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Il successo di un progetto dipende dalla chiarezza degli obiettivi

La Cooperazione Internazionale lavora soprattutto attraverso progetti, strutture complesse che se costruite su presupposti sbagliati, rischiano di non produrre alcun impatto positivo. Qual è l’errore più ricorrente in cui cade un progettista? A raccontarcelo è Andrea Stroppiana, docente del percorso “Progettare la Cooperazione Internazionale“.

di Viviana Brun

 

Raggiungo Andrea Stroppiana su skype, quando è appena tornato da una missione in Marocco. Nel 1989 ha iniziato in Colombia quello che lui stesso definisce il suo “cammino nella progettazione”. Un viaggio professionale che ancora oggi lo porta a trascorrere gran parte del tempo in giro per il mondo. Infatti, è spesso impegnato in missioni di formazione o valutazione per conto di organismi internazionali partner in progetti dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

Oltre alle consulenze, Andrea attualmente lavora per l’ONG Ricerca e Cooperazione ed è formatore e docente esperto di Project Cycle Management, con particolare attenzione alla qualità della progettazione.

Il suo punto di forza come docente è subito chiaro: è abituato a mettere in pratica ciò che insegna, a testare sul campo teorie e metodologie, traendone insegnamenti e riflessioni che condivide volentieri con i suoi studenti e le sue studentesse. D’altronde, sottolinea Andrea, “quanto sarebbe credibile un medico che insegna medicina senza aver mai preso il bisturi in mano? Per chi si occupa di formazione nell’ambito della cooperazione internazionale il tipo di approccio dovrebbe essere esattamente lo stesso”.

Di errori e di progetti destinati a fallire purtroppo ce ne sono tanti. Per questo è importante che un progettista investa nella propria formazione prima di buttarsi a capofitto nella pratica. Andrea mi spiega come la chiave del successo di un progetto stia proprio nella forma mentis di chi lo scrive. “Nella progettazione a ogni termine corrisponde un significato preciso. Per questo è necessario partire da pochi concetti chiave per orientarsi meglio, riuscire a leggere e a capire i tanti documenti che esistono sull’argomento e per sviluppare uno spirito critico orientato all’efficacia delle azioni”.

 

Qual è uno degli errori più ricorrenti nella progettazione?

“Quasi ogni progetto che valuto presenta il grosso inconveniente di avere tra gli obiettivi delle attività. Il malinteso nasce dalla lingua parlata, in cui non è così netta la distinzione tra i termini “obiettivo” e “attività”, tanto che possiamo benissimo dire che – il mio obiettivo è quello di comprarmi una macchina -. Mentre acquistare una macchina è qualcosa che si fa, ovvero un’azione, non certo un obiettivo. Questo tipo di approccio, in cui l’obiettivo coincide con l’attività è disastroso, perché porta a non distinguere più lo strumento dal beneficio. Lo strumento è l’azione, quello che si fa e l’obiettivo è il beneficio, ciò che si ottiene attraverso quell’azione. Se io dico che il mio obiettivo è formare delle persone, non ti sto dicendo qual è il beneficio che voglio ottenere, ti sto solo dicendo ciò che voglio fare. Purtroppo, questa cattiva pratica sussiste in 8 progetti su 10. Per essere un buon progettista, è necessario che nella propria testa la differenza concettuale sia molto netta.”

 

Il finanziatore penalizza questo tipo di errore?

“Dipende, a volte può anche sfuggire. Spesso i bandi ricevono un enorme mole di progetti da valutare in poco tempo. Poi c’è il fatto che chi valuta ha pochissime interazioni con chi prepara un progetto, non sempre può chiedere al progettista di fare delle correzioni. In due ore deve dare un giudizio e può capitare che il progetto sia molto buono, benché abbia dei vizi di forma, e allora passa lo stesso. Spesso però i vizi di forma nascondono i vizi di sostanza, che compromettono l’efficacia del progetto.

A volte mi capita di valutare dei progetti che non hanno obiettivi. Come si valuta il successo di un progetto che non ha obiettivi? Avere successo non vuol dire fare le attività, ma ottenere benefici, se questi non ci sono, l’efficacia non è misurabile. Ad esempio, vengono finanziati dei corsi di formazione senza sapere quale sia il beneficio atteso e senza poterlo valutare. Un progetto basato sulle attività porta a formare delle persone che poi metteranno il know how acquisito in un cassetto, senza poterlo applicare.”

