Open Cities Africa Final Report

Open Cities Africa is a program of the Global Facility for Disaster Reduction and Recovery’s Open Data for Resilience Initiative, in collaboration with the World Bank Africa Urban, Resilience and Land Unit, made possible by funding through the European Union’s Africa Disaster Risk Financing (ADRF) program.

ADRF funding supported activities carried out between June 2018 and December 2019 in the following nine cities in Sub-Saharan Africa: Accra, Ghana; Antananarivo, Madagascar; Kinshasa, Democratic Republic of Congo; Monrovia, Liberia; Ngaoundéré, Cameroon; Pointe-Noire, Republic of Congo; Saint-Louis, Senegal; Zanzibar City, Tanzania; and Mahée, Praslin and La Digue, Seychelles. Funding from various sources has supported the expanded Open Cities program in Abidjan, Cote d’Ivoire; Bamako, Mali; Brazzaville, Congo; Dar es Salaam, Tanzania; Kampala, Uganda; Niamey, Niger; and Yaoundé, Cameroon.

The program sought to take the Open Cities model that had been successful in developing critical risk information in South Asia, and update it to meet disaster risk management and digital skills needs in Africa. The purpose of Open Cities Africa was to collect, update and share geospatial data, so that it could be used by local government and community leaders to inform disaster risk decision-making. Open Cities teams engaged local stakeholders in a participatory mapping process that provided them the opportunity give feedback on the challenges in their communities. Information collected was developed into tools, data products, and geospatial databases which inform government and World Bank investments in flood risk management, urban upgrading, and other urban resilience activities. Through the process the capacity of local organizations and team members was enhanced, and a skilled cohort of African practitioners was developed.

Over the span of 18 months, Open Cities Africa mapped over 1,000,000 geographic features, 30,000 km of roads, and developed over 150 geospatial data layers. Teams attended three Regional Training Workshops and were trained on over 15 learning modules. Through the process over 500 young adults were trained in digital skills, 200 stakeholder groups were engaged, and over 1000 people gained an improved understanding of local resilience challenges.”

Autore: Open Cities Africa’team

Anno: 2020

Lingua: inglese

Scarica qui: Open Cities Africa Final Report. Program of the GFDRR. Open Data For Resilience Initiative.

Smart working and gender gap. Le due grandi sfide del futuro del lavoro.

“Il mondo sta cambiando alla velocità della luce. La digitalizzazione, la globalizzazione e i cambiamenti demografici stanno avendo un profondo impatto sulla nostra vita, sulle nostre culture, sulle nostre società. Questi ed altri macro-trend stanno trasformando rapidamente il modo in cui interagiamo con i nostri amici e le nostre famiglie, il modus operandi delle imprese, i beni e servizi che utilizziamo e, nel complesso, la nostra vita quotidiana. La nostra istruzione e salute, la distribuzione del reddito e della ricchezza, le nuove professioni e il modo in cui lavoriamo sono tutti elementi particolarmente sensibili a questi cambiamenti. Viviamo in un’era di trasformazione e, senza dubbio, la flessibilità e il multitasking rappresentano la “nuova normalità”.

[…] Blockchain ed altre tecnologie stanno diventando parole sempre più diffuse e di uso comune. Ciò sta ampliando la nostra capacità di promuovere una maggiore crescita della produttività, servizi migliori, e consente inoltre di far emergere nuovi modelli di business e modi innovativi di lavorare, offrendo maggiore flessibilità a datori di lavoro e lavoratori. Ma ci sono anche sfide molto impegnative, riguardanti specialmente il futuro del lavoro. I lavori di “medio livello” sono sempre più esposti a questa profonda trasformazione e il 14% dei lavori esistenti potrebbe scomparire a causa dei processi di automazione nei prossimi 15-20 anni e un altro 32% potrebbe cambiare radicalmente man mano che le singole mansioni vengono automatizzate.

Molte persone e comunità sono rimaste indietro e non hanno saputo o, nella maggior parte dei casi, potuto cogliere le opportunità offerte dalla globalizzazione, mettendo in luce l’enorme un divario digitale persistente nell’accesso alle nuove tecnologie che sta generando notevoli e sempre più marcate disuguaglianze socioeconomiche di carattere generazionale. Inoltre, come emerso a Davos durante il World Economic Forum del 21-24 gennaio 2020, la questione di genere continua ad essere la nota dolente e al tempo stesso il punto centrale su cui i governi dovranno concentrarsi per impostare le prossime riforme del lavoro, partendo magari dalla riduzione del cosidetto gender pay gap, ovvero il divario retributivo uomo-donna che, a parità di mansione e livello di formazione, vede ancora il salario femminile nettamente inferiore rispetto a quello dei colleghi uomini.

