Il Guatemala manifesta e avanza una richiesta: ¡#JusticiaYa!

A inizio giugno è entrato tra i trending topic in Guatemala, ma è molto più che un hashtag: ¡#JusticiaYa! è la promessa di una nuova reazione alle molteplici problematiche che colpiscono il Guatemala di oggi.

di Maria Paola Montisci

Sono tantissimi i post e i messaggi sul web che in queste settimane contengono l’hashtag #JusticiaYa (“giustizia subito”). Un appello urgente – considerando che il tasso di impunità nazionale arriva al 98% – da parte di una cittadinanza da tempo assente dalla sfera pubblica che si sta finalmente riprendendo il ruolo che le spetta, esigendo giustizia per la drammatica situazione economica e sociale che il Guatemala sta vivendo.

Tutto è iniziato due mesi fa. Tra il 16 aprile e il 20 maggio, la CICIG (Commissione Internazionale Contro l’Impunità in Guatemala, organo istituito nel 2006 tramite un accordo stipulato tra le Nazioni Unite e il governo guatemalteco) ha diffuso due inchieste che hanno fatto luce su due casi di corruzione paradigmatici: “La linea”, che coinvolge le più alte cariche dello stato e alcune persone influenti dell’oligarchia guatemalteca in una frode fiscale per contrabbando nelle dogane, e il caso IGSS (Istituto Guatemalteco per la Sicurezza Sociale) su un appalto illecito per la gestione di cure mediche della peritonite.

La reazione dei cittadini è stata immediata. Sono scesi in piazza chiedendo unanimemente la #RenunciaYa (“dimissioni subito”) da parte della classe politica coinvolta, ottenendo l’8 maggio quella della vicepresidente Roxana Baldetti, dopo un’importante giornata di protesta nazionale che si è svolta il 25 aprile e ha coinvolto più di trentamila persone nella capitale e altre dislocate nei vari dipartimenti. La frustrazione, la delusione e la rabbia dei guatemaltechi non poteva che esplodere in una protesta che coinvolge tante realtà – dalle università pubbliche e private alle organizzazioni comunitarie e i movimenti nati spontaneamente – che non si sentono più rappresentate dai partiti politici.

Il Guatemala ha bisogno di gettare le basi per creare più inclusione sociale: solo due anni fa, nel 2013, la “giustizia immediata” a cui ora si sta facendo appello fu un tema che non riuscì ad emergere neanche davanti al caso di genocidio contro l’etnia Ixil perpetrato negli anni ’80 dal presidente Efrain Rios Montt. La sentenza di condanna fu ritirata dopo 10 giorni, ma l’hashtag #SiHuboGenocidio durò ben poco e non ci furono grandi manifestazioni di indignazione collettiva da parte dell’opinione pubblica.

Digital divide e libertà di stampa limitata: un ostacolo alla coscienza di popolo

Tra i vari fattori che finora hanno inciso negativamente sulla creazione di una cultura e conoscenza condivisa, alcuni sono inerenti alla sfera dell’informazione.

La libertà di stampa limitata – Dal 2012, momento in cui è entrato al potere come presidente Otto Perez Molina, il Guatemala è passato dal 95° al 125° posto nella classifica del World Press Freedom Index. Frequenti sono infatti le minacce ricevute dalle radio comunitarie, che diffondono tematiche a carattere sociale e culturale in diverse lingue native.
La scarsa distribuzione territoriale dei quotidiani – I giornali stampati, circa una decina di testate, sono accessibili in gran parte solo nelle città principali mentre nel resto del Paese arrivano solo due testate.
Contenuti poco trasparenti e scarsi – Le tematiche affrontate maggiormente sono cronaca nera e sport. Articoli sulla violazione di diritti umani, sulla manipolazione a sfavore delle fasce più vulnerabili della popolazione come la classe indigena o sui conflitti sociali sono per lo più inesistenti.
Digital divide – Il Guatemala è carente di infrastrutture adeguate e il tasso d’accesso alla tecnologia o a una connessione internet domestica è tra i più bassi dell’America Latina. Un esempio: su una popolazione di piu di 15 milioni, meno di  3 milioni sono gli utenti che possiedono una connessione.

Nonostante ciò, oggi nel Paese sono attivi più di 3 milioni di account Facebook. Ecco perché in questo momento l’organizzazione cittadina funziona con più efficienza ed efficacia, oltre che più rapidamente, anche grazie alla comunicazione che passa tra le reti sociali: solo negli ultimi giorni sono tante le pagine social nate spontaneamente e non appartenenti ad alcuno schieramento partitico. Proprio come è successo con #JusticiaYa, che da hashtag è diventato una piattaforma di social network (Facebook, Twitter e Instagram) che viene utilizzato sia per annunciare attività inerenti la protesta sia per condurre indagini partecipative su come sviluppare le azioni in maniera condivisa e orizzontale. #JusticiaYa ora è un grande ombrello sotto la quale si sono riunite diverse associazioni e organizzazioni cittadine che ora formano insieme un movimento.

 

 

Grazie alle reti sociali, si è aperto uno spiraglio ad un dibattito pubblico che ruota finalmente intorno a tematiche sociali importanti, tra cui l’assenza di uno stato di diritto e la necessità di riforme. Una tendenza confermata anche dalle tante testate online e indipendenti che stanno diventando i canali preferiti da chi vuole accedere all’informazione alternativa.

In questo senso, un’iniziativa interessante è promossa dalla stessa CICIG, che dal mese di giugno diffonde sul suo sito e sui social network podcast su argomenti come l’accesso alla giustizia e l’impunità.


 

Maria Paola Montisci – Sarda di Mogoro, classe ’83. Dopo una laurea in Comunicazione e poi in Relazioni internazionali a Perugia, ha dedicato un anno al volontariato tra Messico e Italia, avvicinandosi ai temi di cui tutt’ora continua a interessarsi: inclusione sociale, cittadinanza attiva e diritti umani. Dopo il master a La Sapienza in “Cooperazione e progettazione per lo sviluppo”, arriva in Guatemala con uno stage e vi resta con un contratto come comunicatrice sociale del progetto “Gestione dei rifiuti solidi e urbani in quattro municipi del Guatemala e Nicaragua” con l’ong Movimento Africa 70.

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