 

Qual è il legame tra obiettivi e sostenibilità?

“Se io non ho degli obiettivi chiari non ho neanche la sostenibilità. La sostenibilità infatti non dipende dall’output ma dall’outcome. Mi spiego, un progetto sanitario non è sostenibile perché ho creato un ospedale (outup), è sostenibile se persiste il beneficio che questo output dà, ovvero l’accesso alla cura sanitaria (outcome). È quest’ultimo ciò che deve durare nel tempo. Se pensiamo ai corsi di formazione, ciò che deve essere sostenibile ovviamente non è il corso in sè, ma il know how che ne deriva, che deve essere spendibile. Se non hai degli obiettivi non hai neanche dei validi indicatori e diventa molto difficile misurare il reale impatto di un progetto.”

 

Se vuoi scoprire se la progettazione fa al caso tuo, vai alla pagina di “Progettare la Cooperazione Internazionale” e esplora il programma del corso.

 

Co[opera]: bene ma non benissimo

Il mondo della cooperazione internazionale si è dato appuntamento a Roma per due giornate, quelle di ieri e di oggi, di confronto sui temi dello sviluppo sostenibile. Partecipare a Co[opera] – Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo è stato un’occasione per guardarsi in faccia e vedere come, grazie ai cambiamenti e alle riforme introdotte nel 2014, questo mondo abbia acquisito nuovi volti e nuovi attori. 

di Viviana Brun

 

Il settore privato è sempre più protagonista e sembra emergere con forza la consapevolezza che alcuni ambiti possano giocare un ruolo chiave nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile ma anche nel diffondere nella società una ritrovata coscienza civica e sociale.

coopera1C’è da dire però che in una conferenza dal titolo, “Coopera. Novità e futuro: il mondo della cooperazione”, sorge spontaneo osservare l’assenza di grandi temi: com’è possibile immaginare un futuro senza tenere in considerazione le grandi trasformazioni legate all’innovazione tecnologica, i nuovi approcci e metodologie d’intervento, l’open innovation, la fabbricazione digitale, il contributo dei big data e delle ict per lo sviluppo? L’innovazione tecnologica sta cambiando il mondo e in gran parte lo ha già cambiato e la cooperazione internazionale può e deve essere parte trainante di questo cambiamento. Tutte queste componenti hanno già modificato i settori di intervento che sono stati al centro dell’attenzione della conferenza: le migrazioni, l’educazione, lo sviluppo sostenibile. Questa è la novità vera, trasversale a tutti gli ambiti d’intervento, che sta portando a una piena collaborazione con il settore privato, con startup, innovatori, centri di ricerca e professionisti del nord e del sud del mondo.

Grande spazio è stato dedicato invece ai giovani. Una priorità quella di coinvolgere le nuove generazioni, che era già emersa con forza negli ultimi mesi del 2017, quando il Vice Ministro Mario Giro si era speso in prima persona in una visita di dialogo e incontro con gli studenti e le studentesse delle diverse università italiane.

Un detto popolare vuole che “i giovani siano il futuro del mondo” ma anche di un settore professionale, come quello della cooperazione allo sviluppo, che ha bisogno sempre più di professionisti altamente formati, di nuove metodologie, idee e forme di collaborazione per continuare a rinnovarsi e a crescere. Questo pensiero è stato condiviso anche dall’ex Ministro della Cooperazione, Andrea Riccardi: “La cooperazione non è un lavoro di routine, ha bisogno di idee e di pensiero, le risorse potranno funzionare se rimettiamo in movimento le idee” e rafforzato dalle parole del Segretario Generale del MAECI, Elisabetta Belloni che sottolinea come “fare cooperazione richiede professionalità”. Le università giocano quindi un ruolo chiave e sono chiamate a impegnarsi in prima linea nel supportare i programmi di sviluppo con proposte formative all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo e programmi di collaborazione e impegno concreto sul campo.

