Il Master nelle parole degli ex studenti

In tre anni, sono 75 gli studenti da oltre 30 paesi diversi che hanno partecipato al Master ICT for Development and Social Good. Quali sono i loro background? Perché hanno scelto di seguire il Master? E come li ha aiutati il Master nel loro percorso lavorativo?
Abbiamo rivolto loro queste domande e quella che segue è la fotografia che è emersa.

di Luca Indemini

Provenienza e perché hanno scelto il Master

Gli studenti arrivano da esperienze molto diverse, da project manager a insegnanti di lingue, da analisti di business e di dati a Corpi di pace, e ancora imprenditori, studenti, analisti IT e molto altro.
“Per apprendere nuove competenze”, “Migliorare la conoscenza delle ICT”, “Curiosità” sono le principali ragioni per cui hanno scelto di frequentare il Master.
Ma c’è anche chi ha motivazioni più personali. Mauricio Bisol spiega che lui desiderava “sviluppare la mia azienda e fornire servizi tecnologici alle ONG”. Mihaela Tudorache cercava di “tuffarsi nel settore sociale” e il Master “sembrava la soluzione perfetta per me”. Carmelo Fischetti, imprenditore nel settore ICT, voleva “spendere le mie conoscenze tecniche e la mia esperienza in progetti rilevanti dal punto di vista del Bene Sociale”.

“Il Master offre un’interessante gamma di argomenti e il fatto che questi temi siano ‘immersi’ in una prospettiva di ‘sviluppo sostenibile’ me lo ha reso molto attraente – spiega Tommaso Mattei, assistente d’ufficio alla FAO –. Inoltre, essendo principalmente online, era compatibile con i miei impegni lavorativi”.

Cosa hanno imparato

L’aumento di competenze e prospettive e l’opportunità di far parte di un network di professionisti, esperti e colleghi sono alcuni dei punti di forza del Master, secondo gli ex studenti.

E proprio sottolineando l’importanza del “fare rete”, Carmelo Fischetti racconta: “Ho iniziato a collaborare con alcuni compagni di classe a un paio di progetti ICT for Social Good”.

Non mancano poi storie personali che mostrano come le competenze apprese al Master possano aiutare in diverse situazioni.
“Grazie al Master ho firmato un contratto di consulenza, che spero possa portare a una posizione più stabile alla FAO, dove attualmente lavoro”, spiega Tommaso Mattei.
Peter Njiguna, che lavora nell’ambito dello sviluppo digitale, spiega: “Quello che ho imparato al corso è stato un punto di forza per ottenere una nuova posizione lavorativa che ricopro attualmente”.
Anche in periodo di pandemia, qualcuno è riuscito a mettere in pratica alcune competenze acquisite al Master, come Dominic Kornu: “Le competenze acquisite mi hanno aiutato a fare consulenza (per lo più pro bono) per un paio di PMI, mentre cercavo di avviare un percorso di consulenza incentrata su ICT4D. Un paio di mesi fa poi, ho avuto l’opportunità di lavorare a un progetto sanitario come responsabili IT e delle comunicazioni”.
Dopo il Master, Gregor Giannella ha avuto l’opportunità di iniziare una nuova avventura: “Sono entrato a far parte di una ONG internazionale nel Mozambico settentrionale (a Pemba), come coordinatore della risposta umanitaria e project manager in un contesto che si sta rapidamente evolvendo in una grave crisi umanitaria. Da allora, utilizzo regolarmente le ICT per monitoraggio e valutazione. Il Master mi ha fornito le basi necessarie per comprendere tutti i potenziali utilizzi delle ICT che ora posso testare sul campo, per innovare anche le attività dell’ONG, nelle diverse fasi del ciclo di vita del progetto”.

Le 15 startup innovative con forte impatto sociale in Italia

Api, braccia bioniche e vetrate fotovoltaiche, di cosa si occupano e come si individuano le 15 migliori startup innovative con vocazione sociale in Italia?

