Gabbie digitali

dipendenza da internet 3

Così definisce  i social media Geert Lovink nel suo ultimo libro “Ossessioni collettive”, che denuncia: «I social possiedono la stessa architettura di un giardino recintato». E mentre crediamo di agire in libertà, questi strumenti intelligenti «monetizzano i nostri dati e trasformano i nostri profili in target mirati di campagne pubblicitarie». Divenendo mezzi di controllo.

di Elisabetta Demartis

Senza schierarsi dalla parte dei cyber-utopisti, ma nemmeno dalla parte dei pessimisti della rete in stile Morozov, Lovink cerca piuttosto di comprendere  i social network partendo da un’analisi storica di quella che è stata la nascita e l’espansione del web 2.0, fino ad analizzarne gli attuali risvolti sociali e antropologici.

Social media? Un giardino recintato

E’ con questa espressione che Lovink esordisce parlando dei social media, il cui limite «sta nel possedere la stessa architettura di un giardino recintato, mentendo sul fatto di avere una struttura aperta e decentralizzata». Quando navighiamo sul web e utilizziamo questo tipo di reti, dobbiamo tenere presente che nello stesso momento in cui crediamo di agire in completa libertà e, magari, di sostenere qualche campagna o causa sociale tramite i nostri account, si innescano processi di cui non siamo pienamente consapevoli. Questi ‘strumenti intelligenti’, spiega Lovink, «monetizzano i nostri dati personali e trasformano i nostri profili in target mirati di campagne pubblicitarie».

La caratteristica che contraddistingue strumenti come facebook o twitter è poi l’autoreferenzialità. «Abbiamo abdicato alla libertà e alla partecipazione in rete in cambio del piacere di fare shopping on-line e di incontrare un po’ di gente su facebook», spiega Lovink, «ciò che conta è solo l’apparenza, mentre non ha alcuna rilevanza la questione dell’esistenza di un’identità, vera o immaginaria che sia, al di sotto della superficie di ciò che si vede».

Di social c’è ben poco

Le critiche di Lovink non risparmiano neppure i blog. «È proprio la blogsfera», afferma infatti lo studioso olandese, «che per sua natura dovrebbe essere uno spazio polifonico, a presentarsi invece come un ambiente chiuso». La rete dei blog dà vita a una comunità di persone che la pensano tutte allo stesso modo e, creando delle ‘mainlist’ e diventando ‘follower’ di account con cui si condividono passioni e idee, si finisce per navigare ogni giorno negli stessi siti consumando la stessa tipologia di informazioni e rimanendo intrappolati in una sorta di circuito chiuso. Per questo «il dialogo nei network sociali contemporanei appare più che altro un’illusione».

Inoltre, anche quando sono presenti, i commenti  non hanno un legame diretto con il testo cui si riferiscono: il più delle volte il commento non cerca affatto il dialogo diretto con l’autore, ma ha una funzione di auto-rappresentazione personale. Analogo discorso per facebook. Il sistema dà la possibilità di esprimere un apprezzamento cliccando su “I like”, ma «non permette di fare il contrario con un ipotetico pulsante “I don’t like”». 

Google ape regina

Qualsiasi rete sociale, blog o sito internet è accessibile agli utenti grazie a un motore di ricerca: Google. Il colosso  della  Silicon  Valley detiene il controllo di tutte le fruizioni e informazioni sul web, decidendo, ogni giorno, le informazioni che avranno più rilevanza e quelle che non compariranno nella prima pagina dopo una ricerca. La posizione di Lovink a proposito è chiara: «Siamo gli utenti-operai che lavorano per l’ape regina Google, incapsulati in reti prive di scopo e divoratrici di tempo». Gli utenti del web sono così «risucchiati sempre più in profondità in una caverna sociale senza sapere cosa stanno cercando».

Contrariamente a chi pensa che i social media  saranno i nuovi  mass media del futuro, l’autore snocciola dati e riflessioni che vanno in direzione opposta. «5 miliardi di persone possiedono attualmente un cellulare, ma solo il 10% di essi usa twitter nei propri dispositivi mobili e il 20%, per essere ottimisti, usufruisce  di facebook». I mezzi  più utilizzati oggi sono ancora la radio, la televisione e la stampa, mentre «i mezzi più recenti come i blog, i siti web, le piattaforme  di condivisione tipo youtube e vimeo sono solo aggregazioni d’informazione» che non rappresentano l’informazione primaria, ma ne forniscono una semplice replica e rivisitazione.

Ormai più link clicchiamo, più pagine visitiamo e transazioni facciamo, e più il web diventa “intelligente”, raggiunge valore economico e crea profitto. Com’è possibile allora che tali comportamenti, limitando le potenzialità partecipative e creative dell’utente on-line, possano contribuire a un cambiamento democratico?

 La risposta, secondo Lovink, è scontata.






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