I video tutorial di Digital Transformation

Internet mette a disposizione tantissime app e strumenti gratuiti che possono supportarci nella vita di tutti i giorni, ma che possono anche ampliare le aule scolastiche e aprire verso nuovi e interessanti percorsi educativi. Questa serie di tutorial è stata realizzata da Viviana Brun, nell’ambito nel progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”, per supportare in particolare le attività di educazione alla cittadinanza globale realizzate nelle scuole.

Nell’ultimo capitolo dell’ebook “Rivoluzione e Sviluppo Sostenibile” che puoi scaricare gratuitamente qui, trovi tanti esempi di come sia possibile integrare efficacemente questi strumenti all’interno di percorsi di educazione alla cittadinanza globale.


Come creare video in stop motion utilizzando Stop Motion Studio


Come creare infografiche video o brevi animazioni utilizzando Powtoon


Come creare contenuti di grafica con Canva


Come creare mappe geografiche personalizzate con MyMaps


Come cercare immagini gratuite e libere da copyrights


Come creare mappe mentali con Mindomo


Come creare un sito web in pochi click con Google Sites


Come creare questionari online con Google Forms


I webinar di Digital Transformation

In che modo la trasformazione digitale sta trasformando il nostro modo di vivere, pensare e relazionarci con gli altri e con l’ambiente? Nel corso del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” abbiamo provato a rispondere a questa domanda in tre webinar dedicati ad esplorare “il mondo che verrà”, il futuro del lavoro e come tecnologie innovative come la blockchain possano essere integrate in settori di aiuto allo sviluppo come quello della cooperazione internazionale.

Digital Transformation e Sviluppo Sostenibile, come cambierà la nostra vita

Come sarà la vita nel 2050? Quali sono le sfide sociali e ambientali che saremo chiamati ad affrontare e in che modo le tecnologie digitali potranno aiutarci a superarle? Ne abbiamo parlato online insieme a Cristina Pozzi di Impactscool e a Davide Demichelis, giornalista Rai, autore di Radici.

Le competenze del futuro. Come il digitale cambia il lavoro.

In questo webinar Roberto Saracco studioso dell’evoluzione della tecnologia e delle sue interazioni con economia e società, con lunga esperienza in programmi della Banca Mondiale, Telecom e a capo di EIT Digital Italian Node, ci ha aiutato a comprendere meglio le dinamiche del cambiamento, gli impatti sul lavoro e le competenze necessarie per affrontare il futuro anche con esempi concreti che potranno essere approfonditi sulla base delle domande, online e offline.

Blockchain, una tecnologia per il sociale 4.0

Capire la blockchain non è facile, soprattutto a causa della sovrabbondanza informativa, che ha creato una nube di informazioni all’interno della quale è difficile vedere.

Fino ad oggi le applicazioni più concrete in ambito umanitario rappresentano l’inclusione finanziaria, i diritti catastali, le rimesse, i trasferimenti finanziari, la trasparenza nelle donazioni, la riduzione delle frodi,  il monitoraggio dei trasferimenti ai beneficiari, le riforme strutturali di governance, il micro credito, le micro assicurazioni, i trasferimenti internazionali (soprattutto cash programming) e persino la gestione del fundraising. 

L’implementazione della blockchain nel social good è fondamentale per affrontare la trasformazione digitale. La cooperazione allo sviluppo necessità di queste nuove tecnologie per migliorare i propri strumenti ed affrontare le sfide di domani.

Ne abbiamo parlato online lunedì 20 maggio in un webinar gratuito insieme a Giulio Coppi, specialista per i progetti digitali al Norwegian Refugee Council.


Opportunità formative

Oltre ai webinar a grande pubblico, il progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” ha realizzato anche due percorsi formativi online dedicati ad esplorare: 1) le opportunità offerte dal co-design e dalla fabbricazione digitale all’interno dei percorsi didattici a scuola, 2) le potenzialità delle ICT per la cooperazione internazionale allo sviluppo.