In questo contesto, all’apparenza complesso, abbiamo focalizzato l’attenzione della nostra ricerca sull’attenzione sulle persone, sul benessere e su quanto il gap di genere rappresenti un freno al progresso economico. Nell’era digitale e nel nuovo panorama caratterizzato da una sempre più frenetica richiesta di flessibilità, è importante che le persone sentano di essere supportate nella ricerca di nuove e migliori opportunità.

 

Autore: Valerio Mancini, Direttore del Centro Ricerca Rome Business School

Anno: 2020

Lingua: italiano

Scarica qui: Smart working and gender gap. Le due grandi sfide del futuro del lavoro.

 

The Social Dilemma: grandiosa opportunità o minaccia globale?

“The Social Dilemma”: documentario di gennaio 2020 incentrato sui Social Media, scritto e diretto da Jeff Orlowski alterna sapientemente le testimonianze di ex-BIG della Silicon Valley e un mini-movie con personaggi fittizi. Il tema è l’ultra discusso rapporto tra etica e tecnologia, ma non solo. I social sono uno specchio che ci mostra fino a che punto siano distorti i principi che governano la nostra società capitalista contemporanea. 

Di Anna Filippucci

Nel documentario Netflix intitolato “The Social Dilemma” ogni nostra mossa sui social media è magistralmente guidata da un algoritmo con sembianze umane e impersonato da tre versioni dell’attore Vincent Kartheiser. Ogni click, like, post, foto è il prodotto di una serie di manovre di manipolazione che l’Intelligenza Artificiale mette in atto per guidare le nostre azioni e influenzare il nostro pensiero. Ma soprattutto per indurci a passare sempre più tempo connessi ai social stessi.

Il documentario mostra – alternando testimonianze di “pentiti” del settore BIG Tech a una storia inventata ma verosimile ambientata negli USA – le tappe che portano un adolescente ad aderire in maniera passiva a una serie di contenuti sempre più estremi che lo portano addirittura a essere infine ammanettato dalla polizia. 

Vi siete mai chiesti come facciano i social a rimanere gratuiti? Ormai sappiamo che essi non sono altro che immense piattaforme di raccolta dati, i nostri dati. Ma la vera questione non è la vendita dei dati, in realtà a essere “venduti” sono gli utenti stessi; questa la tesi degli informatici e Designer intervistati nel documentario, primo tra tutti Tristan Harris, fondatore del Center for Humane Technology

Le informazioni riguardanti i nostri interessi, la nostra psicologia, le nostre paure e le nostre perversioni sono prodotti che interessano profondamente le grandi aziende di marketing. Queste ultime acquistano spazi pubblicitari sui social per mostrare nel momento giusto e agli utenti giusti i loro prodotti in vendita: il documentario mostra infatti come a ogni contenuto (studiato per attirare la nostra attenzione il più a lungo possibile) venga alternato un annuncio pubblicitario ad hoc

I social si mostrano dunque per quello che sono: delle mastodontiche macchine per fare soldi. E qui si pone il problema etico già oggetto di diverse discussioni sorte sulla scena pubblica mondiale: vogliamo davvero che tutti i nostri dati siano in possesso di enormi aziende multinazionali – la cui unica logica è il profitto – in grado di influenzare fortemente l’opinione pubblica globale?

La risposta è – e non può che essere – no. Ma questo non deve significare per forza la cancellazione a priori di tutti gli account social sui nostri dispositivi, a maggior ragione se questi vengono utilizzati con criterio. La conclusione del documentario è anche un appello: la tecnologia digitale potenzia enormemente certe dinamiche ma il problema non è la tecnologia in sé, sono le dinamiche che stanno dietro: la centralità del profitto, l’individualismo, il consumismo, una visione del mondo a brevissimo termine. I social non sono altro che lo specchio in cui si riflette l’immagine della società.

Che fare dunque? Regolamentazione e informazione sono le due parole chiave. Come ogni altra tecnologia anche questa dev’essere studiata e inquadrata da un punto di vista legislativo. Ma non basta. Senza una consapevolezza profonda dei meccanismi di funzionamento dei social media è facile caderne preda, e questo vale soprattutto per i giovanissimi, la cosiddetta generazione Z, protagonista del documentario. 

I social network di per sé rappresentano allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità senza precedenti. Questo il “dilemma” posto dal documentario. Sta a noi sapere utilizzare questi strumenti potentissimi con sapienza. A questo proposito consiglio l’ascolto e la visione degli ultimissimi minuti del documentario, in cui gli esperti danno dei consigli su come “proteggerci” dalle trappole dei social.

Di questo parla anche il nostro corso “Diventa Social Media Strategist”.