Appunti, spunti e riflessioni raccolti nel corso della ricerca “Integrare le ICT nei progetti di cooperazione internazionale. Costruzione di un know-how per un uso strategico e sostenibile delle ICT4D da parte delle Ong italiane”, progetto cofinanziato da Volontari per lo sviluppo insieme a Fondazione Goria e Fondazione CRT nell’ambito del Master dei Talenti della Società Civile.

Autore
Serena Carta è laureata in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani presso la Facoltà di Scienze politiche di Torino. Per Volontari per lo sviluppo studia le ICT nella cooperazione e collabora alla realizzazione e organizzazione del programma formativo di Ong 2.0. Ha lavorato in un’agenzia delle Nazioni Unite occupandosi di e-Learning e comunicazione per il no profit. Nel tempo libero scrive di #cervellidiritorno sul magazine Vita non profit. Per segnalazioni su #ICT4dev, la trovate su Twitter: @SerenaCarta.
 
 

 

Medicina digitale: sempre più strategica per una sanità efficiente e capillare

Un database su cui gli operatori sanitari registrano le informazioni dei bambini che soffrono di malnutrizione per essere pronti alla prossima visita. Un sistema di informazioni che permette di conoscere in tempo reale la presenza o meno di un numero sufficiente di farmaci in una determinata area. Elettrocardiografi che permettono di conoscere le condizioni di pazienti in aree remote a cardiologi a distanza così che questi possano fornire le informazioni necessarie via SMS. Sono alcune delle applicazioni  di mobile health presentate da Paola Fava durante il modulo “ICT for Health” del corso ICT Innovations for Development organizzato da Ong 2.0 e giunto al sesto modulo. Continua a leggere

L’uso dei droni nel settore umanitario

Negli ultimi anni, l’uso dei droni è aumentato considerevolmente grazie all’abbassamento dei prezzi e ai progressi tecnologici, che ne hanno facilitato da diffusione e l’utilizzo anche da parte delle ONG e delle organizzazioni umanitarie. La guida “Drones in Humanitarian Sector“, stilata dalla Swiss Foundation for Mine Action (FSD) e dai suoi partner (CartOng, Zoi Environment Network and UAViators), fornisce spunti interessanti per capire come i droni possano avere un impatto positivo sull’azione umanitaria, specialmente in risposta ai disastri naturali.

Di Federico Rivara

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Open data, i 5 migliori strumenti per la condivisione

È giunto alla conclusione lunedì 21 novembre anche il secondo modulo del corso ICT Innovations for Development su “ICT for Data Collection”. Georges L. J. Labrèche, fondatore dell’organizzazione Open Data Kosovo (ODK), ha introdotto i partecipanti all’utilizzo degli Open data, analizzando il ciclo di vita della ricerca dati sul web e classificando i 5 migliori strumenti per la loro condivisione.

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ICT e Sviluppo: 9 principi e 5 metodi per iniziare

Si è concluso lunedì 21 novembre il primo modulo del corso ICT Innovations for Development su “innovazione sociale e tecnologia per lo sviluppo”. Joshua Harvey, Consulente UNDP per lo Human Centered Design e relatore di questa prima parte del corso, ha guidato i partecipanti nell’approfondimento della storia della relazione tra sviluppo e innovazione, e nella scoperta dei principi e dei metodi dello sviluppo digitale. Continua a leggere

Sms per i contadini. Perché non sempre funzionano

I telefoni cellulari sono ormai diventati uno strumento strategico per l’agricoltura in tutto il mondo. Permettono di migliorare le rese agricole dei piccoli contadini grazie alla possibilità di consulenze tecniche a distanza, aggiornamenti sui prezzi di mercato, alert sulle avversità atmosferiche e molto altro. Numerosissime applicazioni sono state diffuse nei paesi più poveri per aiutare i coltivatori a migliorare il proprio lavoro, con risultati spesso molto positivi.

