La frammentazione delle informazioni nella Digital Health

I piccoli centri sanitari nei remoti villaggi di alcune regioni africane possono essere luoghi molto affollati… questo non dipende solamente dal numero dei pazienti, ma anche dallo staff di Ong e Organizzazioni che gestiscono i loro programmi offrendo diversi tipi di medicine o collaborando con lo staff medico per raccogliere informazioni sulla sanità.

Di Paola Fava

 

Ogni organizzazione porta avanti il suo singolo progetto, magari un progetto pilota, con un buon numero di informazioni da raccogliere o di attività da implementare. Così, per esempio, oltre a numerosi moduli o registri governativi standard, ai Community Health Workers (operatori sanitari) viene richiesto di compilare molti moduli aggiuntivi.

Sebbene l’obiettivo finale sia quello di facilitare il loro lavoro e migliorare la fornitura di cure mediche per chi ne ha più bisogno, sfortunatamente questo approccio spesso crea un carico maggiore alle strutture già a corto di personale, genera confusione, sovraccarico e perdita di tempo prezioso in questioni burocratiche, tempo che potrebbe essere speso per la cura dei pazienti. Inoltre, gli operatori sanitari possono ricevere incentivi per il carico di lavoro extra: il rischio quindi è che le priorità del lavoro cambino, producendo una rendicontazione superficiale e tardiva dei dati e della situazione sanitaria.

Molti di questi progetti pilota coinvolgono anche l’utilizzo della digital information, che utilizza dati digitali invece che moduli cartacei.

Un importante esempio della frammentazione dei programmi sanitari digitali è illustrato nella mappa del morbillo in Ugpfblog5anda, sviluppata da Sean Blaschke di Unicef, come evidenziato da Dikki Sepfblog in questo post su Pathblog. La mappa spiega perché nel 2012 il Ministero della Sanità in Uganda bloccò tutte le iniziative di eHealth e mHealth nel Paese fino all’approvazione del Direttore Generale dei Servizi Sanitari. L’obiettivo era quello di limitare la frammentazione dei programmi e di assicurarsi che i dati raccolti fino a quel momento potessero essere inseriti nel Sistema di Informazione Sanitaria nazionale (Health Information System – HIS), piuttosto che creare sistemi paralleli aggiuntivi.

La diffusione dell’informazione digitale rappresenta un importante passo avanti verso l’integrazione delle informazioni, poiché le ICT possono facilitare lo scambio di informazioni e di dati, specialmente se i dati sono raccolti in formati compatibili e condivisibili.

Tuttavia siamo ancora lontani dall’obiettivo finale e, come David McCann scrisse in uno dei suoi articoli su ICTWorks relativamente alla situazione in Uganda, la realtà assomiglia più a questo:
“Sei riuscito a localizzare l’esaurimento delle scorte di medicinali in un distretto di Moroto utilizzando dei caricabatterie solari e 50 Samsung Galaxies. Perfetto. E’ possibile condividere i dati con un progetto che ho implementato utilizzando i BlackBerries a Gulu? Probabilmente no. Quindi hai sviluppato la tua personale applicazione per tracciare l’esaurimento dei medicinali. Tuttavia, quando i donatori internazionali si sono incontrati con il Ministero della Sanità per risolvere la questione della sovrapposizione delle applicazioni di mHealth e per integrare l’interfaccia di programmazione delle applicazioni (API), alla domanda se tutto questo fosse possibile, uno ha risposto: “basandosi su un database di relazioni, in teoria sì”. In realtà questa risposta si allontana di molto dall’intento specifico della domanda.”

Forse il blocco promosso dal Ministero della Sanità dell’Uganda è stato un modo per favorire l’incremento dell’interoperabilità e il coordinamento dei progetti. Sicuramente ciò dimostra che il governo ha iniziato ad assumersi la responsabilità di questi progetti e di queste tecnologie per meglio rispondere ai bisogni della popolazione.

In altri Paesi, gruppi specifici che si occupano di mobile health, come il gruppo di lavoro in Malawi, si incontrano regolarmente, con la collaborazione del Ministero della Sanità, per affrontare la questione dell’integrazione e della sovrapposizione dei progetti di mHealth.

L’utilizzo di tecnologie compatibili e il coinvolgimento di stakeholder a diversi livelli sono due elementi chiave per iniziare a superare il problema della frammentazione dei progetti di digital health.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Photo source: Margherita Dametti for COOPI

Tecnologia e Ong: il punto debole? La protezione dati

Il Global Ngos Technology Report 2018, ricerca realizzata ogni anno da NonProfit Tech for Good, e che quest’anno ha  intervistato  5352 Ong in 164 paesi del mondo, parla chiaro: il punto più debole nell’utilizzo del digitale da parte del mondo dell’associazionismo è la gestione e la protezione  dei dati.

di Silvia Pochettino

A quanto emerge dal report in verità le Ong sono ormai ampiamente “digitalizzate” sotto molti aspetti,  dal sito web all’uso dell’email mailing, ma soprattutto all’impiego dei social networks come una parte integrante delle proprie strategie di comunicazione e fundraising . Anzi a dirla tutta il report sottolinea come “in verità grandi Ong come Humane Society o Greenpeace sono state le prime a utilizzare i social networks per mobilitare persone e risorse, molto prima che l’idea venisse anche alle istituzioni governative e alle corporations”

Tra i social Facebook continua – per ora – a farla da padrone nel mondo, ma altri social seguono a ruota

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Tuttavia ci sono ancora alcune carenze gravi nell’uso del digitale da parte delle Ong riguardo soprattutto due aspetti,  Mobile Technology e protezione dati.  Riguardo la prima, si registra scarsa consapevolezza sul ruolo del messaging o del text-to-giving per tenere i contatti con i propri supporters e donatori. Solo il 18% li usa in modo strutturato nelle proprie strategie di comunicazione, mentre ancora più assente è la “creatività” nella realizzazione di app per smartphone,  tanto  che molte associazioni addirittura non hanno neanche un sito web responsive, cioè leggibile da telefono.

