9 lezioni “Edu-Tech” imparate durante la risposta digitale al Covid-19

Di seguito un interessante articolo pubblicato sul sito https://www.ictworks.org/che passa in rassegna i più importanti insegnamenti del periodo della Pandemia in termini di utilizzo delle tecnologie per l’educazione. EduTech è un hub di ricerca internazionale che lavora per trovare soluzioni condivise per un corretto ed efficace utilizzo delle nuove tecnologie in ambito educativo. Quello che segue è una sintesi dei consigli che l’Help Desk dell’hub ha fornito agli operatori della Banca Mondiale o ai consulenti per l’istruzione del Dipartimento inglese per lo sviluppo internazionale (DFID) durante il periodo di lockdown.

NB: l’Help Desk si occupa di rispondere alle domande esclusivamente relative a 70 paesi a medio-basso reddito parte di una lista precedentemente stabilita.

In Italia si è parlato tanto di DAD negli ultimi mesi, e se ne riparla adesso che le scuole hanno riaperto con mille interrogativi e paure. Abbiamo pensato potesse essere interessante mostrare quali siano state le problematiche e le soluzioni sperimentate in altre aree del mondo. Segnaliamo infine il nostro report dedicato a tematiche simili ed intitolato Covid ed educazione in emergenza.

L’articolo originale si trova al seguente link ed è intitolato “9 EduTech Lessons Learned During COVID-19 Digital Response”. Di seguito la traduzione in italiano.

“Dall’inizio del periodo del Coronavirus, il team dell’helpdesk dell’hub EduTech si è occupato di rispondere alle richieste dei consulenti DFID e della Banca mondiale in 15 paesi in Africa, Asia e Medio Oriente per esaminare e fornire input su vari documenti relativi alla  risposta digitale alla crisi da COVID-19. Di seguito condividiamo un elenco di nove insegnamenti utili.

La maggior parte di questi insegnamenti è un risultato che dipende direttamente dallo specifico contesto creato dal Coronavirus; ma la loro rilevanza va aldilà della sola risposta alla pandemia. Si tratta di buone idee in ambito di tecnologie educative che qualsiasi decisore dovrebbe prendere in considerazione, in qualsiasi momento.

  • Utilizzare ciò che già esiste

Nel 2013, la Banca Mondiale ha pubblicato un post: “ la migliore tecnologia è quella che già possiedi, sai come usare e puoi permetterti.” Sagge parole. La nostra ricerca suggerisce che i programmi che utilizzano tecnologie educative siano effettivamente più efficaci quando dedicano del tempo a considerare le infrastrutture digitali già esistenti e come queste potrebbero essere utilizzate meglio. 

Dati riguardanti fenomeni quali la copertura di Internet, il possesso di telefoni cellulari,  radio e i contenuti digitali già esistenti sono utili, soprattutto se si concentrano sull’accessibilità di questi strumenti da parte dei gruppi marginalizzati (ad esempio le studentesse). A tal proposito, potete trovare maggiori informazioni consultando la nostra ricerca riguardante la creazione di infrastrutture TIC durante una pandemia.

  • Possedere un device non è abbastanza per imparare

Possedere un dispositivo digitale non significa che quest’ultimo sia utilizzato nel modo giusto, e non significa che il bambino stia imparando davvero. I dati di Uwezo dal Kenya mostrano che mentre il 62% delle famiglie keniote possiede una radio, solo il 19% circa degli studenti kenioti si sintonizza sulle “lezioni radio”.

Una minore percentuale di famiglie kenyote (45%) possiede una televisione, ma solo il 42% degli studenti kenyoti si sintonizzano su canali dedicati a programmi educativi. E’ utile per i decisori raccogliere dati sull’utilizzo (o il non-utilizzo) dei dispositivi da parte degli studenti e le loro famiglie.

Questo tipo di dati dovrebbe essere raccolto continuamente, con l’obiettivo di informare e migliorare i progetti educativi. 

