Managing Machine Learning Projects in International Development

“The authors have developed this guide to support practical decision-making by project managers throughout the development sector. The guide’s focus is on promoting the responsible use of ML/AI in development and humanitarian work, without assuming background expertise in data science or digital programming. Earlier this year, USAID published its Digital Strategy. The aim of this guide is to provide practical resources for the development community that engender an informed, thoughtful approach to using ML/AI and to support development practitioners in actively shaping effective and responsible digital programming.

Who Should Read this Guide
This practical guide has been designed for development practitioners who may not be trained technologists but are involved with or responsible for implementing projects that might have a technical machine learning/ artificial intelligence component. It is informed by USAID’s previously released Reflecting the Past, Shaping the Future: Making AI Work for International Development. In some instances, this guide incorporates images and language from that original USAID report.

How to Use this Guide
This guide is less about development of a technical ML model and more about management of a project that includes ML. Following the phases of a project lifecycle, this guide provides practical guidance and examples of implementations of artificial intelligence (AI) and machine learning (ML) with the goal of strengthening your understanding of how these technologies can be appropriately applied, integrated, and managed for impact. Along with the project lifecycle modules, four key thematic areas are woven throughout, providing a framework for enhancing positive, responsible impact and sustainability when using ML/AI.”

Autore: DAI

Anno: 2020

Lingua: inglese

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I Digital Open Badge come risposta al moltiplicarsi dei corsi online

Di Anna Filippucci

Dopo un anno come quello passato, caratterizzato da un aumento esponenziale dell’offerta di corsi di formazione online, è importantissimo fare una riflessione collettiva seria sul valore e la certificazione delle competenze acquisite attraverso questo genere di esperienze. Soprattutto se l’ente che offre il servizio di formazione non è un’Università, o altra realtà riconosciuta dal MIUR per erogare questo tipo di servizio.

Ma come fare? Esiste un modo per fare sì che i corsi online, così come tutta una serie di altre esperienze formative “non tradizionali” offline, come workshop estivi, summer school, esperienze di volontariato e weekend intensivi, possano avere un valore reale e certificato all’interno dei nostri CV?

La risposta è sì, ed esiste già da alcuni anni: sono i Digital Open Badge.

Gli Open Badge sono delle schede elettroniche sotto forma di immagine, condivisibili e contenenti una serie di metadati legati all’ente di formazione, al corso seguito e soprattutto alle conoscenze e capacità acquisite. Il loro compito è quello di attestare le competenze, attraverso una serie di evidenze (output) riconosciute da uno standard condiviso.

A partire dal 2021, Ong 2.0 ha deciso di farsi promotrice di questa nuova avventura digitale. Tutti coloro che parteciperanno ai nostri percorsi formativi realizzando con profitto esercitazioni e test quest’anno potranno ricevere al termine del corso, oltre all’attestato di frequenza, anche degli Open Badge corrispondenti alle competenze acquisite. La piattaforma di cui ci avvarremo per l’emissione dei badge è C-BOX, con la supervisione metodologica della SAA School of Management dell’Università di Torino.

Ma facciamo un passo indietro. Per vederci più chiaro, abbiamo fatto due chiacchiere con Marcello Bogetti, docente presso UniTo Labnet- SAA School of Management e promotore di un ampio progetto di diffusione degli Open Badge. La SAA, ente parte del network di Ong 2.0, è infatti uno degli attori che ha dato vita alla sopracitata piattaforma di emissione dei badge.

Marcello dal suo studio virtuale su Webex chiarisce subito le origini e le motivazioni della nascita dei Digital Open Badge (DOB). “I titoli di studio riconosciuti legalmente, tendenzialmente universitari, danno segnali contraddittori sul mercato del lavoro. Il fatto di aver preso 30 ad un esame non implica automaticamente che tu sappia fare concretamente delle cose”. Certo, è strano sentirsi dire questo da un docente universitario. Eppure Bogetti non ha dubbi:

È essenziale che i sistemi di istruzione tradizionali facciano dei passi in avanti e si pongano come obiettivo formativo l’acquisizione di competenze, piuttosto che esclusivamente un trasferimento di conoscenze.

“Lezioni frontali, in cui il docente è un espositore di una serie di nozioni, non sono più accettabili, a maggior ragione in delle classi virtuali. Occorre che gli studenti si abituino a produrre degli output, piuttosto che ripetere concetti imparati studiando su un libro di testo”.  Inoltre “c’è sovente un patrimonio invisibile di competenze, accumulato attraverso esperienze formative ‘non tradizionali’ che stenta a essere riconosciuto”. I Digital Open Badge cercano dunque di rispondere a queste criticità, creando un nuovo sistema di credenzialismo e certificazioni che permettano il riconoscimento formale delle hard e soft skills altrimenti difficilmente dimostrabili attraverso un CV.