Tuttavia non sempre tutto va per il meglio, ogni contesto presenta le sue caratteristiche e porta sfide specifiche, che possono limitare o vanificare le potenzialità di questi strumenti.

Marta Vigneri, studentessa alla City University di Londra e oggi servizio civile in Senegal con CISV, ha indagato le ragioni che portano molti contadini kenyoti, del villaggio Lower Subukia, ad abbandonare i servizi via telefono.

Sebbene esista in loco il progetto Direct2Farm che in collaborazione tra compagnie telefoniche e organizzazioni internazionali come Cabi e Kilimo Media International, offre un servizio di messaggi istantanei per permettere di conoscere meglio le previsioni meteo, quali sostanze applicare alle proprie coltivazioni e l’esistenza di nuovi prodotti sul mercato,  le interviste condotte ai piccoli contadini dimostrano che avere a disposizione la tecnologia non è sufficiente. Addirittura, molti che si registrano per utilizzare il servizio non ne fanno uso nonostante i servizi rapidi e disponibili in diverse lingue. Come mai?

Prezzi, seppur bassissimi, ma troppo alti per la popolazione locale, scarsa comprensione delle informazioni ricevute, preferenza a comunicare a voce invece che attraverso messaggi scritti, risultano essere le principali cause di abbandono del servizio.  Infine, le informazioni fornite non sempre coincidono con le reali necessità dei contadini.

La ricerca permette quindi alcune considerazioni immediate:  la contestualizzazione dei servizi può richiedere delle forti differenziazioni da regione a regione, nel caso del villaggio in esame, ad esempio, fornire messaggi vocali (magari prendendo esempio dalla confinante Etiopia?), ridurre i costi per singolo messaggio o meglio trovare accordi con le compagnie per servizi gratuiti, accertarsi di rendere disponibili informazioni davvero necessarie per gli agricoltori, sarebbero i tre passi fondamentali per offrire un servizio davvero adeguato e utile.

 

 

La telemedicina. La nuova frontiera della sanità a Km zero

Global Health Telemedicine, onlus che opera nel settore sanitario con l’impiego della telemedicina, rilancia il tema della “sanità a km zero” grazie ad un software dedicato in grado di rispondere ad esigenze mediche nei paesi del sud del mondo. In due anni sono stati effettuati oltre 3500 teleconsulti, 1300 elettrocardiogrammi, centinaia di radiografie refertate quasi in tempo reale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) già nel 1997 usa questa definizione: “La telemedicina é l’erogazione di servizi sanitari quando la distanza é un fattore critico, per cui é necessario usare, da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni al fine di scambiare informazioni utili alla diagnosi, al trattamento ed alla prevenzione delle malattie e per garantire un’informazione continua agli erogatori di prestazioni sanitarie e supportare la ricerca e la valutazione della cura”.

La telemedicina oggi comprende un vasto campo di applicazioni e ad usufruirne possono essere diverse branche mediche (ad es. cardiologia, pneumologia, ortopedia, ostetricia, neurologia, oncologia, radiologia, ecc.), diversi soggetti sanitari come guardia medica, pronto soccorso, ambulanza, ambulatorio o case di cure, e soggetti non sanitari come ad esempio fabbriche, centri sportivi, navi, scuole, istituti carcerari) oltre che singoli pazienti.

Si tratta di una rivoluzione non solo medica ma anche culturale

 

La Global Health Telemedicine, è una onlus nata dall’esperienza di oltre 15 anni di cooperazione sanitaria realizzata dal programma DREAM (Disease Relief through Excellent and Advanced Means) della Comunità di Sant’Egidio in diversi paesi dell’Africa Sub Sahariana.

L’idea che sta alla base di questa organizzazione è semplice: usare strumenti all’avanguardia, rifiutare approcci minimalistici, realizzare modelli facilmente replicabili nei centri sanitari africani e offrire un supporto ai servizi nazionali o alle tante realtà missionarie che operano nel campo della sanità.