Ma la seconda carenza è forse la più seria. Solo il 45% delle ong traccia le donazioni e gestisce il rapporto con i donatori grazie a software CRM, molti dei quali sono spesso obsoleti. Sostiene il Report “Il processo antiquato di relazione con i donatori e supporters  attraverso Excel o  software di Customer Relationship Manager (CRM) obsoleti sta ostacolando le Ong nella loro capacità di essere organizzazioni efficienti, data-driven”.

Secondo gli autori si tratta quindi di fare un salto di qualità nell’Information Technology delle organizzazioni. Infatti, solo il 41% delle organizzazioni intervistate usa qualche forma di protezioni dei dati,  mentre questo aspetto diventa sempre più importante  “In un’epoca di forte crescita delle minacce alla cybersecurity, il rafforzamento nella gestione e nella sicurezza dei dati è un imperativo”.

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E infine un’interessante comparazione tra la predominanza di diversi strumenti nei diversi continenti, che mette in luce come le diverse aree del pianeta privilegino mezzi di comunicazione differenti.

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Puoi approfondire la questione cybersecurity (1)della protezione dei dati e imparare qualche semplice soluzione per migliorare la sicurezza online durante il Webinar gratuito Cybersecurity: introduzione alle tecniche di autodifesa digitale  che si terrà lunedì 26 febbraio alle ore 18

La nuova cultura dell’accoglienza è grassroots e partecipativa.

Una volta arrivati in un nuovo Paese, i migranti si trovano a dover affrontare una nuova sfida: come e dove reperire tutte le informazioni relative all’accoglienza, alla burocrazia, ai servizi sanitari. Per fortuna, anche in questo campo la tecnologia si sta rivelando un alleato prezioso, permettendo in vari modi l’accesso a informazioni aggiornate e verificate.

di Camilla Fogli

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Refunite: la tecnologia incontra il ricongiungimento familiare

Secondo i dati raccolti da UNHCR e Frontex nel 2016 sono stati circa 181.000 i rifugiati arrivati via mare sulle coste europee, e tra questi ben 26.000 sono minori non accompagnati. I dati Eurostat riportano poi che nel 2015 sono stati quasi 400mila i minori non accompagnati che hanno fatto richiesta di asilo in Europa. Questo panorama mostra come uno dei problemi legato alla crisi migratoria che stiamo vivendo è anche legato alla separazione delle famiglie.

di Camilla Fogli

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Co[opera]: bene ma non benissimo

Il mondo della cooperazione internazionale si è dato appuntamento a Roma per due giornate, quelle di ieri e di oggi, di confronto sui temi dello sviluppo sostenibile. Partecipare a Co[opera] – Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo è stato un’occasione per guardarsi in faccia e vedere come, grazie ai cambiamenti e alle riforme introdotte nel 2014, questo mondo abbia acquisito nuovi volti e nuovi attori. 

di Viviana Brun

 

Il settore privato è sempre più protagonista e sembra emergere con forza la consapevolezza che alcuni ambiti possano giocare un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile ma anche nel diffondere nella società una ritrovata coscienza civica e sociale.

coopera1C’è da dire però che in una conferenza dal titolo, “Coopera. Novità e futuro: il mondo della cooperazione”, sorge spontaneo osservare l’assenza di grandi temi: com’è possibile immaginare un futuro senza tenere in considerazione le grandi trasformazioni legate all’innovazione tecnologica, i nuovi approcci e metodologie d’intervento, l’open innovation, la fabbricazione digitale, il contributo dei big data e delle ict per lo sviluppo? L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo e in gran parte lo ha già cambiato e la cooperazione internazionale può e deve essere parte trainante di questo cambiamento. Tutte queste componenti hanno già modificato i settori di intervento che sono stati al centro dell’attenzione della conferenza: le migrazioni, l’educazione, lo sviluppo sostenibile. Questa è la novità vera, trasversale a tutti gli ambiti d’intervento, che sta portando a una piena collaborazione con il settore privato, con startup, innovatori, centri di ricerca e professionisti del nord e del sud del mondo.

Grande spazio è stato dedicato invece ai giovani. Una priorità quella di coinvolgere le nuove generazioni, che era già emersa con forza negli ultimi mesi del 2017, quando il Vice Ministro Mario Giro si era speso in prima persona in una visita di dialogo e incontro con gli studenti e le studentesse delle diverse università italiane.

Un detto popolare vuole che “i giovani siano il futuro del mondo” ma anche di un settore professionale, come quello della cooperazione allo sviluppo, che ha bisogno sempre più di professionisti altamente formati, di nuove metodologie, idee e forme di collaborazione per continuare a rinnovarsi e a crescere. Questo pensiero è stato condiviso anche dall’ex Ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi: “La cooperazione non è un lavoro di routine, ha bisogno di idee e di pensiero, le risorse potranno funzionare se rimettiamo in movimento le idee” e rafforzato dalle parole del Segretario Generale del MAECI, Elisabetta Belloni che sottolinea come “fare cooperazione richiede professionalità”. Le università giocano quindi un ruolo chiave e sono chiamate a impegnarsi in prima linea nel supportare i programmi di sviluppo con proposte formative all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo e programmi di collaborazione e impegno concreto sul campo.

In questa conferenza trova spazio anche la comunicazione, riconosciuto come il settore chiave per diffondere non solo il senso e l’impegno della cooperazione ma anche una visione del mondo diversa, alternativa agli estremismi e al nervosismo della recente campagna elettorale.

coopera3Nella tavola rotonda dedicata alla comunicazione è stato proiettato un video che ha mostrato quanta poca consapevolezza ci sia nell’opinione pubblica su cosa sia la cooperazione internazionale. Molti passi avanti sono stati fatti ma perché oggi è ancora così difficile parlare di cooperazione allo sviluppo? Giovanni Maria Bellu dell’Associazione Carta di Roma individua nei criteri di notiziabilità giornalistica la ragione della scarsa comunicazione sul tema. Tra tutti, il più importante è probabilmente la facilità di comprensione: solo ciò che capisco può smuovermi le corde emotive. Le notizie virtuose sulla cooperazione internazionale sono notizie complicate da spiegare che coinvolgono la geopolitica, il diritto internazionale, l’economia. Al contrario, le notizie negative sulla cooperazione fanno leva su sentimenti conosciuti come il rancore e la diffidenza. In questo secondo caso è più facile parlare di cooperazione, proprio com’è avvenuto per le ONG impegnate nel Mediterraneo.

