iCut, un’app per contrastare le mutilazioni genitali femminili

Il prossimo 18 novembre, tra i sei attivisti selezionati per partecipare al Young Activist Summit 2021, dal titolo “New Generation, new solutions”, ci sarà anche la ventunenne keniota Stacy Dina Adhiambo Owino. La prestigiosa platea sarà l’occasione per tornare a parlare di iCut, l’app sviluppata assieme ad altre quattro amiche note come “The Restorers” che fornisce assistenza alle ragazze a rischio di MGF (Mutilazioni genitali femminili).
di Luca Indemini

Nel 2017, le keniote Ivy Akinyi, Macrine Akinyi, Cynthia Awuor, Stacy Adhiambo e Purity Christine hanno avuto l’opportunità di creare iCut grazie al progetto Technovation. L’app ideata dalle cinque studentesse keniane, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, si propone di aiutare le ragazze colpite da mutilazione genitale femminile. Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale in Kenya nel 2011, secondo l’Unicef, una ragazza su cinque si deve ancora sottoporre a questa dolorosa e inutile tradizione.

Come funziona l’app

L’app consente alle ragazze che stanno affrontando un’imminente MGF di allertare le autorità facendo clic su un pulsante di soccorso sul proprio telefono cellulare.

L’interfaccia è molto semplice, ci sono sei pulsanti, che permettono di accedere ad altrettante aree di supporto: aiuto, salvataggio, report, informazioni, donazione e feedback. In questo modo le ragazze possono entrare rapidamente in contatto con centri specializzati, richiedere aiuto immediato oppure ottenere assistenza legale e medica, a coloro che hanno subito la dolorosa pratica.

Lo sviluppo di iCut

«In un primo momento, Stacy e io avevamo deciso di si sviluppare un’app legata al riciclo della plastica – ha raccontato Cintya al sito Love Our Girls –. In seguito, abbiamo cambiato idea e ci siamo uniti a Purity, che stava lavorando da sola a un progetto per affrontare il problema delle Mutilazioni genitali femminili». L’idea di Purity era nata quando una compagna di scuola aveva dovuto abbandonare gli studi, dopo aver subito la MGF ed essere stata obbligata a sposarsi.
In seguito, si sono aggiunte Ivy e Macrine e il gruppo ha deciso di chiamarsi The Restorers, le restauratrici, perché l’obiettivo è quello di «restituire la speranza alle ragazze senza speranza».
Nel 2019 le cinque studentesse, dopo essere state nominate per il premio Sacharov del Parlamento Europeo, istituito per premiare organizzazioni che si distinguono per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel modo, sono infine state selezionate per il premio finale.
In attesa di partecipare al Young Activist Summit 2021, Stacy Dina Adhiambo Owino è stata eletta tra i 25 membri dello Youth Sounding Board for International Partnership, uno spazio che permette ai giovani di esercitare un’influenza esterna sull’Unione Europa attraverso i suoi partenariati internazionali.

Il futuro di iCut

L’app iCut, al momento, è in fase di revisione annuale e a breve sarà nuovamente disponibile sul Google Playstore, per dispositivi Android. Come ci hanno raccontato le Restorers, «Prima della pandemia, abbiamo realizzato un paio di programmi di sensibilizzazione della comunità sul tema delle MGF, occasioni in cui abbiamo anche presentato l’app nelle aree maggiormente soggette al problema. Inoltre, abbiamo sviluppato una rete con i centri di soccorso locali e le reti di donne, come la rete di donne Komesi in Kenya, con cui stiamo lavorando per una distribuzione capillare delle informazioni relative all’app».
Inoltre, sono in previsione degli interventi per migliorare l’app e rendarla maggiormente fruibile, come ci hanno spiegato The Restorers:

Durante le sessioni di sensibilizzazione della comunità è emerso che c’è ancora un gran numero di vittime delle MGF non connesse a Internet. Lanceremo quindi una versione USSD di iCut, per risolvere il problema.

La nota positiva è che l’app è stata accolta positivamente dalle comunità coinvolte ed è pronta a crescere.

Il futuro dei programmi di sviluppo internazionale nell’era digitale

Nel gennaio 2021, Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit ha condotto uno studio per provare a definire il futuro dei programmi di sviluppo internazionale in epoca digitale. Sono emersi 8 punti chiave per fare cooperazione in epoca digitale in maniera efficace: dalla riduzione del divario digitale alla capacità di gestire le sfide geopolitiche, fino alla gestione efficiente dei dati.

Di Luca Indemini

La ricerca condotta dalla Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeitha coinvolto 13 esperti di sviluppo digitale provenienti da università, gruppi di riflessione, fondazioni, settore privato e organizzazioni internazionali e non governative. L’obiettivo finale era quello di dare risposta a due macro domande relative al monmdo dello sviluppo internazionale:
– in che modo la digitalizzazione sta trasformando la cooperazione allo sviluppo?
– cosa comportano i cambiamenti in corso per le organizzazioni di sviluppo?

Dall’indagine – raccontata su ICTWorks – sono emersi 8 punti chiave per fare cooperazione in epoca digitale:

1. La digitalizzazione rappresenta un cambiamento paradigmatico in tutti i settori dell’economia e della società

La questione non è promuovere uno sviluppo digitale, ma fare sviluppo internazionale in epoca digitale. La digitalizzazione è qualcosa di più che un insieme di strumenti e tecnologie. Permea ogni aspetto della vita pubblica e privata e richiede un cambiamento di mentalità.

