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Ingegneri solari analfabete: le Solar Mamas e l’innovazione dal basso

In tutto il pianeta, 1.2 miliardi di persone non hanno accesso all’energia elettrica, e tre quarti di essi vive in una zona rurale esclusa dalle reti elettriche. Chi sta creando il cambiamento necessario verso un più equo e sostenibile accesso all’energia? Donne analfabete o semi-analfabete, secondo Barefoot College, che intraprendono una formazione di ingegnere solare, insieme ad altri corsi co-curricolari, per sviluppare le proprie comunità.

di Giulia Bruschi

Barefoot College è una ONG fondata 45 anni fa in Rajasthan, India, che lavora in collaborazione con realtà locali per la formazione delle “Solar Mamas”, madri e nonne provenienti da più di ottanta paesi in tutto il mondo che per la prima volta lasciano il villaggio dove sono cresciute.

“Abbiamo cominciato a lavorare nel solare nel 2006, ed è il programma che si espande più velocemente”, afferma la CEO di Barefoot College Meagan Fallone. Al di là della necessità di garantire un accesso alla rete elettrica, insiste sulla pericolosità del fumo del kerosene spesso usato per l’illuminazione nei paesi in via di sviluppo.

“Questa tecnologia può essere insegnata, ed imparata, da chiunque”.

_D820629Negli ultimi dieci anni, Barefoot College ha formato oltre 1300 donne per diventare ingegneri solari. Si tratta di donne analfabete, o semi analfabete, per le quali è stata elaborato un modello che non necessita di una educazione formale, né della parola scritta, e il percorso formativo è interamente visuale.

La formazione avviene nel primo campus, situato in Rajasthan, India, oppure nei centri di formazione regionali più recenti diffusi in Africa Subsahariana, nelle isole del Pacifico e in America Latina. I centri sono finanziati da una varietà di attori:  governi locali, istituizioni di filantropia privata, e programmi di responsabilità sociale di impresa (CSR).

In sei mesi, le donne, che vengono istruite da altre donne prive di educazione formale, imparano a costruire impianti adatti all’illuminazione di un’abitazione, partendo dallo studio dei circuiti fino all’installazione del pannello. “Si tratta di una tecnologia che può essere insegnata e imparata da chiunque”, dice Meagan Fallone. “Sono proprio i più poveri ad avere bisogno delle tecnologie più avanzate, non di tecnologie malfunzionanti od obsolete,  per poter risolvere problemi immediati. La tecnologia è lo strumento più democratico che ci sia, e  non fa caso che tu sia uomo o donna”.

Allora perché un focus unicamente sulle donne?

“Inizialmente volevamo formare sia uomini che donne”, dice Fallone, ricordando gli inizi del programma, “ma molto presto ci siamo resi conto che gli uomini non possono essere istruiti, perché non appena ricevono un certificato o imparano una certa abilità, emigrano verso la città, mentre riscontravamo l’opposto con le donne. Proprio le donne, specialmente se anziane, erano ansiose di condividere la conoscenza appena conquistata con il resto della comunità, perché erano profondamente radicate all’interno di essa. Non sarebbero andate da nessuna parte.

Così sono nate le Solar Mamas.

“Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo. È importante evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa”

Fallone racconta di come i programmi co-curricolari sono emersi dalla discussione con le Mamas: salute riproduttiva, inclusività finanziaria, diritti umani, civili e legali, microimprenditoria, agency, alfabetizzazione digitale, mantenimento ambientale. l laboratori più seguiti sono salute riproduttiva e mestruale, educazione alimentare ed aspirational mapping, nel quale le donne mappano sui muri del college i desideri per le proprie comunità e gli strumenti che hanno a disposizione per realizzarli. In Madagascar  ha portato, per esempio, all’installazione di sanitari. Per sviluppare l’imprenditorialità nelle economie locali, sono stati aperti corsi di apicoltura e cucito.

“Il meglio del nostro approccio è far sì che le persone creino da sé il proprio modello di sviluppo” conclude Fallore “E non si tratta di una fotocopia di quello che viene fatto altrove. I beneficiari possono  creare qualcosa di migliore, o può anche non accadere. È importante, però, evitare di appropriarsi del processo di rielaborazione creativa, lavorando al meglio per tirare fuori il meglio delle aspirazioni negli altri. Ciò che conta è l’impatto”.
Credits: Vice Impact

Approccio di genere; atout indispensabile per la cooperazione

Donne e uomini non sono uguali. Una banalità? Non se si vuole lavorare seriamente nei processi di sviluppo.

di Silvia Pochettino

Sia ONU che Banca mondiale, come riportato nel documento Uguaglianza di genere ed empowerment delle donne del Ministero Affari Esteri italiano, dimostrano chiaramente che la marginalizzazione del ruolo delle donne impedisce la sostenibilità delle azioni di sviluppo.
A livello di politiche internazionali l’ultimo decennio è stato fondamentale nel riconoscimento del concetto di genere, elaborato già negli anni ‘70 e poi diventato centrale nelle politiche di sviluppo con la Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne e in seguito la Conferenza di Pechino del 1995.

