell’incrementare servizi di identificazione attraverso  blockchain. OneID84, ad esempio, fornisce un’autenticazione multi-fattoriale e servizi Single Sign-OnNameCoininvece, sviluppa tecnologie chiave nella protezione e autenticazione dell’identità personale, con lo scopo di garantire la libertà di parola e la privacy.
Questo sembra essere uno dei campi più promettenti per una proficua applicazione della tecnologia blockchain, come dimostrato dal crescente numero di startup nel settore. La verifica dell’identità basata su questa tecnologia può essere efficacemente utilizzata per la gestione dei passaporti, certificati di nascita e di matrimonio, per le carte di identità e per le tessere elettorali e la gestione elettronica dei permessi di soggiorno.

4. LIBERTA’ DI PAROLA – Le start up come FlorinCoin e Publicism promuovono la libertà di parola in differenti modalità. La prima ha creato un’applicazione Dapp (Distributed Ledger Application) chiamata Alexandria che ha l’intento di porsi come ricettacolo decentralizzato di conoscenze in cui le informazioni sono gestite direttamente dagli utilizzatori finali. Una delle sue applicazioni è la preservazione dei contenuti digitali censurati che solitamente svaniscono in breve tempo da Internet. FlorinCoin, inoltre, ha potenziato la blockchain introducendo la possibilità di allegare commenti ai vari blocchi della catena.

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5. ANTI CORRUZIONE – L’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (the US National Democratic Institute, NDI) ha costruito un partenariato con BitFury, la medesima start up che opera sui titoli fondiari in Georgia, per promuovere gli sforzi anti corruzione attraverso la piattaforma Blockchain Trust Accelerator. Lo scopo è quello di promuovere lo sviluppo delle applicazioni blockchain in grado di favorire la trasparenza e un modello di governo open. Avviata nel giugno 2016, non ci sono ancora sufficienti informazioni disponibili per giudicarne l’andamento.

6. PROCESSI ELETTORALI – I processi elettorali di vario genere sono terreno fertile in questo ambito. Follow My Vote è una start up che usa le Distributed Ledger per lo svolgimento dei processi elettorali e per prevenire le frodi e i furti di identità. Uno dei potenziali vantaggi è che gli elettori, utilizzando la blockchain, possono verificare le loro scelte elettorali in qualsiasi momento, utilizzando le proprie credenziali private. L’Ucraina, la quale si è appena inserita in questo settore, utilizzerà per proprie procedure elettorali locali l’e-Vox, una Distributed Ledger basata sugli Ethereum. La sua implementazione è già partita in un paio di città.

Uno delle problematiche principali tuttavia è l’accesso alle credenziali private che gli hacker potrebbero acquisire in vario modo o che gli elettori stessi potrebbero vendere o affittare in cambio di benefici economici. Una volta che avrà preso piede sarà interessante confrontare le votazioni attuate attraverso blockchain rispetto a quelle su Internet, già presenti in Estonia.

7. NUOVE FORME DI GOVERNO – Alcune piattaforme blockchain hanno lo scopo di sostituire o quantomeno emulare la struttura governativa. Il migliore esempio è Bitnation, il quale permette ai suoi utenti di creare dei “proto-paesi”, senza confini definiti, che offrono una serie di servizi ai propri cittadini. Questi “paesi” posseggono una propria costituzione e alcuni garantiscono perfino un salario minino.

8. AIUTO E SVILUPPO – Aid:Tech, una compagnia situata a Londra, è probabilmente la prima startup di blockchain a intraprendere azioni umanitarie e di sviluppo nel Medio Oriente. L’azienda assicura un sistema di voucher potenzialmente utilizzabile nei contesti più difficoltosi, garantendo che le risorse finanziarie giungano a destinazione.
La sovracitata Bitnation è molto attiva in capo umanitario, offrendo in particolare sostegno ai rifugiati politici.
Anche l’ONU, dal canto suo,  applica la tecnologia blockchain all’interno delle operazioni o programmi di alcune sue agenzie. In particolare:

– UNICEF ha investito 100,000 dollari americani per sostenere la startup 9Needs – la quale lavora utilizzando blockchain per rispondere ad alcuni dei principali bisogni sociali  – ed è intenzionato a fare lo stesso con una decina di altre startup.

– UNDP promuove la tecnologia blockchain per il trasferimento di liquidi e di strumenti finanziari in Serbia e Moldavia, e pianifica di estendere la sua azione in altri paesi.

– UNWFP ha annunciato un progetto pilota basato sugli Ethereum per aiutare finanziariamente le persone in difficoltà in Giordania, basandosi sui risultati positivi ottenuti in una precedente iniziativa in Pakistan.

Nonostante le varie iniziative, la tecnologia blockchain non è ancora protagonista nei progetti di sviluppo nel Sud del mondo. Questo perché la maggior parte delle iniziative sono guidate unicamente dall’offerta e si pongono come proposte isolate, slegate da programmi in corso, con le istituzioni locali che giocano prevalentemente un ruolo passivo.