Gli attori dello sviluppo internazionale devono affrontare questa sfida e acquisire una comprensione più profonda dei principi della trasformazione digitale e delle loro implicazioni per lo sviluppo sostenibile.

2. La digitalizzazione non è una panacea, il cambiamento sociale rimane analogico
Il passaggio al digitale non è e non deve essere fine a se stesso, né è necessariamente più efficace o sostenibile. L’introduzione di nuove tecnologie può avere inconvenienti e conseguenze indesiderate.
Gli attori dello sviluppo dovrebbero concentrarsi sugli effettivi benefici introdotti dalle tecnologie. Per farlo può essere utile porsi le seguenti domande:
– Nel mio settore, quali problemi posso risolvere grazie all’iuto della tecnologia?
– Dove il digitale aggiunge veramente valore?
– Quali possono essere i rischi e come possono essere contenuti?
– Come possiamo misurare l’impatto delle soluzioni digitali?

3. Le soluzioni digitali devono essere progettate con la conoscenza degli ecosistemi e delle culture locali
Il cambiamento socio-tecnico sostenibile richiede la comprensione del contesto culturale in cui avviene un intervento digitale. L’accettazione sociale determina la misura in cui le soluzioni tecnologiche sono adattabili e scalabili.
La conoscenza specifica della regione è quindi necessaria per progettare interventi centrati sui beneficiari.
Gli attori dello sviluppo dovrebbero contribuire a creare una governance digitale e un’infrastruttura normativa che favorisca l’interazione tra gli attori pubblici e privati (locali).

4. Lo sviluppo digitale è indissolubilmente legato alla geopolitica
È in atto un conflitto geopolitico digitale. La crescente competizione per il dominio digitale sta portando a un disaccoppiamento di piattaforme tecnologiche, norme e standard.
Man mano che i governi e le aziende tecnologiche si allineano lungo linee di frattura geopolitiche ed emergono dati nazionali e regionali e modelli di ecosistemi digitali in competizione, gli attori dello sviluppo possono affrontare nuove limitazioni nella loro capacità di accesso e di cooperazione.

5. Contrastare i divari digitali rimane una sfida centrale per la comunità dello sviluppo
Il ruolo delle agenzie di sviluppo è proteggere i più poveri e vulnerabili dai danni della digitalizzazione. Per ottenere progressi sostenibili nella digitalizzazione, è spesso necessario investire prima nell’ambiente operativo e nell’infrastruttura complessivi.

Senza una buona governance digitale, le misure settoriali possono avere conseguenze sociali indesiderate. Le organizzazioni di sviluppo hanno la responsabilità di impegnarsi al fine di contrastare l’emarginazione e la polarizzazione che derivano dalla digitalizzazione, per garantire che nessuno venga lasciato indietro.

6. Il rafforzamento della capacità istituzionale e della governance è fondamentale per la sovranità dei dati
I dati non sono una merce. Gli attuali quadri giuridici sono per lo più inadeguati a contrastare la commercializzazione di dati privati. Sono urgentemente necessari nuovi regolamenti e modelli per l’archiviazione, l’accesso e l’uso dei dati (ad esempio i data commons) per promuovere l’autodeterminazione digitale.

A livello globale, è necessario lavorare per stabilire standard e garantire l’interoperabilità delle economie dei dati, evitando qualsiasi forma di “colonialismo dei dati”.

7. Sono necessarie nuove partnership per affrontare le sfide dello sviluppo nell’era digitale
Le esperienze dei cittadini con i servizi digitali offerti dal settore privato stanno accrescendo le loro aspettative nei confronti dei servizi pubblici. Attraverso nuove alleanze con il settore privato, gli attori pubblici possono sfruttare le innovazioni digitali e accedere a piattaforme, competenze digitali specializzate e dati per ottenere un impatto su larga scala.
Le aziende tecnologiche, a loro volta, beneficiano della fiducia e della legittimità della collaborazione con i tradizionali attori dello sviluppo. Oltre a impegnarsi con i grandi attori tecnologici a livello politico, gli attori dello sviluppo dovrebbero anche collaborare con le imprese locali, come incubatori di innovazione digitale per il bene comune.

8. Le organizzazioni di sviluppo devono cambiare o rischiano di perdere rilevanza
Il futuro è già qui: è semplicemente distribuito in modo non uniforme. Poiché i paesi partner diventano sempre più esperti di digitale, gli attori dello sviluppo devono abbracciare il cambiamento per rimanere rilevanti. Ciò implica la costruzione delle competenze degli ecosistemi digitali e la gestione delle sfide di governance dei dati.
Sono necessarie modifiche anche nei modelli logici del progetto: lontano da rigide strutture di registro e verso l’apprendimento adattivo e i cicli di feedback che consentono un processo decisionale guidato dai dati.