Elisabetta Sogli di Corriere Buone Notizie sostiene che chi comunica deve rifiutare l’idea che la gente si voglia interessare solo alle brutte notizie, bisogna andare oltre “il giornalismo delle tre “s”, sesso sangue e soldi”, attuare un cambio di paradigma e mostrare ciò che di bello succede e, nel caso delle ong, promuovere il proprio impegno e i propri valori.

Come operatrice di una ONG con in testa un’idea forse un po’ romantica della cooperazione – fondata soprattutto su un rapporto di fiducia che si costruisce con le comunità, che si traduce in una fitta rete di relazioni in zone molto diverse del mondo – alla fine della prima giornata di conferenza mi resta l’amaro in bocca per l’ottica assolutamente “africanocentrica” dell’evento che inevitabilmente riconduce la cooperazione internazionale alla crisi migratoria attuale.

È giusto essere focalizzati, aver invertito quella che Riccardi definisce “la tendenza di andare sparsi nel mondo”, porsi e rispettare delle priorità d’intervento, così com’è indubbio che le migrazioni e la sicurezza nazionale siano argomenti “caldi” di questi ultimi anni ma il ruolo della cooperazione non è solo quello di essere a servizio della questione migratoria per creare sviluppo e lavoro nei Paesi di provenienza dei flussi.

Sono molti i temi che non hanno trovato spazio in questa occasione ma che caratterizzano il lavoro quotidiano di molte ONG, dalla sanità, all’agricoltura, passando per la difesa dei diritti dell’infanzia e delle donne, citate solo da Neven Mimica, Commissario Europeo per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha affermato che “La violenza sulle donne è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa e rappresenta una barriera al raggiungimento dello sviluppo sostenibile.”

Indubbiamente non si poteva parlare di tutto e forse di questa conferenza bisogna portare a casa il riconoscimento ufficiale della cooperazione internazionale allo sviluppo non come una parte accessoria ma come parte integrante della politica estera del nostro Paese.

Il Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, a questo proposito ha sottolineato l’aumento degli investimenti dedicati a questo settore. Di fronte a questi riconoscimenti, io mi chiedo se, come attori protagonisti della politica estera, non si possa incidere anche su alcune misure adottate dal Governo. Quanta dipendenza vi è, ad esempio, tra la concessione delle autorizzazioni per la vendita e l’esportazione di armamenti da parte dell’Italia verso il Medio Oriente e le sfide che la cooperazione internazionale si trova ad affrontare ogni giorno? È assolutamente positivo che ci sia un’attenzione, anche economica, per il nostro settore e ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di un cammino che porti a una maggiore coerenza d’intenti all’interno delle politiche internazionali.

Come ha ricordato l’ex Ministro Riccardi: “oggi la cooperazione non nasce solo da una spinta etica ma da una coscienza geopolitica, quella dell’interdipendenza dei destini del mondo globale.

HiHere, un’app per innovare l’accoglienza

Hi Here, la prima piattaforma social per aiutare i rifugiati e richiedenti asilo nel loro percorso di integrazione. Un’app nata dal lavoro di un team multidisciplinare, che ha voluto creare una soluzione innovativa per far fronte all’emergenza migratoria migliorando il sistema di accoglienza in Italia.

L’idea originale del progetto nasce durante una ricerca sui sistemi di accoglienza di richiedenti asilo e rifugiati in Sud Italia, svolta da Martina Manara e Caterina Pedò. Le due giovani architette sono riuscite, in qualche mese di ricerca sul campo, a individuare gli aspetti più critici del sistema di accoglienza italiano per poi proporre un progetto che ne integrasse le soluzioni.

In particolare, le due studentessa hanno individuato alcuni bisogni fondamentali dei migranti che non vengono attualmente soddisfatti dalle varie realtà che si occupano di accoglienza.

  • Legami sociali, con chi resta nel paese d’origine, con migranti e rifugiati di una stessa etnia, con le comunità locali.
  • Informazione, soprattutto in tema di servizi locali di accoglienza e diritto di asilo.
  • Opportunità, spesso a causa del loro isolamento sociale e della scarsità di conoscenze.
  • Voce, i richiedenti asilo hanno spesso difficoltà a farsi sentire: da altri rifugiati, dalle istituzioni e dalla società in generale.

Inoltre, durante la ricerca, è risultato evidente come la maggior parte dei richiedenti asilo investa i propri risparmi nell’acquisto di uno smartphone per potersi connettere negli appositi punti di accesso al wi-fi . Connettendosi i migranti hanno la possibilità di: rintracciare e comunicare con familiari o amici, condividere commenti e informazioni sui territori ospitanti, così come sul diritto d’asilo e sui servizi di accoglienza locali.

Perché allora non creare uno strumento che renda tutto ciò più facile e diretto? Ecco Hi Here, l’app che permette ai migranti di condividere la propria esperienza, raccogliere informazioni essenziali sul diritto d’asilo e stabilire nuovi legami sociali.

Uno degli aspetti più interessanti è che chiunque, richiedenti asilo, realtà locali, ong, può mettere a disposizione il proprio tempo o le proprie abilità a vantaggio degli altri, per dare il proprio contributo all’integrazione.

