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Un cartone animato made in Tanzania educativo e interattivo

Un cartone animato tutto Made in Tanzania, dallo storyboard alle animazioni, fino alle musiche. Una forma di educazione che si mescola all’intrattenimento e promuove un nuovo modo di imparare. Questo è Ubongo kids, show interattivo per bambini, dove i protagonisti sono animali e bambini locali, dove i paesaggi sono familiari e i temi sono quelli più prossimi a loro. Episodio dopo episodio si apprendono la matematica, la scrittura e l’inglese: il tutto divertendosi attraverso un’avventura animata.

Come è nato Ubongo

Come per noi i cartoni animati dell’infanzia sono sempre stati importati – prima dagli states, poi dal Giappone – così anche in Africa i cartoni autoctoni si contano sulla punta delle dita. Alla base di questa riflessione nasce Ubongo, una vera e propria casa di produzione non profit,  il cui scopo è quello di proporre un prodotto originale. Il Direttore operativo Doreen Kessy spiega a Forbes la necessità di un cartone educativo “Made in Africa for Africa”, dove i contesti, i luoghi e gli usi non siano i classici occidentali. Fino a qualche anno fa le uniche forme di “eduteinment” erano importate dagli USA. Risulta ovvia la difficoltà di un fanciullo nell’immedesimarsi in un mondo che non conosce e che non è a lui familiare.

Così nel 2013 iniziano le avventure animate di un gruppo di bambini ed animali, che insegnano matematica divertendo. Lo show è divenuto così popolare da essere visto in 1 nucleo famigliare su 4, raggiungendo più di 6.4 milioni  di telespettatori ogni settimana. come si può vedere nella mappa sotto, dove in blu sono indicati i paesi dove Ubongo è trasmesso sulla rete nazionale, mentre in verde dove è trasmesso su Pay TV. Ovviamente non basta un cartone per risolvere i problemi di alfabetizzazione. Il team sottolinea

The show can teach fundamental concepts and inspire an enthusiasm for learning. That can support the work teachers do everyday.

Molti insegnanti hanno infatti richiesto che il cartone fosse portato nelle scuole. Stimolare l’apprendimento attraverso una forma di intrattenimento è fondamentale per coinvolgere i più piccoli.

Come è stato fatto in Tanzania

Il team lavora a stretto contatto con insegnanti ed educatori. Per creare un cartone animato made in Tanzania si parte dal basso. All’inizio di ciascuna stagione si organizza una riunione per coordinarsi sui 13 episodi da produrre. Si scelgono i temi, dalle divisioni al calcolo di un’area, e si costruisce la storia di contorno.

Il passo successivo è più tecnico e presuppone la stesura dello script in Kiswahili che poi viene tradotto in Inglese. La palla passa così al team che si occupa delle animazioni, mentre un altro team scrive e registra le musiche. L’ultimo passaggio è quello relativo al doppiaggio.  In tutta questa fase vi è un attento interesse nei confronti della community di giovani telespettatori, cercando di coinvolgerli il più possibile.

Quando l’episodio è pronto viene “testato” sullo schermo. Questo passaggio è molto importante per gli animatori, che devono controllare la fluidità dei movimenti. Inoltre questo momento è il primo che vede sonoro ed immagini unite, è quindi il primo banco di prova per le musiche e la localizzazione inglese e nelle altre lingue del doppiaggio.

Come Funziona lo show?

Il cartone animato si compone di diversi personaggi, da bambini ad animali. I primi interagiscono tra loro e risolvono problemi di tutti i gironi, mentre i secondi ha un ruolo più pedagogico quasi esopico. L’inserimento di animali parlanti all’interno del cartone è dovuto a diversi studi effettuati su altri show per bambini. I bambini infatti rispondono in maniera molto più vivace quando vedono un animale a loro familiare.

Così i personaggi principali di Ubongo Kids sono alcuni animali parlanti uccelli, scimmie e giraffe, che giocano un ruolo fondamentale nello svolgimento della trama dell’episodio. Il risultato è stato che la popolarità dello show è dovuta in gran parte proprio a questi animali antropomorfi.

All’interno di un episodio i piccoli protagonisti si trovano di fronte problemi di vita reale, la cui soluzione è attuabile tramite l’uso della matematica di base. Dal calcolare l’area di un campo al calcolare le probabilità di cogliere un frutto maturo da un’albero, sapendo quanti sono maturi e quanti sono ancora verdi. Questi ed altri sono gli argomenti trattati dal cartone, accanto alla matematica ci sono infatti esempi precisi di buon costume e vita sociale, che stemperano gli elementi più scolastici con elementi più pedagogici.