  • A volte la carta funziona ancora molto bene

In paesi in cui le infrastrutture TIC sono molto limitate, il materiale cartaceo è ancora un ottimo metodo per raggiungere gli studenti più marginalizzati. Abbiamo visto che parecchi programmi di EdTech sono stati costruiti partendo da questo assunto di base. 

Ad esempio, un progetto prevedeva che gli studenti di consegnassero i compiti cartacei svolti a casa in luogo prestabilito affinché gli insegnanti della comunità potessero in seguito passare a prenderli e correggerli. Ci è piaciuta molto questa idea come soluzione per mantenere coinvolti sia gli studenti che gli insegnanti. Mancava soltanto l’ultimo step per rendere l’interazione totalmente riuscita: ovvero, la chiusura del ciclo con la riconsegna dei compiti agli alunni con feedback e correzioni spiegate dell’insegnante. 

  • L’apprendimento a distanza necessita di un approccio pedagogico

Come abbiamo scritto in un paper recentemente pubblicato, buone pratiche pedagogiche sono cruciali per incoraggiare gli studenti ad impegnarsi nell’apprendimento anche quando le scuole sono chiuse. Questo significa per esempio creare delle lezioni ben strutturate ed interattive con controlli frequenti per verificare la comprensione e/o il bisogno di incontri di approfondimento individualizzati. Invece, si è rivelato fin troppo comune che gli insegnanti creassero contenuti video o audio in cui semplicemente leggevano da un libro di testo.

Purtroppo, sappiamo che quest’ultimo approccio non sortisce alcun buon risultato. Al contrario, approfondire del materiale didattico digitale già disponibile e di alta qualità può accrescere la possibilità di accesso degli studenti a percorsi pedagogici di alto livello per due motivi. Primo, è più probabile che in questo modo gli studenti siano esposti ad una pedagogia che altrimenti sperimenterebbero difficilmente in classe; secondo, che gli insegnanti possono dedicarsi maggiormente alla loro “presenza” e l’incoraggiamento degli studenti, piuttosto che alla creazione di contenuti originali. A proposito di questo: 

  • Curare contenuti già esistenti è meglio che crearne di nuovi

Generare nuovi contenuti originali prende molto tempo ed è un processo costoso. Consigliamo invece di investire quel tempo nella ricerca di contenuti già esistenti, da curare sulla base degli specifici obiettivi di apprendimento. 

Raggruppare i contenuti in base ad obiettivi preposti, senza cercare o forzare una corrispondenza con i programmi scolastici risulta essere un approccio più efficace e adatto per rispondere alle esigenze dello studente. La “Guida per i principi di educazione accelerata” è un utile punto di partenza a tal proposito.

  • La fornitura di apparecchi informatici (computer, tablet e quant’altro) dev’essere mirata e supportata

Una fornitura indiscriminata di dispositivi elettronici non funziona, ma quando questi ultimi sono distribuiti a gruppi specifici possono essere d’aiuto. Per esempio, abbiamo assistito a delle proposte di fornitura di radio funzionanti attraverso pannelli solari o di altri dispositivi con contenuti già pre-scaricati da far arrivare agli studenti in situazioni di marginalità. Questo può funzionare.

Tuttavia, coloro che si occupano di definire i programmi dovrebbero pensare maggiormente a cosa potrebbe servire oltre ai dispositivi: ad esempio, un supporto all’alfabetizzazione digitale per i bambini e per coloro che seguono il loro apprendimento o una guida su come mantenere i dispositivi. Le campagne di comunicazione aiutano a rendere le famiglie consapevoli degli strumenti utilizzati nella didattica a distanza e mantengono gli studenti, i genitori e gli operatori sanitari in sintonia rispetto alle raccomandazioni per la salvaguardia della salute.