L’applicazione è stata strutturata in sezioni, ognuna in grado di rispondere ad una delle mancanze individuate.

hihere 1Aiuta i richiedenti asilo a ricostruire i legami sociali interrotti. Gli utenti hanno infatti la possibilità di creare un profilo, registrare i propri dati personali e mappare il proprio itinerario. Grazie ad un motore di ricerca interno possono poi rintracciare e riconnettersi con gli amici e i familiari dispersi, filtrando gli altri utenti secondo determinati criteri.

hihere 2  Fornisce una piattaforma per comunicare ed informare. Da un lato, le diverse ong e associazioni hanno una bacheca a disposizione su cui possono postare annunci e notizie. Dall’altro, una serie di semplici tutorial disponibili in quattro lingue, illustrano le basi della legislazione e della burocrazia italiana in materia di asilo. 

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Crea una comunità di richiedenti asilo che forniscono reciproco supporto tra loro. Gli utenti possono postare annunci per offrire o cercare aiuto, condividere eventi e ogni altro tipo di opportunità, eludendo il senso di isolamento e favorendo processi di integrazione.

 

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Permette ai richiedenti asilo di farsi sentire. Tutti gli utenti, infatti, possono dare valutazioni, scrivere commenti e postare foto sui servizi e le organizzazioni locali. Così, attraverso Hi Here, i richiedenti asilo forniscono un servizio di monitoraggio dal basso, avendo la possibilità di segnalare buone pratiche e casi critici.

 

Photo Credit: www.hihere.eu

 

Benvenuti su mHealth Blog

Ciao a tutti!
Mi chiamo Paola Fava, e sono business developer e cofondatrice di Gnucoop, una cooperativa italiana che fornisce soluzioni tecnologiche a supporto di organizzazioni non profit (ad esempio ONG, Agenzie delle Nazioni Unite, ecc.) nella gestione dei loro sistemi di informazione, nella raccolta dei dati, nella loro visualizzazione e analisi.
Vorrei ringraziare ONG 2.0 per aver dato a Gnucoop la possibilità di utilizzare questo spazio per condividere con voi alcuni fatti interessanti, informazioni o discussioni riguardo l’mHealth, i suoi strumenti e i casi studio più rilevanti.

Allora forza, iniziamo!

Partiamo da alcune informazioni di base: che cos’è l’mHealth?
Prima di tutto dobbiamo capire cos’è un sistema sanitario. Un Sistema Sanitario è l’insieme di strutture, processi e risorse necessarie per fornire assistenza sanitaria alla popolazione. Pertanto, questo sistema necessita di meccanismi di finanziamento, di una forza lavoro formata e stipendiata, di informazioni affidabili e di strutture sovvenzionate per garantire un buon servizio ai pazienti.

Da dove arriva quindi l’mHealth?
Ebbene, in molti Paesi questi requisiti non sono totalmente soddisfatti. In particolare, quando mancano importanti informazioni risulta molto difficile monitorare la diffusione di malattie, valutare se le patologie dei pazienti sono state diagnosticate correttamente o se sono state individuate le cure appropriate… Qui l’mHelth gioca un ruolo importante.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la Mobile Helth (mHealth) è “la pratica della medicina supportata da dispositivi mobili come PDA e telefoni cellulari mediante l’utilizzo di applicazioni specifiche progettate per finalità mediche (med apps) quali la raccolta di dati clinici, trasmissione di informazioni sullo stato di salute al personale medico o agli stessi pazienti ecc.”

L’mHealth ha le potenzialità per affrontare e superare sfide come:

Disuguaglianza nell’accesso all’assistenza sanitaria,

aiutando le comunità più lontane a connettersi e ad avvalersi dei servizi sanitari;

Inadeguatezza delle strutture sanitarie,

supportando il monitoraggio della qualità dei presidi e dei centri sanitari;

Mancanza di risorse umane nell’ambito sanitario,

rafforzando la promozione della salute e di messaggi educativi.

Partiamo da un primo esempio di strumenti di mHealth: il progetto MAMA (Mobile Alliance for Maternal Action).
MAMA è un sistema di SMS sviluppato grazie a una partnership pubblica-privata tra USAID, Johnson & Johnson, la United Nations Foundation e BabyCenter. Il sistema offre informazioni sulla salute materna alle donne incinte tramite SMS. Gli SMS contengono indicazioni relative a specifici comportamenti per la salute e operazioni sanitarie in grado di migliorare lo stato di salute di chi le segue. I messaggi uniscono l’ambito sanitario con le informazioni sullo sviluppo del bambino, così da aiutare le madri a fornire al momento giusto le migliori cure per se stesse e per i loro figli. Questo include le cure prenatali, l’alimentazione, le vaccinazioni, la reidratazione orale e l’utilizzo delle zanzariere trattate con l’insetticida.

Dal 2011 il sistema ha raggiunto 2 milioni di persone tra donne, famiglie e operatori sanitari in remote comunità in Bangladesh, Sudafrica, India e Nigeria. MAMA dà alle donne la possibilità di prendere le migliori decisioni per loro e per le loro famiglie.

Parleremo presto di altri strumenti o casi studio di mHealth.

 

Photo Credits: Educational text messages to new mothers save lives

BLOCKCHAIN: otto applicazioni pratiche per lo Sviluppo

La tecnologia Blockchain (scopri di più su cos’è) è ormai una risorsa importante per la gestione delle attività pubbliche non solo nelle economie più avanzate, ma anche in quelle del Sud del mondo, dove potrebbe rivelarsi un ottimo strumento per dare impulso allo sviluppo sociale ed economico.

Nella maggior parte delle economie emergenti, difatti, i governi si pongono come garanti di beni pubblici –  giustizia, sicurezza, salute e istruzione – ma ciò non significa che se ne occupino in modo diretto, spesso appaltano la gestione a partner privati profit e no profit.

Una recente ricerca ha evidenziato come l’impiego della tecnologia blockchain – utilizzata dai partner privati incaricati di gestire molti servizi pubblici nei paesi emergenti – abbia grandi potenzialità nella promozione dello sviluppo socio-economico di questi paesi. In particolare, ecco otto usi pratici di questa tecnologia che possono promuovere e supportare lo sviluppo del Sud del mondo.