L’economia locale e le problematiche politiche sono ancora questioni fondamentali e rimarranno tali a meno che la tecnologia blockchain non adotti un approccio maggiormente inclusivo. Da questo punto di vista, è più probabile che le iniziative blockchain impegnate in più ampi programmi di ammodernamento governativo e in servizi di identificazione abbiano maggiori probabilità di successo nel prossimo futuro.

 

Tratto da: ICTWorks, Eight Practical Blockchain Use Cases for International Development, 27 Novembre 2017

Open Days dell’Innovazione – ecco cosa è successo

Applicazioni per monitorare l’allevamento del pesce in Uganda, sistemi di raccolta dati per ottimizzare gli aiuti nei campi profughi, chioschi solari per distribuire connessione e servizi digitali nelle zone rurali,  piattaforme di fundraising tramite BitCoin, droni e stampanti 3D per servizi umanitari, sono stati tantissime le esperienze, ma anche le riflessioni sulla trasformazione del non profit che sta portando la rivoluzione digitale, presentate durante gli Open Days dell’Innovazione a Milano, due giorni di incontro tra tecnologia, innovazione e cooperazione allo sviluppo, promossi da Fondazione Cariplo, Compagnia San PaoloFondazione CRT e TechSoup all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo a cui Ong 2.0 partecipa attivamente da anni.

Durante l’evento sono stati premiati ufficialmente i due vincitori del Premio ICT for Social Good ed è stato possibile sperimentare progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo in uno spazio espositivo di 20 stand, selezionati tra decine di candidature arrivate da tutta Italia

Se avete perso le due giornate non vi preoccupate qui potete trovare moltissimi materiali e i video integrali dell’evento

«L’innovazione non è solo la tecnologia. L’innovazione sta nel cambiamento dei comportamenti, nelle nuove possibilità che ciascuna innovazione, se è autentica, introduce. Non è la tecnologia a fare la differenza, ma il cambiamento di comportamento» così ha sostenuto Roshan Paul, CEO e cofounder di Amani Institute, durante il keynote speech centrale della prima mattina, in cui ha affrontato i principali temi della rivoluzione digitale, il passaggio dalla connessione dei luoghi alla connessione delle persone, il ruolo dirompente dell’Internet delle cose, della realtà aumentata e dell’immensa quantità di dati disponibili.

Massimo Lapucci, segretario generale della Fondazione CRT  ha annunciato che alle nuove OGR di Torino nascerà un hub per lo studio dei dati a servizio del non profit, unico in Europa, mentre Mario Calderini, vice presidente della Fondazione Politecnico di Milano ha descritto la piattaforma di Open Innovation, Coopen, ideata per mettere in contatto le esigenze della cooperazione allo sviluppo con i solutori tecnici.  Moltissimi gli altri interventi della prima tavola rotonda della mattina, cui è seguito un viaggio in 5 tappe tra innovatori sociali del mondo. Partendo dal rwandese Henri Nyakarundi,  vincitore del premio Ict for Social Good, che ha descritto i suoi Solar Smart kyosks, per andare al fablab di Ouagadougou, in Burkina Faso, dove Gildas Guella ha raccontato i prototipi e progetti dei giovani makers burkinabé, fino in Cambogia con Husk Ventures, una impresa sociale che trasforma le bucce del riso in biocombustibile, per arrivare in Austria dove la piattaforma More Than One Perspective crea l’incontro tra le competenze dei migranti e le ricerche delle aziende fino a tornare in Africa con la testimonianza di un imprenditore italiano, Federico Tonelli, che ha deciso di trasferirsi in Uganda per avviare IFishFarm una innovativa società di pescicoltura che usa un’applicazione per monitorare la produttività dell’allevamento.

Puoi rivedere qui il video integrale della densissima mattinata degli Open Days condotta da Marco Maccarini

Open Days, prima mattinata

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Nel corso della mattina Silvia Pochettino, founder di Ong 2.0, ha presentato il premio  ICT for Social Good e i due vincitori, Henri Nyakarundi, founder di Ared e inventore di Shiriki Hub, e Elizabeth Kperrun, co-founder di Lizzie’s Creation, vincitrice del premio speciale ICT for Children messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini . Elisabeth non ha potuto essere presente perché, nonostante tutti i documenti e le garanzie presentate,  le è stato negato il visto. Viviana Brun, digital strategist di Ong 2.0 ha ritirato il premio in sua vece dalle mani di Goffredo Modena, presidente di Mission Bambini.