Una componente molto importante  è l’interattività del cartone. Tramite un qualunque telefono cellulare (anche quello più obsoleto) i bambini possono interagire con le domande poste durante la puntata. Basta quindi un semplice sms e si può partecipare in tempo reale allo show. Questo è avvenuto grazie ad una partnership con una compagnia telefonica locale. La possibilità di sfruttare la tecnologia disponibile è alla base del creare un cartone animato made in Tanzania.

Cosa accadrà in futuro a questo cartone animato?

Il team di Ubongo è al lavoro per migliorare e innovare il cartone. Uno degli obiettivi, già in parte realizzato, è quello di produrre e-book interattivi per coinvolgere meglio i bambini. Per aumentare la capillarità dello show si è poi pensato di trasformarlo in un programma radiofonico, così da permettere anche a famiglie che non posseggono schermi  tv di fruire dei contenuti educativi.

L’ultima frontiera è rappresentata da una app disponibile su Play Store, che integra il modello di eduteinment  con gli smartphones. L’app è un sistema freemium ove i contenuti base sono gratuiti mentre si dovrà pagare per accedere a quelli premium.

Digital Transformation e Uguaglianza di Genere: una strada in salita

Tra i cambiamenti che la Digital Transformation porta con sé vi sono sicuramente quelli riguardanti il mercato del lavoro. Non solo l’industria hi-tech accoglierà sempre più lavoratori, con la grande espansione di mercato prevista nei prossimi anni, ma anche le imprese non direttamente coinvolte nella fornitura di beni e servizi tecnologici andranno verso la digitalizzazione dei propri meccanismi produttivi.

di Valentina Nerino

Questo avrà un impatto nelle competenze richieste ai nuovi assunti: un’indagine del World Economic Forum stima che per il 90% dei nuovi impieghi sarà richiesta la padronanza delle ICT (Information and Communications Technologies). Questa trasformazione dei profili lavorativi offrirà numerose opportunità d’impiego a tutta una serie di figure professionali specializzate nelle tecnologie digitali e nell’ingegneria informatica.

Nonostante le grandi possibilità lavorative in questi settori, vi sono alcuni dati che dovrebbero far riflettere, soprattutto per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, il 5° obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.
Secondo un recente rapporto dell’ITU (l’agenzia ONU per le ICT), la percentuale di donne impiegate nel settore informatico è in calo dal 1991 – quando le donne detenevano il 36% delle posizioni lavorative in questo settore – ed ha raggiunto il minimo storico nel 2015, con percentuali attorno al 25%.  Nella sola Unione Europea si calcola che, entro il 2020, vi sarà una penuria di circa 900’000 lavoratori delle ICT. La discrepanza tra domanda ed offerta di lavoro poterà all’aumento dei livelli di disoccupazione delle fasce di popolazione non specializzate. E questo diventerà un vero e proprio problema di genere se si guarda ai dati relativi all’occupazione femminile nel settore delle ICT. In Europa solo il 19% dei ruoli manageriali nel campo delle ICT è ricoperto da donne, mentre scende addirittura al 9% il numero di donne programmatrici e sviluppatrici di software. Andando a ritroso fino ai percorsi accademici, solo il 17,2% degli studenti che studiano ingegneria informatica o materie affini è una donna.

Quindi, se i trend odierni continueranno in questa direzione, saranno proprio le donne le maggiori escluse da un settore che crea 120’000 nuovi posti di lavoro ogni anno. Un fenomeno che non farà altro che inasprire il cosiddetto “employment gender gap”, ovvero la disparità occupazionale tra uomini e donne, che impedisce a queste ultime di ottenere una piena indipendenza economica.

Vista l’importanza e la portata del fenomeno, in molti si sono interrogati sulle ragioni alla base dell’ineguaglianza di genere nel mondo IT. A parte commenti isolati, come quello dell’ormai ex-ingegnere Google James Damore – il quale ha pubblicamente affermato che la penuria di donne nella Silicon Valley è causata da fattori genetici, che renderebbero queste “biologicamente” meno capaci a programmare rispetto alla controparte maschile – il pensiero comune è quello che, alla base di questa disparità, vi siano due fattori dominanti: condizioni di lavoro e stereotipi.