Con l’idea di portare l’eccellenza delle cure e della tecnologia nei paesi del sud del mondo, la Global Health telemedicine ha realizzato un servizio di teleconsulto multidisciplinare che mette in comunicazione ben 19 centri sanitari africani con specialisti europei afferenti a ben 17 branche specialistiche.

Michelangelo Bartolo, Segretario Generale della Global Health Telemedicine e Direttore del reparto di telemedicina Ospedale S. Giovanni di Roma spiega:

“In un momento storico in cui la cooperazione internazionale è in crisi, si riaffermano i particolarismi e si torna a parlare di barriere e di nuovi muri, crediamo che progetti sanitari possono divenire un nuovo modo di veicolare non solo una sanità migliore ma anche una rivoluzione tecnologica e culturale. Garantire un buon sistema sanitario crea legami, sostegno, formazione, è un veicolo di pace.”

La tecnologia ci rende potenzialmente tutti più vicini, ed è per questo che a partire dall’esperienza di DREAM ha preso il via una nuova forma di cooperazione sanitaria ad alto impatto e a costi contenuti.

Si tratta di un servizio di teleconsulto multispecialistico già attivo in 19 centri sanitari in diversi paesi africani,  ai quali collaborano un centinaio di medici volontari appartenenti a centri sanitari di eccellenza italiani quali l’ospedale San Giovanni di Roma, l’Istituto neurologico Besta di Milano, la Fondazione Arpa di Pisa. I medici volontari rispondono alle domande dei colleghi africani attraverso un software dedicato. E’ un’invenzione della Global Health Telemedicine onlus che guardando alle realtà africane ha lanciato lo slogan di “sanità a km zero”.

 

 

Con un software all’avanguardia realizzato tutto in modalità web-service si possono offrire teleconsulti e “second opinion” nelle zone più remote dell’Africa. Particolarità del software realizzato è che permette di utilizzare il browser anche in assenza di connettività e di inviare i dati quando si ha la connettività. Esigenza tutta africana. Un software che propone dei wizard specialistici che i sanitari locali possono utilizzare per compilare correttamente i loro quesiti medici e non dimenticare dati importanti.

In appena due anni sono stati effettuati oltre 3500 teleconsulti, 1300 elettrocardiogrammi, centinaia di radiografie refertate quasi in tempo reale. Alcuni teleconsulti sono giunti anche da sanitari dei campi profughi del libano o da zone più remote del nostro pianeta. Il tempo di risposta medio è di circa 3 ore.

“Ne siamo convinti: attraverso programmi sanitari si costruisce una nuova cultura unendo le eccellenze italiane nel mondo della cooperazione internazionale.”

Land grabbing: strumenti digitali per conoscere il fenomeno

Si parla sempre più di land grabbing, l’accaparramento di grandi quantitativi di terra attraverso  investimenti portati avanti da importanti attori privati. Oggi, tra l’aumento demografico e un andamento dei prezzi alimentari molto variabile, l’agricoltura industriale avanza grazie alle concessioni che, soprattutto in Africa, i governi centrali permettono essendo loro i “proprietari” dei terreni. Il fenomeno, che riguarda in generale i paesi del Sud del mondo ma anche l’Europa se si guarda la percentuale di terre tenute in mano da poche aziende e il ruolo di investitori stranieri, viene però spesso trattato con poca precisione. Come conoscere con più precisione i dati relativi alle acquisizioni e i principali attori coinvolti nelle transizioni? Ecco tre strumenti per iniziare le indagini.

Land Matrix – una piattaforma online per indagare il land grabbing

E’ con l’idea di offrire informazioni precise sulle compravendite sui terreni che è nata, quattro anni anni fa, Land Matrix. Questa piattaforma interrativa, a cui ognuno può fornire informazioni su accordi terrieri, si pone l’obietivo di dare trasparenza sul tema grazie ad una raccolta dati che proviene da diverse fonti: da rapporti di organizzazioni internazionali, di Ong e inchieste giornalistiche fino al singolo utente. Sul sito è possibile conoscere i numeri del fenomeno ma anche le storie dietro al dato: di quanta terra parliamo? Chi sta comprando e dove? Come viene utilizzato quel terreno?