La premiazione di Henry Nyakarundi, vincitore ICT for Social GoodSchermata 2017-11-08 alle 12.33.09

Potete vedere qui il bel videomessaggio di Elizabeth lanciato durante l’evento in cui ringrazia e spiega il suo lavoro sull’educazione dei bambini nigeriani attraverso il digitale

Densissimo anche il pomeriggio del primo giorno iniziato con l’Innovation tour nello spazio espositivo organizzato da Ong 2.0 . Al suono di una campana che ha segnato slot di dieci minuti ciascuno i partecipanti hanno potuto conoscere e sperimentare i progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo presentati nei 20 stand. Ad esempio GHT Onlus, di Roma, che si occupa di telemedicina, con una rete di medici volontari che offrono teleconsulti gratuito a centri sanitari remoti dell’Africa Subsahariana, grazie a una piattaforma web based che può funzionare anche offline, oggi sono operativi teleconsulti in 18 specialità, dalla cardiologia all’oncologia, in 9 Paesi africani. Oppure il software di raccolta dati sui rifugiati siriani in Giordania, creato da Intersos per ottimizzare la distribuzione degli aiuti nei campi profughi. O ancora SmartAid, software per il miglioramento della raccolta fondi delle non profit grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale all’analisi dei dati dei donatori. E ancora GnuCoop, cooperativa di sviluppo di prodotti ICT per la cooperazione, che ha presentato una piattaforma per il riconoscimento facciale per le scuole del Burkina Faso e una webGIS per la raccolta di dati nella gestione delle emergenze in Centro e Sud America. E ancora droni, stampanti 3 D, mostre interattive, piattaforme di analisi dati e molto altro
Open Days dell'Innovazione 2017

Dalla scoperta all’applicazione pratica; nella parte finale della giornata i parteciparti hanno potuto cimentarsi con i workshops di analisi dati condotto da Fondazione ISI,  quello di fabbricazione digitale condotto da WeMake  e il terzo sull’Open Development condotto da Fondazione Politecnico di Milano

A concludere le tre fondazioni promotrici hanno espresso la loro volontà di continuare il lavoro e di rendere gli Open Days un appuntamento fisso di incontro tra innovatori e operatori della cooperazione allo sviluppo

Qui il riassunto fotografico della giornata e gli interventi a chiusura della prima giornata

Open Days conclusioni

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La seconda giornata, targata TechSoup, ha focalizzato l’attenzione sull’Italia, con un intervento di Niccolò Melli sulla nuova legge del Terzo settore e un keynote speech di grande profondità sulle trasformazioni del non profit italiano legate all’evoluzione digitale di Paolo Venturi di Aiccon, cui sono seguiti molti esempi di casi studio e buone pratiche individuati da Techsoup

Qui il video della seconda giornata

Open Days seconda giornata

Open days TechSoup

 

Foto Credit: Innovazione per lo Sviluppo

I vincitori del premio “ICT for Social Good”

Henri Nyakarundi e Elizabeth Kperrun sono i vincitori della prima edizione del Premio “ICT for Social Good“, ideato e organizzato da Ong2.0 all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo, grazie al sostegno di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione Mission Bambini. I due vincitori saranno premiati ufficialmente durante gli Open Days dell’Innovazione, previsti a Milano il prossimo 6 e 7 Novembre.

di Viviana Brun

 

Per la loro capacità di rispondere a bisogni sociali del territorio con l’uso creativo delle ICT, sul podio degli Open Days dell’Innovazione il prossimo 6 novembre saliranno: Henri Nyakarundi, vincitore del premio di 12.000 euro ICT for Social Good, finanziato da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, e Elizabeth Kperrun, vincitrice del premio speciale di 10.000 euro, denominato ICT for Children, messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini e dedicato alla migliore proposta IT per l’infanzia.

Henri Nyakarundi

Henri Nyakarundi - Shiriki Hub

Ruandese, quarant’anni, è il fondatore dell’impresa sociale Ared -African Renewable Energy Distributor– che in Ruanda ha realizzato Shiriki Hub. Un chiosco solare mobile, nato per rispondere all’esigenza di ricaricare i cellulari in qualunque luogo: dalle stazioni di scambio degli autobus nelle grandi città, dove le persone sostano in attesa del prossimo bus, alle zone rurali più remote, dove l’erogazione della corrente elettrica è assente o molto discontinua.

Perché se è vero che in Africa i telefoni cellulari sono ampiamente diffusi tra la popolazione, spesso a mancare è il sistema di infrastrutture che ne consente il funzionamento: dalla disponibilità di corrente elettrica per la ricarica, al wifi e gli altri canali che permettono di fruttare al massimo le potenzialità dei telefoni cellulari, consentendo alla popolazione l’accesso a informazioni e a contenuti multimediali. Proprio per rispondere a questa esigenza, Shiriki Hub nel tempo è diventato un chiosco polifunzionale, completamente alimentato ad energia solare, in grado di garantire la connessione ad Internet e l’accesso a contenuti multimediali precaricati gratuiti, via intranet. Oltre a tanti altri servizi, come il pagamento di tasse e imposte governative e all’acquisto di credito telefonico.

Nel futuro di Shiriki Hub c’è l’integrazione con la tecnologia IOT, il famoso Internet delle cose, che tramite un sistema di sensori e un software di gestione, sfrutterà il chiosco come una stazione di raccolta e analisi di dati. I primi utilizzi di questa implementazione che Nyakarundi si è immaginato sono legati ai dati sulle performance dei gestori dei singoli chioschi e sull’inquinamento dell’aria, ma l’IOT permetterà di certo di spingersi molto oltre queste prime due ipotesi.