Co-design per la didattica

Nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”, LVIA in collaborazione con WeMake propongono un ciclo di webinar per approfondire l’adozione di strumenti e metodi per consentire l’inserimento delle progettazioni legate alla digital fabrication nell’attività curriculare attraverso progetti multidisciplinari.

ICT per lo Sviluppo Sostenibile

L’espressione Information and Communication Technologies (ICT) si riferisce all’insieme delle tecnologie che servono a elaborare e trasmettere le informazioni attraverso i mezzi digitali. La diffusione sempre più capillare di internet, delle reti wireless, dei cellulari e di nuovi mezzi tecnologici offre vantaggi e applicazioni interessanti anche nel campo della cooperazione e dello sviluppo.

Nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”, Progettomondo.mlal in collaborazione con Mlal Trentino Onlus e il Centro per la Cooperazione Internazionale propongono un ciclo di webinar per esplorare le opportunità offerte dalle ICT grazie alle testimonianze di professionisti esperti.


Nuovo Ebook: “Rivoluzione Digitale e Sviluppo Sostenibile”

Stiamo vivendo un’epoca di trasformazioni radicali. La tecnologia digitale impatta su tutti gli ambiti della nostra vita e sta costruendo un nuovo modo non solo di affrontare le sfide dello sviluppo sostenibile, tra cui in primis il lavoro, l’educazione, la formazione, ma anche il modo di relazionarci, divertirci, socializzare, in una parola il nostro modo di pensare il mondo. Per questo motivo, diventa sempre più urgente acquisire nuove capacità di comprensione e competenze trasversali che ci permettano di affrontare il prossimo futuro con i giusti presupposti. 

Questo ebook è il risultato di 18 mesi di lavoro del progetto Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e da Compagnia di san Paolo e promosso dall’ong CISV, capofila del network Ong 2.0, insieme a 20 partners su tutto il territorio nazionale. Il volume vuole dare un contributo nell’approfondire il tema della trasformazione digitale e il suo legame con lo sviluppo sostenibile, unendo materiali di approfondimento per facilitare la comprensione del fenomeno con spunti didattici e operativi per affrontare queste questioni complesse in classe e con gruppi di giovani.

Sfoglia l’ebook in anteprima

L’ebook è stato presentato ufficialmente il 30 novembre 2019 in occasione del webinar conclusivo del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile”. Nel corso del webinar sono stati presentati tutti gli strumenti realizzati nell’ambito del progetto.

Puoi trovare tutti i riferimenti ai materiali qui: https://bit.ly/362jU3O


Lenali, il social network vocale che parla le lingue africane

Due abitanti del Mali su tre non sanno leggere né scrivere. Inoltre, la maggior parte della popolazione si trova più a suo agio con le lingue locali piuttosto che con il francese. Si spiega così la scarsa presenza sui social network. Lenali può essere la risposta: è il primo social che si può padroneggiare interamente con la voce e disponibile in svariate lingue locali, dal bambara al soninke, dal Mooré al Wolof.

di Luca Indemini

«Chiedete a un commerciante maliano perché non è su Facebook: vi dirà che non vede l’utilità di pagare del traffico dati per non comprenderne appieno il contenuto, a causa della scarsa padronanza con la lingua francese, per lo più scritta. Ma se uno gli proponesse una rete locale dove postare usando la voce e nella sua lingua i prodotti che vende e che può consegnare direttamente a casa, allora gli sarebbero subito chiari i vantaggi ad essere sui social.» Con queste parole Mamadou Gouro Sidibé ha spiegato l’idea alla base di Lenali, alla testata Jeune Afrique.

Dopo aver condotto i suoi studi tra Russia e Francia, Mamadou Gouro Sidibé inizia a lavorare per il CNRS e nel settore privato su programmi di ricerca sull’Internet del futuro, garantendosi un tenore di vita elevato nella periferie di Yvelines a Parigi. Ma nel 2014 decide di tornare a Bamako, con l’idea di sviluppare un concorrente maliano ai servizi di messaggeria e voce via internet, come Skype o Viber. Dà vita a Lenali e viene chiamato a presentare il suo progetto a Mali numerique 2020, una conferenza dedicata al piano digitale dello Stato, dove l’idea piace, ma non trova supporto. Poi la scintilla inattesa. In un negozio, Sidibé viene avvicinato dal commerciante che gli passa lo smartphone chiedendogli di tradurre un messaggio ricevuto su Viber. Perché non sapeva leggere. Problema che – si rende conto Sidibé – riguarda più di metà della popolazione maliana. Mamadou Gouro decide di abbandonare il suo progetto originario e si concentra su questa maggioranza di suoi concittadini, spesso dotata di smartphone e di un accesso a Internet mobile.

