Theory of change: progettare il cambiamento

Quando parliamo di terzo settore e di cooperazione internazionale allo sviluppo, la nostra testa ragiona in termini di progetti: di risorse, di attività, infine di obiettivi. I progetti – tra le altre – devono seguire le regole e le linee guida dei donatori. Sempre più spesso, questi ultimi pongono l’accento sull’impatto e sul cambiamento che il progetto che finanziano produrrà nel contesto in cui è realizzato. Questo significa che non basta la progettazione fatta con le migliori intenzioni (ammesso e non concesso che questa fosse sufficiente anche nel passato), ma che i progetti devono dimostrare sempre di più la propria solidità ed efficacia.

Simone Castello e Chiara Maria Lévêque, esperti di Teoria del cambiamento e valutazione, e docenti del corso di formazione Theory of change e valutazione d’impatto, ci hanno parlato di come il terzo settore e la cooperazione internazionale allo sviluppo possono integrare nella propria azione nuovi strumenti di progettazione e valutazione, per aumentare la propria possibilità di efficacia e far fronte alle crescenti richieste dei finanziatori.

Chi è e cosa fa un consulente in Teoria del cambiamento (ToC)?

Iniziamo col dire che il loro lavoro è quello di philanthropy advisor, professione che in Italia sembra piuttosto nuova. Chiara Lévêque (Senior Account Executive di Aragorn) e Simone Castello (Senior Consultant di Albacast, Segretario Generale di Fondazione Mazzola), attraverso il proprio lavoro, hanno contribuito a traghettare ed applicare i concetti di ToC e valutazione dell’impatto nel contesto del non-profit, favorendone un consolidamento e una implementazione man mano più estesa.

L’obiettivo di questa professione è quello di migliorare le metodologie con le quali le non profit si rapportano con i propri finanziatori. Il compito di un consulente è quindi quello di mettere in comunicazione questi due mondi.

“Rispetto ad altri consulenti noi lavoriamo con due target: non-profit e funders. Cerchiamo di capire e di rispondere sia alle esigenze di chi il progetto deve implementarlo, sia a quelle di chi invece deve finanziarlo.”

Ma cos’è la Theory of change nello specifico?

La Teoria del cambiamento non è una novità, ma negli ultimi anni è cresciuto il livello di interesse intorno ad essa. Si tratta di un approccio alla progettazione e alla programmazione che attraverso un processo rigoroso e partecipativo identifica l’obiettivo di impatto che vogliamo generare, come questo cambiamento dovrebbe avvenire e perché è verosimile che si realizzi, evidenziando le evidenze alla base della “teoria” alla luce del contesto e della complessità in cui l’intervento verrà realizzato.

La grossa distinzione dalla progettazione tradizionale è la modalità con cui si procede. Il cammino si fa a ritroso, partendo dall’impatto e ragionando sulle precondizioni necessarie affinché questo si verifichi, precondizioni che dovranno essere prodotte attraverso le azioni progettuali. Non partiamo dalle attività, ma dai cambiamenti che dobbiamo generare per evidenziare necessità, bisogni – e possibili barriere che potrebbero frapporsi.

[…] non appiattendo la strategia sulle azioni, ma mappando i bisogni ai quali il progetto deve rispondere.

Un buon processo di Teoria del cambiamento è in grado non solo di far emergere le criticità di un progetto, ma anche quelle interne all’organizzazione che lo ha redatto. Come sottolineano Simone e Chiara, spesso gli errori progettuali sono un riflesso delle criticità presenti all’interno dell’organizzazione che lo ha scritto. Mappare lo stato dell’arte tramite l’uso della Teoria del cambiamento, primo e imprescindibile passaggio, può essere un buon modo per farle emergere.

Vala la pena sottolinea la sempre più forte richiesta di valutazione di impatto: purtroppo – o per fortuna – non è possibile valutare l’impatto di un intervento se non è chiara la ToC progettuale: quindi, volenti o nolenti, vale la pena fare i conti con questo strumento che, in ogni caso, è sempre più frequentemente richiesto dai finanziatori (fondazioni, imprese, enti governativi) in fase di presentazione delle application.

