Appunti, spunti e riflessioni raccolti nel corso della ricerca “Integrare le ICT nei progetti di cooperazione internazionale. Costruzione di un know-how per un uso strategico e sostenibile delle ICT4D da parte delle Ong italiane”, progetto cofinanziato da Volontari per lo sviluppo insieme a Fondazione Goria e Fondazione CRT nell’ambito del Master dei Talenti della Società Civile.

Autore
Serena Carta è laureata in Relazioni internazionali e tutela dei diritti umani presso la Facoltà di Scienze politiche di Torino. Per Volontari per lo sviluppo studia le ICT nella cooperazione e collabora alla realizzazione e organizzazione del programma formativo di Ong 2.0. Ha lavorato in un’agenzia delle Nazioni Unite occupandosi di e-Learning e comunicazione per il no profit. Nel tempo libero scrive di #cervellidiritorno sul magazine Vita non profit. Per segnalazioni su #ICT4dev, la trovate su Twitter: @SerenaCarta.
 
 

 

Incoraggiare l’innovazione tra gli attori dello sviluppo

di Serena Carta*

Cosa intendiamo per innovazione? È sempre un sinonimo di tecnologia? O equivale a fare le cose più velocemente e meglio, in modo che aggiunga valore attraverso un impatto concreto? Nel febbraio 2014, il Technology Salon in New York City – un forum in cui professionisti di sviluppo e tecnologia si incontrano per scambiarsi opinioni sui trend emergenti relativi alle ICT e alla cooperazione internazionale – ha affrontato il tema di come le organizzazioni della cooperazione allo sviluppo possono integrare l’innovazione nei loro programmi e nelle loro attività. In seguito al dibattito (decisamente attuale), Linda Raftree ha riassunto sul suo blog alcune riflessioni. Eccole.

1. L’innovazione non è necessariamente “di rottura”: può coincidere con la creazione di una nuova soluzione; ma anche con un prodotto esistente che viene migliorato o adattato a un nuovo contesto, a una nuova realtà.

2. L’innovazione non corrisponde necessariamente a qualcosa di nuovo: può essere qualcosa che è sempre esistito ma a cui pensiamo in maniera diversa o a cui scegliamo di attribuire un rinnovato valore.

3. È l’applicazione della tecnologia (e dell’innovazione) ad essere rilevante, non la tecnologia in sé.

4. Gli innovatori sono ovunque, bisognerebbe dar loro più spazio. In merito a ciò, c’è chi pensa che ci sia bisogno di tantissime risorse per sponsorizzarli, c’è chi crede il contrario. In tutti i casi, è importante trovare il modo di supportare e premiare chi ha un approccio innovativo.

5. Chiedetevi: “Perché innovazione? Che senso ha avere un’unità che si occupi proprio di questo?”. Rispondere a queste domande aiuta a sviluppare una metrica dell’innovazione e giustifica posizioni dedicate all’innovazione all’interno dei team di lavoro.

6. Come faccio a sapere quando sono innovativo in maniera impattante? Quando ti dai il permesso di fallire senza paura, quando lavori con gruppi eterogenei, quando condividi la conoscenza tra paesi e contesti differenti, quando lavori in maniera orizzontale.

7. Come decentralizzare la funzione dell’innovazione? Quali cambiamenti istituzionali fare? Quali sono le persone necessarie per migliorare e sostenere l’innovazione? Questi i passi da seguire per rispondere ai quesiti:
* capire cosa spinge una persona ad essere interessata all’innovazione;
* scegliere i reali ottimisti – differenti dai i tecno-entusiasti – cioè coloro che sanno andare oltre il gadget e le mode del momento capendo la reale e significativa potenzialità di tecnologia e innovazione;
* costruire, scambiare, condividere esperienze all’interno della propria organizzazione;
* arruolare giovani a cui fare sperimentare e inventare nuove soluzioni.

8. Ingredienti per integrare innovazione e ICT4D: flessibilità; metodo dello user-centred-design; ricerche etnografiche; collaborazione con le università e con esperti di altri settori; approccio multidisciplinare; ambiente capace di sostenere e abbracciare chi è innovativo; divulgazione del linguaggio tecnico; open source e trasparenza; spazio alle giovani menti.

*tratto dall’e-book “ICT4D – Guida introduttiva alle ICT per lo sviluppo”

 

 

photo credits: Create Learning su Flickr

Perché le ong dovrebbero usare le ICT?