Nasce il primo social vocale

Per quanto Facebook abbia aperto al “mercato” africano, permettendo di pubblicare stati via SMS e ha introdotto lingue locali come Swahili, Afrikaans o Arabo, non ha affrontato il problema dell’analfabetismo. A questo pensa Mamadou Gouro Sidibé, con la nuova versione di Lenali, social innovativo e completamente maliano.

In fondo, la cultura africana è una cultura principalmente orale e dunque dalla voce, decide di partire l’imprenditore quarantaquattrenne.

In un primo momento vengono sviluppate le linee guida vocali in diverse lingue (Bambara, Soninke, Songhay, Moore, Wolof e francese) per accompagnare l’installazione dell’app. Quindi, vengono implementate altre funzionalità vocali: chiamate, ovviamente gratuite, messaggi vocali, fino ad una durata massima di 59 secondi, pubblicazioni su un thread social, in cui oltre alle foto e ai testi, vengono inseriti anche registrazioni audio.

Questa versione di Lenali, gratuita, è stata lanciata sul mercato nel marzo 2017 e in meno di un anno ha fatto registrare 28 mila download. A inizio 2018 Mamadou Guru Sidibé viene selezionato dal governo maliano per partecipare al villaggio della tecnologia africana al CES – Consumer Electronic Show di Las Vegas.

La fase di startup, resa più difficile dalla mancanza di incubatori in Mali, come lo stesso Sidibé ha avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, è stata sostenuta completamente dall’imprenditore, che ha investito nel progetto risorse personali per più di 150 mila euro. Il primo interlocutore istituzionali che ha deciso di puntare su Lenali, sono stati alcune ONG, che usano il social per campagne di sensibilizzazione su tematiche di salute pubblica. Il National Network for the Development of Young Girls and Women del Mali usa Lenali per veicolare informazioni legate a salute, violenza di genere e alfabetizzazione. Inoltre, cresce l’attenzione da parte delgi operatori di telecomunicazioni.

Sempre nel 2018, Lenali è stato inserito nella lista dei 30 pionieri di Quartz Africa Innovators 2018 e il social continua a crescere. Aumenta il numero di lingue disponibili, con l’aggiunta di peul, haoussa, tamasheq.

Inoltre, a inizio 2019 ha inserito una novità molto importante: l’app permette agli utenti di generare automaticamente un percorso GPS che porti alla posizione in cui si trova l’interlocutore, che ha accettato la chiamata. In un paese come il Male, dove molte persone (e anche attività) non hanno un indirizzo postale, diventa una caratteristica molto importante, soprattutto per i commercianti, che vogliano farsi trovare facilmente da clienti interessati ai propri prodotti.

Lenali continua ad attirare attenzioni e partecipa regolarmente ai principali eventi africani dedicati alla trasformazione digitale. L’obiettivo finale di Sidibé è quello di aumentare l’inclusione digitale, prima in Mali, poi in altri paesi africani. Per questo ha già in programma l’introduzione di nuove lingue nell’applicazione.

Applicazioni dell’Intelligenza Artificiale nel Sud del Mondo

Tra promesse quasi miracolose e scenari distopici, l’Intelligenza Artificiale è una delle buzzwords più gettonate negli ultimi anni. E questa stessa ambivalenza, la mantiene anche in ambito sociale e umanitario. Soprattutto parlando di Paesi in via di sviluppo. Da un lato il piano AI for Humanitarian Action di Microsoft, che si propone di migliorare l’impatto delle azioni umanitarie, dall’altro l’allarme dello scienziato Kai-Fu Lee, autore di AI Superpowers: China, Silicon Valley and the New World Order, secondo cui l’AI potrebbe accrescere le diseguaglianze mondiali, con effetti devastanti sui Pvs.

di Luca Indemini

Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha recentemente condotto una ricerca per analizzare l’utilizzo dell’IA e dell’apprendimento automatico durante i conflitti armati e nella gestione delle potenziali conseguenze umanitarie.