Già oggi, le potenzialità e gli utilizzi di Shiriki Hub sono molteplici. I contenuti precaricati diffusi gratuitamente via intranet, ad esempio, sono un’ottima risorsa per le ONG, che possono utilizzare i chioschi per diffondere contenuti educativi e informativi tra la popolazione.

Nel 2015, gli Shiriki Hub sono stati utilizzati anche dalla Croce Rossa in Ruanda, all’interno dei campi profughi, dove è molto sentita la necessità di creare opportunità lavorative per i rifugiati che, soprattutto in una prima fase, hanno difficoltà a trovare un’occupazione nel Paese che li ospita. Grazie all’accordo tra Ared e la Croce Rossa, alcuni rifugiati burundesi sono stati formati alla gestione dei chioschi e hanno così potuto diventare gestori di stazioni di ricarica all’interno dei campi stessi, guadagnandosi da vivere in modo indipendente.

La forza di Shiriki Hub non è solo sul piano tecnologico ma anche nel suo modello di business. Nyakarundi ha sviluppato un sistema di micro franchising, creando una rete di affiliati che, investendo una cifra iniziale contenuta di 50 dollari per gli uomi, 25 dollari per le donne e 10 dollari per le persone con disabilità, ottengono in gestione il chiosco e la possibilità di vendere i servizi a esso collegati. I micro-imprenditori hanno anche accesso a un programma specifico di formazione sulla contabilità, sul pagamento delle tasse e sul marketing. Shiriki Hub contribuisce così a creare nuovi posti di lavoro, creando un impatto positivo sulle comunità locali a livello economico, sociale e ambientale.

Il chiosco solare Ared rappresenta quindi un sistema vincente per:

  • i clienti che hanno accesso a energia elettrica e contenuti digitali ovunque a basso costo,
  • gli operatori dei chioschi che, una volta associati, possono gestire in autonomia il proprio business,
  • Ared, l’impresa sociale fondata da Henry Nyakarundi, che sta espandendo la sua attività in altri paesi africani, primo fra tutti l’Uganda.

Scopri di più sul progetto Shiriki Hub.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Henri Nyakarundi.

 

Elizabeth Kperrun

Elizabeth-Kperrun

Nigeriana, trentun’anni, è la cofondatrice di Lizzie’s Creations, una startup che mira a preservare e a fare rivivere la cultura tradizionale africana grazie all’uso delle tecnologie digitali.

Nel 2013, ha creato la sua prima app dedicata all’infanzia, AfroTalez, una raccolta di favole africane dedicata ai bambini dai 2 ai 10 anni. “La tartaruga, l’elefante e l’ippopotamo” è il primo racconto animato a essere stato pubblicato. Accanto alla narrazione, l’applicazione propone ai bambini alcuni giochi interattivi per imparare a contare e a riconoscere gli oggetti.

Nel 2016, Elizabeth ha realizzato Teseem-First Words, un’app che insegna ai bambini le loro prime parole in inglese e in alcune delle principali lingue africane e nigeriane, tra cui Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba. Nello sviluppare questa app, Elizabeth è stata ispirata da alcuni studi che mostrano come, nonostante i bambini a scuola siano chiamati ad apprendere nella lingua franca del proprio Paese (tipicamente inglese, francese, portoghese o arabo), questa in realtà non rappresenti la loro lingua madre. Questo aspetto spesso rende più faticoso e prolunga i tempi di apprendimento. Anche l’UNESCO sottolinea come il modo migliore per educare i bambini sia attraverso la lingua natale ma produrre materiale didattico nelle diverse lingue locali è spesso troppo costoso. Così, Elizabeth e il suo team hanno cercato una soluzione digitale per abbattere i costi, sviluppando Teseem – First Words.

Il viaggio nella cultura africana che Elizabeth propone ai bambini, prosegue anche grazie all’ultimissima app, Shakara, dedicata alla moda.

Le app realizzate da Lizzie’s Creations sono un primo esempio di come le ICT possano contribuire a preservare la cultura locale e a favorire l’educazione in un modo semplice ed economico. Molti sono ancora i contenuti in fase di realizzazione, il team di Elizabeth è al lavoro con docenti e genitori per testare quanto fatto finora e renderlo più efficace e coinvolgente. Il suo modello di business è basato sui contenuti freemium: gli utenti possono scaricare e utilizzare gratuitamente le app, tranne alcuni contenuti che sono a pagamento o per cui è richiesta la visione di un breve video pubblicitario.

Scopri di più sulle app di Lizzie’s Creations.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Elizabeth Kperrun.

 

I progetti di Henri Nyakarundi ed Elizabeth Kperrun sono stati selezionati tra le 233 candidature ricevute da 57 Paesi del mondo. Il Comitato Scientifico, composto da membri di SocialFare, Fundacion Paraguaya, Moxoff, E4impact e Nesta, ha valutato i progetti prestando grande attenzione all’impatto sociale e all’innovazione, sia dal punto di vista tecnologico sia delle metodologia e degli approcci adottati.