Difatti, tanto la disparità salariale (le donne che lavorano nel settore delle ICT guadagnano in media il 18.9% in meno degli uomini nella stessa posizione), quanto gli alti gradi di misoginia e sessismo, complicano sia l’accesso che la permanenza delle donne nell’industria delle tecnologie digitali. Stereotipi e preconcetti non colpiscono solamente le donne già impiegare nel settore, ma agiscono fin dai primi anni di scuola, allontanando le ragazze del mondo dell’IT. Nell’immaginario comune i computer, gli algoritmi e la programmazione sono “territorio maschile”, che non può e non deve essere zona di competenza delle donne.

Per far sì che le donne possano cogliere tanto quanto gli uomini le opportunità lavorative che la digital transformation offre, bisogna operare affinché gli stereotipi e le barriere presenti in questo settore vengano meno. Se da un lato vi è la necessità di ideare ed implementare politiche di contrasto alla disparità salariale e al mobbing, dall’altro è altrettanto importante riuscire a comunicare correttamente e senza stereotipi di genere il mondo delle ICT e il ruolo delle donne al suo interno.

Uno studio pubblicato quest’anno su Science, dimostra che gli stereotipi di genere sulle capacità intellettuali emergono presto e influenzano gli interessi dei bambini (un dato sconcertante sottolineato dalla ricerca è che le bambine, già dall’età di 6 anni, tendono ad auto-escludersi dalle attività che vengono definite come “per bambini molto intelligenti”).

Molti enti, nazionali ed internazionali, hanno creato campagne di sensibilizzazione per avvicinare le ragazze e le bambine al mondo delle tecnologie digitali e della programmazione. Non sempre, tuttavia, si è scelta la strada comunicativa vincente. In molti ricordano il fallimentare video di lancio della campagna della Commissione Europea “Science, it’s a girl thing”, in cui tre giovani donne saltano su una passerella mentre decodificano la composizione chimica di rossetti e smalto, condensando in 1 minuto di video tutta una serie di stereotipi riguardo la femminilità e gli interessi delle ragazze.

Più di recente, ha fatto molto discutere la campagna #9percentisnotenough (il 9% non è abbastanza), lanciata dall’istituto britannico IET (Institute of Engineering and Technology), la quale sottolineava, in maniera molto negativa, lo scarso numero di donne nel settore delle ICT nel Regno Unito.

Tuttavia, la maggior parte delle campagne di formazione e sensibilizzazione sul tema delle donne nelle ICT non sono state fallimentari. Si è compreso, infatti, che la chiave di una buona comunicazione sta nella positività del messaggio lanciato. Far conoscere a bambine e ragazze il ruolo importante che molte donne hanno ricoperto nel mondo delle ICT, creando dei modelli positivi, non solo da ammirare, ma anche da imitare,  è il modo migliore per avvicinare le giovani allo studio delle nuove tecnologie.

Un esempio di campagna di sensibilizzazione che ha seguito queste linee guida è quella promossa dall’agenzia delle Nazioni Unite WOMEN UN.
Quest’anno, non solo l’agenzia dell’ONU per l’uguaglianza di genere si è unita all’ITU per celebrare la Giornata Internazionale delle Ragazze nelle ICT avente lo scopo di promuovere tutti i modi in cui le donne e le ragazze stanno facendo progressi nelle ICT – ma ha anche lanciato un piano comunicativo che celebra le “Women Tech Heroes”, ovvero le donne che hanno fatto la storia delle ICT. Da Lucy Peng – co-fondatrice della piattaforma e-commerce Alibaba – a Juliana Rotich – co-fondatrice di Ushahidi, piattaforma opensource usata per monitorare e condividere informazioni durante le crisi umanitarie – l’elenco delle donne che hanno avuto e hanno un ruolo di rilievo nel campo delle ICT è lungo.

Come ha correttamente affermato la fondatrice di Girls Who Code, Reshma Saujani: “Parte tutto [dalla conoscenza] dai modelli positivi. Non puoi diventare quello che non conosci”.

 

 Infografica della campagna “Women Tech Heroes” rappresentante Blanca Treviño; Photo Credit: UN WOMEN

Un gioco “di ruolo” virtuale per capire meglio il sistema di accoglienza olandese

Chi ha il diritto di ottenere lo status di rifugiato e l’asilo politico e chi invece no? Chi è a prendere questa decisione e secondo quali criteri? Si tratta di una sentenza che ha implicazioni e risvolti importanti nella vita dei singoli richiedenti e che fa parte del lavoro quotidiano dell’IND, il Servizio Immigrazione e Naturalizzazione olandese. Alcune riviste e agenzie mediatiche olandesi hanno lavorato insieme per cercare di fare luce sull’argomento con un progetto innovativo e provocatorio.
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Uguaglianza di genere e tecnologia: le audio storie indiane