Nelle situazioni di guerra, l’intelligenza artificiale è destinata a giocare un ruolo sempre più preponderante: dai mezzi armati autonomi e senza pilota alle nuove forme di guerra informatica, fino alla gestione dei processi decisionali. Il CICR non si oppone a priori alle nuove tecnologie di guerra – alcune possono anche aiutare a minimizzare le conseguenze umanitarie –; ma evidenzia la necessità di mantenere un approccio che mantenga l’uomo al centro, soprattutto quando si tratta di gestire situazioni o prendere decisioni che potrebbero avere gravi conseguenze per la vita di altre persone.

Riassumendo: va bene l’intelligenza artificiale, ma affiancata da quella umana e utilizzata per servire gli esseri umani. Insomma, le tre leggi della robotica di Isaac Asimov non sono mai state così attuali.

Uso dell’IA e del machine learning nei conflitti

Molti dei potenziali utilizzi dell’IA nei conflitti armati non sono ancora noti. Ci sono però almeno tre aree rilevanti dal punto di vista umanitario, analizzate dal CICR.

Un utilizzo significativo è quello dell’IA per controllare i crescenti sistemi robotici senza pilota, in aria, terra e mare. Da un lato permette una maggiore autonomia nella gestione di queste piattaforme robotiche, sia armate sia disarmate. Dall’altro pone alcune domande fondamentali: quale spazio c’è per la supervisione umana nella gestione di un’arma che seleziona autonomamente i suoi bersagli? Quale deve essere il livello di affidabilità richiesto?

Inoltre, l’uso dell’IA apre nuovi scenari anche nel campo della cyber war o guerra informatica. Infine, quella che potrebbe essere l’applicazione più ampia riguarda l’uso dell’IA nella gestione dei processi decisionali, attraverso la raccolta e l’analisi di dati per l’identificazione di persone e oggetti, per valutare modelli di comportamento, formulare raccomandazioni e strategie per gestire le operazioni militari.

Uso dell’IA per azioni umanitarie

Non è minore l’impatto dell’IA nella gestione delle azioni umanitarie. Su tutti, la possibilità di analizzare i dati a disposizione in determinati contesti complessi, per fornire un’assistenza più efficiente e puntuale.

Inoltre, analizzando immagini, video e altri modelli, l’IA potrebbe aiutare a valutare i danni alle infrastrutture civili, misurare il grado di contaminazione dell’aria o gestire operazioni di sfollamento della popolazione. In questo contesto il CICR ha sviluppato una dashboard per la scansione ambientale mirata ad acquisire e analizzare grandi volumi di dati a supporto del proprio lavoro, per provare a predire e anticipare le esigenze umanitarie.

C’è molto interesse poi, in quelle tecnologie che possono aiutare a identificare persone scomparse, come il riconoscimento facciale basato sull’Intelligenza Artificiale e l’elaborazione del linguaggio naturale per la corrispondenza dei nomi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha esplorato l’uso di queste tecnologie per supportare la sua Central Tracing Agency impegnata nel compito di riunire i membri delle famiglie separate dai conflitti.

A queste applicazioni in ambito umanitario dell’IA si accompagnano potenziali rischi, questioni legali ed etiche, in primis per quanto riguarda le tecnologie di riconoscimento facciale.