Il due vincitori saranno premiati ufficialmente il 6 novembre 2017 a Milano, durante gli Open Days dell’Innovazione, due giorni dedicati alle idee, le tecnologie e il networking per la cooperazione allo sviluppo e il sociale.

 

ict for social good grant 2017

Intervista a Henri Nyakarundi, vincitore del Premio “ICT for Social Good”

Il vincitore del Premio “ICT for Social Good“, organizzato da Ong2.0 nell’ambito del programma “Innovazione per lo Sviluppo“, si chiama Henri Nyakarundi, è Ruandese, ha 40 anni ed è un imprendotore sociale. È il fondatore di ARED – Africa Renewable Energy Distributor – un’impresa sociale impegnata nella settore delle energie rinnovabili. Nel 2013 ha sviluppato Shiriki Hub, un chiosco solare che offre soluzioni a basso costo per ricaricare il cellulare o altri piccoli dispositivi elettronici, navigare sul web e accedere gratuitamente a contenuti digitali precaricati. Shiriki Hub non è solo una soluzione tecnologica, è soprattutto un modello di business, basato sul micro franchising, in grado di creare nuovi posti di lavoro soprattutto tra la popolazione più povera.

Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

 

Di Viviana Brun

 

Cominciamo dalle basi, quali sono le tue origini e che tipo di formazione hai avuto?

Sono nato in Kenya ma cresciuto in Burundi come rifugiato ruandese. Quando mi sono diplomato nel 1996 alla scuola francese di Bujumbura in Burundi, i miei genitori hanno deciso di mandare me e mia sorella negli Stati Uniti per continuare gli studi. In quel periodo, la Regione dei Grandi Laghi era particolarmente instabile: in Burundi c’era la guerra e il Ruanda si stava riprendendo dal genocidio. Ho studiato Informatica all’Università della Georgia, dove mi sono laureato nel 2003.

 

Qual è la persona che ha avuto l’impatto maggiore sulla tua carriera?

L’impatto maggiore l’ha avuto mia madre. Mia madre era la spina dorsale della nostra famiglia, è lei che ci ha permesso di andare all’università. Lavorava a tempo pieno e in più faceva dei lavori extra per pagare i nostri studi. Nonostante fossimo rifugiati in Burundi, ci ha permesso di ricevere l’istruzione migliore. La sua etica e la sua disciplina nel lavoro erano ineguagliabili. Era proprietaria della sua casa in un periodo in cui per le donne era particolarmente difficile possedere dei beni propri. Ogni volta che mi sento giù o che mi viene la tentazione di rinunciare, mi ricordo delle sfide che ha dovuto affrontare lei e mi riprendo subito.

 

Perché hai deciso di tornare in Africa e cosa ti ha spinto a scegliere il Ruanda come Paese in cui vivere?

Nel 2009 ho cominciato a tornare regolarmente in Africa e ho iniziato a vedere come questo continente stesse cambiando. L’innovazione era in forte espansione. Negli Stati Uniti, avevo raggiunto un punto di stallo e là avevo l’impressione di non riuscire ad avere davvero un impatto positivo. Poiché l’Africa stava e sta tutt’ora affrontando così tante sfide, sapevo che era questo il posto in cui potevo davvero mettere a frutto alcune delle mie competenze.

Il Ruanda era cambiato sensibilmente e questo ha reso più semplice l’avvio di un nuovo business. Oggi è possibile registrare un’impresa in sole 4 ore, avere una buona infrastruttura, insomma è un buon posto per sviluppare nuove tecnologie e, naturalmente, il fatto che io sia Ruandese è stato un motivo in più per iniziare da qui.

 

Ho letto in alcuni articoli che ti definisci “un imprenditore nell’anima”, è vero? Che significato ha questa definizione per te?

È un modo per dire che sono nato per fare l’imprenditore. Ho aperto la mia prima attività a 20 anni e mi sono innamorato di questo mondo, anche se ci sono voluti 10 anni per costruire il mio primo business di successo.  Ho quasi lasciato la scuola per dedicarmici a tempo pieno ma mia madre mi ha impedito di smettere di studiare. Amo risolvere i problemi e credo che sia questo il senso di essere un imprenditore.

 

Dov’è nata l’idea di creare Shiriki Hub?

Inizialmente, Shiriki Hub doveva essere un semplice chiosco di ricarica. L’idea è nata da un viaggio in Burundi e in Ruanda, vedendo che le persone avevano sì i telefoni cellulari ma che erano continuamente alla ricerca di un posto per ricaricarli. Non avevo pensato di creare un prodotto nuovo. All’inizio ero semplicemente alla ricerca di un prodotto già esistente ma non riuscivo a trovare nulla di convincente. Avevo visto dei punti di ricarica all’aeroporto e avevo pensato che sarebbe stato bello avere qualcosa di amalogo sulle strade africane, per aiutare le persone. È lì che tutto ha avuto inizio. Ho assunto un ingegnere e un designer e ho dato inzio a questa avventura.