Nello Stato del Rajastan, in India, nasce un progetto sociale rivolto agli adolescenti indiani che utilizza delle audio storie, accessibili anche da telefono cellulare, per parlare di uguaglianza di genere ed educazione sessuale.

di Erica Rossi

E’ nato in India un progetto sociale chiamato Kishor Varta, che in Hindi significa “Discussioni per adolescenti”. Si tratta di uno strumento digitale che prevede l’utilizzo di audio storie legate ai temi dell’uguaglianza di genere e dell’educazione sessuale, argomenti che ancora oggi in India rappresentano un tabù.

Il progetto utilizza una piattaforma digitale con un sistema di risposta vocale interattivo, consentendo ai ragazzi di chiamare un numero verde, gratuito, ascoltare le storie a disposizione ponendo domande e condividendo la propria esperienza. Le risposte alle domande poste vengono poi inviate tramite SMS.

Kishor Varta è stato lanciato in 250 villaggi in Bundi, distretto del Rajasthan, lo Stato indiano con il più grande gender gap tra i giovani e il secondo più alto numero di casi di violenze domestiche e sessuali.

Come spiega Al Jazeera in un articolo sull’argomento, il linguaggio delle audio storie è semplice, comprensibile e molto vicino a quello parlato dagli adolescenti. L’obiettivo è infatti quello di avvicinare i giovani a temi riguardanti l’educazione sessuale e l’uguaglianza di genere, e di porre le basi per un’apertura educativa tra adulti e ragazzi su queste questioni, difficilmente affrontate nel rapporto genitori-figli.

A metà storia, gli ascoltatori sono invitati a rispondere a delle domande a scelta multipla. Dopo aver risposto, viene comunicato se le risposte sono corrette o meno. In questo modo i ragazzi possono riflettere su quanto ascoltato prima di progredire con il resto della trama. L’uso dei telefoni cellulari inoltre garantisce la privacy, incoraggiando così i ragazzi ad effettuare la telefonata. Ogni giorno chiamano circa 1000 ragazzini.

Nei villaggi Kishor Varta viene diffuso soprattutto nei circoli giovanili, cui membri hanno tra i 15 e i 25 anni. Un leader della comunità, scelto tra gli adolescenti in età più avanzata, agisce come mentore e consigliere tra i suoi coetanei facendo da mediatore tra adulti e ragazzi. Kishor Varta è stata introdotto anche nelle classi superiori in Bundi grazie ad una ONG locale, che tratta gli stessi argomenti, che si occupa di proporre dei momenti di formazione nelle classi.

 

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Fonte: http://www.chsj.org/

 

Secondo un sondaggio compiuto dalla Thomson Reuters l’India è il quarto Paese più pericoloso al mondo per le donne. Ancora oggi un importante strato della popolazione femminile indiana continua a vivere in una condizione di discriminazione e di inferiorità rispetto agli uomini.

Il matrimonio forzato poi per le bambine e ragazze è una tradizione molto diffusa seguita ancora oggi. Anche se è stato messo fuorilegge dal 1860 dagli inglesi, è ancora una pratica effettiva ed in certe regioni comunemente utilizzata. Secondo l’UNICEF infatti, il 47% delle giovani donne tra i 20-24 anni si sono sposate prima d’aver raggiunto l’età legale dei 18 anni e nelle zone rurali sale al 56%.

Le storie raccontate da Kishor Varta cercano di affrontare questo problema e quello dell’uguaglianza di genere, incoraggiando bambine e adolescenti a proseguire gli studi. Ma uno degli ostacoli più grossi è quello del divario della tecnologia, che pare essere molto elevato. Uno studio condotto dalla GSMA, associazione di telefonia, rivela che tra i giovani i ragazzi possiedono una SIM telefonica il 25% in più rispetto alle ragazze. La maggior parte delle ragazze non possiede un telefono cellulare e, se lo hanno, possono utilizzarlo sotto stretto controllo da parte dei fratelli o dei loro padri.

 

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Fonte: http://www.aljazeera.com/

 

Dopo che il numero verde messo del progetto è stato lanciato, il numero di chiamate è saluto nel marzo 2016 in maniera vertiginosa, così tanto che CHSJ è stato costretto a bloccarlo poichè il servizio non era in grado di supportare i costi elevati di mantenimento. si è dovuta così cercare un’alternativa, come la diffusione delle storie via Bluetooth.