1. SERVIZI GOVERNATIVI – In origine, la tecnologia blockchain era utilizzata principalmente per garantire i servizi governativi che si occupano della gestione dei documenti pubblici o di identificazione personale, particolarmente complessi da ottenere nei paesi in via di sviluppo. Oggi il collegamento tra questa tecnologia e i servizi governativi si è rafforzato, suscitando l’interesse di molte start up del settore.
Ad esempio BitFury ha da poco siglato un accordo con il governo ucraino per la fornitura di servizi pubblici ai cittadini.
Mentre Dubai ha previsto di diventare a pieno titolo una Città Blockchain entro il 2020, come parte integrante dell’iniziativa Smart  Dubai.
Diverse startup che si occupano di blockchain si stanno specializzando nei servizi pubblici e lavorano in paesi come le Filippine e l’EstoniaHyperledger, un gruppo di ricerca nato dalla collaborazione di varie industrie con l’obiettivo di fornire servizi sanitari, è particolarmente impegnato nello sviluppo di protocolli open e standard per Distributed Ledger Technologies.
In questa corsa tecnologica fa eccezione il settore dell’istruzione, il quale non è stato in grado di attrarre molto interesse da parte delle startup blockchain.

2. POSSEDIMENTO FONDIARIO – I titoli di proprietà fondiaria sono stati probabilmente il primo settore in cui la progettazione e l’utilizzo della tecnologia blockchain ha cominciato a prendere forma nei paesi in via di sviluppo. Nel 2015 il governo dell’Honduras ha firmato un accordo con Factom, una startup statunitense, con il fine di utilizzare blockchain per gestire la registrazione dei titoli di proprietà fondiaria ed arginare i fenomeni legati alla corruzione e alle frodi.
Tutto ciò è stato possibile grazie ad un’associazione locale che si è approcciata inizialmente con la startup e che, in seguito, ha attivamente costruito un ponte tra l’azienda e il governo centrale. Un accordo confidenziale è stato successivamente siglato, ma, per ragioni ancora da chiarire, pochi mesi dopo il progetto è stato sospeso.

L’anno scorso, iniziative simili sono state promosse in Georgia e Ghana. Nel caso della Georgia, l’economista di fama mondiale Hernando de Soto è stato coinvolto come membro del comitato consultivo di BitFury, la startup blockchain che ha preso parte all’iniziativa. Nel caso del Ghana è ancora più interessante come una startup no profit locale, BitLand, stia impiegando la tecnologia blockchain usata per i BitCoin per gestire i titoli di proprietà fondiaria e risolverne le controversie. BitLand e BenBen – un’analoga startup sempre operante in Ghana – stanno lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali per snellire attraverso questa modalità le procedure di rilascio dei titoli di proprietà. Tuttavia, nonostante l’entusiasmo iniziale, sembrerebbe che questa iniziativa ghanese stia già perdendo slancio.

Al contrario, la Svezia sta guadagnando una posizione all’avanguardia sulla gestione dei titoli fondiari attraverso la tecnologia blockchain, avendo ormai oltrepassato la fase sperimentale di questi servizi.

3. SERVIZI DI IDENTIFICAZIONE – Diverse startup sono impegnate nell’incrementare servizi di identificazione attraverso  blockchain. OneID84, ad esempio, fornisce un’autenticazione multi-fattoriale e servizi Single Sign-OnNameCoininvece, sviluppa tecnologie chiave nella protezione e autenticazione dell’identità personale, con lo scopo di garantire la libertà di parola e la privacy.
Questo sembra essere uno dei campi più promettenti per una proficua applicazione della tecnologia blockchain, come dimostrato dal crescente numero di startup nel settore. La verifica dell’identità basata su questa tecnologia può essere efficacemente utilizzata per la gestione dei passaporti, certificati di nascita e di matrimonio, per le carte di identità e per le tessere elettorali e la gestione elettronica dei permessi di soggiorno.

4. LIBERTA’ DI PAROLA – Le start up come FlorinCoin e Publicism promuovono la libertà di parola in differenti modalità. La prima ha creato un’applicazione Dapp (Distributed Ledger Application) chiamata Alexandria che ha l’intento di porsi come ricettacolo decentralizzato di conoscenze in cui le informazioni sono gestite direttamente dagli utilizzatori finali. Una delle sue applicazioni è la preservazione dei contenuti digitali censurati che solitamente svaniscono in breve tempo da Internet. FlorinCoin, inoltre, ha potenziato la blockchain introducendo la possibilità di allegare commenti ai vari blocchi della catena.

                                                    g distance relationship gift guide

5. ANTI CORRUZIONE – L’Istituto Nazionale Democratico degli Stati Uniti (the US National Democratic Institute, NDI) ha costruito un partenariato con BitFury, la medesima start up che opera sui titoli fondiari in Georgia, per promuovere gli sforzi anti corruzione attraverso la piattaforma Blockchain Trust Accelerator. Lo scopo è quello di promuovere lo sviluppo delle applicazioni blockchain in grado di favorire la trasparenza e un modello di governo open. Avviata nel giugno 2016, non ci sono ancora sufficienti informazioni disponibili per giudicarne l’andamento.

6. PROCESSI ELETTORALI – I processi elettorali di vario genere sono terreno fertile in questo ambito. Follow My Vote è una start up che usa le Distributed Ledger per lo svolgimento dei processi elettorali e per prevenire le frodi e i furti di identità. Uno dei potenziali vantaggi è che gli elettori, utilizzando la blockchain, possono verificare le loro scelte elettorali in qualsiasi momento, utilizzando le proprie credenziali private. L’Ucraina, la quale si è appena inserita in questo settore, utilizzerà per proprie procedure elettorali locali l’e-Vox, una Distributed Ledger basata sugli Ethereum. La sua implementazione è già partita in un paio di città.

Uno delle problematiche principali tuttavia è l’accesso alle credenziali private che gli hacker potrebbero acquisire in vario modo o che gli elettori stessi potrebbero vendere o affittare in cambio di benefici economici. Una volta che avrà preso piede sarà interessante confrontare le votazioni attuate attraverso blockchain rispetto a quelle su Internet, già presenti in Estonia.