Il potenziale delle ICT sta nella loro ragione d’essere: sono veicoli di informazioni, strumenti che accelerano e semplificano il processo di creazione e condivisione della conoscenza, abilitando le persone a compiere le scelte in maniera più consapevole e aiutandole a diventare protagoniste dell’evoluzione (rivoluzione) desiderata. Non è il loro possesso a determinarne l’impatto, quanto l’intenzione popolare e non elitaria che sta alla base del loro utilizzo – sostenibile, indigeno, resiliente ed etico.

Per il mondo degli aiuti internazionali, accogliere la sfida delle ICT4D – integrando le nuove tecnologie per la comunicazione e l’informazione nei propri meccanismi – significa abbracciare il cambiamento in corso, che conviene vivere da attori protagonisti invece che da semplici osservatori.

L’invito per le ong è allora quello di democratizzare non tanto il possesso delle ICT, quanto il loro utilizzo per valorizzare la conoscenza locale, facendo advocacy e supportando i germi del cambiamento e dell’emancipazione.

Come fare?
Il nostro viaggio alla scoperta nelle ICT per lo sviluppo (ICT4D) è partito da Stoccolma. Nella città dei Nobel, nel dipartimento di informatica della Stockholm University, ha sede dal 2004 il centro di ricerca indipendente Spider center, la cui missione è quella di “incoraggiare un uso innovativo delle tecnologie per lo sviluppo e la riduzione della povertà”. Lì abbiamo fatto conoscenza con Paula Uimonen, ex direttrice del Centro e ricercatrice specializzata in antropologia di-
gitale, e con il project officer Ulf Larsson, che ci hanno illustrato gli “ingredienti chiave” per adottare le ICT nelle organizzazioni che si occupano di aiuti allo sviluppo. Vediamoli insieme e iniziamo a prendere familiarità con alcuni dei concetti affrontati in questo e-book.

Per continua a leggere, scarica l’e-book “Guida introduttiva all’uso delle ICT per lo sviluppo”

photo credits: album Flickr di IICD

Le 7 direzioni della cooperazione che cambia

140 pagine interattive di approfondimenti, dati ed esempi concreti per tutti coloro che credono che i problemi sociali si possano affrontare in modi innovativi e creativi tanto al Nord quanto al Sud del mondo. Con un focus su come le ong italiane usano le ICT. É la “Guida introduttiva all’uso delle ICT per lo sviluppo”, il terzo e-book pubblicato da Ong 2.0.

Vuoi leggere un’anteprima? Qui di seguito l’introduzione.
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ICT4D course… 5 mesi dopo

Si conclude dopo 5 mesi il corso sulle ICT4D, Technological innovation for social change in the global south: 24 partecipanti dai cinque continenti, 14 docenti, 12 moduli, 40 sessioni, più di 60 ore di training online.

di Serena Carta

Siamo partiti chiedendoci che cosa sono le tecnologie per lo sviluppo, perché contano così tanto al giorno d’oggi e quali cambiamenti è possibile innescare con il loro utilizzo. Abbiamo analizzato i passi da seguire per portare l’innovazione nelle organizzazioni che si occupano di cooperazione internazionale, a partire dall’adozione del metodo dello human center design (per saperne di più, leggete l’articolo Why is human-centered design important t ICT4D?). Ci siamo quindi interrogati sulle strategie da mettere in campo affinché le tecnologie siano appropriate e sostenibili ai contesti e alle comunità di intervento. Abbiamo poi passato in rassegna strumenti e casi studio esemplari in agricoltura, finanza, sanità, educazione, democrazia, mappatura e georeferenziazione. Abbiamo infine concluso con una riflessione sugli open data e la trasparenza nella cooperazione internazionale e sui modi di raccogliere e visualizzare i dati, anche per obiettivi di monitoraggio e valutazione.

Una community su Google Plus con più di 60 membri ha accompagnato per tutti e 5 i mesi l’apprendimento, favorendo lo scambio continuo di risorse – libri, articoli, esperienze – e spunti di riflessione. Il Barcamp finale, infine, ha fatto salire sul palco i partecipanti per presentare i lavori finali, ovvero le simulazioni di progetti di sviluppo in paesi e aree tematiche a scelta .