Eppure parlare di approccio di genere non significa semplicemente parlare di promozione del ruolo della donna.
Lo chiarisce subito Luisa Del Turco, grande esperta di politiche di genere, direttore del Centro Studi Difesa Civile e docente al prossimo corso di Ong 2.0 su “Approccio di genere nella cooperazione internazionale”.

Spiega Luisa: “L’approccio di genere non è una disciplina, non è un ambito di intervento come tanti altri nella cooperazione internazionale, come sanità, agricoltura, assistenza umanitaria, recupero culturale, ecc..è un approccio trasversale a tutti gli ambiti, un modo di guardare le cose”. Si tratta in concreto di “una serie di strumenti che permettono di analizzare ogni attività ponendo attenzione continua alle differenze, alle attitudini, alle competenze di uomini e donne”.
Un esempio di strumento? L’analisi di genere. “Quando lavoro in un paese con un’organizzazione locale o anche quando guardo la mia stessa ong” continua Del Turco “se indosso la lente di genere, vado ad analizzare dove ci sono uomini e donne, in che percentuale, quale ruolo ricoprono, che cosa fanno, se partecipano attivamente o no all’azione di intervento. Sulla base di questa analisi è possibile valutare qual è il soggetto meno coinvolto, o se un soggetto è posizionato in un ruolo che non è adatto al suo genere e questo inficia la riuscita del mio progetto”.

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In generale sono le donne le più marginalizzate dai processi produttivi e politici, ma non è sempre così. Ci sono contesti in cui la marginalizzazione riguarda gli uomini “Ad esempio nei campi profughi” spiega Del Turco “ dove gli uomini sono molto pochi, e la maggioranza dei servizi riguarda donne e bambini”.
Altri strumenti dell’approccio di genere sono il gender planning, il gender evaluation: “tutto il ciclo del progetto può essere rivisto alla luce della lente di genere. Dall’analisi dei bisogni, all’implementazione, fino alla valutazione dobbiamo sempre tenere presente la differenza uomo-donna” sostiene la docente.

Gli effetti sono tanti, implementare l’approccio di genere non è una scelta politica o ideologica, è prima di tutto una scelta di efficienza, che riguarda tutte le organizzazioni, le azioni di sviluppo, umanitarie o in aree di conflitto.
Un esempio che riporta Luisa del Turco è quello dell’Afghanistan dove il ruolo di uomini e donne è declinato in modo molto diverso dalle aree di provenienza dei cooperanti, se non ci sono competenze di genere si possono non solo non raggiungere gli obiettivi del programma ma anche causare danni gravi. Ad esempio se un operatore maschio prende contatti con una operatrice locale donna in un contesto sbagliato si rischia non solo di fallire ma anche di mettere a rischio l’incolumità della donna in un paese dove una percentuale altissima di donne è in carcere per reati morali.

“L’approccio di genere è fondamentale per operare nel modo giusto nel contesto relativo, ed evitare errori grossolani” ribadisce la docente “Ma si tratta anche di efficienza. Ad esempio è dimostrato che le donne sono dei canali ottimi e molto affidabili per la distribuzione degli aiuti nei contesti di emergenza”.

Le donne, marginalizzate dai poteri forti, hanno spesso sviluppato pratiche alternative nell’ambito del peacebuilding o dei processi di sviluppo, per questo conoscere e valorizzare queste pratiche può fare la differenza.

L’Italia sia nella nuova legge di cooperazione, sia nelle linee guida per l’uguaglianza di genere già citate, sia nel più recente piano d’azione per donne pace e sicurezza, è impegnata su tutti i fronti. Questo non vuol dire però che l’approccio di genere sia già interiorizzato dalla maggior parte degli operatori della cooperazione internazionale, anzi.

E per questo che Ong 2.0 ha voluto organizzare un percorso online specifico di formazione sul tema. Qui si possono trovare programma e metodologia Approccio di genere nella cooperazione internazionale”.

Credit photo: Viviana Brun

India, donne e ICT: le barriere economiche responsabili del “gender digital divide”

I telefoni cellulari sono una delle ICT (tecnologie di comunicazione e informazione) tra le più diffuse nei Paesi in via di sviluppo. In India, ad esempio, nel dicembre 2013 si registrarono più di 900 milioni di abbonamenti di telefonia mobile (fonte Telecom Regulatory Authority of India, 2014). Ciononostante, nella società indiana a maggioranza maschile – con 940 donne ogni 1000 uomini – solo il 30 % dei proprietari di telefoni mobili è di genere femminile, vi è quindi un divario di genere nell’accesso alle tecnologie.