 

Immaigine di copertina di CIAT rilasciata con Licenza Creative Commons

HATSI JARI: L’Allevamento e il Digitale si incontrano nel Ferlo

Di Pietro Orfei, collaboratore ONG 2.0/CISV Onlus

L’Allevamento e il Digitale si incontrano nella regione del Ferlo, in Senegal. Il punto di incontro tra questi due mondi è il sistema Hatsi Jari, una soluzione ICT sviluppata da ProSE (centro senegalese di consulenza informatica) e promossa nel progetto DIGIT-ALF. L’iniziativa rientra nel programma Tecnologie per lo Sviluppo Sostenibile della Fondazione Cariplo in partenariato con CISV, RBM (Reseau Billittal Maroobe, rete internazionale che tutela i pastori transumanti) e lo stesso ProSE.
L’obiettivo del progetto è la diffusione di Hatsi Jari come strumento innovativo a disposizione del settore agro-pastorale con particolare attenzione alla sicurezza alimentare. Nell’area agro-pastorale del Ferlo l’allevamento è il settore principale di sostentamento delle popolazioni. Durante le stagioni secche, spesso le mandrie sono costrette a spostarsi a causa della difficile reperibilità di mangime. Ciò causa un’inadeguata alimentazione per il bestiame che si traduce in un’altrettanta insicurezza alimentare per le comunità che risiedono nel Ferlo.  
Hatsi Jari si propone come innovazione per l’allevamento: 

  • Rendendo accessibile l’informazione sulle disponibilità di stock di mangime per gli allevatori nei periodi di siccità. Ciò favorisce la sedentarizzazione delle mandrie presso le comunità di provenienza per il mantenimento delle famiglie;
  • Proponendosi come nuovo strumento gestionale dei magazzini forniti di foraggio, attraverso transazioni e movimenti tracciabili e visibili e pagamenti digitali. Spesso sia per i magazzinieri che per i pastori avere con sé ingenti somme di denaro rappresenta un rischio non trascurabile;
  • Garantendo la sostenibilità e il reinvestimento dei guadagni al fine di acquistare nuovi stock alimentari.

Nella prima parte di DIGIT-ALF, ProSE ha inserito su Hatsi Jari i 6 magazzini individuati da progetto e si è occupata della formazione rivolta ai responsabili dei magazzini. Nel corso della formazione si è spiegato come si inserisce lo stock prodotto e come si aggiornano le relative entrate ed uscite, nonché come si indicano i prezzi e come si procede con gli acquisti.
Successivamente DIGIT-ALF ha vissuto la sua prima fase nei mesi tra Aprile e Giugno. Come Ong 2.0 abbiamo svolto lo scorso luglio una missione nel Ferlo al fine di valutare i benefici apportati dal sistema Hatsi Jari, indicando eventuali suggerimenti in prospettiva della seconda fase progettuale e della replicabilità in altri contesti.Abbiamo incontrato i 6 magazzinieri coinvolti nel progetto assieme alle organizzazioni pastorali ed allevatori che beneficiano di Hatsi Jari, per un totale di circa 50 persone coinvolte. Lo scopo dei focus group tenuti nelle 6 differenti comunità del Ferlo ( Dahra, Dayane, Linguère, Namarel, Bombodé e Ganina) è stato quello di apprendere dai nostri interlocutori l’esperienza maturata con Hatsi Jari.
Alla luce dei dati raccolti, possiamo evidenziare che:

  •  Hatsi Jari è un sistema digitale utilizzato direttamente da 3 dei 6 magazzini a causa dell’assenza di segnale. Un quarto magazziniere ha difficoltà di utilizzo laddove sorge il magazzino ed è costretto a spostarsi per avere la connessione.
  • Laddove non c’è Connessione Internet, i magazzinieri inviano i dati a ProSE che si occupa di aggiornarli per ridurre il margine d’errore nell’informazione.
  • Tutti i magazzini coinvolti ritengono poco efficace la formazione ricevuta e chiedono una nuova formazione. Per loro stessi e per gli allevatori soprattutto. In lingua locale e non in lingua francese. Una formazione funzionale con tempi utili all’assimilazione.
  • Hatsi Jari è una piattaforma disponibile in più lingue, ma non nelle lingue locali (wolof, pulaar). Quanto emerso dalle interviste evidenzia la necessità di renderlo più accessibile partendo proprio dalla questione linguistica.
  • I magazzinieri e gli allevatori utilizzano Hatsi Jari come sistema informativo e non nelle sue molteplici funzionalità (acquisto digitale, ad esempio). Da parte dei magazzinieri migliora l’informazione sulle disponibilità di stock e rende più semplice il gestionale del magazzino, rendendo i dati più facili da consultare rispetto ai registri tradizionali. Dalla parte degli allevatori, il sistema mette a disposizione sia le quantità che le posizioni e i numeri telefonici dei magazzini e viene utilizzato raramente e solo nella messaggistica audio (la quale permette di esprimersi in lingua locale), rendendo poco fruibile l’informazione nei canali di comunicazione.
  •  Tra i pro di Hatsi Jari ci sono una migliore visibilità e trasparenza, nonché rapidità nella raccolta e consultazione dei dati.
  • I contro sono invece
    1. l’assenza di segnale che rende l’informazione difficile da aggiornare e consultare.
    2. La mancanza di strumenti adeguati per l’utilizzo di Hatsi Jari (telefoni, tablet).
    3. La sensibilizzazione verso i pastori, scettici di effettuare pagamenti digitali e a favore invece di pagamenti in contanti.

Concludiamo la valutazione su Hatsi Jari utilizzando i Principi Digitali lo Sviluppo Digitale come indicatori. Sono 9 linee guida per supportare decisioni sul design e/o l’implementazione delle ICT per lo Sviluppo.