 

Qual è la difficoltà maggiore quando, come vi è scritto sul sito di Ared, si fanno affari alla “base della piramide“?

Innanzitutto, la mentalità delle persone. Le soluzioni innovative così come i modelli di business innovativi richiedono tempo perché la gente li capisca e scelga di adottarli, quindi è necessario investire molto tempo nella formazione delle persone. In secondo luogo, creare una tecnologia adatta al territorio africano rurale o semi urbano è estremamente difficile, così come la costruzione di un business sostenibile per le fasce più povere della popolazione.

 

Quale aspetto del tuo lavoro ti tiene sveglio la notte?

Finire i soldi prima di essere pronti per espandere l’attività, prima di concludere la nostra tecnologia e costruire un business sostenibile. Questa fase è impegnativa e richiede un forte sostegno finanziario per avere successo.

 

Qual è il miglior consiglio professionale che hai ricevuto?

Non arrendersi mai, c’è sempre una soluzione a un problema.

 

Qual è il ruolo che le ICT – Tecnologie della Comunicazione e dell’Informazione – possono giocare nel favorire lo sviluppo locale e l’ecosistema aziendale in Africa?

Ritengo che le ICT siano la chiave per colmare il divario nell’accesso alle informazioni, soprattutto per le persone a basso reddito. L’accesso alle informazioni è fondamentale per migliorare la vita di ognuno, tuttavia in molte comunità è ancora un bene di lusso. Stiamo affrontando il riscaldamento globale e l’Africa sarà il continente più colpito, in futuro l’accesso a informazioni chiave per ridurre al minimo l’effetto del riscaldamento globale sarà una questione di vita e di morte.

Inoltre, le ICT hanno aperto la porta a una nuova generazione di imprenditori, oggi tutto ciò che serve per creare un’applicazione è il capitale umano e una connessione a Internet. Credo che le ICT abbiano aperto la porta a un nuovo approccio creativo e abbiano dato speranza a una nuova generazione di giovani africani.

 

In che modo Shiriki Hub può essere considerato un modello di business inclusivo?

Shiriki Hub è destinato in modo specifico alle persone a basso reddito, in particolare alle donne e alle persone con disabilità che non hanno altre opportunità di guadagnarsi da vivere. Ci concentriamo anche sui rifugiati che spesso sono esclusi dalle oppurtinità economiche dei Paesi in cui si trovano a vivere. La verità è che molte persone hanno voglia di lavorare ma se non hanno una laurea o provengono da famiglie povere sono tagliati fuori da molte opportunità. Ared è stato creato proprio per questo motivo.

Qual è il prezzo per ricaricare un telefono? E per navigare sul web?

In Rwanda il costo di una ricarica è di 10 centesimi. Internet viene venduto a slot di 5, 10, 30 e 60 minuti ed è gratuito fino a 10 minuti, dopo di ché si pagano 30 cent per 30 minuti e 50 cent per 60 minuti.

 

In termine di guadagni, qual è l’attività principale per Shiriki Hub?

Abbiamo 3 flussi di entrate. Una parte deriva dai guadagni degli affiliati che gestiscono i chioschi, che oltre alle ricariche di telefoni e piccoli device, si occupano anche della vendita di servizi come il credito telefonico, la navigazione su Internet e l’accesso ad alcuni servizi governativi. Un’altra parte delle entrate è garantita dalla pubblicità, dalle campagne e dai sondaggi che i nostri clienti, tra cui spesso le ONG, possono attivare sulla nostra rete wifi. Infine, abbiamo iniziato a raccogliere dati e stiamo lavorando per integrare la tecnologia IOT – Internet delle cose – e trovare clienti interessati ai dati che possiamo fornire, come ad esempio i livelli di inquinamento dell’aria.

 

Qual è il guadagno medio mensile di un affiliato che gestisce uno Shiriki Hub?

I piccoli affiliati generano in media 100 dollari al mese grazie all’insieme dei servizi che forniscono con il chiosco. L’obiettivo è quello di aggiungere più servizi per aumentare sia il reddito dell’affiliato che le entrate di Ared.

 

Che relazione c’è tra l’affiliato che gestisce un chiosco e Ared?

Siamo partner quindi lavoriamo a stretto contatto. Il motivo per cui scegliamo un modello di micro-franchising è che è una situazione win-win. Noi forniamo la formazione, il supporto e la manutenzione, mentre l’affiliato si prende cura degli utenti finali. Questa è la chiave per essere sicuri che tutta la catena del valore sia abbastanza fluida affinché i problemi possano essere risolti rapidamente.

 

Da dove provengono i vari componenti del chiosco?

La batteria e il pannello solare vengono dalla Cina, le ruote dall’Australia, il router dagli Stati Uniti mentre le scocca è prodotta localmente.

 

In Ruanda gli imprenditori sociali ricevono qualche forma di supporto dal governo?