[Clicca sull’immagine per leggere lo Storify del Barcamp, ultima sessione del corso]

BARCAMP(1)

 

I generosissimi partecipanti ci hanno già inviato i primi feedback, che ci fanno essere ottimisti su una futura edizione del corso…

Stefania, Italia

Il corso sulle ICT4D è stato di grande ispirazione. Ho trovato estremamente utile e stimolante fare parte di una classe multiculturale: è stato un piacere lavorare per mesi con compagni così motivati al punto da alzarsi di notte per seguire dal vivo le sessioni! I docenti, poi, oltre che bravissimi sono sempre stati disponibili a rispondere alle nostre domande.

Shahriar, Iran

Questo corso mi ha permesso di diventare propositivo nel mio Paese. Ho imparato tantissime nuove cose, che spero di essere in grado di trasmettere a chi lavora con me.

Claudia, Italia

L’aspetto che ho apprezzato di più di questo corso è stato l’ambiente multiculturale della classe. Credo sia stato importante connettersi con persone provenienti da quei paesi in cui, come cooperanti, lavoriamo. Ho inoltre trovato utile studiare casi studio di progetti ICT4D già testati, per vedere da vicino come funzionano. Il mio modulo preferito? Quello sull’agricoltura. Grazie Ong 2.0 per questa incredibile opportunità!

Rao, India

Le cose che mi sono piaciute del corso sono state due: i docenti esperti di ICT4D, che ci hanno fornito una conoscenza appropriata della materia, e la possibilità di imparare virtualmente insieme a persone provenienti da tutto il mondo.

Trasparenza degli aiuti: nasce Open cooperazione

Tracciare l’identikit del settore della cooperazione allo sviluppo in Italia grazie alle informazioni che ong, associazioni, fondazioni e altri enti che operano nel campo degli aiuti vorranno condividere sul web. È questo l’obiettivo di Open Cooperazione, piattaforma online che nasce da un’idea del blog www.info-cooperazione.it, con il supporto di ActionAid Italia.

di Serena Carta

Il nuovo sito web va nella direzione dell’esigenza di una maggiore trasparenza, responsabilità ed efficacia di chi gestisce gli aiuti internazionali. Risultati facili da raggiungere, se solo la condivisione delle informazioni normalmente tenute sotto chiave o scritte in report illeggibili diventasse una prassi ordinaria. “Unlock the power of information” (“Liberiamo il potere dell’informazione!”) è stato l’appello di Jean Label, presidente dell’International Development Research Centre (IDRC) canadese, durante la cerimonia di apertura della III conferenza sugli Open Data che si è tenuta il 28 e 29 maggio a Ottawa, Canada. L’IDRC è solo uno dei tanti enti che crede che l’apertura, insieme alla “liberazione delle informazioni”, sia uno strumento fondamentale per l’inclusione sociale e la giustizia globale.

Come vengono spesi i soldi dei donatori? Da dove provengono? A chi rispondono le ong e come sono organizzate internamente? Come possono garantire efficacia ed efficienza del loro operato? Qual è la loro missione? 

La piattaforma Open Cooperazione svolgerà il ruolo di “vetrina” dell’operato della cooperazione internazionale di matrice italiana. E grazie al contributo di quelle organizzazioni che dichiareranno, con la loro adesione, di abbracciare il concetto di trasparenza, pubblicherà i dati che permetteranno di rispondere a domande cruciali come quelle sopra citate. Non appena il sistema di registrazione sul sito sarà attivato, gli attori degli aiuti allo sviluppo avranno la possibilità di aprire i loro cassetti e condividere online le informazioni che le riguardano, rendendole così pubbliche, accessibili e fruibili.

I dati richiesti sono divisi in cinque categorie: anagrafica, attività, risorse finanziarie, risorse umane, certificazioni. Lo staff di Open cooperazione li aggregherà e visualizzerà, mostrando la mappa dei paesi d’intervento (con numero e lista delle ong presenti in ogni area geografica), gli ambiti d’azione, il dato totale fatturato dal settore (a partire dall’anno 2013), il numero totale delle risorse umane impiegate nel settore (con suddivisione per tipologia contrattuale e sesso), il totale delle risorse finanziarie mobilitate (con suddivisione donatori privati e pubblici), la mappa dei partenariati e del networking, il dato percentuale dei bilanci pubblicati e certificati.

Due piattaforme sugli open data nella cooperazione italiana?