  • Hatsi Jari nasce come soluzione digitale per la sicurezza alimentare. La problematica è reale e considerata tale anche dalle comunità del Ferlo. Ciò che manca alla fine della prima fase di progetto è sicuramente la fase di Design con l’utente. Gli utenti di Hatsi Jari sono diversi: sono i magazzinieri, ma sono anche gli allevatori. Ciò che emerge dai dati è che si tratta sicuramente di una ICT sviluppata PER questi users, ma non CON questi users. Di conseguenza la sensibilizzazione rimane superficiale, a tal punto che per i magazzinieri diviene uno strumento gestionale della loro attività mentre per gli allevatori rappresenta un mezzo di informazione, ma non uno strumento per effettuare transazioni in modo rapido e sicuro.
  • Per aumentare l’impatto di una soluzione ICT è utile non soltanto conoscere lo spazio d’intervento, ma anche adattare il sistema per facilitarne l’utilizzo. Gli ecosistemi non sono neutrali ai fini di una ICT: si compongono di vari attori con le loro esigenze e complessità (alfabetizzazione, assenza di segnale, barriere linguistiche…).
  • Una soluzione ICT deve mettere a disposizione i propri metadata. Hatsi Jari ad oggi non ha la possibilità di consultare il numero di visitatori e membri attivi, ma permette solo di scaricare la lista di transazioni. Avere dei metadata consente di orientare il progetto verso certi orizzonti piuttosto che altri.
  • Oggigiorno, l’informazione è potere e di conseguenza è importante che la privacy e sicurezza dei dati sia considerata adeguatamente. Hatsi Jari mette a disposizione numeri telefonici e nomi dei membri iscritti senza garantire sufficientemente la privacy di chi ne fa parte e questo potrebbe essere un problema considerando la legislativa di realtà come le Nazioni Unite o la stessa Unione europea in merito alla data protection.
  • Oltre ai nove Principi Digitali, continuo a considerare di fondamentale importanza l’introduzione di un decimo parametro. L’educazione digitale. In un mondo in cui il digital divide è accentuato sempre più ed è alla base di disuguaglianze sempre maggiori, una ICT per lo Sviluppo deve sempre tenere in considerazione il fattore educativo. L’alfabetizzazione digitale è possibile laddove ci siano i giusti mezzi.

Le 15 startup innovative con forte impatto sociale in Italia

Api, braccia bioniche e vetrate fotovoltaiche, di cosa si occupano e come si individuano le 15 migliori startup innovative con vocazione sociale in Italia?

Negli ultimi anni il mondo delle startup è cresciuto in maniera sempre più vertiginosa, la startup in quanto tale consente anche a chi non abbia grande esperienza nell’ambito dell’imprenditoria classica di promuovere progetti che possano poi essere replicabili ma soprattutto scalabili in modo flessibile e dinamico.

 

I campi d’azione delle startup sono ovviamente i più disparati ma Social Innovation Monitor (SIM) ha deciso di concentrarsi sulle startup italiane che avessero un forte interesse per il sociale e del loro impatto sul Paese. 

Lo scopo dello studio è quello di creare una mappa organizzata di tutte queste startup per analizzarle, confrontandole in modo più semplice ed efficace ma soprattutto per essere in grado di offrire spunti di miglioramento, coordinazione ed efficacia alle startup stesse.

E’ inoltre bene ricordare come l’attenzione per il sociale non sia per forza sinonimo di non profit. Questa analisi tiene infatti conto di tutte quelle startup che vanno dal non profit alle imprese tradizionali a scopo di lucro includendo tutte le versioni ibride che si trovano nel mezzo.

Lo studio considera innanzitutto le startup innovative italiane nate entro la fine del 2020 nel loro complesso applicando poi tutta una serie di distinzioni giuridiche per la definizione di startup: come essere più giovani di 60 mesi, non avere più di 5 milioni di euro di fatturato annuo, non essere nati dalla scissione di imprese più grandi ecc.. In seguito vengono prese in considerazione unicamente quelle startup che, oltre ad occuparsi, del tutto o in parte, di temi che rientrano nel sociale, abbiano un significativo impatto sul territorio nazionale.

Alla fine di questa analisi vengono riportate quelle che si possono considerare le miglior startup innovative di vocazione sociale in base a diversi criteri come:

  • ricavi (superiori a 1,831 milioni di euro)
  • numero di dipendenti (superiore a 14)
  • crescita dei ricavi (incremento di più di 3 classi)
  • crescita del numero di dipendenti (incremento di più di 2 classi)
  • risorse finanziarie (avere ricevuto, entro il 2020, un valore complessivo di investimenti e finanziamenti a fondo perduto superiore a 3 milioni di euro)

L’elenco di queste startup è disponibile a questo link e mira a dare visibilità a queste startup e riconoscerne i meriti ottenuti negli ultimi anni.

Ma di cosa si occupano nello specifico queste startup? 

Le 15 startup individuate si dividono sostanzialmente in due ambiti che poi ognuna affronta in modo specifico: 

L’ambito della sostenibilità ambientale, in cui le startup si differenziano occupandosi di monitoraggio delle fonti di energia rinnovabile, di trattamento e depurazione dell’acqua, di controllo e diagnostica della salute delle api, di creazione di calzature e oggetti di design partendo da risorse riciclate, di ottimizzazione delle attività agricole ecc.. Due startup nello specifico si concentrano sullo sviluppo di materiali come bioplastiche ad alte prestazioni o vetrate fotovoltaiche, mentre altre due si occupano, una del riciclo di materiali elettronici in un’ottica di green economy, e l’altra di fornire servizi di cloud storage ecosostenibile;

L’ambito della salute, dove alcune startup si occupano di sviluppare terapie che aiutano contro malattie autoimmuni mentre una in particolare crea e sviluppa braccia bioniche per persone con disabilità agli arti superiori.

Altri dati riportati dall’analisi di SIM confermano l’effettiva crescita continua delle startup in Italia che sono generalmente aumentate di numero e ampliate dal 2019 al 2020 (con qualche distinzione e livelli differenti di crescita tra i diversi tipi di startup).

