3D printing: mi stampo il futuro dell’Africa?

Il 2014 sarà l’anno della stampa 3D. Così è stato annunciato al CES di Las Vegas, la più importante fiera della tecnologia al mondo, presentando al pubblico la tecnologia che rivoluzionerà il nostro modo di consumare e produrre oggetti. Anche nel mondo della cooperazione internazionale c’è chi non è rimasto indifferente all’idea di poter stampare cibi, medicinali, smartphone e protesi direttamente nelle sedi dei propri progetti nei paesi in via di sviluppo. Ma senza cadere in facili entusiasmi.

di Vera Prada

Si sa, l’essere umano è per natura curioso. Quando nel 2011 l’Economist ha pubblicato un articolo dal titolo Print me a Stradivarius – Stampami uno Stradivari, con un violino di plastica in copertina, la stampa 3D è stata subito etichettata come la tecnologia del futuro.

Nonostante nel settore industriale fosse già in uso da parecchi anni, in molti sono stati attratti dalla possibilità di produrre in casa e a prezzi accessibili ciò che si vuole, scegliendo materiale, colore e dimensioni preferiti. Il suo sviluppo in questo senso è stato sperimentato innanzitutto dalla community dei makers – specializzata nel fai-da-te digitale e unita dal motto “non esistono problemi, ma solo opportunità” – che ha contribuito a diffondere le stampanti 3D al di fuori della grande industria, rendendole open source e facendole diventare così il cavallo di battaglia di molte start up.

photo credit: http://it.ulule.com/wafate/

Cosa si può stampare in 3D

Abbiamo chiesto come funziona ad un designer che da anni utilizza queste stampanti nel suo lavoro. Ci ha spiegato che è sufficiente avere un file che contiene le informazioni base dell’oggetto da stampare – dimensioni e materiale -, caricarlo su un programma grafico e cliccare print. Il materiale è contenuto in forma liquida in siringhe che fungono da cartucce. La stampante realizzerà l’oggetto strato per strato fino ad ottenere il prodotto finito.

Che cosa si può stampare in 3D? Potenzialmente tutto. Per ora sono stati stampati giocattoli, armi, razzi e satelliti, basi spaziali, parti del corpo, protesi, organi interni, pizza, cioccolatini e persino una parte della barriera corallina.

Il nostro designer di fiducia ci racconta che i vantaggi della stampa 3D comprendono la possibilità di abbattere costi di produzione e distribuzione, un risparmio sulle materie prime, l’ecosostenibilità e la ricerca open source. Per questi motivi rappresenta un mercato in grande crescita: è previsto infatti che supererà i 10 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Tuttavia, i primi a fermare il tecno-entusiasmo sono proprio gli operatori del settore, in particolare i modellisti, che vedono messa a rischio l’esistenza stessa della loro professione.

Nonostante questo, sottolinea il nostro designer, il carattere rivoluzionario della stampa 3d sta nell’offrire a ciascuno l’opportunità di realizzare la propria creatività, riconquistando spazi, tempi e mezzi di produzione e agendo da prosumer nel campo della manifattura, settore ancora oggi dominato dalle grandi industrie. Questo carattere di riconquista personale ha fatto intravedere a molti una possibile applicazione nella salvaguardia delle produzioni locali e ha portato ad inserire la stampa 3d nel sistema delle ICT per lo sviluppo.

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photo credit: Project Daniel

Stampa 3D in Africa

Più che le reali opportunità offerte dalla tecnologia, è stata la curiosità ad aver generato diverse applicazioni di stampa 3D nei Pvs. Sulla rete basta digitare “3D printer for development” e si viene sommersi dai risultati. La prima esperienza ad aver catturato la nostra attenzione è il Project Daniel, presentato lo scorso gennaio al CES 2014 dalla fondazione americana NotImpossiblelabs guidata dal videomaker e vip americano Mick Ebeling. L’obiettivo del progetto (distribuito gratuitamente online) è quello di stampare in 3D protesi low cost da donare ai mutilati delle guerre africane.

Benchè a Las Vegas il Project Daniel sia stato presentato come il primo nel suo genere, le protesi stampate in 3D erano già un business quando Mick Ebeling arrivò in Sudan nel novembre 2013. Come si scopre dalla piattaforma online Openprosthetics, erano già state stampate protesi per i mutilati dell’Iraq come per quelli del Sud Africa. E il mercato si è ampliato da quando le community, come l’africana Woelabo, promuovono la ricerca open source postando sul web tutorial per costruire stampanti e stampare protesi, pannelli solari, componenti meccaniche per gli impianti di circolazione dell’aria in cliniche e poliambulatori in Etiopia, utensili e pezzi di ricambio.

Un altro caso è quello di un ragazzo ghanese che nell’estate 2013 ha costruito una stampante 3D con i rifiuti elettronici. L’ha chiamata “e-waste” e ha denunciato le tonnellate di materiali di scarto che l’occidente riversa nel continente africano. Il progetto è piaciuto a tal punto che la Nasa ha sovvenzionato la e-waste per stampare basi spaziali su Marte.

Infine, non possiamo non ricordare che a vincere la prima edizione del premio 3D printer for peace è stato un ragazzo canadese che ha inventato un sistema per la gestione dei vaccini nei Pvs.

Il futuro della cooperazione internazionale?

Gianluca Iazzolino, esperto di ICT4D in Africa, è cauto nell’affermare che le stampanti 3D possano rappresentare il futuro dello sviluppo. Spiega che “le stampanti 3D sono arrivate nel continente africano grazie agli startupper, ma oggi sono i progetti governativi, come il South African Additive Manufacturing Roadmap Develompent Project, ad investire nella tecnologia”. Le stampanti 3D rappresentano quindi un business, che non necessariamente fa rima con sviluppo: “Si tende a far rientrare nel campo dello sviluppo e della cooperazione qualunque cosa venga utilizzata in un paese in via di sviluppo. Il rischio è allora quello di considerare la stampante 3D come tecnologia di sviluppo, solo perché viene utilizzata in Africa”.

Non sono inoltre da sottovalutare i costi di produzione: “Pensare di poter andare in Africa a stampare del cibo o stampare protesi per i milioni di mutilati africani, è ancora fantascienza: il costo delle materie prime e delle stampanti stesse è ancora troppo elevato e la tecnologia ancora immatura e in fase di sperimentazione”.

Insomma, conclude Iazzolino “quando la tecnologia sarà matura, la stampa 3D sarà uno dei tanti strumenti utili nel grande repertorio delle ICT per la cooperazione internazionale. Certamente affascina, ma anzichè chiedersi ‘come possiamo utilizzarla?’ a priori, solo perché ci ha incuriosito, dobbiamo essere capaci di vedere la stampa 3D nel repertorio delle possibili risposte che la cooperazione può vagliare per risolvere un problema”.

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