Qualcuno si domanderà qual è la differenza con Open Aid Italia, portale sugli open data nella cooperazione lanciato lo scorso luglio dal Governo italiano (ne avevamo parlato qui). In breve: Open Aid Italia mette a disposizione i dati e le informazioni sulla destinazione e l’impiego delle risorse finanziarie agli aiuti provenienti esclusivamente da istituzioni pubbliche (anche detto Aiuto Pubblico allo Sviluppo). Open cooperazione, invece, oltre a essere un’iniziativa “dal basso”, fornisce un quadro più ampio che comprende i finanziamenti pubblici e privati così come la fotografia della struttura interna delle organizzazioni, ponendosi l’ambizione di disegnare una vera e propria carta di identità del settore e di illustrarne il funzionamento.

A vantaggio di chi?

“L’apertura dei dati e delle informazioni sul proprio lavoro e la propria organizzazione è una responsabilità innanzitutto individuale, un dovere. Ma è anche la diretta conseguenza di un sistema di enti supportati da finanziamenti pubblici o privati, incaricati di lavorare per il bene comune: per chi li riceve, non dovrebbe forse essere normale rendicontare come ha speso questi soldi di fronte a donor e beneficiari?” dice Pelle Aardema, consulente freelance olandese impegnato a supportare le associazioni non profit nell’utilizzo degli open data e nello sviluppo di strategie di collaborazione online nel lavoro di tutti i giorni. Potrete incontrarlo e dialogare direttamente con lui giovedì 4 giugno dalle 18 alle 19:30 in un webinar gratuito dedicato ad approfondire quanto conta la trasparenza nel mondo degli aiuti allo sviluppo (iscrizioni qui).

Intanto, nell’attesa che il sito Open cooperazione sia pronto ad accogliere i vostri contributi, potete manifestare la vostra adesione scrivendo a segreteria@open-cooperazione oppure registrandovi alla newsletter.

WSIS Forum 2015: ICT e sviluppo sostenibile | Come partecipare dall’Italia

Ha aperto le sue porte lunedì 25 maggio a Ginevra il WSIS Forum 2015, l’appuntamento annuale co-organizzato da diverse agenzie delle Nazioni Unite (ITU, UNESCO, UNCTAD e UNDP) dedicato a fare incontrare chi lavora con le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per lo sviluppo (ICT4D). L’edizione 2015, in linea con i nuovi Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) attivi dal prossimo settembre,  si focalizza sul ruolo delle ICT nello sviluppo sostenibile. 106 le sessioni in programma, molte delle quali accessibili anche in remoto e in differita collegandosi a questo link. Per chi è interessato, consigliamo in particolare la cerimonia di apertura di martedì 26 maggio dalle 9 alle 10:30 (UTC + 1) in cui viene trasmesso il video messaggio del Segretario generale dell’ONU Ban-Ki moon. Si può inoltre seguire la diretta tramite la pagina Facebook, l’account Twitter e l’hashtag #WSIS e per finire lo stream di foto su Flickr. Se avete poco tempo, un link da non perdere è quello che riporta la lista dei progetti ritenuti più innovativi a livello mondiale: rimarrete impressionati dalla quantità e originalità di idee implementate ai quattro angoli del pianeta!

Un evento da non perdere: perché?

Ai WSIS Forum è riconosciuto il merito di coordinare le attività di scambio di informazioni, creazione di conoscenza e condivisione di buone pratiche tra gli stakeholder profit e non profit, del settore pubblico e di quello privato, singoli o in gruppo, che usano e promuovono le ICT per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo e che, soprattutto, vogliono farlo insieme. L’agenda delle sessioni è frutto di una consultazione pubblica avviata nel 2014 (l’Open consultation process), che rende così il programma condiviso tra tutti i partecipanti. Ai tavoli di discussione e sugli spalti si alternano ministeri e aziende, ong e organizzazioni della società civile, agenzie dell’Onu e università, blogger, attivisti e politici. Ci sono tutti (ma proprio tutti).