Non ancora, abbiamo bisogno di una legge fiscale che sostenga gli imprenditori sociali offrendo un credito d’imposta, per esempio, le ONG sono esenti dalle tasse, ma noi dato che siamo a scopo di lucro, siamo tassati come un business tradizionale anche se abbiamo in primo piano l’impatto sociale. Abbiamo bisogno delle nostre categorie fiscali, abbiamo bisogno di un accesso migliore ai finanziamenti, abbiamo bisogno di un modo più semplice per lavorare con le amministrazioni locali per raggiungere più comunità sul territorio. Il governo deve rendere più semplice la collaborazione in modo da poter lavorare insieme e accelerare l’impatto. In fondo stiamo combattendo la stessa lotta, quella di migliorare la vita delle persone, se non lavoriamo insieme rischiamo di fallire nella lotta contro la povertà.

 

A oggi, quanti chioschi sono operativi?

Abbiamo 25 chioschi solari attivi in Ruanda. A maggio abbiamo lanciato Shiriki Hub in Uganda e abbiamo appena ricevuto la maggior parte delle licenze necessarie ad avviare il lavoro, a novembre abbiamo in programma di avviare la fase pilota con 5 chioschi.

 

Qual è il tuo messaggio agli imprenditori sociali?

Se non hai la passione per aiutare gli altri e risolvere grandi problemi, non diventare imprenditore sociale perché è più difficile rispetto a fare business in modo tradizionale. La pazienza e l’estrema attenzione sono la chiave.

 

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Espansione, espansione, espansione. Più di 400 milioni di persone vivono in povertà in Africa, quindi la necessità di soluzioni come ARED è molto forte, vogliamo essere in 20 paesi nei prossimi 10 anni, attuare circa 100.000 chioschi solari. Ma innanzitutto dobbiamo finire il nostro sviluppo del prodotto, stiamo lavorando per aggiungere la tecnologia IOT e monitorare meglio il chiosco mentre è sul terreno e raccogliere anche altri tipi di dati.

Scopri di più sul progetto Shiriki Hub:

Shiriki Hub: smart solar kiosk, powering and connecting Africa

 

Photocredits: Ared

 

Ingegneri solari analfabete: le Solar Mamas e l’innovazione dal basso

In tutto il pianeta, 1.2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e tre quarti di essi vive in una zona rurale esclusa dalle reti elettriche. Chi sta creando il cambiamento necessario verso un più equo e sostenibile accesso all’energia? Donne analfabete o semi-analfabete, secondo Barefoot College, che intraprendono una formazione di ingegnere solare, insieme ad altri corsi co-curricolari, per sviluppare le proprie comunità.

di Giulia Bruschi

Barefoot College è una ONG fondata 45 anni fa in Rajasthan, India, che lavora in collaborazione con realtà locali per la formazione delle “Solar Mamas”, madri e nonne provenienti da più di ottanta paesi in tutto il mondo che per la prima volta lasciano il villaggio dove sono cresciute.

“Abbiamo cominciato a lavorare nel solare nel 2006, ed è il programma che si espande più velocemente”, afferma la CEO di Barefoot College Meagan Fallone. Al di là della necessità di garantire un accesso alla rete elettrica, insiste sulla pericolosità del fumo del kerosene spesso usato per l’illuminazione nei paesi in via di sviluppo.

“Questa tecnologia può essere insegnata, ed imparata, da chiunque”.

_D820629Negli ultimi dieci anni, Barefoot College ha formato oltre 1300 donne per diventare ingegneri solari. Si tratta di donne analfabete, o semi analfabete, per le quali è stata elaborato un modello che non necessita di una educazione formale, né della parola scritta, e il percorso formativo è interamente visuale.

La formazione avviene nel primo campus, situato in Rajasthan, India, oppure nei centri di formazione regionali più recenti diffusi in Africa Subsahariana, nelle isole del Pacifico e in America Latina. I centri sono finanziati da una varietà di attori:  governi locali, istituizioni di filantropia privata, e programmi di responsabilità sociale di impresa (CSR).

In sei mesi, le donne, che vengono istruite da altre donne prive di educazione formale, imparano a costruire impianti adatti all’illuminazione di un’abitazione, partendo dallo studio dei circuiti fino all’installazione del pannello. “Si tratta di una tecnologia che può essere insegnata e imparata da chiunque”, dice Meagan Fallone. “Sono proprio i più poveri ad avere bisogno delle tecnologie più avanzate, non di tecnologie malfunzionanti od obsolete,  per poter risolvere problemi immediati. La tecnologia è lo strumento più democratico che ci sia, e  non fa caso che tu sia uomo o donna”.

Allora perché un focus unicamente sulle donne?

“Inizialmente volevamo formare sia uomini che donne”, dice Fallone, ricordando gli inizi del programma, “ma molto presto ci siamo resi conto che gli uomini non possono essere istruiti, perché non appena ricevono un certificato o imparano una certa abilità, emigrano verso la città, mentre riscontravamo l’opposto con le donne. Proprio le donne, specialmente se anziane, erano ansiose di condividere la conoscenza appena conquistata con il resto della comunità, perché erano profondamente radicate all’interno di essa. Non sarebbero andate da nessuna parte.