Ma nel novembre 2016 il ha vinto il “Mobile per good Award” della Fondazione Vodafone per la categoria dello sviluppo inclusivo. CHSJ ha ricevuto una sovvenzione pari a 22.500 dollari, permettendo così al progetto mobile di continuare per un altro anno.

ICT for Social Good: 233 progetti innovativi da tutto il mondo

Provengono da 57 diversi Paesi del mondo i 233 innovatori locali che hanno risposto all’appello di “ICT for Social Good“, il premio creato da Ong2.0 – nell’ambito del programma Innovazione per lo Sviluppo sostenuto da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e con la collaborazione di Fondazione Mission Bambini – per intercettare, conoscere, raccontare e sostenere i progetti e le esperienze di innovazione locale nei Paesi a basso reddito.

di Viviana Brun

 

Da chi ha sviluppato una app per l’educazione in lingua locale, per facilitare l’apprendimento dei bambini e diffondere la cultura e la storia tradizionale africana, a chi informa e fa prevenzione in ambito sanitario via SMS, passando per chi usa gli smartphone per connettere gli agricoltori e scambiare informazioni sull’andamento del mercato e i metodi di coltivazione, fino a chi installa hot-spot nei villaggi e nelle zone rurali per permettere alle persone di accedere alla informazioni via Internet, ove possibile, o attraverso contenuti precaricati. Ma c’è anche chi sfrutta il potenziale delle ICT per gestire l’approvvigionamento dei medicinali nei centri sanitari e chi usa YouTube per sensibilizzare i giovani sui rischi e le modalità della tratta internazionale.

Si è concluso il 30 aprile il periodo di raccolta delle candidature del premio ICT for Social Good e la risposta a questo primo bando è stata sorprendente. In poco più di un mese abbiamo ricevuto 233 progetti da 57 Paesi del mondo e, già da un primo sguardo, si percepisce la ricchezza delle iniziative presentate e il grande livello di competenza e di creatività dei candidati al premio.

La mappa degli innovatori locali

Per rendere più facile l’esplorazione delle candidature ricevute, abbiamo raccolto in una mappa tutti gli innovatori locali in lizza per il premio. Espandendo e riducendo la mappa è possibile esplorarne le aree di provenienza, mentre cliccando su ogni waypoint si ha accesso ad alcune informazioni di base sui progetti. La mappa è pensata per ospitare nel tempo informazioni via via più dettagliate.

Storie di innovazione sociale

Le candidature al Premio, nella loro totalità, disegnano una splendida galassia di storie d’innovazione sociale. Idee innovative, create dal basso e in grado di portare cambiamento e benefici a livello locale. Queste storie di vita e d’innovazione rappresentano un materiale prezioso per fare cultura” nel mondo della cooperazione internazionale, aprendo la strada a un nuovo approccio allo sviluppo locale, in grado di sfruttare gli strumenti tecnologici del presente e valorizzare i talenti e le professionalità di chi, ovunque nel mondo, si impegna e lavora per costruire una società migliore, anche grazie alla tecnologia.

Nei prossimi mesi, ascolteremo dalla viva voce dei protagonisti le loro storie, approfondiremo lo studio dei loro progetti, ne selezioneremo alcuni e li racconteremo in una sezione ad hoc sul sito di Ong2.0.

Le prossime fasi del Premio

È in corso la prima fase di selezione delle candidature. Una giuria di esperti, selezionati tra gli attori coinvolti nel programma Innovazione per lo Sviluppo, è già al lavoro per verificare che le candidature siano elegibili e coerenti con il regolamento del Premio. I candidati ritenuti formalmente validi saranno invitati a fornire la documentazione completa e la lettera di referenza di un ente internazionale, che attesti la reale messa in opera del progetto. Il Comitato Scientifico del Premio si occuperà quindi di svolgere la valutazione finale.

Il Comitato Scientifico è composto da Guglielmo Gori di SocialFare (Torino) – il primo centro per l’Innovazione Sociale in Italia – Martin Burt, Fondatore e Direttore generale di Fundacion Paraguaya – ONG paraguaiana che si occupa di microfinanza e imprenditoria – Ottavio CrivaroAmministratore delegato di Moxoff spa – spinoff del Politecnico di Milano specializzata in modellistica ed algoritmistica matematica, ha sviluppato anche innovativi tool per il mondo del noprofit Mario Molteni, Senior Fellow di Ashoka per E4IMPACT  – Fondazione che offre master in Business Administration in 5 paesi africani – Giulio Quaggiotto, consulente per l’innovazione dell’Ufficio del primo Ministro degli Emirati Arabi Uniti e associato di Nesta – rinomata fondazione inglese sull’innovazione.