In un contesto sempre più digitalizzato, questi strumenti di certificazione hanno la caratteristica di essere trasportabili – si tratta infatti di icone facilmente allegabili al proprio CV, oppure alla propria firma digitale, e sempre di più anche caricabili su piattaforme online di ricerca lavoro – e riconoscibili dappertutto in quanto riferiti a standard condivisi internazionalmente.

“Gli Open Badges sono stati introdotti negli Stati Uniti 5 anni fa, in risposta a un mondo del lavoro sempre più fluido e veloce. A parità di titoli di studio, la differenza tra due candidati per lo stesso lavoro può essere data esclusivamente dalle competenze acquisite e in qualche modo certificate. Le prime piattaforme lanciate sono state promosse Mozilla e la McArthur Foundation e dal lavoro di questi giganti è stata possibile l’elaborazione di una serie di standard che oggi sono condivisi dalle piattaforme di emissione di DOB”. Ma la riflessione sull’innovazione del sistema educativo, in risposta all’aumento dei centri di formazione online o altre opportunità offline, non si è fermata agli States; “nel 2019 i DOB emessi erano poco più di 20 milioni, nel 2020, anche a causa dell’accelerazione di una serie di processi dovuta alla pandemia, i badges in circolazione sono più che raddoppiati.

Leggi anche il nostro articolo > “Open Badge e Bestr: un nuovo modo di valorizzare le tue skills”

La piattaforma che la SAA ha contribuito a creare è nata 2 anni fa da un gruppo di lavoro informale composto dalla SAA stessa, in collaborazione con AssoLavoro, alcuni esperti di mercato del lavoro e una serie di aziende, con capofila IQC; è stata quest’ultima poi a occuparsi concretamente della creazione e della gestione della piattaforma C-BOX di emissione dei badges. “Essa si rifà agli standard dettati da Mozilla, ma utilizza anche la tecnologia Blockchain e ha il pregio di essere nata su impulso di una “community of interest” che ne ha definito le peculiarità e la logica sottostante”.

Ciò che vien da chiedersi è se questi certificati di competenze digitali non entrino in collisione con il sistema legalmente riconosciuto dell’Università per esempio. Marcello sostiene che “la crisi del sistema formativo attuale” sia ormai “un’evidenza”, e che questo sia “un processo irreversibile”. Tuttavia,

“i badge attualmente non sono pensati per sostituire le pergamene di laurea, ma vanno piuttosto a integrare i titoli legalmente riconosciuti. Essi completano e aggiungono aree di competenze in cui non sono a oggi previste delle certificazioni; un esempio chiaro sono le esperienze di volontariato o il servizio civile. Nel CV oggi non valgono nulla, ma se certificate con i DOB esse acquisiscono un peso”.

La dimostrazione della non conflittualità tra, per esempio, Laurea e Open Badges è data dal fatto che diversi atenei stiano già sposando la logica dei DOB: da Nord a Sud, la Bicocca di Milano, le Università di Padova, Cagliari, Bari, Roma…dal 2016 in poi, hanno deciso di dotarsi di un sistema digitale di certificazione delle competenze.

L’ambizione degli Open Badge è grande. I centri di formazione che se ne avvarranno “diventeranno nodi di una rete sempre più ampia e universale, che permetterà una spendibilità inedita delle conoscenze”. Ovviamente perché questo avvenga “è necessaria una sorta di ‘evangelizzazione’ del mondo del lavoro e dei centri di formazione che permetta così un effetto moltiplicatore della logica che sottostà ai badge”, spiega Marcello. I centri di formazione dovranno imparare a progettare per competenze e non per contenuti e ore di esposizione; “ciò significa porsi la domanda ‘Cosa faccio fare agli studenti e cosa mi permette di capire che abbiano imparato?’. I badge non possono prescindere dalla presentazione di un’evidenza: alla competenza acquisita, va sempre allegato un output realizzato o la spiegazione dell’attività proposta per consolidare la competenza stessa”.

Infine, “in contesti lavorativi molto specifici, come quello della cooperazione internazionale, dotarsi di un sistema di Open Badge diffuso e condiviso, che permetta quindi il riconoscimento di una serie di competenze nella community degli addetti ai lavori, è un ottimo modo per creare un processo virtuoso di innovazione e diffusione del sapere pratico”, conclude Marcello.