Così sono nate le Solar Mamas.

“Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo. È importante evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa”

Fallone racconta di come i programmi co-curricolari sono emersi dalla discussione con le Mamas: salute riproduttiva, inclusività finanziaria, diritti umani, civili e legali, microimprenditoria, agency, alfabetizzazione digitale, mantenimento ambientale. l laboratori più seguiti sono salute riproduttiva e mestruale, educazione alimentare ed aspirational mapping, nel quale le donne mappano sui muri del college i desideri per le proprie comunità e gli strumenti che hanno a disposizione per realizzarli. In Madagascar  ha portato, per esempio, all’installazione di sanitari. Per sviluppare l’imprenditorialità nelle economie locali, sono stati aperti corsi di apicoltura e cucito.

“Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo” conclude Fallore “E non si tratta di una fotocopia di quello che viene fatto altrove. I beneficiari possono  creare qualcosa di migliore, o può anche non accadere. È importante, però, evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa, lavorando al meglio per tirare fuori il meglio delle aspirazioni negli altri. Ciò che conta è l’impatto”.
Credits: Vice Impact

Benvenuti su mHealth Blog

Ciao a tutti!
Mi chiamo Paola Fava, e sono business developer e cofondatrice di Gnucoop, una cooperativa italiana che fornisce soluzioni tecnologiche a supporto di organizzazioni non profit (ad esempio ONG, Agenzie delle Nazioni Unite, ecc.) nella gestione dei loro sistemi di informazione, nella raccolta dei dati, nella loro visualizzazione e analisi.
Vorrei ringraziare ONG 2.0 per aver dato a Gnucoop la possibilità di utilizzare questo spazio per condividere con voi alcuni fatti interessanti, informazioni o discussioni riguardo l’mHealth, i suoi strumenti e i casi studio più rilevanti.

Allora forza, iniziamo!

Partiamo da alcune informazioni di base: che cos’è l’mHealth?
Prima di tutto dobbiamo capire cos’è un sistema sanitario. Un Sistema Sanitario è l’insieme di strutture, processi e risorse necessarie per fornire assistenza sanitaria alla popolazione. Pertanto, questo sistema necessita di meccanismi di finanziamento, di una forza lavoro formata e stipendiata, di informazioni affidabili e di strutture sovvenzionate per garantire un buon servizio ai pazienti.

Da dove arriva quindi l’mHealth?
Ebbene, in molti Paesi questi requisiti non sono totalmente soddisfatti. In particolare, quando mancano importanti informazioni risulta molto difficile monitorare la diffusione di malattie, valutare se le patologie dei pazienti sono state diagnosticate correttamente o se sono state individuate le cure appropriate… Qui l’mHelth gioca un ruolo importante.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Mobile Helth (mHealth) è “la pratica della medicina supportata da dispositivi mobili come PDA e telefoni cellulari mediante l’utilizzo di applicazioni specifiche progettate per finalità mediche (med apps) quali la raccolta di dati clinici, trasmissione di informazioni sullo stato di salute al personale medico o agli stessi pazienti ecc.”

L’mHealth ha le potenzialità per affrontare e superare sfide come:

Disuguaglianza nell’accesso all’assistenza sanitaria,

aiutando le comunità più lontane a connettersi e ad avvalersi dei servizi sanitari;

Inadeguatezza delle strutture sanitarie,

supportando il monitoraggio della qualità dei presidi e dei centri sanitari;

Mancanza di risorse umane nell’ambito sanitario,

rafforzando la promozione della salute e di messaggi educativi.

Partiamo da un primo esempio di strumenti di mHealth: il progetto MAMA (Mobile Alliance for Maternal Action).
MAMA è un sistema di SMS sviluppato grazie a una partnership pubblica-privata tra USAID, Johnson & Johnson, la United Nations Foundation e BabyCenter. Il sistema offre informazioni sulla salute materna alle donne incinte tramite SMS. Gli SMS contengono indicazioni relative a specifici comportamenti per la salute e operazioni sanitarie in grado di migliorare lo stato di salute di chi le segue. I messaggi uniscono l’ambito sanitario con le informazioni sullo sviluppo del bambino, così da aiutare le madri a fornire al momento giusto le migliori cure per se stesse e per i loro figli. Questo include le cure prenatali, l’alimentazione, le vaccinazioni, la reidratazione orale e l’utilizzo delle zanzariere trattate con l’insetticida.

Dal 2011 il sistema ha raggiunto 2 milioni di persone tra donne, famiglie e operatori sanitari in remote comunità in Bangladesh, Sudafrica, India e Nigeria. MAMA dà alle donne la possibilità di prendere le migliori decisioni per loro e per le loro famiglie.

Parleremo presto di altri strumenti o casi studio di mHealth.

 

Photo Credits: Educational text messages to new mothers save lives