Oltre a ricevere un premio in denaro, i vincitori saranno invitati in Italia in occasione dell’evento finale del programma Innovazione per lo Sviluppo, previsto per il prossimo autunno. In quell’occasione avranno la possibilità di incontrare e confrontarsi con realtà imprenditoriali e centri di ricerca italiani, potenzialmente interessati a sostenere o sviluppare ulteriormente i progetti vincitori.
Il premio “ICT for Social Good” è organizzato da Ong 2.0, CISV, Fondazione Mission Bambini, Opes Impact Fund, con il sostegno strategico e finanziario di Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo e la collaborazione di SocialFare, E4Impact, Nexa Center, MoxOff, Calandria. Media partner: Agenzia Dire.

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ICT for Social Good: un premio per gli innovatori locali

L’innovazione è una potente forza di sviluppo locale, capace di generare idee che rivoluzionano la vita delle comunità. Per questo, abbiamo deciso di organizzare un premio, dedicato a quella miriade di progetti, di realtà, di idee innovative create dal basso che spesso faticano a essere riconosciute e a partecipare ai programmi di sviluppo internazionale ma che rappresentano un terreno fertile da cui partire per costruire un nuovo approccio alla cooperazione internazionale e allo sviluppo locale.

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Mappare con le ICT in contesti d’emergenza: l’esempio del Nepal

Pochi giorni ancora e il corso “ICT innovations for Development” riprenderà. Il quarto modulo, “ICT for Education” è in partenza il 5 Gennaio. Nel frattempo, ecco gli esempi, gli strumenti e le buone pratiche affrontate durante il terzo modulo del corso, “ICT for Mapping and Emergencies“, guidato da Nama Budhatoki. In sintesi, ecco perché mappare è importante.

Di Federico Rivara

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Open data, i 5 migliori strumenti per la condivisione

È giunto alla conclusione lunedì 21 novembre anche il secondo modulo del corso ICT Innovations for Development su “ICT for Data Collection”. Georges L. J. Labrèche, fondatore dell’organizzazione Open Data Kosovo (ODK), ha introdotto i partecipanti all’utilizzo degli Open data, analizzando il ciclo di vita della ricerca dati sul web e classificando i 5 migliori strumenti per la loro condivisione.

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Inclusione finanziaria: lo smartphone non è tutto

L’inclusione finanziaria, il permettere a più persone l’accesso ai servizi bancari, è considerato da alcuni anni un elemento fondamentale per sradicare la povertà. Per questo, negli ultimi anni, tante realtà basate su servizi digitali sono nate per arrivare dove i canali tradizionali non intervengono a causa dei costi eccessivi. Tuttavia, come ci spiega Gianluca Iazzolino, ricercatore dell’università di Oxford e consulente per il Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo dei Capitali all’interno del programma mobile money for the poor, “le potenzialità dei servizi di mobile money possono prendere una piega preoccupante che va a  creare ulteriori esclusioni sociali invece di ottenere una piena inclusione”. Data l’importanza dell’inclusione finanziaria e la sua forte componente digitale, Ong 2.0 ha inserito un modulo sul tema, condotto proprio da Iazzolino, all’interno corso ICT Innovations for Development.

di Federico Rivara

iazzolinoIazzolino avvisa subito dei rischi del settore. “Oggi” spiega “la tendenza degli attori che forniscono servizi finanziari digitali è quella di non limitarsi solamente al mobile money (il trasferimento in maniera digitale di denaro utilizzabile tramite telefoni cellulari) ma di offrire ulteriori servizi finanziari quali assicurazioni e prestiti”La ragione è semplice: questi servizi portano maggiore profitti agli operatori che li forniscono.

I rischi di questo sistema però sono molteplici e possono essere ricondotti a un tema molto attuale: la circolazione e disponibilità di moltissimi dati. I servizi finanziari menzionati permettono di tracciare i dati degli utenti. Di conseguenza, le compagnie della tecno-finanza possono avere una conoscenza molto precisa del credit scoring (il grado d’insolvibilità) dei clienti. “I nuovi esclusi sono quindi coloro che non hanno entrate fisse provenienti da canali informali, come spesso succede in tante realtà in paesi africani”. Coloro che sono invisibili e non producono dati evidenti, rischiano di essere esclusi, per esempio, da una politica poiché non contemplati.