Qui sotto il video di presentazione del progetto.

Following the Money – una guida per conoscere e mappare il land grabbing

Conoscere a fondo casi specifici non è facile. Tanti movimenti di denaro, molti soggetti coinvolti e tante communità che spesso subiscono conseguenze come il dislocamento dalla terra in cui vivono. Ecco perché, nel 2015, Inclusive Development International e l’International Institute for Environment and Development (IIED) hanno avviato un progetto e redatto una guida che vuole fornire, attraverso sette passaggi, strumenti utili per mappare una catena d’investimento per poi studiare un’appropriata campagna di advocacy. Per farlo, è necessario identificare i “punti di pressione”  – i soggetti vulnerabili ai danni sulla reputazione e che influenzano fortemente il business in corso – per  contestare una transizione e ottenere responsabilità da parte degli investitori e da chi concede le acquisizioni

Circle of Blue – Mapping land grabbing

Una mappa per visualizzare immediatamente quanti ettari sono stati accaparrati, da chi e in quale paese. E’ questo lo scopo della mappa pensata e realizzata da Circle of Blue e Grain, due organizzazioni che studiano la gestione delle risore naturali e supportano le comunità rurali e un’agricoltura di piccola scala. Aprendo la mappa virtuale è immediato notare come il fenomeno tende a muoversi dal nord del mondo verso sud dove si trovano alcuni dei paesi in cui il land grabbing ha avuto uno sviluppo più facile, tra cui il Mozambico e il Brasile.

Che tipo di agricoltura e sviluppo vogliamo sono punti centrali che stanno dietro il land grabbing. La mancanza di politiche chiare e vincolanti sul tema ha reso possibili grandi transizioni volte a sfruttare risorse naturali dove queste abbondano. Il trasferimento di tecnologia in zone in cui questa è più scarsa difficilmente può bilanciare i danni ambientali e sociali che il land grabbing crea. Lo stress a cui sono sottoposte le risorse naturali (il water grabbing, altamente legato al land grabbing, non va sottovalutato) del pianeta crea discussioni sulla gestione dell’ambiente. Conoscere con più precisione certe transizioni può permette una risposta più efficace e ponderata .

Photo Credit: Oxfam East Africa

10 buone pratiche per contattare le comunità locali nelle emergenze

Arrivi all’aeroporto di Bangui nella Repubblica Centro Africana (RCF) dalla sede centrale. Accendi lo smartphone per dire alla tua famiglia e ai tuoi colleghi che sei arrivato senza nessuna complicazione: “Non c’è campo!”, dice Jean-Luc Mootoosamy, manager del programma per la RFC per la Foundation Hirondelle, organizzazione sullo sviluppo dei media.
Mootoosamy, al primo forum annuale del Communicating with Disaster Affected Communities (CDAC) Network, annunciava uno dei temi focali della discussione: contattare le comunità locali nelle emergenze. Dal 2009 i membri del CDAC Network hanno fatto progressi significativi nel costruire due metodi di comunicazione con le comunità colpite da disastri naturali, “ma sappiamo veramente cosa fare in ambienti in conflitto come lo Yemen, la RFC o Sud Sudan?”, ha chiesto il presidente del comitato Gregory Barrow, capo del World Food Programme (WFP) a Londra. “Quando parliamo di comunicazione in contesti di conflitto, dobbiamo fare i conti con la realtà” dice Ana de Vega, Emergency Community-Based Protection Officer per l’UNHCR. “C’è anche un importante elemento di incertezza che rende ogni tipo di comunicazione più complesso” sottolinea Philippe Stoll, capo deputato della comunicazione pubblica all’ICRC. “In un disastro naturale sappiamo che le cose miglioreranno, nelle situazioni di conflitto non possiamo saperlo.”

di Jacobo Quintanilla*

Se ti sei perso il Forum dei membri del CDAC, una registrazione della discussione di gruppo sul “comunicare con comunità in contesti di emergenza” è qui disponibile:

 

 

Di seguito 10 suggerimenti presi da questa discussione su come affrontare queste mancanze critiche:

 

1. Comprendere il contesto locale: Le situazioni di conflitto presentano particolari sfide, come l’instabilità e il limitato accesso fisico alle comunità, l’interruzione dell’energia elettrica e delle infrastrutture tecnologiche, la limitata capacità ad usare le tecnologie, la protezione dei dati e, certamente, la cattiva informazione e propaganda.
Capire gli attori locali, le loro capacità e modi di fare, il contesto economico, politico e sociale è la chiave, come Nigel Fisher, precedente coordinatore umanitario ad Haiti e in Siria, rimarca durante il suo discorso di apertura.

 

2. Fare presa sull’ecosistema di informazioni locali: La necessità di migliorare la comprensione delle agenzie di sviluppo di come le persone locali hanno accesso all’informazione e alla comunicazione era un tema ricorrente durante i due giorni di forum. “Abbiamo bisogno di conoscere l’ecosistema delle informazioni locali, di sapere chi sta possedendo cosa e chi sta parlando in quale canale. Occorre prestare attenzione al modo in cui ci approcciamo a tale ecosistema, e vedere come possiamo essere percepiti”, dice Stoll da ICRC. Capire il contesto delle informazioni locali include anche capire su cosa le persone vogliono essere informate, di quali canali di comunicazione attualmente si fidano e quali usano, il modo in cui li usano e quali informazioni seguono.

 

3. La diffusione delle informazioni: Chiacchiere, cattiva informazione e propaganda sono sempre state una caratteristica presente nelle situazioni di conflitto. Nel mondo digitale, sia su scala globale che locale, esse circolano più velocemente rendendo difficile per le persone percepire le informazioni per quello che sono. In ambienti iper-connessi, l’informazione può così essere un valido strumento o un’arma di guerra.

 

4. Costruire fiducia nel luogo in cui si opera: “Costruire fiducia” era un altro punto ricorrente durante il Forum. E’ più facile a dirsi che a farsi! Costruire fiducia “non riguarda un tentativo ‘spot’, è qualcosa che non si costruisce in due mesi…” dice de Vega. Per Mootoosamy, coinvolgere le persone nella loro stessa lingua e come interagisci con loro sono le chiavi per iniziare questa costruzione. “Alle persone non piace sentirsi dire cosa devono e non devono fare. Esse vogliono invece essere informate, ed elaborare delle opinioni proprie”.

 

5. I media locali, costruire un rapporto di fiducia: La radio è estremamente popolare in molti paesi del mondo. Radio Ergo (“ergo” in somalo significa mediatore o inviato nell’interesse delle persone bisognose) trasmette novità umanitarie e informazioni da Nairobi ogni giorno. Questa radio cerca di lavorare con le ONG e le agenzie delle Nazioni Unite per produrre contenuti per le loro registrazioni giornaliere, ma risulta essere un rapporto difficile “Abbiamo una mancanza di fiducia da parte della comunità internazionale. Gli operatori umanitari sembrano non fidarsi troppo di noi e mi auguro che col tempo si possa creare un coinvolgimento in maggiore”.

 

emergenze

 

6. Ripristinare la connettività: Un articolo,“Providing technology and losing control”, scritto da Meg Sattler, Consigliere in Emergency Telecommunications Cluster (ETC), ci pone una domanda interessante: siamo pronti per diventare facilitatori? Facilitare le persone a riconnettersi, a ristabilire reti di comunicazione vitali e iniziare a coordinare le proprie risposte, è un’operazione cruciale. Un tentativo viene fatto in Rwanda dall’ICRC e MTN Rwanda, una compagnia locale di telecomunicazioni, che stanno aiutando i rifugiati burundesi a mettersi in contatto con i loro familiari usando i propri telefoni che possono caricare in un “Mobile solar kiosk’s” e usare SIM card locali gratuite.