Dal 2009 i WSIS Forum sono l’occasione per fare il punto sui principi e le linee d’azione stabilite durante il processo bi-fase rappresentato dal World Summit on the Information Society (WSIS), avviato nel 2003 a Ginevra e nel 2005 a Tunisi con l’obiettivo di stabilire a livello internazionale un’agenda allo sviluppo relativa alla cosiddetta “società dell’informazione”.

photo credits: WSIS Forum 2015 Day 1, Flickr album

Vi presentiamo i futuri ICT4D champion

di Serena Carta

Successful oversight of ICT4D projects requires ‘ICT4D champions’ who possess a combination of technical competencies (e.g. information systems skills) and contextual competencies (e.g. development skills). Such a combination is, as yet, rarely found. This has resulted in a high project failure rate, and a recognition of training need.

ICTs for Development MSc, The University of Manchester

24 persone, 12 uomini e 12 donne, 16 paesi (dall’Italia all’Australia, passando dall’Africa dell’Est, dell’Ovest e arrivando fino in Bolivia), 4 continenti. La metà di loro ha tra i 24 e i 29 anni. Lavorano principalmente nel mondo del non profit e della cooperazione internazionale, nei settori dell’educazione e delle nuove tecnologie. Sono i partecipanti al corso sulle ICT per lo sviluppo che ha inizio quest’oggi, giovedì 19 febbraio.

L’adrenalina è alta, le aspettative anche; da un paio di settimane la community creata su Google Plus per permettere di conoscersi e scambiarsi idee e opinioni è in fermento. Patricia partecipa dal Malawi, dove vive e lavora nell’ufficio comunicazione dell’UbuntuNet Alliance, associazione regionale legata a NRENs, il network nazionale degli enti che nel continente africano si occupano di ricerca ed educazione. UbuntuNet promuove l’accessibilità alla banda larga, a internet e alle ICT tra le comunità di ricercatori ed educatori. “Spero di imparare nuovi modi di usare le ICT nelle attività di ricerca – scrive nel post di presentazione – e di poter condividere quanto appreso con la mia comunità. L’internazionalità del gruppo dei partecipanti offre la grande opportunità di fare rete e di scambiarsi conoscenze: non vedo l’ora di iniziare e di dare il mio contributo!”.

Patricia è una delle 15 persone che hanno ottenuto la borsa di studio a copertura totale del percorso formativo, selezionate tra le quasi 300 candidature arrivate da tutto il mondo. I profili sono stati scelti sulla base della motivazione, il coinvolgimento e le esperienze nel settore delle ICT per lo sviluppo. È il caso, ad esempio, di Amos, ghanese. Lui lavora a Farmerline, impresa i-tech che sviluppa ICT per connettere piccoli proprietari terrieri al mercato, facilitare il commercio dei prodotti e migliorare la recezione delle informazioni utili a svolgere il lavoro agricolo. Agneska invece è polacca e da una decina d’anni è impegnata nella protezione dell’infanzia su internet; mentre Jean Paul, burundese,  è co-fondatore del Burundi Youth Training Centre a Bujumbura, un telecentro dove si organizzano corsi di informatica rivolti ai giovani.

Presto nel nostro sito troverete le storie di tutti e 24 i partecipanti al corso e i loro contatti social, che speriamo facilitino la creazione di sinergie e di collaborazioni.

L’obiettivo del corso, d’altra parte, corrisponde alla visione che sta alla base della sua creazione: inquadrare il tema delle nuove tecnologie per la comunicazione e l’informazione da un punto di vista teorico e pratico, facendo emergere la interdisciplinarità del settore e costruire ponti tra chi si occupa di scienze sociali e di scienze informatiche, al Nord come al Sud, cosicché le ICT – al di là dei facili slogan – possano avere un impatto concreto, popolare, etico e sostenibile.

Haiti: telecentri nei campi degli sfollati

Ospite di Cisv a Torino, il giornalista Gotson Pierre, nominato “eroe dell’informazione” da Reporters sans frontières, racconta la comunicazione sociale ad Haiti e il ruolo delle ICT nella ricostruzione post-terremoto. La redazione di Ong 2.0 lo ha incontrato.

di Serena Carta e Francesca Consogno

“Siamo giornalisti professionisti interessati alle questioni sociali”. Così Gotson Pierre descrive il suo gruppo di lavoro, composto da 12 giornalisti e svariati collaboratori con cui dal 2001 gestisce AlterPresse, un’agenzia online che diffonde informazioni sul terzo settore haitiano, dando la parola alle organizzazioni della società civile. E racconta: “Facciamo informazione con e per quei cittadini attivi nelle battaglie per i diritti umani e la giustizia sociale, diffondiamo il loro punto di vista e li rendiamo protagonisti dell’attualità che troppo spesso i media tradizionali dedicano solo agli esponenti politici e i personaggi più in voga nella scena pubblica”.