In maniera similare, spiega Iazzolino, entrare come operatore indipendente all’interno del business è realistico solamente per chi ha già avviato altre attività. Per esempio, nei mercati over the counter (mercati non regolamentati secondo le norme ufficiali di una determinata area) delle rimesse, l’agente che si pone tra un utente e una compagnia è spesso una persona che ha già avviato altre attività imprenditoriali.

m-pesa

La ricerca del profitto, come introdotto in precedenza, è alla base dello sviluppo di nuove piattaforme. Tuttavia gli introiti di questo settore difficilmente ricadono sulle aree in cui si opera. E’ il caso di M-Pesa, un servizio che permette il trasferimento di denaro tramite cellulare. Oggi M-Pesa è una realtà consolidata che ha raggiunto milioni di clienti sia in Africa sia in Europa. Questo servizio è nato dalla rete mobile Safaricom il cui azionista principale è Vodafone, con sede a Londra, dove entrano i maggiori guadagni.

Le potenzialità del digitale e dei pagamenti online possono arrivare a tutti i livelli. Infatti, sempre più diffusi sono i trasferimenti government-to-persons payments attraverso i quali i governi possono pagare, ad esempio, gli stipendi e le pensioni dei propri cittadini, riducendo i costi di transazione. L’autorità e il ruolo dello stato però devono essere centrali altrimenti si rischia di concedere alcuni servizi ad attori che si collocano tra lo stato e i cittadini con un potere molto importante. In Nigeria, per esempio, MasterCard ha intuito un’opportunità nelle carte d’identità della popolazione. MasterCard infatti ha lanciato un programma con l’obbiettivo di rilasciare 120 milioni di carte d’identità nel paese africano più popoloso in grado di permettere pagamenti elettronici. Da un lato, queste organizzazioni permettono di superare un problema molto grande dei paesi africani in cui i servizi anagrafici sono spesso approssimativi. Dall’altra parte, sistemi come quello descritto possono mettere sotto scacco gli stati centrali che concedono grandi poteri a soggetti esterni.

Questi progetti pongono un occhio di riguardo alla cosiddetta base della piramide, composta dalle persone più povere del pianeta che hanno potere d’acquisto, conoscenza e capacità imprenditoriali. Ciò che ancora non è arrivato completamente è il mercato. Non a caso, secondo Iazzolino, “l’inclusione finanziaria è stata messa al centro dell’agenda dello sviluppo nella Dichiarazione di Maya, avvenuta nel 2011, in un momento in cui è aumentata la consapevolezza del fatto che i mercati del nord del mondo fossero saturi a differenza di quelli del sud”.

“Conoscere gli strumenti  tecnologici che permettono l’inclusione finanziaria oggi è necessario per comprendere come si possa creare un sistema flessibile che vada incontro alle esigenze di tutti”. Il dibattito è da affrontare adesso, momento in cui questa industria si sta allargando sempre più velocemente. Conoscere casi specifici, esercitarsi nel disegnare strategie di trasferimento di denaro utili nel mondo della cooperazione e sviluppo e comprendere come l’inclusione finanziaria può arrivare a tutti sono alcuni degli argomenti che verranno trattati nel modulo ICT for financial inclusion condotto da Gianluca Iazzolino.

Photo credit: whiteafrican Mobile Phone with Money in Kenya via photopin (license)

 

India, donne e ICT: le barriere economiche responsabili del “gender digital divide”

I telefoni cellulari sono una delle ICT (tecnologie di comunicazione e informazione) tra le più diffuse nei Paesi in via di sviluppo. In India, ad esempio, nel dicembre 2013 si registrarono più di 900 milioni di abbonamenti di telefonia mobile (fonte Telecom Regulatory Authority of India, 2014). Ciononostante, nella società indiana a maggioranza maschile – con 940 donne ogni 1000 uomini – solo il 30 % dei proprietari di telefoni mobili è di genere femminile, vi è quindi un divario di genere nell’accesso alle tecnologie.

In “Inequalities creating economic barriers to owning mobile phones in India – Factors responsible for the gender digital divide” (Disuguaglianze che creano barriere economiche nell’accesso ai telefoni cellulari in India. Fattori responsabili del gender digital divide), Devendra Potnis, ricercatrice dell’Università del Tennessee, ha indagato i fattori responsabili dell’impossibilità per 245 donne dei quartieri poveri, con un reddito di circa 2 dollari al giorno, di possedere un proprio telefono cellulare.
Più del 90 % delle intervistate ha incontrato almeno 2 barriere economiche, tra quelle elencate qui di seguito, che le hanno impedito di possedere un telefono cellulare, tra quelli più economici da 15 dollari, acquistabili anche a rate da 1 dollaro al mese.