 

Rendi il mondo più verde, con un click

Due piattaforme online mostrano come sia possibile, con un click, contribuire al rinverdimento di aree urbane, ma non solo: si tratta di Tree Canopy Lab, l’innovativo tool di Google utilizzato a Los Angeles, presto disponibile ovunque, e Treedom, la piattaforma fiorentina per le aziende e i privati che supporta comunità agricole di tutto il mondo.

Di Anna Filippucci

Gli alberi sono simbolo di vita: nell’immaginario collettivo, ma anche da un punto di vista prettamente biologico. Ce lo insegnano durante le lezioni di scienze alla scuola elementare, anche se spesso lo dimentichiamo. Tutte le piante, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana, assorbono CO2 presente nell’aria e emettono, in risposta, ossigeno.

Nel contesto di una crisi climatica mondiale, quale quella che stiamo affrontando, il rinverdimento del globo è un’operazione essenziale. Lo è poi, in maniera prioritaria, nelle zone del pianeta in cui gli effetti del riscaldamento climatico sono già evidenti e molto problematici. Recentemente, con l’accelerazione del progetto della “Grande Muraglia Verde, anche il Presidente francese Emmanuel Macron ha confermato questa esigenza: come annunciato durante il One Planet Summit, governi e banche di sviluppo hanno promesso 14,3 miliardi di dollari da investire per velocizzare questo processo, fondamentale per frenare la desertificazione del suolo nel continente africano.

Partendo da constatazioni simili, due piattaforme innovative si sono recentemente imposte sul mercato “piantando alberi”. La prima non poteva che essere un prodotto della Silicon Valley: Tree Canopy Lab è il nuovo tool di Google che ha come obiettivo il rinverdimento delle aree urbane.

Si tratta di un portale molto simile a Google Maps che mostra quali siano le zone più ricche di verde urbano e quelle dove, invece, mancano alberi e predomina il grigio dell’asfalto e degli edifici. Il tool fa parte della piattaforma Environmental Insights Explorer (EIE), lanciata nel 2018, e funziona grazie a un algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di rilevare la presenza di alberi e di produrre mappe in cui viene rappresentata la densità della copertura degli alberi stessi.

Il tool non è ancora utilizzabile in Italia, ma solo negli Stati Uniti, a Los Angeles per la precisione. Tree Canopy Lab si è dimostrato molto efficace nel caso della celebre città americana: ha permesso di scoprire che “oltre il 50% dei cittadini vive in aree in cui la presenza di alberi che fanno ombra è inferiore al 10% e che il 44% degli abitanti vive in zone a rischio calore estremo”[1]. L’amministrazione della città californiana si è impegnata a raggiungere la quota di 90000 alberi piantati entro il 2021 e, anche grazie a Tree Canopy Lab, l’obiettivo è sempre più vicino!

L’altra piattaforma green, molto innovativa e tutta italiana, fa maggiormente appello alla sensibilità individuale e d’impresa. Si tratta di Treedom, “la prima piattaforma web al mondo per piantare un albero a distanza e seguire la sua storia online” [2].

Chi sceglie di “acquistare” o “regalare” un albero con Treedom sostiene anche un progetto di sviluppo di sostegno a comunità agricole locali sparse in tutto il globo. Il beneficio, dunque, è duplice: da una parte si può contribuire alla diminuzione della CO2 nell’atmosfera, dall’altra si ha la possibilità di aiutare in maniera molto diretta qualcuno di anche molto lontano. Per ognuno dei 17 paesi tra cui puoi scegliere, il team di Treedom ti dice quali siano le piante autoctone, ti mostra le foto della comunità/famiglia che andrai a sostenere e ti dice chi sono le aziende e i privati donatori che hanno già piantato in quella location. L’organizzazione si impegna inoltre a formare i contadini locali sulla manutenzione del verde e pratiche innovative per uno sviluppo economico che parta dal basso e sia, innanzitutto, sostenibile.

L’offerta di Treedom è super-personalizzabile: puoi scegliere l’albero in base al tuo segno zodiacale, oppure quello di un amico/a, puoi selezionare il paese, il progetto e poi seguirlo in tutte le fasi, dalla piantumazione, in poi. Così, nonostante si svolga tutto esclusivamente online, hai l’impressione di aver lasciato veramente qualcosa di tuo.

La mission di Treedom, scherzosamente, riassume l’ambizione di questi due progetti digitali: “c’è un eschimese in mezzo ai ghiacci, un beduino in pieno deserto e un polinesiano in alto mare. Tutti e tre stanno piantando un albero. La mission di Treedom è far sì che questa non sia una barzelletta”. Vogliamo dar loro una mano?

[1]
[2]