Gotson Pierre alle Officine Corsare, Torino insieme a Marco Bello e Alessandro Demarchi di Cisv

Gotson Pierre alle Officine Corsare, Torino insieme a Marco Bello e Alessandro Demarchi di Cisv

AlterPresse è una delle unità che compongono Groupe Médialternatif, la società di comunicazione sociale che fa da cappello a tutta una serie di servizi informativi e comunicativi che Gotson Pierre e i suoi colleghi mettono a disposizione delle associazioni del non profit haitiano. Si tratta perlopiù di servizi audiovisivi che le organizzazioni commissionano al gruppo, per documentare e raccontare attraverso immagini e suoni i problemi e le questioni che coinvolgono la società haitiana.

Le notizie, i reportage e i documentari realizzati vengono ripresi da tv, radio e giornali, ma circolano soprattutto sul web. Il sito di AlterPresse conta oltre 20.000 articoli, la pagina Facebook quasi 60.000 fan. “Anche ad Haiti internet ha facilitato la comunicazione e l’interazione tra le persone” spiega Gotson Pierre, che sottolinea come siano soprattutto gli haitiani che risiedono all’estero (quasi 2 milioni, mentre sono 10 milioni gli abitanti dell’isola caraibica) ad essere diventati più partecipi della vita all’interno del paese grazie al web.

Ed è stato proprio il suo impegno nel rendere accessibile l’informazione nel post-sisma attraverso internet, a convincere Reporters sans frontières a riconoscere in Gotson Pierre “una fonte di ispirazione per chiunque lotti per la libertà di stampa”. All’indomani del terremoto del 2010, il il giornalista ha lanciato per le strade della capitale il “telecentro mobile”, una struttura itinerante dotata di computer connessi a internet che giorno dopo giorno ha fatto il giro dei campi degli sfollati (1 milione e 500 mila in totale, dicono le stime). Il telecentro era stato fondato nel 2003 nella sede di Groupe Médialternatif con l’obiettivo di educare all’uso appropriato delle ICT; quando i locali sono stati distrutti dal terremoto, Gotson Pierre ha pensato che “se le persone non potevano più recarsi al telecentro, sarebbe stato il telecentro ad andare da loro”.

Seguendo un fitto calendario di appuntamenti, fino allo scorso anno il telecentro mobile ha fatto il giro dei quartieri di Port-au-Prince per offrire non solo porte di accesso al web ma anche, e soprattutto, un luogo di ritrovo che si è prestato all’organizzazione di svariate attività, come i corsi di alfabetizzazione informatica o gli incontri tematici promossi dalle associazioni.

Oggi i telecentri, non più mobili, sono radicati in tre luoghi strategici della capitale e della sua banlieue: una biblioteca, un centro comunitario e un centro culturale in un campo di ex sfollati trasformato in quartiere. L’obiettivo continua ad essere lo stesso: creare accesso alla conoscenza e allo scambio.

Photo credits: @Unesco

Do you speak tech?

di Serena Carta – dalla rubrica ICT4dev

Un’indagine rivolta a tutte le ong italiane per sapere se e come utilizzano le tecnologie della comunicazione e dell’informazione (ICT) nei loro progetti di sviluppo al Sud.

Radio, telefoni cellulari, computer, sistemi di geolocalizzazione: quando, dove e come li hai adottati e in quale settore degli aiuti? Rispondendo al questionario (e dandoti disponibile, se vuoi, a un’intervista successiva di approfondimento), riceverai l’e-book sulle tecnologie per lo sviluppo e il cambiamento sociale che Ong 2.0 pubblicherà nel corso del 2015. La tua esperienza sarà inoltre citata tra i casi studio ed entrerà a far parte della mappa delle buone pratiche tecnologiche della cooperazione internazionale made in Italy.

Clicca sull’immagine per compilare il questionario!