1. Entrate economiche scarse e incostanti

La maggior parte delle intervistate non ha una fonte di reddito costante. Molto spesso le loro entrate giornaliere dipendono da lavori stagionali, o sono influenzati da fattori quali la disponibilità di lavoro nelle vicinanze, le condizioni meteo, i festival stagionali, la richiesta di specifiche competenze in giorni particolari, l’essere informati sulle possibilità lavorative, l’abilità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto.

2. Pochi risparmi personali

Nella società indiana, principalmente dominata dagli uomini, non è sicuro per le donne, qualsiasi sia la loro età, vivere da sole. In questa condizione, vivere con marito o un suocero diventa necessario per le donne indipendentemente dallo stato sociale. Il risultato è che le donne finiscono per condividere i propri risparmi con altri.

3. Mancanza di sostegno finanziario da parte dei mariti

Un’intervistata di più o meno 40 anni, sposata da 20, si è lamenta dicendo: “Le donne possono morire di lavoro per le loro famiglie, ma non è ancora abbastanza per gli uomini… Gli uomini sono davvero pigri… Se un uomo non lavora gli altri pensano ‘perché allora dovremmo farlo noi?’ e così le donne finisco per farsi carico dell’intero onere finanziario della famiglia“.

4. Il costo di possedere e mantenere un telefonino

Alcune intervistate non possono permettersi di avere un telefono, di ricaricarlo regolarmente, o di usare un dispositivo pre pagato. I mariti si rifiutano di comprare un telefono alle casalinghe, dato che non hanno entrate economiche.

5. Basso reddito delle famiglie

I suoceri non consentono alle donne istruite di diventare finanziariamente indipendenti ma le costringono a stare a casa o a partecipare all’azienda di famiglia con ritorni finanziari insufficienti.

6. Persone a carico

La maggior parte delle intervistate ha dichiarato di dover mantenere più di tre persone in famiglia: “Ci sono più bocche da sfamare che mani per lavorare. Ma i bambini sono un dono di Dio. Possiamo forse insultare l’Onnipotente? Con la piccola attività che svolgo in strada non guadagno quasi nulla. Non posso permettermi un telefono cellulare”.

7. Imprevisti e spese familiari improvvise

Spese mediche impreviste, la mancanza di un’assicurazione fornita dai datori di lavoro, le calamità naturali, le epidemie ricorrenti, etc. sono fattori causa di spese impreviste soprattutto nelle famiglie numerose. A causa della mancanza di celle frigorifere o di spazi in cui stoccare le verdure, numerose piccole imprese femminili sono costrette a buttare via grandi quantità di cibo marcio o rovinato, perdendo così una grande parte del fatturato e rendendo più complicato l’acquisto di un telefono cellulare.

8. Debiti ereditati

Le famiglie di alcune delle intervistate sono povere da generazioni. La dipendenza dagli uomini della famiglia, le ricorrenti perdite finanziarie dovute al fallimento di iniziative imprenditoriali, l’incapacità delle intervistate di pagare i debiti contratti per matrimoni, agricoltura, imprese e per ragioni di salute e i prestiti contratti con tassi di interesse usurari (dal 100 fino al 400%) espongono le donne al circolo vizioso del debito.

Durante il suo studio Deventra ha notato che la maggior parte delle barriere economiche che impediscono alle donne di possedere un proprio telefono cellulare sono il risultato delle norme socio-culturali e dei valori della società maschilista in cui vivono. Per esempio, la società rende impossibile alle donne vivere da sole; a volte le ragazze finiscono per sposarsi contro la loro volontà; le vedove vivono con i loro suoceri o con le famiglie dei loro fratelli e sono costrette a dividere con loro i pochi risparmi.
Nonostante siano economicamente indipendenti, in India le donne non sono libere di prendere decisioni finanziarie. Se potessero vivere e decidere autonomamente, numerose delle intervistaste avrebbero già acquistato un telefono cellulare con i loro piccoli risparmi.

In conclusione, Deventra sostiene che non sia possibile combattere il digital divide di genere in India senza mettere in discussione le preestistenti norme socioculturali, i valori e le pratiche che mettono le donne in una situazione di svantaggio rispetto agli uomini. È necessario innanzitutto intervenire a supporto delle donne perché possano superare le disuguaglianze di base che le penalizzano economicamente.


 

Articolo tradotto da ICT Works.
Autrice Devendra Potnis, University of Tennessee.

Photo credits: Trocaire.

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