Applicazioni pratiche

I docenti ci portano un esempio interessante, riguardante un progetto per l’inserimento lavorativo dei Neet. In estrema sintesi, il progetto prevedeva che i tutor contattassero aziende per l’avvio di tirocini di giovani Neet. Durante il processo di ToC, durato un paio di mesi e che ha coinvolto sia l’organizzazione capofila che i suoi principali stakeholder, sono emerse diverse criticità che hanno portato a una solida riprogettazione. In primo luogo, i partner implementatori del progetto non avevano alcuna esperienza nella costruzione e gestione di relazioni con le aziende. Inoltre, era stato dato per scontato che i giovani beneficiari dovessero sviluppare competenze “hard” in ambiti complessi, quali IT, marketing, ecc. Purtroppo, questi ragazzi in realtà mostravano un deficit delle competenze più basilari che rendeva impossibile l’ambizioso obiettivo progettuale; inoltre, ragionando con enti formatori specializzati nell’avvio di tirocini lavorativi, si è riscontrata la necessità di competenze relazionali basilari (soft skills) – quali la capacità di scrivere un cv, le buone abitudini in sede di colloquio, la consapevolezza delle norme quotidiane in contesti lavorativi (es. puntualità), ecc. Queste erano le aree su cui lavorare per far sì che un ente formatore potesse collocare i ragazzi. A causa di una rilevazione superficiale delle competenze in-house, delle abilità dei ragazzi e delle necessità delle aziende (in sostanza, in mancanza di una solida consultazione e comprensione del contesto e degli stakeholder, e quindi delle precondizioni necessarie per raggiungere l’impatto desiderato), l’impostazione progettuale si era dimostrata inadeguata per il raggiungimento degli obiettivi.

Gli stakeholder

L’importanza del relazionarsi con loro è il caposaldo della Teoria del cambiamento. Tuttavia vi sono tre livelli su cui dobbiamo intervenire.

  • Il primo è rappresentato dai beneficiari del progetto. L’ottica partecipativa è fondamentale per capire quali siano i loro bisogni: non solo in un’ottica di ownership, trend in aumento che vede i “beneficiari” non come semplici recipienti ma come stakeholder attivi. Ma anche perché possono aiutarci a capire ostacoli che altrimenti non vedremmo ragionando nella tradizionale ottica lineare (attività  risultati) che spesso comporta la progettazione dall’alto e “a tavolino”. Come si è detto prima parlando di Neet, le loro esigenze erano diverse da quelle immaginate dai progettisti.
  • Il secondo livello è quello delle risorse interne. Se non si dialoga coi partner, non si può sapere se questi siano sulla stessa lunghezza d’onda e se potranno/vorranno fornire un vero valore aggiunto all’iniziativa. E così anche chi dovrebbe remare nella stessa direzione rischia di creare effetti distorsivi più che positivi.
  • L’ultimo livello è rappresentato dai finanziatori. Riuscire a coinvolgere i funders in parte del processo di ToC può dimostrarsi un’ottima occasione per rafforzare la relazione. Da un lato, se il processo viene ben gestito, i finanziatori apprezzeranno il coinvolgimento e la trasparenza dell’organizzazione, pronta a sedersi a un tavolo per discutere – in modalità di partner – obiettivi e difficoltà. Dall’altro, questo comporta anche una responsabilizzazione del finanziatore che non si pone più come soggetto totalmente esterno al progetto, ma diviene parte attiva del processo di sviluppo e, per questo motivo, dimostra di credere nell’iniziativa e di sposarne l’impostazione.

Il corso “Theory of Change e valutazione d’impatto”

Coerentemente con quanto appena detto, Simone Castello e Chiara Lévêque hanno preparato un corso diviso in blocchi, in maniera da affrontare correttamente la materia. I blocchi saranno fondamentalmente tre.I

Il primo argomento di grande importanza è quello relativo all’erogazione dei fondi, o meglio agli enti finanziatori e al loro rapporto con le non-profit. Il modo con il quale questi due attori interagiscono è cambiato nel tempo. In generale, si sottolineerà quali sono le modalità che sempre più indirizzano le scelte dei donatori sui progetti da finanziare.

Il secondo blocco invece verterà su argomenti legati in maniera più stretta alla Teoria del Cambiamento, e quindi alla necessità di una valutazione di impatto per conoscere se dalla teoria si è passati effettivamente alla pratica.

In ultimo, verranno presentati diversi metodi per la valutazione dell’impatto, con focus su quelli più rigoroso e utilizzati nel settore non-profit e della cooperazione.

Consulta il programma del corso “Theory of Change e valutazione d’impatto” in partenza il prossimo 16 maggio.

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Photocredits: Gerd Altmann, Pixabay

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