  • Coinvolgere i genitori e “gli insegnanti a casa”

Un recente studio dell’Istituto di Governance e Sviluppo BRAC sottolinea l’importante ruolo che i genitori e i fratelli maggiori giocano nell’apprendimento “remoto”. Per i bambini che vivono in zone remote del Bangladesh, il 35% ha ricevuto un supporto da un fratello o un parente e il 24% ha ricevuto aiuto dalla madre mentre studiava a casa. 

La conclusione è chiara: proprio come ci servono canali differenti per raggiungere gli studenti, ci servono anche molti metodi diversi per raggiungere i genitori. Le opzioni a bassa tecnologia o non-tecnologiche devono sempre e comunque essere prese in considerazione. 

  • Fare attenzione agli incentivi e l’affidabilità

Indipendentemente da quanto siano animati da buone intenzioni, gli incentivi che incoraggiano la frequenza e l’impegno di studenti e docenti possono delle volte essere controproducenti. A volte possono peggiorare problemi pre-esistenti di equità.

Ciò è più che mai evidente durante una pandemia globale, quando i bambini e le famiglie affrontano situazioni stressanti. Gli studenti non vengono aiutati dai voti dei compiti senza un feedback costruttivo da parte degli insegnanti. A loro volta gli insegnanti. se residenti in alcune località rurali, potrebbero avere un accesso limitato alla tecnologia e all’elettricità e quindi non essere in grado di partecipare ad attività di sviluppo professionale virtuale non per colpa loro.

Occorre dunque considerare attentamente le possibili conseguenze negative di un programma basato sugli incentivi prima di implementarlo.

  • Rimani agile

È bene fare piani dettagliati e specifici, ma questi ultimi dovrebbero anche includere una serie di momenti di “riflessione e adattamento” in cui non solo è accettato, ma è previsto che alcuni elementi possano essere modificati in base a ciò che può accadere di imprevisto. Piuttosto che pianificare in anticipo un anno di contenuti educativi, a volte è più efficace lavorare a fondo sullo svolgimento di alcune settimane; in base ai risultati, si potranno utilizzare gli insegnamenti utili per pianificare i momenti futuri.

Di Rachel Chuang, Tom Kaye, Sslim Koomar, Chris McBurnie e Caitlin Moss Coflan. Originariamente pubblicato sul sito di EdTech: Nine takeaways from our reviews of COVID-19 education responses

L’approccio di genere come lente per migliorare l’impatto dei progetti

Spesso, quando si parla di approccio di genere nei progetti di cooperazione internazionale si rischia di fraintenderne il senso: si tende a pensare che si parli esclusivamente di iniziative per le donne o specifiche per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Non è così: adottare un approccio di genere significa prendere in considerazione le differenze tra uomini e donne in merito a esperienze, bisogni, potenzialità, ruoli familiari e sociali. L’idea è quindi quella di una lente da utilizzare in maniera trasversale a tutti i tipi di progetti, siano essi in campo agricolo, umanitario, sociale o qualsiasi altro. 

Di Anna Filippucci

E’ importante adottare questo approccio perchè altrimenti il rischio è quello di escludere i soggetti più deboli e con meno strumenti (più sovente le donne, in effetti) o comunque di non riuscire a raggiungere tutti in maniera efficace. Le donne, così come gli uomini, dovrebbero poter contribuire allo sviluppo e la crescita del proprio paese, e il compito della cooperazione, tra gli altri, è proprio quello di rendere quest’opportunità accessibile a tutti.

In questa interessante TED talk, Shameran Abed, responsabile generale dei progetti di microfinanza presso BRAC, racconta l’esperienza ultradecennale della propria organizzazione nel combattere la povertà estrema nel mondo. L’Ong, nata nel 1972 da un’idea di ‎Fazle Hasan Abed (padre di Shameran) si è posta come obiettivo iniziale quello di migliorare la situazione delle popolazioni più fragili colpite da un ciclone e la successiva guerra d’indipendenza in Bangladesh; se da allora si sono fatti molti passi in avanti, come nota Shameran, il problema delle persone che vivono in situazioni di “ultra-povertà” è tutt’altro che risolto. Si stima che siano ancora 400 milioni gli uomini e le donne che sopravvivono in questa condizione in tutto il mondo. 