In questa conferenza trova spazio anche la comunicazione, riconosciuto come il settore chiave per diffondere non solo il senso e l’impegno della cooperazione ma anche una visione del mondo diversa, alternativa agli estremismi e al nervosismo della recente campagna elettorale.

coopera3Nella tavola rotonda dedicata alla comunicazione è stato proiettato un video che ha mostrato quanta poca consapevolezza ci sia nell’opinione pubblica su cosa sia la cooperazione internazionale. Molti passi avanti sono stati fatti ma perché oggi è ancora così difficile parlare di cooperazione allo sviluppo? Giovanni Maria Bellu dell’Associazione Carta di Roma individua nei criteri di notiziabilità giornalistica la ragione della scarsa comunicazione sul tema. Tra tutti, il più importante è probabilmente la facilità di comprensione: solo ciò che capisco può smuovermi le corde emotive. Le notizie virtuose sulla cooperazione internazionale sono notizie complicate da spiegare che coinvolgono la geopolitica, il diritto internazionale, l’economia. Al contrario, le notizie negative sulla cooperazione fanno leva su sentimenti conosciuti come il rancore e la diffidenza. In questo secondo caso è più facile parlare di cooperazione, proprio com’è avvenuto per le ONG impegnate nel Mediterraneo.

Elisabetta Sogli di Corriere Buone Notizie sostiene che chi comunica deve rifiutare l’idea che la gente si voglia interessare solo alle brutte notizie, bisogna andare oltre “il giornalismo delle tre “s”, sesso sangue e soldi”, attuare un cambio di paradigma e mostrare ciò che di bello succede e, nel caso delle ong, promuovere il proprio impegno e i propri valori.

Come operatrice di una ONG con in testa un’idea forse un po’ romantica della cooperazione – fondata soprattutto su un rapporto di fiducia che si costruisce con le comunità, che si traduce in una fitta rete di relazioni in zone molto diverse del mondo – alla fine della prima giornata di conferenza mi resta l’amaro in bocca per l’ottica assolutamente “africanocentrica” dell’evento che inevitabilmente riconduce la cooperazione internazionale alla crisi migratoria attuale.

È giusto essere focalizzati, aver invertito quella che Riccardi definisce “la tendenza di andare sparsi nel mondo”, porsi e rispettare delle priorità d’intervento, così com’è indubbio che le migrazioni e la sicurezza nazionale siano argomenti “caldi” di questi ultimi anni ma il ruolo della cooperazione non è solo quello di essere a servizio della questione migratoria per creare sviluppo e lavoro nei Paesi di provenienza dei flussi.

Sono molti i temi che non hanno trovato spazio in questa occasione ma che caratterizzano il lavoro quotidiano di molte ONG, dalla sanità, all’agricoltura, passando per la difesa dei diritti dell’infanzia e delle donne, citate solo da Neven Mimica, Commissario Europeo per la Cooperazione allo Sviluppo, che ha affermato che “La violenza sulle donne è una delle violazioni dei diritti umani più diffusa e rappresenta una barriera al raggiungimento dello sviluppo sostenibile.”

Indubbiamente non si poteva parlare di tutto e forse di questa conferenza bisogna portare a casa il riconoscimento ufficiale della cooperazione internazionale allo sviluppo non come una parte accessoria ma come parte integrante della politica estera del nostro Paese.

Il Ministro agli Affari Esteri e alla Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, a questo proposito ha sottolineato l’aumento degli investimenti dedicati a questo settore. Di fronte a questi riconoscimenti, io mi chiedo se, come attori protagonisti della politica estera, non si possa incidere anche su alcune misure adottate dal Governo. Quanta dipendenza vi è, ad esempio, tra la concessione delle autorizzazioni per la vendita e l’esportazione di armamenti da parte dell’Italia verso il Medio Oriente e le sfide che la cooperazione internazionale si trova ad affrontare ogni giorno? È assolutamente positivo che ci sia un’attenzione, anche economica, per il nostro settore e ci auguriamo che questo sia solo l’inizio di un cammino che porti a una maggiore coerenza d’intenti all’interno delle politiche internazionali.

Come ha ricordato l’ex Ministro Riccardi: “oggi la cooperazione non nasce solo da una spinta etica ma da una coscienza geopolitica, quella dell’interdipendenza dei destini del mondo globale.