Cheese 3 School: IA e abbandono scolastico

E sul tema caldo del riconoscimento facciale, c’è un esperimento in atto in Burkina Faso particolarmente interessante. Nelle aree rurali del paese ci sono classi di 50 alunni e anche solo fare l’appello e controllare le presenze quotidiane può diventare un’attività complicata. Di contro, avere dati certi e in tempo reale sulle presenze è fondamentale per intervenire contro l’abbandono scolastico. Per rispondere a questa necessità, Ciai e Gnucoop hanno realizzato l’app Cheese 2 Shool, che rileva automaticamente le presenze dei bambini, consentendo un monitoraggio costante e offrendo un supporto per interventi rapidi contro l’abbandono scolastico. Agli insegnanti basta scattare una fotografia della classe, l’app conta gli alunni, li categorizza per genere, attraverso il riconoscimento facciale, e invia le informazioni a una piattaforma, che aggrega i dati scuola per suola. «L’idea è di consegnare un data set che ci dice gli andamenti delle frequenze. La potenzialità – questo è un progetto pilota in 10 scuole in 10 municipalità – la vedremo alla fine anno scolastico, se funziona potremmo diffonderla a livello nazionale.» racconta Francesca Silva, direttore di Ciai a Vita.

Stampare il cibo in 3D per sconfiggere la fame nel mondo

«Il cibo stampato in 3D potrebbe porre fine alla fame nel mondo» affermava nel 2013 Anjan Contractor, ingegnere meccanico alla Systems and Materials Research Corporation. Quel giorno non è ancora arrivato, ma la stampa in 3D degli alimenti sta facendo passi da gigante. Interessa alla NASA per trovare soluzioni efficienti alla gestione del problema del cibo nello spazio ed è spinta dalla crescente richiesta di innovazione e sperimentazione in cucina.

di Luca Indemini

Un report di BIS Research prevede che il mercato globale delle stampa 3D di alimenti raggiungerà i 525,6 milioni di dollari nel 2023, segnando una crescita annua di circa il 46 per cento. Questa crescita esponenziale è motivata dalla consapevolezza degli innovatori alimentari sulla necessità di elevare i sistemi di produzione gastronomica, per rispondere tanto alle esigenze dei consumatori quanto a quelle globali.

È lecito pensare, dunque, che in un futuro non troppo lontano, gli alimenti stampati in 3D possano avere un impatto significativo nella lotta alla fame nel mondo.

Partendo da alimenti abbondanti e facilmente reperibili, come le alghe, che sono ricche di proteine e antiossidanti, è possibile produrre quantità di cibo sufficienti a rispondere alle necessità di tutti gli abitanti del pianeta.

Come si stampano in 3D gli alimenti

https://www.youtube.com/watch?v=M3ETEuiXfhc
Le potenzialità della stampa alimentare 3D raccontate da Campden BRI

La stampante 3D è la tecnologia perfetta per la produzione alimentare, perché consente di produrre costruzioni tridimensionali con geometrie complesse, trame complesse, valori nutrizionali aumentati e sapori realistici. Certo, la stampa di cibo differisce da quella con materiali tecnici per diversi aspetti: gli alimenti sono composti da diversi ingredienti, inoltre i materiali sono particolarmente complessi e gli ingredienti alimentari interagiscono tra loro chimicamente. Infine, la stampa di alimenti comporta la cottura durante la stampa.

Le tecnologie utilizzate per stampare cibo in 3D includono sinterizzazione selettiva, la fusione ad aria calda, il legame liquido e l’estrusione hot-melt. Recentemente, in Corea del Sud è stata sviluppata una piattaforma di stampa 3D che utilizza un processo di deposito fuso per creare prodotti alimentari con microstrutture che replicano le proprietà fisiche e la trama in nanoscala del cibo reale.

Di cosa è fatto il cibo stampato in 3D

I materiali con cui viene stampato il cibo in 3D, sono gli ingredienti normali del cibo: acqua, olio, farina, burro, uova. L’“inchiostro alimentare” viene depositato da un ugello che segue il progetto di un modello CAD. L’inchiostro deve avere le giuste consistenza e viscosità per essere estruso in modo uniforme dall’ugello e mantenere la sua forma dopo essere stato depositato. Le stampanti multi-ugello permettono una maggiore complessità di progettazione: ad esempio, consentono di automatizzare la preparazione di una pizza, depositando in sequenza la pasta, la salsa e il formaggio.