Dal punto di vista della distribuzione geografica delle startup sul territorio nazionale è possibile osservare un andamento generale in cui le regioni del nord Italia (Lombardia prima tra tutte) sono quelle con un maggior numero di startup, a seguire il centro e poi il sud (ad eccezione delle imprese sociali dove la prima regione è invece la Campania). Nonostante ciò la distribuzione non è particolarmente asimmetrica visti comunque alti numeri su tutto il territorio nazionale.

L’intelligenza artificiale contro l’intolleranza

L’intelligenza artificiale (IA) è più o meno razzista e omofoba di un essere umano? E’ una domanda che ricorre spesso nel dibattito attuale sullo sviluppo di questa tecnologia dirompente. Ne abbiamo parlato recentemente in questo articolo   dove emerge chiaramente come il problema di fondo sia la qualità dei dati con cui si “addestrano” i sistemi di IA che così arrivano a  riprodurre, e anche amplificare, le discriminazioni esistenti. Tuttavia con l’intensificarsi della ricerca in questo campo risulta sempre più frequente un impiego dell’IA in campi non solo puramente tecnici ma anche umanitari e attenti al sociale, proprio come la lotta all’intolleranza e le discriminazioni. 

di Gianluca Perinetti

L’intolleranza in Italia è una cosa seria. I dati relativi al 2019 indicano che sono state 68 le donne vittime di femminicidio (dati ISTAT), 187 le persone che hanno subito forme di violenza e discriminazione a sfondo omofobo (secondo il report di Arcigay) , mentre  tra i giovani pare affermarsi un crescere di sentimenti xenofobi o comunque chiusi nei confronti degli stranieri. 

Da qui nasce il progetto “Mappa italiana dell’intolleranza”, uno degli esempi riportati nel libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” (scaricabile gratuitamente qui).   Il progetto utilizza l’intelligenza artificiale per individuare i luoghi e i contesti, in Italia, nei quali sono più presenti sentimenti di intolleranza. Questi vengono raggruppati in 6 cluster principali di riferimento: omofobia, razzismo, antisemitismo, sessismo, disabilità e islamofobia. Per farlo vengono analizzati immense quantità di post che vengono pubblicati quotidianamente in Italia sui principali social network, ovvero Twitter e Facebook. Ottenere questi dati non è però semplice visto che, perché siano accurati, è necessario filtrarli tralasciando ad esempio quelli che utilizzano termini ambigui o termini sensibili ma in un contesto ironico e quindi non intollerante. Questo tipo di analisi è reso possibile proprio dall’IA e da algoritmi che permettono di riconoscere le ambiguità e il contesto nel quale determinate parole vengono utilizzate. La capacità di applicare distinzioni come quelle appena citate è tipica di un essere umano che però per processare quotidianamente una mole del genere di dati impiegherebbe un tempo infinitamente più lungo.

Con l’avanzamento tecnologico in campo di IA ora anche una macchina è in grado di compiere distinzioni semantiche analizzando però dati molto più velocemente degli esseri umani e con margini d’errore sempre più bassi. Infatti, nell’ultimo anno preso in analisi, gli algoritmi sviluppati dall’Università degli Studi di Bari sono riusciti ad intercettare circa 560.000 Tweet in lingua italiana (ed oltre 220.000 correttamente geo-localizzati sul nostro territorio).

La fase successiva è quella di contestualizzare geograficamente i dati dando vita a infografiche più esplicative, che mostrino le regioni/città dalle quali provengono la maggior parte di questi post. A questo va aggiunta anche un’analisi demografica per comprendere non solo dove ma anche che parte della popolazione è quella maggiormente interessata.

Tramite questa analisi e individuando dunque luoghi e contesti diventa possibile ottenere una mappatura più chiara e concreta dei sentimenti di intolleranza nel nostro Paese. Di conseguenza si possono attivare in modo più mirato ed efficiente programmi e progetti di sensibilizzazione sui temi presi in considerazione.

Da questo punto di vista l’IA si rivela un prezioso alleato per combattere intolleranza e discriminazioni ma non solo, come presentato nel sopracitato libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” l’applicazione dell’IA nei progetti di sviluppo sostenibile potrebbe essere fondamentale per un approccio multidisciplinare nel perseguimento dei diversi obiettivi del millennio.

L’intelligenza artificiale al servizio dello sviluppo sostenibile

Cosa succederebbe se algoritmi predittivi riuscissero a prevenire i fenomeni climatici estremi, ottimizzare i consumi energetici e ridurre la CO2? Se esistessero sistemi di riconoscimento facciale in grado di rilevare la malnutrizione infantile in Africa o se un’intelligenza artificiale fosse in grado di individuare i luoghi più discriminatori e intolleranti? 

In realtà tutto questo già succede. E molto altro ancora. 

Sono solo alcuni degli esempi riportati nel libro “L’Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Sostenibile”, realizzato da Ong 2.0 e CISV, AIxIA (l’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale) e dal Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro grazie al sostegno del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e di 4 aziende italiane leader nel settore; Engineering, Readytec, Exprivia e QuestIT nonché la collaborazione del Centro Nazionale delle Ricerche.

Il volume di 330 pagine parte dalla fotografia di cosa sia l’Intelligenza Artificiale (IA) oggi, al di là dei miti e degli stereotipi, per evidenziare potenzialità e rischi dell’IA in relazione alle diverse sfide globali.