BRAC, così come anche l’idea del premio Nobel Mohammad Yunus della Grameen Bank per esempio, partono dal presupposto che coloro che vivono in questa condizione abbiano più di tutto perso la speranza nel futuro. Progetti incentrati sul microcredito e l’accesso a dei programmi educativi gratuiti si sono rivelati in questi casi la risposta più efficace per permettere alle persone di prendere in mano la propria situazione e uscire con le proprie forze dalla “trappola della povertà”

Ma veniamo all’approccio di genere. Uno degli elementi fondamentali messi in evidenza nella TED talk, assunto di base anche dei primi programmi di microcredito introdotti da Yunus, è che siano le donne i soggetti più colpiti da forme di povertà estrema, o situazioni di dipendenza e sfruttamento radicate. Allo stesso tempo, le donne, più degli uomini, si mostrano di media più motivate nel cambiare la propria situazione, in quanto sovente anche responsabili del sostentamento dei figli e della casa. Un approccio di genere ha permesso in questo caso di costruire programmi tarati sulle esigenze dei destinatari del progetto, ovvero prioritariamente le donne.

Abed porta l’esempio di Giorina, madre di due figli, vittima di un uomo violento. Una volta entrata nel programma, la donna ha ricevuto da BRAC due dollari a settimana e due mucche, per il suo sostentamento e quello della sua famiglia; attraverso un servizio di mentoring e formazione costante, Giorina è riuscita in seguito ad avviare una propria attività imprenditoriale e adesso gestisce il più grande negozio di alimentari del proprio villaggio. 

Il programma di BRAC nato nel 2002 ha permesso a due milioni di donne in Bangladesh di uscire dalla condizione di povertà estrema. L’investimento è stato di soli 500 dollari a famiglia nell’arco temporale di 2 anni e il tasso di successo del progetto è del 92% sul lungo termine. Questa percentuale significativa indica infatti le donne che sono riuscite a mantenere o migliorare il proprio benessere anche dopo il termine del programma di aiuti (2 anni appunto). Si tratta di un risultato considerevole, che probabilmente non sarebbe stato tale se non fosse stata utilizzata la “lente” dell’approccio di genere durante la programmazione e lo svolgimento di tutto il progetto.

Se vuoi saperne di più guarda anche il nostro corso di formazione dedicato all”Approccio di genere nella cooperazione internazionale”

Digital 2020- Global Digital Overview

“As we start a new decade, it’s increasingly clear that digital, mobile, and social media have become an indispensable part of everyday life for people all over the world.

This latest edition in our ongoing series of Global Digital Reports reveals that more than 4.5 billion people across the globe now use the internet, while social media users have passed the 3.8 billion mark.

Nearly 60 percent of the world’s population is already online, and the latest trends suggest that more than half of the world’s total population will use social media by the middle of this year.

Some important challenges remain, however, and there’s still work to do to ensure that everyone around the world has fair and equal access to life-changing digital connectivity.

In particular, roughly 40 percent of the world’s population remains ‘unconnected’ to the internet, with the latest data indicating that women are more likely to be ‘unconnected’ compared to men.

The gender gap is particularly apparent in Southern Asia, where men are three times more likely to use social media compared to women, providing a meaningful reference for the gender gap in the region’s broader internet use.

However, almost 300 million people came online for the first time over the past 12 months, with the majority of those new users living in developing economies.

The internet is also playing an ever more important role in our lives. With the world’s internet users spending an average of 6 hours and 43 minutes online each day, the typical user now spends more than 40 percent of their waking life using the internet, and humanity will spend a combined total of 1.25 billion years using the internet during 2020.

Mobile devices will account for more than half of all the time we spend online this year, but most internet users still use a combination of mobiles and computers to access the internet.