In “Inequalities creating economic barriers to owning mobile phones in India – Factors responsible for the gender digital divide” (Disuguaglianze che creano barriere economiche nell’accesso ai telefoni cellulari in India. Fattori responsabili del gender digital divide), Devendra Potnis, ricercatrice dell’Università del Tennessee, ha indagato i fattori responsabili dell’impossibilità per 245 donne dei quartieri poveri, con un reddito di circa 2 dollari al giorno, di possedere un proprio telefono cellulare.
Più del 90 % delle intervistate ha incontrato almeno 2 barriere economiche, tra quelle elencate qui di seguito, che le hanno impedito di possedere un telefono cellulare, tra quelli più economici da 15 dollari, acquistabili anche a rate da 1 dollaro al mese.

1. Entrate economiche scarse e incostanti

La maggior parte delle intervistate non ha una fonte di reddito costante. Molto spesso le loro entrate giornaliere dipendono da lavori stagionali, o sono influenzati da fattori quali la disponibilità di lavoro nelle vicinanze, le condizioni meteo, i festival stagionali, la richiesta di specifiche competenze in giorni particolari, l’essere informati sulle possibilità lavorative, l’abilità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

2. Pochi risparmi personali

Nella società indiana, principalmente dominata dagli uomini, non è sicuro per le donne, qualsiasi sia la loro età, vivere da sole. In questa condizione, vivere con marito o un suocero diventa necessario per le donne indipendentemente dallo stato sociale. Il risultato è che le donne finiscono per condividere i propri risparmi con altri.

3. Mancanza di sostegno finanziario da parte dei mariti

Un’intervistata di più o meno 40 anni, sposata da 20, si è lamenta dicendo: “Le donne possono morire di lavoro per le loro famiglie, ma non è ancora abbastanza per gli uomini… Gli uomini sono davvero pigri… Se un uomo non lavora gli altri pensano ‘perché allora dovremmo farlo noi?’ e così le donne finisco per farsi carico dell’intero onere finanziario della famiglia“.

4. Il costo di possedere e mantenere un telefonino

Alcune intervistate non possono permettersi di avere un telefono, di ricaricarlo regolarmente, o di usare un dispositivo pre pagato. I mariti si rifiutano di comprare un telefono alle casalinghe, dato che non hanno entrate economiche.

5. Basso reddito delle famiglie

I suoceri non consentono alle donne istruite di diventare finanziariamente indipendenti ma le costringono a stare a casa o a partecipare all’azienda di famiglia con ritorni finanziari insufficienti.

6. Persone a carico

La maggior parte delle intervistate ha dichiarato di dover mantenere più di tre persone in famiglia: “Ci sono più bocche da sfamare che mani per lavorare. Ma i bambini sono un dono di Dio. Possiamo forse insultare l’Onnipotente? Con la piccola attività che svolgo in strada non guadagno quasi nulla. Non posso permettermi un telefono cellulare”.

7. Imprevisti e spese familiari improvvise

Spese mediche impreviste, la mancanza di un’assicurazione fornita dai datori di lavoro, le calamità naturali, le epidemie ricorrenti, etc. sono fattori causa di spese impreviste soprattutto nelle famiglie numerose. A causa della mancanza di celle frigorifere o di spazi in cui stoccare le verdure, numerose piccole imprese femminili sono costrette a buttare via grandi quantità di cibo marcio o rovinato, perdendo così una grande parte del fatturato e rendendo più complicato l’acquisto di un telefono cellulare.

8. Debiti ereditati

Le famiglie di alcune delle intervistate sono povere da generazioni. La dipendenza dagli uomini della famiglia, le ricorrenti perdite finanziarie dovute al fallimento di iniziative imprenditoriali, l’incapacità delle intervistate di pagare i debiti contratti per matrimoni, agricoltura, imprese e per ragioni di salute e i prestiti contratti con tassi di interesse usurari (dal 100 fino al 400%) espongono le donne al circolo vizioso del debito.

Durante il suo studio Deventra ha notato che la maggior parte delle barriere economiche che impediscono alle donne di possedere un proprio telefono cellulare sono il risultato delle norme socio-culturali e dei valori della società maschilista in cui vivono. Per esempio, la società rende impossibile alle donne vivere da sole; a volte le ragazze finiscono per sposarsi contro la loro volontà; le vedove vivono con i loro suoceri o con le famiglie dei loro fratelli e sono costrette a dividere con loro i pochi risparmi.
Nonostante siano economicamente indipendenti, in India le donne non sono libere di prendere decisioni finanziarie. Se potessero vivere e decidere autonomamente, numerose delle intervistaste avrebbero già acquistato un telefono cellulare con i loro piccoli risparmi.

In conclusione, Deventra sostiene che non sia possibile combattere il digital divide di genere in India senza mettere in discussione le preestistenti norme socioculturali, i valori e le pratiche che mettono le donne in una situazione di svantaggio rispetto agli uomini. È necessario innanzitutto intervenire a supporto delle donne perché possano superare le disuguaglianze di base che le penalizzano economicamente.


 

Articolo tradotto da ICT Works.
Autrice Devendra Potnis, University of Tennessee.

Photo credits: Trocaire.

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