Cina | Internet o Chinanet?

Il cyberspazio cinese ha raggiunto dimensioni doppie rispetto a quello americano ed è destinato ad occupare il primo posto nel mondo per grandezza e competitività economica. “Al mondo ci sono due internet: Internet e Chinanet” diceva il giornalista Jing Zhao. Da qui parte la riflessione della giornalista Francesca Bottari su Unimondo, che tra censura e diversità invita a decostruire il pregiudizio verso il mondo cinese rivalutando il nostro agire nel web.

In cinese Weibo significa microblog e infatti il gemello di Twitter in Cina si chiama Sina Weibo. Se noi conosciamo Google, gli utenti cinesi ricorrono a Baidu. Noi compriamo su Ebay e loro su Taobao. Il profilo non si fa su Facebook ma su Renren. I video non si guardano su Youtube ma su Youku. O ancora, se hai uno smartphone in Cina non puoi non avere l’applicazione Weixin – Wechat per gli occidentali – che in una sola applicazione offre l’equivalente di Facebook, Twitter, Instagram e WhatsApp.

In Cina gli internauti sono circa il doppio di quelli americani, le previsioni dicono 800 milioni di connessi per il 2015 (per dare un’idea nel 1997, anno in cui gli USA hanno acconsentito anche a Pechino di collegarsi all’ADSL, erano appena 620 mila). Uun anno fa i microblogger attivi erano 274 milioni e ad oggi si contano 800 milioni d’iscritti al servizio di pagamento online Alipay del sito e-commerce Alibabà (da noi ancora sconosciuto). Numeri importanti che formano un cyberspazio di cui nel nostro Internet sembra non esserci traccia. Se da parte cinese c’è un freno alle fonti web oltre confine (anche se i giovani cinesi mediamente conoscono le piattaforme del nostro internet), da parte nostra non c’è conoscenza della sfera virtuale destinata presto ad essere la prima al mondo per grandezza e competitività economico-commerciale.

Parlando di Cina, ridurre tutto ad una ed una sola censura è fuorviante. Seppur con i limiti all’espressione realmente esistenti, questo paese non è un cerchio bianco e nero, ma diversamente, fra i due si ritrovano molteplici sfumature, che in questo caso sono i differenti tipi di censura. Non c’è solo un governo che blocca informazioni, ma una politica volta a guidarle e manipolarle attraverso sistemi sempre nuovi a seconda delle circostanze. È un discorso complesso, di un argomento che richiede uno spazio maggiore di un articolo (lettura che consiglio: Cina.net di I. Franceschini).

La “censura cinese” mi ha permesso di ripensare alla mia dipendenza e approccio ai social network, alle occasioni in cui mi muovevo in base all’immagine o alla frase da “postare”. Occorre ripensare con maggior consapevolezza il proprio modus operandi: ridefinire i modi di condivisione attraverso i social network è un’opportunità per riflettere su come questi, così come censura e altre manipolazioni, agiscono sulle nostre vite, e dunque su quelle degli altri. Utilizzando le piattaforme cinesi mi sto rendendo conto di quanta miopia c’è da parte nostra. Un metodo – così come un prodotto – molto spesso viene categorizzato come “troppo cinese” ancor prima di conoscerlo. Dobbiamo pensare che se un sito cinese è il primo nel suo paese, lo sarà anche nel mondo – visti i numeri. Alcuni imprenditori italiani ne fanno uso (alibabà.com) e fra gli emigrati italiani a Shanghai il pregiudizio verso le piattaforme cinesi spopola (taobao.com, youku.com, ecc), ma i pochi che lo utilizzano hanno un’opinione molto positiva a riguardo. È conveniente ad esempio per chi d’abitudine acquista online, è efficiente per chi ricerca prodotti, fornitori, business, ed è fondamentale per chi vuole conoscere il marketing cinese. Questo misterioso “Chinanet” inizia ad essere il filo rosso delle vite delle persone con origini diverse ma tutte esposte al tocco del grande paese orientale: giapponesi, inglesi, italiani, finlandesi, americani, australiani, chiunque a che fare con la Cina e non si ferma nella conoscenza, condivide un mondo di cui noi non sappiamo nemmeno della sua esistenza.

Fra limiti, censura e diversità ci viene data un’enorme chance che è quella di ripensare alla nostra censura, più mite e silenziosa, ma in grado di plasmare felicità, pensiero e sapere di chi è quotidianamente connesso. L’invito dunque è un’altra volta quello di attraversare il caotico confronto cinese per rivedere il nostro agire, abbassando il dito puntato per eliminare ogni tipo di giudizio, a parte quello su sé stessi.

Fonte: Unimondo

Photo credit: Robert Scoble via Photopin

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