When it comes to mobile activities, apps now account for more than 90 percent of our total time spent. The data also reveal that we’re using apps in an increasingly varied range of everyday activities, but social media still accounts for half of all the time we spend using mobile devices.

On average, the world’s internet users spend 2 hours and 24 minutes using social media across all devices each day, accounting for more than one-third of our total internet time.

We’ve added a variety of new data points to this year’s reports compared to previous editions, including a closer look at some of the world’s most popular social media platforms, and the growth of important categories like Smart Home, Ride Hailing, and Digital Advertising.

[…]

But with that, let’s get stuck into the numbers. Here’s to another year of impressive digital milestones!”

REPORT AUTHOR.

Autore:  SIMON KEMP CEO, KEPIOS REPORT AUTHOR

Anno: 2020

Lingua: English

Scarica qui: Digital 2020- Global Digital Overview

I primi 5 passi per orientarsi nella cooperazione internazionale

Di Anna Filippucci 

Chi si affaccia per la prima volta al mondo della cooperazione internazionale si sente sovente perduto: spesso non è chiara la struttura organizzativa del settore, non si conoscono le differenze tra gli enti che vi operano, né le abilità e le conoscenze richieste per ricoprire una posizione professionale. Da circa un anno abbiamo iniziato a offrire, con un notevole successo, un servizio di mentoring per chi si avvicina a questo universo lavorativo. Ma a cosa serve il mentoring? Ne abbiamo parlato con Diego Battistessa, esperto di Cooperazione e Diritti Umani e mentor del percorso Lavorare nella Cooperazione Internazionale.

Ecco i consigli di Diego per farsi strada tra questi interrogativi

  • Darsi le basi necessarie per porsi le domande giuste.

Molto spesso le domande che ci si pone avvicinandosi al mondo della cooperazione internazionale sono viziate da una mancanza di conoscenza profonda del settore, della sua architettura complessa e dei profili professionali richiesti. 

Il risultato è che le domande non risultano realistiche, sono generiche o addirittura controproducenti. 

Solo partendo dalla consapevolezza che occorre farsi le domande giuste si può cominciare ad immergersi in questo mondo. Il mentoring permette appunto di svolgere questa fondamentale operazione preliminare. 

  • Realizzare una mappatura delle organizzazioni. 

Il mondo della cooperazione è complesso. Il settore lavorativo è enorme e diversificato al suo interno: realizzare una mappa degli attori, significa iniziare ad orientarsi.

Gli attori sono molteplici: dalle organizzazioni multilaterali, alle università, le aziende, le ong agli enti del terzo settore in generale. E di questi ultimi occorre conoscere chiaramente le caratteristiche, gli obiettivi e la funzione (sono multimandato, o monomandato? In quali contesti specifici operano?). 

  • Riuscire a capire e focalizzare quali sono i profili professionali spendibili all’interno del settore. 

A quale profilo devo aspirare per raggiungere il mio obiettivo? A seconda che si voglia lavorare in contesti di emergenza, oppure nel settore migrazioni/accoglienza, o ancora in progetti di sviluppo specifici, occorrono conoscenze e competenze ogni volta diverse e specializzate. 

Tutte le esperienze pregresse sono utili, non esiste un titolo di studio specifico o una sola professionalità adatta alla cooperazione internazionale: occorre però saperle ottimizzare verso uno dei tanti profili professionali di questo settore. In questo caso, il mentoring permette di fare il punto sugli interessi e le capacità di ognuno per capire quale profilo professionale sia il più adeguato. 

  • Capire come creare un vero e proprio piano di sviluppo di carriera che prenda in considerazione aspettative, ambizioni, stato attuale delle cose, punti di miglioramento e possibili problematiche a corto breve termine nello sviluppo della carriera prescelta.