 

 

 

 

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Il cuore del libro riguarda infatti la relazione tra IA e i 17  SDGs (Sustainable Development Goals) definiti dall’Agenda 2030 dell’ONU. Fame, salute, riduzione delle diseguaglianze, crisi ambientale, ecc.. tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono affrontati analizzando il ruolo che l’IA può giocare pro e contro. Con un approccio sempre olistico, perché  gli stessi SDGs sono strettamente interconnessi tra loro e non è possibile affrontarne uno senza considerare le possibili ripercussioni su tutti gli altri  (pensiamo ad esempio la tensione tra la lotta alla fame e conservazione dell’ambiente).

L’Intelligenza Artificiale risulta uno strumento potente per questo tipo di approccio in quanto capace di affrontare problemi estremamente complessi elaborando enormi quantità di dati e variabili impossibili per l’essere umano.

Come sostiene Piero Poccianti, presidente AIxIA, uno dei principali autori del libro:

Viviamo un momento complesso. La pandemia in corso è solo una delle emergenze. Il riscaldamento globale, la sesta estinzione di massa, l’inquinamento da plastica, pesticidi e altri veleni che stiamo distribuendo nell’ambiente rappresentano sfide di sopravvivenza molto complesse da affrontare. Eppure, mai come oggi, abbiamo a disposizione strumenti e conoscenze che potrebbero aiutarci a risolvere questi problemi. Noi siamo convinti che l’Intelligenza Artificiale sia uno di questi strumenti, a patto di porci gli obiettivi giusti.

Questo è il tema centrale del libro: indirizzare l’Intelligenza Artificiale verso il benessere dell’umanità e dell’intero pianeta che ci ospita. “Se indirizziamo l’IA verso obiettivi sbagliati otterremo effetti distopici, ma se formuliamo i nostri obiettivi in modo corretto, questa disciplina potrà essere fondamentale per risolvere le difficili sfide che ci aspettano”, aggiunge Silvia Pochettino, Founder e Ceo di Ong 2.0.

Ma come farlo? Il volume presenta nella parte finale anche 10 raccomandazioni di fondo che dovrebbero essere poste alla base dello sviluppo e dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. 

Un’ampia parte del volume è poi dedicata all’analisi delle strategie che i vari Paesi stanno pubblicando per indirizzare lo sviluppo della disciplina a livello locale e mondiale, con un focus sul contributo dell’IA nell’ambito della negoziazione internazionale (obiettivo n 17 degli SDGs). L’approccio olistico e multidisciplinare non è infatti sufficiente se non adottato in un contesto di cooperazione internazionale, in modo che non solo non venga tralasciato nessun obiettivo ma non venga lasciato indietro nessun Paese.

Attraverso  il dibattito sull’Intelligenza Artificiale il libro affronta i punti nodali delle sfide attuali, mettendo anche in discussione il sistema complessivo. Come  sostengono gli autori al termine dell’introduzione al volume “Veramente una specie che sta distruggendo il pianeta che la ospita, compromettendone e alterandone profondamente l’ecosistema può essere definita intelligente?”

“E’ necessario un profondo ripensamento di gran parte della cultura dominante per affrontare una sfida estremamente difficile: portare benessere a 7,6 miliardi di persone (numeri in crescita) senza distruggere la biodiversità e il resto del sistema vivente, senza il quale non siamo in grado di sopravvivere.

E’ una sfida molto complessa, per la quale abbiamo bisogno di un enorme sforzo interdisciplinare. In questo l’IA con le capacità che può portare oggi e le prospettive di evoluzione su cui la ricerca si sta concentrando, può portare un contributo prezioso con sistemi in grado di misurare i costi e i benefici delle nostre azioni, di supportare le nostre decisioni, di suggerire soluzioni innovative, di analizzare e diagnosticare situazioni complesse. L’Intelligenza Artificiale, come tutti gli strumenti potenti, ci spaventa. Ma forse dovremmo spaventarci anche di un mondo dove la nostra intelligenza appare inadeguata alle sfide che abbiamo di fronte a noi”.

 

Ian Mangenga e le Digital Girl in Sudafrica

Digital Girl Africa è un hub digitale che attraverso la formazione sulle competenze digitali fondamentali mira a colmare il divario tra le donne e la tecnologia. Ian Mangenga, CEO e Founder dell’organizzazione, vuole vedere più donne imprenditrici in grado di gestire attività online e più contenuti online creati dalle donne per le donne.

di Luca Indemini

È iniziato tutto nel 2018, quasi per caso. Siamo a Johannesburg, Ian Mangenga vuole fondare un magazine online per teenagers, ma ben presto realizza che c’è un grande gap tra donne e tecnologia. Così decide di cambiare i suoi progetti e lavora per dar vita a un hub in grado di avvicinare le donne al digitale.
Nasce Digital Girl Africa che, per dirla con le parole di Ian, «si propone di insegnare alle donne come utilizzare in modo efficace i loro telefoni cellulari, per farli diventare strumenti di trasformazione, in grado di educarle, responsabilizzarle e ispirarle quotidianamente.»

The Slow Manifesto

L’obiettivo del progetto era quello di contribuire all’eliminazione del divario di genere digitale in Africa. Ben presto, Ian si è resa conto che la questione ha molte sfaccettature. C’è una questione tecnica, certo. Ma problemi come la carenza di infrastrutture o il costo elevato della gestione dei dati e dei dispositivi mobili, trascendono l’ambito della sua azione, anche se rappresentano i primi problemi che vengono in mente quando si parla di divario digitale. Anche le limitazioni sociali giocano un ruolo importante nella scarsa alfabetizzazione digitale delle donne. E questo porta a un altro aspetto: le questioni culturali alla base del problema.
Il primo passo di Digital Girl Africa è cercare di diffondere la comprensione di quali sono le sfide implicite nella conquista del digitale, la lotta quotidiana che le donne devono affrontare ogni giorno sul web. In questo modo, vengono affrontate le questioni culturali e sociali correlate al rapporto delle donne con il web. La tecnologia è un potente abilitatore per affrontare le sfide sociali ed economiche. E il lavoro svolto sta dando i suoi frutti.