Theory of Change: come generare e valutare il cambiamento

Mercoledì 19 Aprile più di 400 partecipanti (in diretta e in differita) hanno approfondito la Teoria del Cambiamento (ToC) durante il secondo webinar gratuito del percorso “Lavorare nella Cooperazione Internazionale“. In questa occasione, Christian Elevati, Senior Consultant in gestione e valutazione dell’impatto sociale che lavora da molti anni per realtà del Terzo Settore, è partito da un punto fermo: si lavora nella cooperazione, nel sociale, perché si crede nel cambiamento. A questo proposito però, occorre domandarsi a quale cambiamento ci si riferisce e come questo debba essere monitorato e valutato. 

La ToC è una metodologia specifica applicata nell’ambito del sociale per pianificare e valutare dei progetti che promuovano il cambiamento sociale attraverso la partecipazione e il coinvolgimento. Si definiscono dunque obiettivi a lungo termine e a ritroso si ricostruiscono logicamente i legami causali per arrivare a quegli obiettivi. Così facendo, è possibile stabilire degli obiettivi intermedi e delle fasi che potranno e dovranno essere verificabili costantemente.

Secondo Christian una delle definizione più precise della Teoria del cambiamento è la seguente:

La Theory of Change è un processo rigoroso e partecipativo nel quale differenti gruppi e portatori di interesse nel corso di una pianificazione articolano i loro obiettivi di lungo termine [impact] e identificano le condizioni che essi reputano debbano dispiegarsi affinché tali obiettivi siano raggiunti. Tali condizioni schematizzate negli outcomes che si vogliono ottenere e sono organizzate graficamente in una struttura causale.

Dana H. Taplin, Heléne Clark, “Theory of Change basics”

Il webinar è poi proseguito ponendo l’attenzione su una domanda chiave: “C’é veramente bisogno della teoria del cambiamento?”. Secondo Elevati la prima risposta è “Si, vale la pena farci i conti presto”. Uno dei motivi principali è che ci troviamo in piena crisi strutturale, culturale, politica e di risorse. Non si può più non rendere conto di come usiamo le poche risorse a disposizione e quanto siamo, come soggetti o organizzazioni, efficaci ad usarle.

Nel contesto in cui viviamo i cambiamenti sono rapidi e la complessità è grande: è necessario dimostrare di poter creare cambiamento, analizzandolo, monitorandolo e rendendo conto di tutti i fattori che portano alla sua riuscita. 

Andando nello specifico, si potrebbe strutturare in questo modo la composizione di una ToC che deve includere sempre:

  • Una esplicitazione chiara delle ragioni alla base dei cambiamenti reali e duraturi in una specifica area tematica e delle relative preconditions (fattori al di fuori del controllo del management che possono influenzare il legame causale delle ToC).
  • L’articolazione di un percorso che porta a tali cambiamenti attraverso lo sviluppo di strutture e di competenze organizzative specifici e programmi/progetti.
  • Un sistema di impact management & evaluation in grado di implementare quel percorso e di testare i presupposti, le risorse e gli strumenti messi in campo.

Quando affrontiamo la ToC in un programma o progetto, l’esplicitazione delle assumptions è cruciale. Le assumptions riguardano il modo in cui crediamo che le cose possano cambiare e dipendono da ideologie, valori, preconcetti, stereotipi o visioni del mondo. Si tratta quindi di idee che spesso assumiamo in modo implicito, come soggetti singoli o come organizzazione, e che più sono inconsapevoli più sono pericolose poiché “agiscono senza che ce ne rendiamo conto, guidando di fatto le nostre scelte”. 

A questo proposito il docente sottolinea che “l’obiettivo del processo della ToC è quello di farle emergere, di discueterle, di testarle e allo stesso tempo di generarne di nuove maggiormente basate su un’evidence reale e condivisa”. Questo permetterà di chiarirle in  modo rigoroso, lasciare spazio a dubbi interpretativi o idee abitudinarie.

