Sharing economy | È boom in Italia

Cresce l’economia collaborativa in Italia con circa 250 piattaforme online e il 13% della popolazione che ha utilizzato almeno una volta i servizi di sharing. Dal car sharing all’alloggio condiviso, dal baratto allo scambio di case per le vacanze, dal 2011 ad oggi i numeri sono più che triplicati. Non è più una stravagante iniziativa di pochi, ma una vera e propria alternativa economica. Vantaggiosa per singoli, aziende ed organizzazioni.

I dati sulla crescita della sharing economy sono stati presentati a Sharitaly lo scorso 29 novembre a Milano. Evento curato da Collaboriamo! con il contributo scientifico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Fondazione Eni Enrico Mattei, è stato luogo di scambio e di riflessione sulle nuove tendenze emerse dalla ricerca di Duepuntozero DOXA sulla diffusione dell’economia collaborativa tra la popolazione italiana. I servizi più utilizzati sono quelli legati alla mobilità (car sharing), alloggio condiviso, scambio e baratto; a seguire il crowding, con crowdsourcing e crowdfunding, e il making, ovvero l’autoproduzione dall’hobbismo alla fabbricazione digitale (fablab). La ricerca rileva circa 160 piattaforme di scambio e condivisione, circa 40 esperienze di autoproduzione e circa 60 di crowding. L’early adopter: uomo, con alto livello di istruzione e residente in grandi centri abitati.

Che cosa è cambiato: perchè gli italiani hanno iniziato a condividere? Oggi non si tratta più solo di una forma di risparmio. La sharing economy rappresenta la possibilità di accedere a forme di socialità altrimenti inaccessibili, sentendosi protagonisti del ciclo economico non solo come consumatori.

Nasce una nuova figura di prosumer che smentisce il luogo comune degli italiani che pensano solo a se stessi. Per capire il panorama delle start UP in Italia Collaboriamo! monitora i servizi collaborativi. Servizi giovani, nati quasi totalmente nell’ultimo anno, sono piattaforme come Fubles – che conta 337mila giocatori per 77mila partire giocate –  e Gnammo – 12mila iscritti con +4500 gnammers -, che sanno creare relazioni con l’economia tradizionale. Emergono tuttavia dalla ricerca di Duepuntozero DOXA elementi che sembrano in parte giustificare questo stereotipo. La mancanza di fiducia nel condividere beni di proprietà è la barriera principale all’utilizzo delle forme di economia collaborativa. Esistono inoltre criticità strutturali legate alla mancanza di regolamentazione normativa, ai pochi fondi di investimento erogati e alla scarsa sensibilizzazione sul tema dei giovani imprenditori italiani.

Punto di svolta è stato il regolamento sull’equity based crowdfunding dello scorso aprile, un modello di raccolta di fondi sotto forma di investimenti di capitale a sostegno dello sviluppo delle startup innovative.

La sharing economy è un’alternativa forte, secondo Ivana Pais – coordinatrice di Sharitaly, perchè le sue forme si intrecciano alla struttura del capitale sociale ed economico di chi sceglie di utilizzarle. “L’economia collaborativa, dice Pais, ha tre tratti distintivi: la condivisione, intesa come l’utilizzo comune di una risorsa; la relazione orizzontale (peer-to-peer) tra persone (o organizzazioni) in cui i confini tra finanziatore, produttore e consumatore vengono meno; la presenza di una piattaforma tecnologica che organizza queste relazioni digitali, che possono essere supportate e alimentate solo grazie alla fiducia generata da sistemi di reputazione digitale”. Anche Mario Maggioni, docente di Politica Economica all’Università Cattolica, sottolinea l’utilizzo intensivo dei social media nella sharing economy, che diventano qui veri e propri spazi di relazione e di scambio; luoghi in cui costruire fiducia, fondamentale per ogni forma di condivisione.

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