https://www.youtube.com/watch?v=oz6D1FXwuvA&feature=emb_title
Uno dei primi casi italiani è la pasta 3D di Barilla presentata a Expo2015

La biostampanti possono stampare in 3D strati di cellule animali viventi necessarie per creare la carne. Modern Meadow permette di stampare carne in 3D senza uccidere gli animali. Il processo inizia con un prelievo di cellula staminali da una mucca attraverso una biopsia. Le cellule vengono poi stimolate a produrre cellule muscolari, che sono poi depositate in più strati su una superficie special, da una biostampante 3D. In questo modo, le cellule si fondono insieme formando tessuto muscolare o carne.

Un elemento chiave negli alimenti stampati in 3D sono la consistenza e la struttura; tema di cui si occupano gli studi del team del dr. Amy Logan al Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization a Canberra, in Australia. «I nostri alimenti strutturati saranno basati su cibi reali e preparati con trame, sapori e odori attraenti – spiega Logan dalle pagine di Engineering For Change -. Attraverso la combinazione di modelli di deposizione dei materiali e modelli di cottura tramite laser si possono produrre nuove trame alimentari.»

La “customizzazione” del cibo

Una delle possibilità più interessanti per gli alimenti stampati in 3D è la loro personalizzazione. Gli inchiostri possono essere creati con estrema precisione per dar vita ad alimenti con contenuto nutrizionale specifico per le esigenze individuali di ciascuno.

Inoltre, le trame possono essere modificate per rendere, ad esempio, il cibo più facile da deglutire (è un esempio il caso del cibo stampato in 3D per le case di cura per anziani in Svezia).

Alcuni alimenti, come maiale, pollo, patate, pasta e piselli, vengono cotti e frullati prima di essere estrusi e stampati in forme riconoscibili – si legge sul sito GE. In fase di stampa poi è possibile “customizzare” questi elementi in base alle esigenze del singolo consumatore, renderli visivamente accattivanti e appetitose. In questo senso, come ha rimarcato Hod Lipson della Columbia University, sempre a Engineering for Change, la stampa 3D di alimenti non significa semplicemente produrre alimenti convenzionali con una nuova tecnica: «Si tratta piuttosto di esplorare nuovi alimenti che prima non si potevano produrre. Bisogna sposare la cucina con il software.» Con tette le potenzialità che potranno derivarne. Uno dei casi più recenti è la “cottura a laser” sviluppata proprio alla Columbia University, dal ricercatore Johathan Blutinger.

Siamo ancora all’inizio del percorso. Intanto, nel giugno 2020, Venlo, in Olanda, si appresta ad ospitare la quarta edizione della 3D Food Printing Conference, occasione per fare il punto della situazione su macchinari, progetti e sperimentazioni.

Quando un computer ti cambia la vita: Mayen dal campo profughi ai videogiochi

Lual Mayen è venuto al mondo più volte. La prima 24 anni fa nel Sudan del Sud, da decenni teatro di continui conflitti. La seconda quando, ancora neonato, i suoi genitori lo hanno portato in Uganda, dopo un viaggio a piedi di oltre 350 chilometri. Sopravvissuto alla guerra, si ritrova a dover affrontare la vita di un campo profughi. La terza, quando Lual ha 12 anni e riceve in dono il suo primo laptop, su cui inizia a sviluppare un videogioco. Videogioco che lo porta a un’ennesima rinascita, nei panni di sviluppatore di videogames, in quel di Washington DC.

di Luca Indemini

Quella di Lual Mayen è una storia da film. Ma in epoca digitale, sarà un videogioco a raccontarla. O meglio, a permettere di viverla. Riviverla. E capire cosa vuol dire essere immersi in un conflitto, perdere la casa, parenti e amici, dover fuggire dalla propria terra natia. E vivere in un campo profughi. Proprio in un capo profughi dell’Uganda è iniziata la rivoluzione che ha trasformato la sua vita.