Dopo una prima analisi, possiamo affermare che la ToC è uno strumento fondamentale per rispondere alle seguenti domande:

  • Che cosa è cambiato (o no) a livello di outcomes e perché?
  • Quanto questi risultati sono sostenibili nel tempo?
  • Qual’é l’impact che questi risultati hanno prodotto?
  • Qual’é stato il contributo del programma/intervento/progetto a questi outcome rispetto ad altre cause o influenze?
  • Quali sono le implicazioni per le politiche e per le strategie (locali, nazionali, internazionali)?

E’ stato utile, nel corso di questa analisi, approfondire gli elementi che qualificano il raggiungimento effettivo dei risultati. Christian Elevati ci ha proposto i 4 livelli principali (non gli unici) da cui partire per effettuare una valutazione preliminare:

  • Cosa sarebbe avvenuto allo stesso campione di popolazione senza il nostro intervento?
  • Quanta parte del risultato raggiunto (outcome) è attribuibile esclusivamente al nostro intervento?
  • Vi sono stati effetti negativi su altre organizzazioni o in altri territori/comunità collegati al nostro intervento?
  • Come cambia l’outcome generato nel corso del tempo?

Oltre ad effettuare un’analisi di questo approccio, il docente ha presentato rapidamente diverse metodologie e strumenti utili per la valutazione dell’impatto di un intervento nell’ambito della cooperazione internazionale.

E possibile visionare qui le slide dell’intervento:

Avvicinandoci alla conclusione del webinar si è riflettuto sull’inversione di prospettiva che che questa teoria richiede rispetto all’approccio tradizionale. Infatti, invece di chiederci quali azioni occorra mettere in campo per raggiungere i nostri obiettivi, dovremmo domandarci quale cambiamento di medio/lungo periodo vogliamo raggiungere a vantaggio dei principali destinatari dei nostri sforzi e quali sono le pre-condizioni migliori per ottenerlo.

Conclude Christian Elevati: “Di quale cambiamento stiamo parlando? Non è possibile darsi una risposta ma, come abbiamo visto, si possono fissare dei punti di partenza chiari e definiti”.

1_Theory of change

Il racconto del webinar attraverso i tweet

Photo Credits: Pixabay

Fundraising per il non profit: i significati nascosti

Da sempre le organizzazioni non profit hanno dovuto fronteggiare la necessità di reperire fondi per poter portare avanti le proprie attività e raggiungere i propri obiettivi, in un una parola: “Fundraising”. Sempre più corsi di formazione e master universitari si occupano dell’argomento e molte persone si specializzano in questo ambito, dove è sempre più forte la richiesta di lavoratori qualificati e competenti.
Federica Maltese, esperta del settore e docente del corso “Fundraising per il non profit” di Ong 2.0, ha risposto a qualche domanda per introdurci, con il suo personale sguardo, al mondo della raccolta fondi per il non profit e il sociale.

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Progettare la cooperazione con professionalità e sensibilità

“Un progetto di cooperazione adeguatamente pensato e strutturato può davvero migliorare la qualità della vita di gruppi di persone vulnerabili. Ma è fondamentale il lavoro svolto a monte di ciascun programma. Comprendere i bisogni, porsi in ascolto delle esigenze delle persone e del territorio”. Intervista a Margherita Fabbri, esperta di progettazione

di Valeria Sanguineti

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L’analisi del rischio, strumento fondamentale per ogni cooperante

La sicurezza del personale e la gestione del rischio sono ormai temi prioritari per tutte le Ong e possono riguardare anche aree normalmente non considerate a rischio conflitto.

di Silvia Pochettino

“La prima cosa da avere chiara è che l’analisi del rischio e le misure di sicurezza non sono la stessa cosa. L’analisi del rischio non porta ad allontanarsi dal terreno, ma anzi ad avvicinarsi. Oggi si parla moltissimo di sicurezza, ma sempre nell’ottica di creazione di barriere e ostacoli di difesa. Una corretta analisi del rischio parte invece, prima di tutto, da un profonda comprensione nel contesto in cui si va ad operare”. Così esordisce Lodovico Mariani, docente al prossimo training di Ong 2.0 sul “Risk management: lavorare nei paesi a rischio, analisi e strumenti” ,  per molti anni operatore di Intersos in contesti a rischio come Afganistan Pakistan, Libano, Sud Sudan, Iraq, Sri Lanka, Filippine, oggi Direttore amministrativo di Amref nonché coordinatore del Master HOPE – Humanitarian Operations in Emergencies in collaborazione con ASVI – School for management.