Negli ultimi anni il mondo delle startup è cresciuto in maniera sempre più vertiginosa, la startup in quanto tale consente anche a chi non abbia grande esperienza nell’ambito dell’imprenditoria classica di promuovere progetti che possano poi essere replicabili ma soprattutto scalabili in modo flessibile e dinamico.

 

I campi d’azione delle startup sono ovviamente i più disparati ma Social Innovation Monitor (SIM) ha deciso di concentrarsi sulle startup italiane che avessero un forte interesse per il sociale e del loro impatto sul Paese. 

Lo scopo dello studio è quello di creare una mappa organizzata di tutte queste startup per analizzarle, confrontandole in modo più semplice ed efficace ma soprattutto per essere in grado di offrire spunti di miglioramento, coordinazione ed efficacia alle startup stesse.

E’ inoltre bene ricordare come l’attenzione per il sociale non sia per forza sinonimo di non profit. Questa analisi tiene infatti conto di tutte quelle startup che vanno dal non profit alle imprese tradizionali a scopo di lucro includendo tutte le versioni ibride che si trovano nel mezzo.

Lo studio considera innanzitutto le startup innovative italiane nate entro la fine del 2020 nel loro complesso applicando poi tutta una serie di distinzioni giuridiche per la definizione di startup: come essere più giovani di 60 mesi, non avere più di 5 milioni di euro di fatturato annuo, non essere nati dalla scissione di imprese più grandi ecc.. In seguito vengono prese in considerazione unicamente quelle startup che, oltre ad occuparsi, del tutto o in parte, di temi che rientrano nel sociale, abbiano un significativo impatto sul territorio nazionale.

Alla fine di questa analisi vengono riportate quelle che si possono considerare le miglior startup innovative di vocazione sociale in base a diversi criteri come:

  • ricavi (superiori a 1,831 milioni di euro)
  • numero di dipendenti (superiore a 14)
  • crescita dei ricavi (incremento di più di 3 classi)
  • crescita del numero di dipendenti (incremento di più di 2 classi)
  • risorse finanziarie (avere ricevuto, entro il 2020, un valore complessivo di investimenti e finanziamenti a fondo perduto superiore a 3 milioni di euro)

L’elenco di queste startup è disponibile a questo link e mira a dare visibilità a queste startup e riconoscerne i meriti ottenuti negli ultimi anni.

Ma di cosa si occupano nello specifico queste startup? 

Le 15 startup individuate si dividono sostanzialmente in due ambiti che poi ognuna affronta in modo specifico: 

L’ambito della sostenibilità ambientale, in cui le startup si differenziano occupandosi di monitoraggio delle fonti di energia rinnovabile, di trattamento e depurazione dell’acqua, di controllo e diagnostica della salute delle api, di creazione di calzature e oggetti di design partendo da risorse riciclate, di ottimizzazione delle attività agricole ecc.. Due startup nello specifico si concentrano sullo sviluppo di materiali come bioplastiche ad alte prestazioni o vetrate fotovoltaiche, mentre altre due si occupano, una del riciclo di materiali elettronici in un’ottica di green economy, e l’altra di fornire servizi di cloud storage ecosostenibile;

L’ambito della salute, dove alcune startup si occupano di sviluppare terapie che aiutano contro malattie autoimmuni mentre una in particolare crea e sviluppa braccia bioniche per persone con disabilità agli arti superiori.

Altri dati riportati dall’analisi di SIM confermano l’effettiva crescita continua delle startup in Italia che sono generalmente aumentate di numero e ampliate dal 2019 al 2020 (con qualche distinzione e livelli differenti di crescita tra i diversi tipi di startup).

Dal punto di vista della distribuzione geografica delle startup sul territorio nazionale è possibile osservare un andamento generale in cui le regioni del nord Italia (Lombardia prima tra tutte) sono quelle con un maggior numero di startup, a seguire il centro e poi il sud (ad eccezione delle imprese sociali dove la prima regione è invece la Campania). Nonostante ciò la distribuzione non è particolarmente asimmetrica visti comunque alti numeri su tutto il territorio nazionale.