Ai seminari e ai bootcamp arrivavano donne senza alcuna conoscenza su strumenti e piattaforme e al termine avevano acquisito non solo nuove competenze, ma anche una nuova consapevolezza: avevano appreso come usare il web per esprimersi e migliorarsi

Una delle storie di successo, che meglio evidenzia l’importanza dell’attività di Digital Girl Africa è quella di Black Womxn Caucus, organizzazione di Johannesburg che contrasta la violenza di genere. Seguendo il workshop sui social media e sull’attivismo di Digital Girl Africa, sono riusciti a focalizzare al meglio il proprio messaggio e hanno ampliato significativamente il proprio raggio d’azione.

Takataka Plastics: riciclare i rifiuti plastici e creare nuovi posti di lavoro nei paesi del Sud del mondo

Takataka Plastics è un’impresa sociale che opera in Uganda, dove trasforma i rifiuti plastici in risorse e crea posti di lavoro per i giovani che vivono per le strade di Gulu. Il progetto è frutto della collaborazione tra Paige Balcom, dottoranda a Berkeley, che ha eletto l’Uganda a sua seconda casa, e Peter Okwoko, fondatore di AfriGreen Sustain.

di Luca Indemini

Peter Okwoko è nato e cresciuto in Uganda. Grazie all’introduzione di un progetto dedicato all’insegnamento dell’informatica nella sua scuola secondaria, nel 2003 Peter scopre la sua nuova passione. Fin da subito, gli è chiaro che apprendere competenze informatiche gli avrebbe permesso di migliorare la sua comunità.

Nel 2015 ottiene una borsa di studio per un Master in Tecnologie di Comunicazione Innovativa e Imprenditorialità all’Università di Aalborg, in Danimarca. «Qui ho realizzato per la prima volta le enormi potenzialità associate alla gestione dei rifiuti plastici – ci racconta Peter Okwoko –. Ero sbalordito dal fatto che non si trovava quasi nessuna bottiglia di plastica abbandonata per le strade. Inoltre, erano previsti incentivi economici per smaltire bottigliette e lattine in appositi macchinari, installati nei pressi di molti supermercati. Tutto questo mi ha spinto a pensare a una soluzione alternativa nel mio paese. Quando sono tornato in Uganda, durante le vacanze estive del 2016, ho fondato Afrigreen Sustain, per sensibilizzare la comunità sul valore associato alla gestione dei rifiuti e sugli impatti negativi che possono avere sulla salute e sull’ambiente, se non vengono gestiti in maniera adeguata».

Nell’autunno del 2017 Paige Balcom ha iniziato la scuola di specializzazione all’Università di Berkeley con l’obiettivo di aiutare i suoi amici ugandesi a risolvere il problema della gestione dei rifiuti plastici. Per portare avanti il suo progetto, nello stesso anno, ha trascorso tre mesi in Uganda e qui ha incontrato Peter. Insieme hanno avviato TAkataka Plastica e nel 2019 hanno aperto un piccolo centro di raccolta della plastica, costruito prototipi di macchine per la gestione del ciclo di recupero dei materiali plastici e realizzato le prime mattonelle in plastica riciclata e hanno avviato una collaborazione con The Market Project.

Per la fase di startup del progetto, Internet e i canali social hanno giocato un ruolo fondamentale.

«Ci hanno permesso di apprendere le migliori pratiche in diversi paesi e anche di raggiungere diversi stakeholder, attraverso i social media – racconta ancora Peter –. Internet ci ha permesso di ottenere risultati inaspettati: da nuove partnership e pubblicità sui media a nuove conoscenze ed esperienze. Ad esempio siamo riusciti a raccogliere fondi sufficienti a donare oltre 10mila visiere in plastica per gli operatori sanitari in tutta l’Uganda. Inoltre, Internet ci ha permesso di condividere le nostre storie in più di 50 diversi paesi. La campagna Feed Gulu, che abbiamo avviato su Facebook per aiutare a nutrire la popolazione di Gulu, pesantemente colpita da COVID-19, ci ha permesso di sfamare oltre 5mila famiglie».
E sempre grazie alla rete, Peter ha potuto mettere il suo gruppo di lavoro in contatto con altri team, in altre parti del mondo, hanno seguito webinar internazionali e lavorato a distanza con un gruppo di studenti della UC Berkeley e della Stanford University, per sviluppare soluzioni più innovative sulla gestione sostenibile dei rifiuti di plastica.

La gestione della plastica in Uganda

In Uganda, abitualmente, le bottiglie di plastica scartate vengono bruciate o abbandonate per strada e nei campi. E il governo ugandese è in difficoltà nella gestione dello smaltimento di questi rifiuti.

Takataka si propone di risolvere questo problema con una tecnologia fabbricata localmente, che permette di dare nuova vita ai rifiuti di plastica. Nello specifico, trasforma gli scarti plastici in piastrelle da rivestimento, più resistenti delle alternative in ceramica e in calcestruzzo.