“Le ong hanno smesso da tempo di parlare di gestione della sicurezza per sviluppare piuttosto il concetto più articolato di gestione del rischio, inteso come strumento finalizzato a poter continuare a fare cooperazione in modo positivo anche in contesti difficili” continua Lodovico.

In che modo?
Prima di tutto di tratta di realizzare un serio Risk assestement: “E’ la parte fondamentale del lavoro – sostiene Mariani – si tratta di realizzare un’analisi approfondita e continuativa di un territorio, con tutti gli strumenti a disposizione, dati, statistiche, testimonianze, studi di terreno….incrociando le fonti, e attenendosi sempre e solo ai fatti. Molte agenzie lavorano con misure di rischio standard, invece ogni contesto è diverso e in ogni contesto vanno implementate misure diverse..Il rischio si abbatte realmente solo se è fatta una buona analisi di contesto”

Secondo Mariani, ad esempio, quando ci sono stati gli attentati a Bruxelles tutti gli aeroporti italiani hanno raddoppiato le misure di sicurezza ma questa misura standard è stata più una misura di rassicurazione della popolazione e di comunicazione politica che di reale riduzione del rischio attentati.
Potremmo dire che, come nel caso degli Stati, la reale riduzione del rischio passa attraverso un continuo e intenso lavoro di intelligence, così anche per gli operatori della cooperazione internazionale la maggiore sicurezza nasce da un lavoro continuo e serio di conoscenza e comprensione del contesto.
I dati non mancano: che si parta dalla base dati delle Nazioni Unite o dalle statistiche delle compagnie assicurative sull’incidenza degli incidenti, dai racconti dei cooperanti precedenti o dai report dei ministeri “il problema non è avere informazioni ma saperle leggere e incrociarle” sostiene Lodovico “e arrivare a realizzare un’analisi personale, mai basarsi tout court sui dati elaborati da altri. Le Nazioni Unite, ad esempio, elaborano il loro livello di rischio, ma loro stanno nel paese in modo molto diverso da un cooperante di una ong, seguendo semplicemente la loro analisi si possono sottovalutare alcuni aspetti o sopravvalutarne altri”.

Solo al termine del lavoro di Risk assestement ci si può chiedere davvero come ridurre i rischi a livello accettabile, e questo richiede anche un’assunzione di responsabilità personale e consapevole, valutando l’importanza delle diverse azioni sul terreno. Un esempio?
“Se andare nel campo rifugiati una volta la settimana è centrale per il lavoro che conduco sul terreno, anche se so che comporta alcuni rischi, decido di farlo lo stesso, mentre se uscire la sera per rilassarmi e prendere una birra ha lo stesso livello di rischio, non lo faccio”.

“E’ un esempio che non piace mai molto ai cooperanti – ride Lodovico – ma un elemento fondamentale di gestione del rischio è proprio saper attribuire le giuste priorità alle azioni che si compiono”.

La terza fase, infine, è stendere dei piani di contingenza nel caso la minaccia si verifichi, saper reagire velocemente e senza panico, avendo chiaro cosa è più opportuno fare.
Tutto questo perché, come sostiene senza alcun dubbio Mariani “Il rischio zero non esiste, in nessun paese, l’importante è essere preparati”.

1_Risk Management

 

Le 7 direzioni della cooperazione che cambia

140 pagine interattive di approfondimenti, dati ed esempi concreti per tutti coloro che credono che i problemi sociali si possano affrontare in modi innovativi e creativi tanto al Nord quanto al Sud del mondo. Con un focus su come le ong italiane usano le ICT. É la “Guida introduttiva all’uso delle ICT per lo sviluppo”, il terzo e-book pubblicato da Ong 2.0.

Vuoi leggere un’anteprima? Qui di seguito l’introduzione.
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#Aggiornalavaligia: il viaggio continua

Hai preparato la valigia? Il viaggio nell’innovazione di ONG 2.0 sta per ricominciare.