7. NUOVE FORME DI GOVERNO – Alcune piattaforme blockchain hanno lo scopo di sostituire o quantomeno emulare la struttura governativa. Il migliore esempio è Bitnation, il quale permette ai suoi utenti di creare dei “proto-paesi”, senza confini definiti, che offrono una serie di servizi ai propri cittadini. Questi “paesi” posseggono una propria costituzione e alcuni garantiscono perfino un salario minino.

8. AIUTO E SVILUPPO – Aid:Tech, una compagnia situata a Londra, è probabilmente la prima startup di blockchain a intraprendere azioni umanitarie e di sviluppo nel Medio Oriente. L’azienda assicura un sistema di voucher potenzialmente utilizzabile nei contesti più difficoltosi, garantendo che le risorse finanziarie giungano a destinazione.
La sovracitata Bitnation è molto attiva in capo umanitario, offrendo in particolare sostegno ai rifugiati politici.
Anche l’ONU, dal canto suo,  applica la tecnologia blockchain all’interno delle operazioni o programmi di alcune sue agenzie. In particolare:

– UNICEF ha investito 100,000 dollari americani per sostenere la startup 9Needs – la quale lavora utilizzando blockchain per rispondere ad alcuni dei principali bisogni sociali  – ed è intenzionato a fare lo stesso con una decina di altre startup.

– UNDP promuove la tecnologia blockchain per il trasferimento di liquidi e di strumenti finanziari in Serbia e Moldavia, e pianifica di estendere la sua azione in altri paesi.

– UNWFP ha annunciato un progetto pilota basato sugli Ethereum per aiutare finanziariamente le persone in difficoltà in Giordania, basandosi sui risultati positivi ottenuti in una precedente iniziativa in Pakistan.

Nonostante le varie iniziative, la tecnologia blockchain non è ancora protagonista nei progetti di sviluppo nel Sud del mondo. Questo perché la maggior parte delle iniziative sono guidate unicamente dall’offerta e si pongono come proposte isolate, slegate da programmi in corso, con le istituzioni locali che giocano prevalentemente un ruolo passivo.

L’economia locale e le problematiche politiche sono ancora questioni fondamentali e rimarranno tali a meno che la tecnologia blockchain non adotti un approccio maggiormente inclusivo. Da questo punto di vista, è più probabile che le iniziative blockchain impegnate in più ampi programmi di ammodernamento governativo e in servizi di identificazione abbiano maggiori probabilità di successo nel prossimo futuro.

 

Tratto da: ICTWorks, Eight Practical Blockchain Use Cases for International Development, 27 Novembre 2017

Open Days dell’Innovazione – ecco cosa è successo

Applicazioni per monitorare l’allevamento del pesce in Uganda, sistemi di raccolta dati per ottimizzare gli aiuti nei campi profughi, chioschi solari per distribuire connessione e servizi digitali nelle zone rurali,  piattaforme di fundraising tramite BitCoin, droni e stampanti 3D per servizi umanitari, sono stati tantissime le esperienze, ma anche le riflessioni sulla trasformazione del non profit che sta portando la rivoluzione digitale, presentate durante gli Open Days dell’Innovazione a Milano, due giorni di incontro tra tecnologia, innovazione e cooperazione allo sviluppo, promossi da Fondazione Cariplo, Compagnia San PaoloFondazione CRT e TechSoup all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo a cui Ong 2.0 partecipa attivamente da anni.

Durante l’evento sono stati premiati ufficialmente i due vincitori del Premio ICT for Social Good ed è stato possibile sperimentare progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo in uno spazio espositivo di 20 stand, selezionati tra decine di candidature arrivate da tutta Italia

Se avete perso le due giornate non vi preoccupate qui potete trovare moltissimi materiali e i video integrali dell’evento

«L’innovazione non è solo la tecnologia. L’innovazione sta nel cambiamento dei comportamenti, nelle nuove possibilità che ciascuna innovazione, se è autentica, introduce. Non è la tecnologia a fare la differenza, ma il cambiamento di comportamento» così ha sostenuto Roshan Paul, CEO e cofounder di Amani Institute, durante il keynote speech centrale della prima mattina, in cui ha affrontato i principali temi della rivoluzione digitale, il passaggio dalla connessione dei luoghi alla connessione delle persone, il ruolo dirompente dell’Internet delle cose, della realtà aumentata e dell’immensa quantità di dati disponibili.

Massimo Lapucci, segretario generale della Fondazione CRT  ha annunciato che alle nuove OGR di Torino nascerà un hub per lo studio dei dati a servizio del non profit, unico in Europa, mentre Mario Calderini, vice presidente della Fondazione Politecnico di Milano ha descritto la piattaforma di Open Innovation, Coopen, ideata per mettere in contatto le esigenze della cooperazione allo sviluppo con i solutori tecnici.  Moltissimi gli altri interventi della prima tavola rotonda della mattina, cui è seguito un viaggio in 5 tappe tra innovatori sociali del mondo. Partendo dal rwandese Henri Nyakarundi,  vincitore del premio Ict for Social Good, che ha descritto i suoi Solar Smart kyosks, per andare al fablab di Ouagadougou, in Burkina Faso, dove Gildas Guella ha raccontato i prototipi e progetti dei giovani makers burkinabé, fino in Cambogia con Husk Ventures, una impresa sociale che trasforma le bucce del riso in biocombustibile, per arrivare in Austria dove la piattaforma More Than One Perspective crea l’incontro tra le competenze dei migranti e le ricerche delle aziende fino a tornare in Africa con la testimonianza di un imprenditore italiano, Federico Tonelli, che ha deciso di trasferirsi in Uganda per avviare IFishFarm una innovativa società di pescicoltura che usa un’applicazione per monitorare la produttività dell’allevamento.