 

7. Il dialogo e le aspettative della comunità: Anche se molte persone sono grate agli operatori umanitari, le agenzie per lo sviluppo possono essere percepite come poco attive sul territorio. Come facciamo a costruire fiducia quando il tempo con le comunità è scarso in momenti di crisi? Che cosa significa il face to face 2.0 per gli operatori umanitari?

 

8. Tenere conte delle inuguaglianze: L’aumento dei telefoni cellulari, dell’accesso a internet tramite smartphone e dell’accesso ai social media sta trasformando il mondo e il suo uso nelle emergenze continuerà a crescere. Ma bisogna sottolineare che la tecnologia può produrre vecchie ineguaglianze e crearne di nuove riguardo al digitale. Questi fattori devono essere considerati. Le agenzie di aiuti devono essere in grado di adattarsi ai bisogni specifici delle persone e coinvolgere la “silenziosa maggioranza” che non è ancora online.

 

9. Miglior collaborazione e miglior evidenza: De Vega sostiene che “C’è una proliferazione di spazi per la discussione, ma non vi dedichiamo abbastanza tempo”. L’advocacy, costruita su una forte programmazione ed evidenza operativa, necessita di essere una parte più ampia della rete di lavoro. Questo include muoversi da un tipo di coordinamento eccessivo dai piani alti, troppo distante dal vero contesto operativo, ad un approccio più collaborativo per supportare le organizzazioni locali.

 

10. Cambiare la mentalità istituzionale: Il coinvolgimento di una comunità richiede competenze tecniche, per esempio nel veicolare bisogni e progettare interventi. “Negli anni a venire le persone ci giudicheranno in base alla qualità del coinvolgimento, alla nostra abilità di ascolto. Il coinvolgimento della comunità non è un strumento di comunicazione o di azione, ma una sfida centrale nel modo in cui operiamo.” dice Yves Daccord, direttore generale della ICRC all’apertura del Forum della CDAC.

 

* Articolo tratto da https://bit.ly/1PxpRex
Photo credit: Albert Madrazo/ICRC & Paese Italia Press

 

ICT Innovations for Development: ecco i vincitori delle borse di studio

Si è concluso il processo di selezione per assegnare le borse di studio del corso di alta formazione “ICT Innovations for Development“, messe in palio da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, nell’ambito del progetto “Innovazione per lo sviluppo“. Selezione difficilissima per assegnare ventitré borse (tre in più del previsto) su 424 candidature, la maggioranza di altissimo profilo, provenienti dai cinque continenti. Oggi siamo lieti di comunicare i vincitori.

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Inclusione finanziaria: lo smartphone non è tutto

L’inclusione finanziaria, il permettere a più persone l’accesso ai servizi bancari, è considerato da alcuni anni un elemento fondamentale per sradicare la povertà. Per questo, negli ultimi anni, tante realtà basate su servizi digitali sono nate per arrivare dove i canali tradizionali non intervengono a causa dei costi eccessivi. Tuttavia, come ci spiega Gianluca Iazzolino, ricercatore dell’università di Oxford e consulente per il Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo dei Capitali all’interno del programma mobile money for the poor, “le potenzialità dei servizi di mobile money possono prendere una piega preoccupante che va a  creare ulteriori esclusioni sociali invece di ottenere una piena inclusione”. Data l’importanza dell’inclusione finanziaria e la sua forte componente digitale, Ong 2.0 ha inserito un modulo sul tema, condotto proprio da Iazzolino, all’interno corso ICT Innovations for Development.

di Federico Rivara

iazzolinoIazzolino avvisa subito dei rischi del settore. “Oggi” spiega “la tendenza degli attori che forniscono servizi finanziari digitali è quella di non limitarsi solamente al mobile money (il trasferimento in maniera digitale di denaro utilizzabile tramite telefoni cellulari) ma di offrire ulteriori servizi finanziari quali assicurazioni e prestiti”La ragione è semplice: questi servizi portano maggiore profitti agli operatori che li forniscono.