Spazzolino da denti, abbigliamento, computer e un bel pezzo di Parmigiano, probabilmente sono ancora loro i protagonisti indiscussi della valigia del cooperante. Il mondo però evolve velocemente, Internet e le nuove tecnologie sono sempre più presenti, sia a Nord che a Sud del mondo, e influenzano fortemente il modo di pensare lo sviluppo, offrendo opportunità e aprendo scenari impensabili solo fino a qualche anno fa. Chi vuole operare nel sociale oggi deve aggiornare le sue competenze, e guardare il mondo con occhi nuovi.

Per questo motivo, lo scorso anno avevamo chiesto a cooperanti e professionisti del non profit di aggiornare la propria valigia, aggiungendo nuove competenze e strumenti al bagaglio di conoscenze con cui ogni giorno affrontano il loro lavoro.

Da questo invito sono nati molti progetti interessanti e tanti altri vedranno la luce in futuro. Per accoglierli tutti, abbiamo creato una sezione ad hoc sul nostro sito che abbiamo chiamato proprio #aggiornalavaligia. Questo spazio raccoglie le storie, le esperienze e le buone pratiche di “Chi l’ha fatto davvero”: i protagonisti della community di ONG 2.0 che, a Nord e Sud del mondo, hanno messo in pratica le cose apprese nei percorsi formativi e si stanno impegnando per uno sviluppo più “smart“, grazie alle ICT e alle potenzialità del web.

Quest’anno torniamo a metterci in viaggio alla ricerca di nuovi strumenti e competenze per sostenere il lavoro dei Cooperanti 2.0.

In particolare, due saranno le direzioni principali della nostra nuova offerta formativa:

1) Cooperazione 2.0 e ICT4D

E’ un percorso di esplorazione nel presente e nel futuro della cooperazione. Partendo dal ciclo del progetto ci spingiamo fino alla programmazione con R, impariamo a raccogliere i dati sul terreno con il GPS e l’uso dei GIS ed esploriamo il mondo della mappatura collaborativa di OpenStreetMap, senza tralasciare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione applicate allo sviluppo, le famose ICT4D, in un percorso di lunga durata che partirà nel 2016

2) Social media e strategie per il web

Andiamo a caccia delle migliori strategie per la comunicazione. Partiamo approfondendo il tema della comunicazione interna, per imparare a coordinarsi al meglio tra colleghi e ambiti diversi di una stessa organizzazione. Continuiamo poi il nostro viaggio sul web, dove scopriamo come impostare una strategia digitale e  comunicare attraverso i canali e gli strumenti più adatti ed efficaci.

A guidarci nella traversata, come sempre, ci sarà un team di esperti e professionisti che lavoreranno per rendere ogni itinerario interessante e interattivo, garantendo la qualità dell’approdo finale.

Ecco in anteprima le prime tappe del nuovo viaggio, molte altre sono in arrivo!

 

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Il kit del cooperante 2.0

Non dimenticare lo spazzolino. Ma neanche il carica batterie. Nella nuova valigia del cooperante digitale non può mancare uno spazio dedicato alla tecnologia e alle applicazioni che consentono di avere un ufficio sempre con sé, anche quando manca la connessione a internet. Come orientarsi nell’offerta di programmi e software che abbiamo oggi a disposizione?

Gioca con il nostro test per scoprire qual è il toolkit più adatto alle tue esigenze:

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Clicca sull’immagine per il test completo.

 

Scarica il toolkit per lavorare ovunque nel mondo:

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Scarica il toolkit per coordinarsi e lavorare insieme:

Toolkit-2-cover

Scarica il toolkit per sperimentare l’uso della tecnologia nei progetti di sviluppo:

Toolkit-3-Cover

La realizzazione dei toolkit e dell’infografica sono a cura di Viviana Brun, cooperante CISV.

#Cooperazionefutura, le idee più votate

Mettere in comune le esperienze, mappare gli interventi, fare sistema, trasferire le competenze per promuovere partecipazione e creazione di saperi facilmente condivisibili e usare le tecnologie per la sostenibilità ambientale: queste le idee più votate della campagna #cooperazionefutura lanciata da ONG 2.0 per la creazione del suo manifesto.

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Elementi di portfolio