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#BoatCamp2016: il “quarto settore” nasce in nave

Mentre in Italia va in porto, finalmente e faticosamente, la riforma del terzo settore c’è chi sostiene da tempo che le divisioni tradizionali siano superate e si debba parlare – e vivere – di quarto settore.  Questo è quello che si è sperimentato concretamente al Social Entreprise Boat Camp 2016, il primo boot camp itinerante sull’impresa sociale in cui oltre 380 tra rappresentanti di cooperative, aziende, ong, associazioni e fondazioni, insieme per tre giorni di navigazione, hanno lavorato a formule nuove di lavoro congiunto.

di Silvia Pochettino

Che la divisione tra primo, secondo e terzo settore (Stato, mercato e non profit) sia superata, è diventato chiaro a molti. Il confine tra profit e non profit  ha perso smalto da tempo; i limiti evidenti di un approccio assistenzialistico che si autoalimenta, l’evoluzione della tecnologia, l’esplosione del fenomeno start up, la carenza di fondi pubblici, l’urgenza di una nuova sostenibilità economica, sociale e ambientale, sono tutti elementi di un cocktail esplosivo che ha messo in luce come per affrontare i problemi sociali contemporanei sia necessaria una formula totalmente nuova.

E questo è stato proprio il tema e la pratica concreta del Social Entreprise Boat Camp 2016, ideato da Fondazione Acra e CGM e copromosso da Ong 2.0 nel mondo della cooperazione internazionale italiana, grazie alle borse di studio offerte da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo.

380 persone rappresentanti di cooperative, aziende, ong, fondazioni hanno vissuto tre giorni insieme in nave, sperimentando lo scambio concreto e paritario tra realtà molto differenti.

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Con esempi e casi studio di grande interesse da tutte le parti del mondo, come Lorna Rutto di Ecopost che, per limitare i processi di deforestazione e l’inquinamento ambientale del Kenya, si è inventata un nuovo prodotto edile da costruzione grazie al riciclo della plastica, o Illac Diaz, imprenditore filippino che con “A liter of light” ha portato la luce nelle baraccopoli e e nei campi profughi del suo paese grazie alla produzione di lampade in bottiglie di plastica, alimentate da micro pannelli solari prodotti in loco da donne e bambini o Martin Burt, di Fundacione Paraguaya, che ha ideato l’app “poverty stop light methodology” un metodo visivo perché siano le popolazioni stesse a definire cosa significa povertà per loro e quali siano le priorità su cui intervenire, o ancora Fabio De Pascale, fondatore di Davergy, giovane impresa sociale che porta elettricità nei villaggi della Tanzania sviluppando micro reti elettriche locali a energia solare.

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Illac Diaz e Martin Burt in nave

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Harish Hande durante lo speech a Barcellona

 

Non sono mancati i casi italiani, dal caffé biologico, equo e solidale e dalla filiera totalmente trasparente del Laboratorio del caffé a Maramao impresa agricola piemontese che lavora con i migranti fino a Familyidea, piattaforma web di servizi alla famiglia che mette in rete i consorzi di cooperative sociali in tutta Italia.

Elementi comuni: essere imprenditori, stare sul mercato, occupandosi di problemi sociali in modo etico e sostenibile. Perché profit e sociale, nel quarto settore appunto, non sono più mondi separati.

Addirittura la definizione di impresa sociale dovrebbe essere superata secondo Harish Hande, fondatore di Selco, (impresa leader in India per l’elettrificazione rurale con energia solare, insignito dell’autorevole Magsaysay award) perché, come sostiene l’imprenditore indiano in uno degli speech più toccanti del Boat, durante la tappa a Barcellona, “L’impresa sociale dovrebbe essere la norma, ogni impresa dovrebbe essere guidata dalla passione e non dal denaro, e condotta in modo etico e sostenibile”

Divisi in gruppi di lavoro nei due giorni di traversata si sono affrontati business model dei sei casi studio internazionali, per confrontarsi concretamente su priorità, difficoltà e potenzialità nello sviluppare un’attività imprenditoriale con finalità sociali, per arrivare a sei pitch finali di presentazione prima dello sbarco.

Oltre 70 gli operatori della cooperazione internazionale presenti in nave, con un vivace dibattito su come debbano trasformarsi i modelli di intervento, superando il consueto schema del “progetto di sviluppo” per arrivare a processi di cambiamento basati su veri partenariati paritari con le realtà imprenditoriali locali.

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Di “quarto settore” parla al Boat Camp anche Laura Frigenti, direttore della nuova Agenzia di Cooperazione Internazionale dell’Italia, che ha partecipato alla traversata Civitavecchia-Barcellona ed è intervenuta al convegno pubblico nella capitale catalana “La combinazione di impatto sociale, tecnologia e capitale può fare la differenza. Come settore pubblico possiamo portare la struttura e promuovere i luoghi di incontro, ma la vera rivoluzione parte da voi”

 


Anche Enel Group, main sponsor dell’iniziativa è presente in forza al Camp e partecipa attivamente a tutte le fasi

 

 

Molto soddisfatti gli organizzatori “Dobbiamo spalancare finestre e mondi, siamo in una terra di mezzo in cui tutti possono lavorare e portare il proprio valore aggiunto” sostiene Stefano Granata, presidente del Gruppo cooperativo CGM “l’impresa sociale è per tutti e la contaminazione è avvenuta su questa nave”.

Per Elena Casolari, amministratore delegato di Fondazione Acra “L’esperienza è stata quasi inaspettata. Gruppi tanto disomogenei sono riusciti alla fine a creare vera armonia e convergenza nell’affrontare le grandi sfide, anche gli interventi istituzionali sono stati tutti di grande spessore e fiducia nelle imprese sociali”.  Cosa mi porto a casa? “L’idea che bisogna sempre guardare in alto per produrre veri cambiamenti di prospettiva”

Ecco lo storify della conferenza organizzata al Caixa Forum durante la tappa a Barcellona.

 

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