Si è deciso di puntare sul settore delle costruzioni perché l’Uganda deve affrontare una pesante carenza di alloggi e l’industria edile ugandese fa registrare una crescita di oltre 10% l’anno. Di conseguenza, non manca la richiesta di materiali da costruzione ed è più facile trovare una clientela.

«Stiamo implementando la nostra attività a Gulu perché non siamo in grado di tenere il passo con tutti gli ordini che riceviamo. Il nostro obiettivo è aumentare la capacità di produzione per riciclare 9 tonnellate di PET al mese (la metà dei rifiuti PET di Gulu) e creare oltre 35 posti di lavoro locali, dimostrando al contempo che Takataka Plastics può essere un’impresa redditizia e autosufficiente. Stiamo anche lavorando allo sviluppo di nuovi prodotti come polywood, pannelli di rivestimento e materiali per la pavimentazione».

Considerando tutte le nazioni in via di sviluppo, la dimensione del mercato globale sarebbe di 3,6 miliardi di consumatori. Si potrebbero creare più di 700mila posti di lavoro e riciclare due miliardi di chili di rifiuti plastici all’anno

Guardando al futuro, Peter sogna in grande, per Takataka e per i paesi africani: «Speriamo di espanderci in Uganda e negli altri paesi in via di sviluppo. Prendendo in considerazione tutte le nazioni in via di sviluppo, la dimensione del mercato globale è di 3,6 miliardi di consumatori. Creeremmo oltre 700mila posti di lavoro per giovani vulnerabili e potremmo riciclare due miliardi di chili di rifiuti plastici all’anno».

“Questo articolo è stato scritto per la Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva 2021”

Inclusione sociale e digitale in una pubblicazione di Consiglio d’Europa e Commissione europea

Nell’ambito della serie Youth Knowledge, la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa hanno pubblicato, a inizio 2021, lo studio “Young people, social inclusion and digitalisation. Emerging knowledge for practice and policy”, incentrato sul rapporto tra inclusione sociale e digitalizzazione. Allo studio hanno preso parte Ron Salaj e Dan McQuillan, entrambi docenti del Master di Ong 2.0 “ICT For Development and Social Good”.

di Luca Indemini

Dal punto di vista dei giovani, l’inclusione sociale è il processo di autorealizzazione dell’individuo all’interno della società, il riconoscimento del proprio potenziale da parte delle istituzioni sociali.

E l’inclusione sociale ha un significato particolare per quei giovani che provengono da contesti svantaggiati e vivono in condizioni precarie.

La digitalizzazione, come processo di integrazione delle tecnologie digitali nella vita di tutti i giorni, sta plasmando la nostra società e ha un impatto significativo soprattutto sulle generazioni più giovani.

In quanto fenomeno sociale, la digitalizzazione può sostenere od ostacolare gli sforzi necessari per raggiungere l’inclusione sociale.

In Europa, molte organizzazioni stanno già utilizzando le risorse digitali come opportunità per promuovere l’inclusione sociale o le piattaforme digitali per promuovere la partecipazione. Tuttavia, è stata svolta solo un’analisi limitata di benefici e rischi della digitalizzazione per i giovani emarginati. “Young people, social inclusion and digitalisation. Emerging knowledge for practice and policy” vuole rappresentare un importante tassello in questa direzione.

Allo studio hanno partecipato Ron Salaj e Dan McQuillan, entrambi docenti del Master di Ong 2.0 “ICT For Development and Social Good”. Nello specifico si sono occupati del ruolo dell’Intelligenza Artificiale, sempre più centrale nelle tecnologie digitali.

I giovani precari e lo spettro degli stereotipi algoritmici

Nel capitolo di loro competenza, Ron e Dan analizzano in modo critico la narrativa sull’innovazione digitale e sull’imprenditorialità tecnologica, che tende a trasformare storie eccezionali in possibilità per tutti, che per tutti non sono. In particolar modo concentrano la loro attenzione sull’Intelligenza Artificiale, che poggia su un sistema di valori derivati dalla cultura dei miliardari maschi americani, prevalentemente bianchi.

L’Intelligenza Artificiale poggia su un sistema di valori derivati dalla cultura dei miliardari maschi americani, prevalentemente bianchi.

Questo comporta, che l’uso dell’IA nelle politiche e nei servizi per i giovani potrebbe involontariamente introdurre forme congenite di discriminazione.

Anche per la velocità dei cambiamenti in corso d’opera con la rivoluzione digitale in atto, è difficile raccomandare buone pratiche da adottare o fornire un giudizio definitivo sul rapporto tra IA, integrazione sociale e lavoro giovanile. Quel che è certo però è che il futuro non può essere affidato all’eccesso di narrativa dell’innovazione digitale, che porta con sé i rischi di una crescente precarietà.

Sebbene l’intelligenza artificiale non possa essere cancellata, ci sono modi per trasformarla in una forma di apprendimento che non riguarda solo ciò che si trova nei dati, ma anche ciò che non è all’interno dei dati e ciò che potrebbe essere, in modo da poter riformulare l’apprendimento automatico stesso. Dovrebbero essere le comunità di interesse, quelle influenzate direttamente dall’intelligenza artificiale, ad essere coinvolte sia nell’impostazione delle domande che l’IA pone, sia nella determinazione del significato di ciò che viene trovato.

Un punto di partenza è stato quello dei People’s Councils on AI for Young People. Sono un tentativo di sfidare ed estendere l’apprendimento automatico attraverso la pedagogia critica, cioè con modi collettivi di porre domande sui problemi che abbiamo in comune e imparare insieme generando modi diversi per affrontare quei problemi.