Questionario ICT4D

Scadenza: 31 gennaio 2015

Info: serena@ong2zero.org

#connectBurundi: come costruire una mappa partecipativa online

Da che mondo è mondo, le mappe aiutano a orientare. Il centre Seruka di Bujumbura in Burundi ha scelto di lanciarsi nel crowdmapping, chiedendo la collaborazione dei cittadini per pianificare nuove strategie d’azione per la presa in carico e la prevenzione delle VBG (violenze basate sul genere). Come sta procedendo il design della mappatura?

di Serena Carta da Bujumbura

Dopo un primo incontro introduttivo con le responsabili di Seruka per chiarire le caratteristiche e i possibili impieghi dello strumento della mappatura partecipativa online, un gruppo di lavoro del centro – una decina di persone tra infermieri, psicologici, medici, comunicatori e formatori – si è riunito per discutere cosa inserire nella mappa e quale utilizzo farne.

Il risultato del brainstorming è questo:

mappa-burundi

 

Perché abbiamo bisogno della mappa?

Lo staff di Seruka ha cercato innanzitutto di individuarne obiettivo e finalità. In termini generali, il crowdmapping è una metodologia che permette di raccogliere informazioni da persone sparse sul territorio che vengono poi visualizzate su una mappa online, in modo da avere in una sola occhiata la panoramica di un dato fenomeno. I dati ottenuti possono essere usati per diversi scopi, tra cui: fare attività di reporting e di advocacy (Harassmap, Egitto), pianificare strategie di intervento (Crowdmapping Mirafiori Sud, Italia), rispondere a un’emergenza (Healthmap Ebola), mobilitare i cittadini e rafforzare la comunità (Community Safety Network, Georgia). Seruka ha deciso di concentrarsi sulla pianificazione di attività future. Lo scopo della mappatura sarà quindi quello di creare un nuovo canale di comunicazione che, attraverso l’invio di sms, faciliterà la connessione con il centro e permeterrà di intercettare informazioni fondamentali per sapere come, dove e verso chi orientare i nuovi servizi. Ad oggi chi è interessato a contattare Seruka si reca fisicamente al centro oppure chiama il numero verde: la speranza dello staff è quella di incentivare e facilitare l’interazione e l’avvicinamento di nuovi utenti o stakeholder.

Quali dati raccogliere?

Denunce di episodi di VBG, di casi rimasti impuniti (la maggior parte delle vittime non denuncia l’aggressore per paura di ritorsioni), di molestie in luogo pubblico (scuole e ospedali in particolare), di prostituzione (fenomeno che negli ultimi tempi, con l’emigrazione dalle campagne alle città, sta aumentando).

Ma anche richieste di informazioni (tanti sono i curiosi, i potenziali volontari, gli studenti che scrivono tesi di laurea sul tema, i giovani che si rivolgono al centro per informarsi sull’educazione sessuale). Attenzione particolare vorrebbe essere data all’opportunità di esprimersi sulla qualità del servizio ricevuto, mandando un feedback.

Target: chi coinvolgere?

Dalle vittime ai testimoni (la comunità, il vicino di casa, un membro della famiglia). Il servizio sarà esteso a tutto il territorio nazionale, ma Seruka organizzerà sensibilizzazioni nelle tre province in cui è maggiormente attivo (Bujumbura Mairie, Cibitoke e Muramvya).

Quale tecnologia?

– Telefono cellulare di prima e seconda generazione per l’invio di sms o messaggi vocali
– Smartphone per usufruire del servizio tramite internet
– Software per la gestione dei messaggi (Frontline SMS)
– Software per la visualizzazione su una mappa online delle informazioni (Ushahidi-Crowdmap)
– Modem USB
– Connessione a internet

Sfide

1. Questione della privacy e della messa in rete di info sensibili che potrebbero essere usate contro le vittime.
2. Quanta gente risponderà? Finché non si comincia resta un’incognita, considerando la bassa digitalizzazione del Burundi (i dati della Banca Mondiale ci dicono che l’1,3% dei burundesi usa internet e il 25% ha un abbonamento a un telefono cellulare). Esperienze passate dimostrano che si deve investire molto sulla sensibilizzazione e sulle cosiddette e-capability, per far conoscere lo strumento e l’opportunità del far sentire la propria voce.
3. Quale risposta verrà data da parte di Seruka alla condivisione delle informazioni? Sul lungo periodo, il progetto sarà sostenibile?

 


Consulenza realizzata nell’ambito del “Projet pilote de décentralisation des services de prise en charge des violences sexuelles dans 3 provinces du Burundi” (ref. BU _ UE /2014/ CNP/07) avviato dall’ong CCM – Comitato Collaborazione Medica grazie al sostegno dell’Unione Europea.