Lual Mayen

Quando il piccolo Lual vide il computer che veniva utilizzato nel centro di registrazione per rifugiati, chiese a sua madre di averne uno. Richiesta che dovette suonare irrealizzabile agli occhi della madre: mancava anche il cibo, come avrebbe potuto acquistare un laptop. Ma poi Daruka, la madre di Lual, pensò che avrebbe potuto rappresentare un’occasione preziosa per suo figlio. Per tre anni si mise a lavorare sodo e cercò di risparmiare ogni centesimo, per raccogliere i 300 dollari necessari ad acquistare il laptop. All’età di 12 anni, Lual ottenne il suo primo computer. Affinché gli sforzi della madre non risultassero vani, ogni giorno Mayen percorreva un cammino di tre ore per raggiungere il più vicino Internet cafe, dove ricaricare il computer, per poi dedicarsi a imparare i primi rudimenti di informatica. Ha fatto tutto da autodidatta, guardando i tutorial che un amico di Kampala gli passava su una chiavetta USB.

Su quel laptop è nata la prima versione di Salaam, il gioco di pace che sta lanciando attraverso la sua compagnia Junub Games. All’epoca del campo profughi voleva realizzare un gioco che fosse in grado di intrattenere i suoi amici, li tenesse uniti e li aiutasse a imparare. Oggi, con Salaam, Mayen sta aprendo la strada nella categoria dei giochi a impatto sociale.

Salaam: dal campo profughi a Washington DC

Lual ha sviluppato la prima versione mobile di Salaam nel 2016, in Uganda. I giocatori dovevano toccare le bombe che cadevano dal cielo per dissolverle in una nuvola di pace prima che arrivassero a terra. Mayen ha pubblicato il link al gioco sulla sua pagina Facebook e subito ha ottenuto una grande attenzione, che in breve tempo gli ha aperto la strada per gli Stati Uniti. Il 3 luglio 2017 si è trasferito a Washington DC per partecipare al programma di accelerazione Peace Tech Labs, quindi ha lanciato Janub Games, con cui ha già rilasciato il gioco da tavola intitolato Wahda (unità).

L’idea di un gioco “vecchio stile” è stata dettata dal fatto che i videogiochi non avrebbero potuto essere giocati da molte persone nel mondo, perché non in possesso dei dispositivi necessari.

Salaam invece punta a un pubblico “digitale”: i 700 milioni di utenti di Facebook Instant Games.

Nella nuova versione di Salaam, i giocatori vestono i panni di un rifugiato che deve fuggire dalle bombe che cadono, trovare l’acqua e guadagnare punti-energia per riuscire a sopravvivere, mentre il paese del protagonista affronta la complessa transizione da un presente di guerra a un futuro di pace. Se il personaggio esaurisce l’energia, viene richiesto al giocatore di acquistare più cibo, acqua e medicine con denaro reale. I fondi così raccolti vengono devoluti in favore di un rifugiato, attraverso le partnership di Junub con numerose ONG.

La campagna su Kickstarter, purtroppo, non ha dato i frutti sperati, ma non mancano i sostenitori, tra cui il giocatore NBA Luol Deng, dei Minnesota Timberwolves. E i riconoscimenti: lo scorso anno, ai The Game Awards, Mayen ha ottenuto il Global Gaming Citizen, riconoscimento riservato a chi cerca di cambiare il mondo con i videogame.

GivePower: un sistema a energia solare per desalinizzare l’acqua di mare

«Voglio fornire acqua a un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo» ha dichiarato a Inverse.com Hayes Barnard, Presidente di GivePower. In sei anni di vita, la Fondazione ha realizzato sistemi di energia solare che forniscono energia alla produzione alimentare, portano l’elettricità nelle scuole o a servizi di salvaguardia del territorio. L’intervento di maggiore impatto, che partendo dalle parole di Hayes sembra dettare la linea per il futuro di GivePower, è l’installazione di un sistema a energia solare per desalinizzare l’acqua di mare a Kiunga, in Kenya.

di Luca Indemini

Oltre due miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile; una su tre fa uso di acqua contaminata o non controllata per lavarsi, cucinare, bere. Lo rivela un recente rapporto dell’UNICEF e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Circa l’80% di queste persone vive in aree rurali dove non esistono infrastrutture di base per poter avere accesso all’acqua o dove l’acqua non è sicura o troppo lontana. GivePower ha deciso di far sua questa sfida e nel 2018 ha installato, lungo le coste della città di Kiunga, in Kenya, il primo impianto di desalinizzazione dell’acqua a energia solare.