Puoi rivedere qui il video integrale della densissima mattinata degli Open Days condotta da Marco Maccarini

Open Days, prima mattinata

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Nel corso della mattina Silvia Pochettino, founder di Ong 2.0, ha presentato il premio  ICT for Social Good e i due vincitori, Henri Nyakarundi, founder di Ared e inventore di Shiriki Hub, e Elizabeth Kperrun, co-founder di Lizzie’s Creation, vincitrice del premio speciale ICT for Children messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini . Elisabeth non ha potuto essere presente perché, nonostante tutti i documenti e le garanzie presentate,  le è stato negato il visto. Viviana Brun, digital strategist di Ong 2.0 ha ritirato il premio in sua vece dalle mani di Goffredo Modena, presidente di Mission Bambini.

La premiazione di Henry Nyakarundi, vincitore ICT for Social GoodSchermata 2017-11-08 alle 12.33.09

Potete vedere qui il bel videomessaggio di Elizabeth lanciato durante l’evento in cui ringrazia e spiega il suo lavoro sull’educazione dei bambini nigeriani attraverso il digitale

Densissimo anche il pomeriggio del primo giorno iniziato con l’Innovation tour nello spazio espositivo organizzato da Ong 2.0 . Al suono di una campana che ha segnato slot di dieci minuti ciascuno i partecipanti hanno potuto conoscere e sperimentare i progetti e prodotti innovativi per la cooperazione allo sviluppo presentati nei 20 stand. Ad esempio GHT Onlus, di Roma, che si occupa di telemedicina, con una rete di medici volontari che offrono teleconsulti gratuito a centri sanitari remoti dell’Africa Subsahariana, grazie a una piattaforma web based che può funzionare anche offline, oggi sono operativi teleconsulti in 18 specialità, dalla cardiologia all’oncologia, in 9 Paesi africani. Oppure il software di raccolta dati sui rifugiati siriani in Giordania, creato da Intersos per ottimizzare la distribuzione degli aiuti nei campi profughi. O ancora SmartAid, software per il miglioramento della raccolta fondi delle non profit grazie all’applicazione dell’intelligenza artificiale all’analisi dei dati dei donatori. E ancora GnuCoop, cooperativa di sviluppo di prodotti ICT per la cooperazione, che ha presentato una piattaforma per il riconoscimento facciale per le scuole del Burkina Faso e una webGIS per la raccolta di dati nella gestione delle emergenze in Centro e Sud America. E ancora droni, stampanti 3 D, mostre interattive, piattaforme di analisi dati e molto altro
Open Days dell'Innovazione 2017

Dalla scoperta all’applicazione pratica; nella parte finale della giornata i parteciparti hanno potuto cimentarsi con i workshops di analisi dati condotto da Fondazione ISI,  quello di fabbricazione digitale condotto da WeMake  e il terzo sull’Open Development condotto da Fondazione Politecnico di Milano

A concludere le tre fondazioni promotrici hanno espresso la loro volontà di continuare il lavoro e di rendere gli Open Days un appuntamento fisso di incontro tra innovatori e operatori della cooperazione allo sviluppo

Qui il riassunto fotografico della giornata e gli interventi a chiusura della prima giornata

Open Days conclusioni

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La seconda giornata, targata TechSoup, ha focalizzato l’attenzione sull’Italia, con un intervento di Niccolò Melli sulla nuova legge del Terzo settore e un keynote speech di grande profondità sulle trasformazioni del non profit italiano legate all’evoluzione digitale di Paolo Venturi di Aiccon, cui sono seguiti molti esempi di casi studio e buone pratiche individuati da Techsoup

Qui il video della seconda giornata

Open Days seconda giornata

Open days TechSoup

 

Foto Credit: Innovazione per lo Sviluppo

I vincitori del premio “ICT for Social Good”

Henri Nyakarundi e Elizabeth Kperrun sono i vincitori della prima edizione del Premio “ICT for Social Good“, ideato e organizzato da Ong2.0 all’interno del programma Innovazione per lo Sviluppo, grazie al sostegno di Fondazione Cariplo, Compagnia di San Paolo e Fondazione Mission Bambini. I due vincitori saranno premiati ufficialmente durante gli Open Days dell’Innovazione, previsti a Milano il prossimo 6 e 7 Novembre.

di Viviana Brun

 

Per la loro capacità di rispondere a bisogni sociali del territorio con l’uso creativo delle ICT, sul podio degli Open Days dell’Innovazione il prossimo 6 novembre saliranno: Henri Nyakarundi, vincitore del premio di 12.000 euro ICT for Social Good, finanziato da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, e Elizabeth Kperrun, vincitrice del premio speciale di 10.000 euro, denominato ICT for Children, messo a disposizione da Fondazione Mission Bambini e dedicato alla migliore proposta IT per l’infanzia.

Henri Nyakarundi

Henri Nyakarundi - Shiriki Hub

Ruandese, quarant’anni, è il fondatore dell’impresa sociale Ared -African Renewable Energy Distributor– che in Ruanda ha realizzato Shiriki Hub. Un chiosco solare mobile, nato per rispondere all’esigenza di ricaricare i cellulari in qualunque luogo: dalle stazioni di scambio degli autobus nelle grandi città, dove le persone sostano in attesa del prossimo bus, alle zone rurali più remote, dove l’erogazione della corrente elettrica è assente o molto discontinua.

Perché se è vero che in Africa i telefoni cellulari sono ampiamente diffusi tra la popolazione, spesso a mancare è il sistema di infrastrutture che ne consente il funzionamento: dalla disponibilità di corrente elettrica per la ricarica, al wifi e gli altri canali che permettono di fruttare al massimo le potenzialità dei telefoni cellulari, consentendo alla popolazione l’accesso a informazioni e a contenuti multimediali. Proprio per rispondere a questa esigenza, Shiriki Hub nel tempo è diventato un chiosco polifunzionale, completamente alimentato ad energia solare, in grado di garantire la connessione ad Internet e l’accesso a contenuti multimediali precaricati gratuiti, via intranet. Oltre a tanti altri servizi, come il pagamento di tasse e imposte governative e all’acquisto di credito telefonico.