Questo aspetto passa per una visione realistica degli elementi: non significa non essere ambiziosi, ma vuol dire che, insieme al mentor, si svolge una discussione reale sulle potenzialità attuali per capire quali sono i punti di forza e i miglioramenti possibili. E’ possibile essere la versione migliore di noi stessi solo ed esclusivamente se si raggiunge una forte consapevolezza di tutti questi elementi.

  • Orientamento verso le diverse formazioni, più o meno lunghe, universitarie o no, in che lingua, dove.

Ultimo punto, ma non per importanza. Occorre svolgere un vero e proprio lavoro di orientamento. Le formazioni multidisciplinari offerte per entrare e approfondire una posizione professionale nel mondo della cooperazione internazionale sono moltissime! Con l’aiuto del mentor, è possibile esaminare le diverse opzioni e valutare il percorso più adatto in base agli obiettivi e gli scopi prefissi e il raggiungimento degli obiettivi di carriera di ciascuno. 

Salva il mondo giocando ai videogiochi

Approda sul mercato Gamindo: la prima piattaforma online che ti permette di donare in beneficenza giocando ai videogiochi.  

Di Anna Filippucci

“Salva il mondo giocando ai videogiochi”. Questo il claim di Gamindo, una app gratuita ideata e realizzata da un team di giovanissimi under 30 italiani, creata con l’obiettivo doppio di promuovere aziende e finanziare enti e associazioni no-profit. Come?

Il meccanismo è piuttosto semplice: Gamindo crea delle convenzioni con le aziende, le quali vogliono fare un’attività di responsabilità sociale d’impresa e promuoversi in maniera innovativa (in questo caso, attraverso un cosiddetto advergame); sono le aziende stesse a commissionare il videogioco personalizzato e stabilire il budget da donare in beneficenza. Gli utenti, giocando ai videogiochi vincono dei gettoni virtuali (gemme) che corrispondono ad un importo reale in denaro (lo stesso denaro messo a disposizione dalle aziende). Gli utenti, una volta accumulate delle gemme, possono scegliere a quale ente/progetto donarle

La circolarità del processo fa sì che sia un win-win-win per tutti: aziende, enti no-profit e utenti dei giochi.

La trasparenza è totale: sul sito infatti si possono trovare tutti i progetti e le organizzazioni finanziate attraverso la app, con relativo importo raggiunto e donato.

Le tappe che hanno portato Nicolò a trasformare la sua tesi di laurea in economia in una start-up di successo sono state relativamente poche e molto ravvicinate nel tempo: a lui si è innanzitutto unito l’amico Matteo, giovane ingegnere; insieme si sono lanciati nell’avventura che ha cambiato le loro vite: prima Startup Weekend a Milano, poi Startuppato a Torino, le prime interviste, il prototipo e la sua diffusione a livello internazionale. Alla fine del 2018 i primi finanziamenti, il Premio Nazionale Innovazione e la costituzione della Società. 

Nel 2019-2020 il boom. Chiamati da Plug&Play, partono alla volta della Silicon Valley per tre mesi in un acceleratore di start-up. Tornati, cominciano a sviluppare la piattaforma ufficiale e vengono insigniti del Seal of Excellence da parte della Commissione Europea. Gamindo arriva sul mercato a inizio 2020. E’ un successo. Nel 2020 Forbes seleziona i due fondatori, Nicolò e Matteo, tra i Top under 30 dell’anno.
Un dato, che compare nel sito, risulta piuttosto impressionante: 2,3 miliardi di persone nel mondo giocano ai videogiochi attraverso il proprio smartphone. 2,3 miliardi di persone sono un terzo della popolazione mondiale. Le idee innovative sono proprio quelle che partono dall’assunto che la tecnologia sia una via d’accesso ad un pubblico potenzialmente amplissimo; solo indirizzando tale tecnologia e la ricchezza delle aziende verso progetti benefici e di innovazione sociale si può pensare di incidere nel mondo. “Prendi parte a questa missione epica” è, non a caso, il motto di Gamindo.