La zona di Kiunga non è stata scelta a caso. Il territorio è particolarmente arido e per approvvigionarsi di acqua, per altro sporca e salata, gli abitanti erano costretti ad affrontare un viaggio di un’ora per raggiungere il pozzo più vicino.

La nascita del BLUdrop

Hayes Barnard, ex direttore delle entrate di SolarCity, fusasi con Tesla nel 2016, dopo aver lanciato nel 2013 GiverPower, ha trascorso un anno e mezzo a San Francisco lavorando a quella che ha battezzato «BLUdrop» o «basic life unit», una macchina che fosse in grado di portare acqua potabile ai quei due miliardi di persone che vivono in regioni con scarsità d’acqua. Quando il progetto ha preso forma, si è scelto il Kenya per la prima installazione. L’impianto ha richiesto un investimento di 500 mila dollari e un mese di lavori. La grande sfida degli impianti di desalinizzazione è che richiedono molta energia, rivelandosi troppo costosi e spesso impossibili da alimentare in zone in cui non esistono allacci alla rete elettrica. La soluzione progettata da GivePower è stata il Solar Water Farm. L’impianto utilizza una serie di pannelli fotovoltaici per produrre 50 kilowatt di energia, sei batterie Tesla Powerwall per raggiungere 90 kilowatt di stoccaggio e un sistema di desalinizzazione in grado di trasformare l’acqua di mare o salmastra in acqua potabile. Il risultato finale è un colosso di quasi 400 metri quadrati, in gradi di produrre oltre 50 mila litri di acqua potabile per più di 35 mila persone al giorno.

Yesterday on #WorldWaterDay we celebrated an incredible milestone – the grand opening of water taps in the Kiunga…

Pubblicato da GivePower su Sabato 23 marzo 2019

L’esperienza di Kiunga è stata una preziosa occasione per imparare e migliorare. L’impianto installato in Kenya è atterrato in un container, con le batterie collegate all’esterno, e ci si è resi conto che sarebbe meglio imballare le batterie in un altro container, per garantire maggior protezione e semplificare il trasporto. Inoltre, per il futuro, appare preferibile installare il macchinario all’interno dei centri abitati: a Kiunga è stato necessario aggiungere un condotto di un quarto di miglio per portare l’acqua in città.

Come Barnard ha avuto modo di raccontare a Inverse, oltre al beneficio immediato di disporre di acqua potabile, non sono mancate altre ricadute positive per il territorio e i suoi abitanti: «Una donna ha deciso di aprire un’attività di lavaggio dei vestiti nella sua comunità. E i bambini… tutte le piaghe e le lesioni sui loro corpo stanno scomparendo.» Il mantenimento dell’impianto è relativamente semplice: due filtri necessitano di essere sostituiti una volta al mese, due devono essere sostituiti una volta al trimestre. I livelli di manutenzione sono meno complessi di quelli richiesti per una piscina privata di una casa negli Stati Uniti.

Dopo Kiunga, Colombia e Haiti

Visto il successo dell’impianto di Kiunga, GivePower sta raccogliendo fondi per poterne costruirne altri in zone interessate da periodi prolungati di siccità, per garantire acqua potabile a un numero sempre maggiore di persone. Le prossime tappe sono Colombia e Haiti, dove l’approvvigionamento di acqua potabile è ancora difficile per molte comunità rurali. Il team prevede una rapida espansione. Barnard stima che un impianto possa generare entrate per circa 80/100 mila dollari all’anno. Questo significa che ogni cinque anni produce le risorse necessarie per realizzare un nuovo impianto. Il desiderio di fornire acqua potabile a un miliardo di persone nei paesi in via di sviluppo sembra destinato a non essere solo un sogno.