Nel futuro di Shiriki Hub c’è l’integrazione con la tecnologia IOT, il famoso Internet delle cose, che tramite un sistema di sensori e un software di gestione, sfrutterà il chiosco come una stazione di raccolta e analisi di dati. I primi utilizzi di questa implementazione che Nyakarundi si è immaginato sono legati ai dati sulle performance dei gestori dei singoli chioschi e sull’inquinamento dell’aria, ma l’IOT permetterà di certo di spingersi molto oltre queste prime due ipotesi.

Già oggi, le potenzialità e gli utilizzi di Shiriki Hub sono molteplici. I contenuti precaricati diffusi gratuitamente via intranet, ad esempio, sono un’ottima risorsa per le ONG, che possono utilizzare i chioschi per diffondere contenuti educativi e informativi tra la popolazione.

Nel 2015, gli Shiriki Hub sono stati utilizzati anche dalla Croce Rossa in Ruanda, all’interno dei campi profughi, dove è molto sentita la necessità di creare opportunità lavorative per i rifugiati che, soprattutto in una prima fase, hanno difficoltà a trovare un’occupazione nel Paese che li ospita. Grazie all’accordo tra Ared e la Croce Rossa, alcuni rifugiati burundesi sono stati formati alla gestione dei chioschi e hanno così potuto diventare gestori di stazioni di ricarica all’interno dei campi stessi, guadagnandosi da vivere in modo indipendente.

La forza di Shiriki Hub non è solo sul piano tecnologico ma anche nel suo modello di business. Nyakarundi ha sviluppato un sistema di micro franchising, creando una rete di affiliati che, investendo una cifra iniziale contenuta di 50 dollari per gli uomi, 25 dollari per le donne e 10 dollari per le persone con disabilità, ottengono in gestione il chiosco e la possibilità di vendere i servizi a esso collegati. I micro-imprenditori hanno anche accesso a un programma specifico di formazione sulla contabilità, sul pagamento delle tasse e sul marketing. Shiriki Hub contribuisce così a creare nuovi posti di lavoro, creando un impatto positivo sulle comunità locali a livello economico, sociale e ambientale.

Il chiosco solare Ared rappresenta quindi un sistema vincente per:

  • i clienti che hanno accesso a energia elettrica e contenuti digitali ovunque a basso costo,
  • gli operatori dei chioschi che, una volta associati, possono gestire in autonomia il proprio business,
  • Ared, l’impresa sociale fondata da Henry Nyakarundi, che sta espandendo la sua attività in altri paesi africani, primo fra tutti l’Uganda.

Scopri di più sul progetto Shiriki Hub.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Henri Nyakarundi.

 

Elizabeth Kperrun

Elizabeth-Kperrun

Nigeriana, trentun’anni, è la cofondatrice di Lizzie’s Creations, una startup che mira a preservare e a fare rivivere la cultura tradizionale africana grazie all’uso delle tecnologie digitali.

Nel 2013, ha creato la sua prima app dedicata all’infanzia, AfroTalez, una raccolta di favole africane dedicata ai bambini dai 2 ai 10 anni. “La tartaruga, l’elefante e l’ippopotamo” è il primo racconto animato a essere stato pubblicato. Accanto alla narrazione, l’applicazione propone ai bambini alcuni giochi interattivi per imparare a contare e a riconoscere gli oggetti.

Nel 2016, Elizabeth ha realizzato Teseem-First Words, un’app che insegna ai bambini le loro prime parole in inglese e in alcune delle principali lingue africane e nigeriane, tra cui Hausa, Swahili, Igbo e Yoruba. Nello sviluppare questa app, Elizabeth è stata ispirata da alcuni studi che mostrano come, nonostante i bambini a scuola siano chiamati ad apprendere nella lingua franca del proprio Paese (tipicamente inglese, francese, portoghese o arabo), questa in realtà non rappresenti la loro lingua madre. Questo aspetto spesso rende più faticoso e prolunga i tempi di apprendimento. Anche l’UNESCO sottolinea come il modo migliore per educare i bambini sia attraverso la lingua natale ma produrre materiale didattico nelle diverse lingue locali è spesso troppo costoso. Così, Elizabeth e il suo team hanno cercato una soluzione digitale per abbattere i costi, sviluppando Teseem – First Words.

Il viaggio nella cultura africana che Elizabeth propone ai bambini, prosegue anche grazie all’ultimissima app, Shakara, dedicata alla moda.

Le app realizzate da Lizzie’s Creations sono un primo esempio di come le ICT possano contribuire a preservare la cultura locale e a favorire l’educazione in un modo semplice ed economico. Molti sono ancora i contenuti in fase di realizzazione, il team di Elizabeth è al lavoro con docenti e genitori per testare quanto fatto finora e renderlo più efficace e coinvolgente. Il suo modello di business è basato sui contenuti freemium: gli utenti possono scaricare e utilizzare gratuitamente le app, tranne alcuni contenuti che sono a pagamento o per cui è richiesta la visione di un breve video pubblicitario.

Scopri di più sulle app di Lizzie’s Creations.

Leggi l’intervista che Ong2.0 ha realizzato a Elizabeth Kperrun.

 

I progetti di Henri Nyakarundi ed Elizabeth Kperrun sono stati selezionati tra le 233 candidature ricevute da 57 Paesi del mondo. Il Comitato Scientifico, composto da membri di SocialFare, Fundacion Paraguaya, Moxoff, E4impact e Nesta, ha valutato i progetti prestando grande attenzione all’impatto sociale e all’innovazione, sia dal punto di vista tecnologico sia delle metodologia e degli approcci adottati.

Il due vincitori saranno premiati ufficialmente il 6 novembre 2017 a Milano, durante gli Open Days dell’Innovazione, due giorni dedicati alle idee, le tecnologie e il networking per la cooperazione allo sviluppo e il sociale.

 

ict for social good grant 2017