I rischi di questo sistema però sono molteplici e possono essere ricondotti a un tema molto attuale: la circolazione e disponibilità di moltissimi dati. I servizi finanziari menzionati permettono di tracciare i dati degli utenti. Di conseguenza, le compagnie della tecno-finanza possono avere una conoscenza molto precisa del credit scoring (il grado d’insolvibilità) dei clienti. “I nuovi esclusi sono quindi coloro che non hanno entrate fisse provenienti da canali informali, come spesso succede in tante realtà in paesi africani”. Coloro che sono invisibili e non producono dati evidenti, rischiano di essere esclusi, per esempio, da una politica poiché non contemplati.

In maniera similare, spiega Iazzolino, entrare come operatore indipendente all’interno del business è realistico solamente per chi ha già avviato altre attività. Per esempio, nei mercati over the counter (mercati non regolamentati secondo le norme ufficiali di una determinata area) delle rimesse, l’agente che si pone tra un utente e una compagnia è spesso una persona che ha già avviato altre attività imprenditoriali.

m-pesa

La ricerca del profitto, come introdotto in precedenza, è alla base dello sviluppo di nuove piattaforme. Tuttavia gli introiti di questo settore difficilmente ricadono sulle aree in cui si opera. E’ il caso di M-Pesa, un servizio che permette il trasferimento di denaro tramite cellulare. Oggi M-Pesa è una realtà consolidata che ha raggiunto milioni di clienti sia in Africa sia in Europa. Questo servizio è nato dalla rete mobile Safaricom il cui azionista principale è Vodafone, con sede a Londra, dove entrano i maggiori guadagni.

Le potenzialità del digitale e dei pagamenti online possono arrivare a tutti i livelli. Infatti, sempre più diffusi sono i trasferimenti government-to-persons payments attraverso i quali i governi possono pagare, ad esempio, gli stipendi e le pensioni dei propri cittadini, riducendo i costi di transazione. L’autorità e il ruolo dello stato però devono essere centrali altrimenti si rischia di concedere alcuni servizi ad attori che si collocano tra lo stato e i cittadini con un potere molto importante. In Nigeria, per esempio, MasterCard ha intuito un’opportunità nelle carte d’identità della popolazione. MasterCard infatti ha lanciato un programma con l’obbiettivo di rilasciare 120 milioni di carte d’identità nel paese africano più popoloso in grado di permettere pagamenti elettronici. Da un lato, queste organizzazioni permettono di superare un problema molto grande dei paesi africani in cui i servizi anagrafici sono spesso approssimativi. Dall’altra parte, sistemi come quello descritto possono mettere sotto scacco gli stati centrali che concedono grandi poteri a soggetti esterni.

Questi progetti pongono un occhio di riguardo alla cosiddetta base della piramide, composta dalle persone più povere del pianeta che hanno potere d’acquisto, conoscenza e capacità imprenditoriali. Ciò che ancora non è arrivato completamente è il mercato. Non a caso, secondo Iazzolino, “l’inclusione finanziaria è stata messa al centro dell’agenda dello sviluppo nella Dichiarazione di Maya, avvenuta nel 2011, in un momento in cui è aumentata la consapevolezza del fatto che i mercati del nord del mondo fossero saturi a differenza di quelli del sud”.

“Conoscere gli strumenti  tecnologici che permettono l’inclusione finanziaria oggi è necessario per comprendere come si possa creare un sistema flessibile che vada incontro alle esigenze di tutti”. Il dibattito è da affrontare adesso, momento in cui questa industria si sta allargando sempre più velocemente. Conoscere casi specifici, esercitarsi nel disegnare strategie di trasferimento di denaro utili nel mondo della cooperazione e sviluppo e comprendere come l’inclusione finanziaria può arrivare a tutti sono alcuni degli argomenti che verranno trattati nel modulo ICT for financial inclusion condotto da Gianluca Iazzolino.

Photo credit: whiteafrican Mobile Phone with Money in Kenya via photopin (license)