L’intelligenza artificiale contro l’intolleranza

L’intelligenza artificiale (IA) è più o meno razzista e omofoba di un essere umano? E’ una domanda che ricorre spesso nel dibattito attuale sullo sviluppo di questa tecnologia dirompente. Ne abbiamo parlato recentemente in questo articolo   dove emerge chiaramente come il problema di fondo sia la qualità dei dati con cui si “addestrano” i sistemi di IA che così arrivano a  riprodurre, e anche amplificare, le discriminazioni esistenti. Tuttavia con l’intensificarsi della ricerca in questo campo risulta sempre più frequente un impiego dell’IA in campi non solo puramente tecnici ma anche umanitari e attenti al sociale, proprio come la lotta all’intolleranza e le discriminazioni. 

di Gianluca Perinetti

L’intolleranza in Italia è una cosa seria. I dati relativi al 2019 indicano che sono state 68 le donne vittime di femminicidio (dati ISTAT), 187 le persone che hanno subito forme di violenza e discriminazione a sfondo omofobo (secondo il report di Arcigay) , mentre  tra i giovani pare affermarsi un crescere di sentimenti xenofobi o comunque chiusi nei confronti degli stranieri. 

Da qui nasce il progetto “Mappa italiana dell’intolleranza”, uno degli esempi riportati nel libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” (scaricabile gratuitamente qui).   Il progetto utilizza l’intelligenza artificiale per individuare i luoghi e i contesti, in Italia, nei quali sono più presenti sentimenti di intolleranza. Questi vengono raggruppati in 6 cluster principali di riferimento: omofobia, razzismo, antisemitismo, sessismo, disabilità e islamofobia. Per farlo vengono analizzati immense quantità di post che vengono pubblicati quotidianamente in Italia sui principali social network, ovvero Twitter e Facebook. Ottenere questi dati non è però semplice visto che, perché siano accurati, è necessario filtrarli tralasciando ad esempio quelli che utilizzano termini ambigui o termini sensibili ma in un contesto ironico e quindi non intollerante. Questo tipo di analisi è reso possibile proprio dall’IA e da algoritmi che permettono di riconoscere le ambiguità e il contesto nel quale determinate parole vengono utilizzate. La capacità di applicare distinzioni come quelle appena citate è tipica di un essere umano che però per processare quotidianamente una mole del genere di dati impiegherebbe un tempo infinitamente più lungo.

Con l’avanzamento tecnologico in campo di IA ora anche una macchina è in grado di compiere distinzioni semantiche analizzando però dati molto più velocemente degli esseri umani e con margini d’errore sempre più bassi. Infatti, nell’ultimo anno preso in analisi, gli algoritmi sviluppati dall’Università degli Studi di Bari sono riusciti ad intercettare circa 560.000 Tweet in lingua italiana (ed oltre 220.000 correttamente geo-localizzati sul nostro territorio).

La fase successiva è quella di contestualizzare geograficamente i dati dando vita a infografiche più esplicative, che mostrino le regioni/città dalle quali provengono la maggior parte di questi post. A questo va aggiunta anche un’analisi demografica per comprendere non solo dove ma anche che parte della popolazione è quella maggiormente interessata.

Tramite questa analisi e individuando dunque luoghi e contesti diventa possibile ottenere una mappatura più chiara e concreta dei sentimenti di intolleranza nel nostro Paese. Di conseguenza si possono attivare in modo più mirato ed efficiente programmi e progetti di sensibilizzazione sui temi presi in considerazione.

Da questo punto di vista l’IA si rivela un prezioso alleato per combattere intolleranza e discriminazioni ma non solo, come presentato nel sopracitato libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” l’applicazione dell’IA nei progetti di sviluppo sostenibile potrebbe essere fondamentale per un approccio multidisciplinare nel perseguimento dei diversi obiettivi del millennio.