Language Aid: la piattaforma torinese di supporto linguistico per i migranti

Language Aid è un progetto ambizioso e innovativo che mette in comunicazione organizzazioni di vario tipo che lavorano con i migranti con mediatori linguistici e traduttori. Questo servizio di traduzione si basa sui principi di gratuità e universalità ed è nato da un’idea di Algoritmo Associates, s.r.l. torinese. Abbiamo chiesto a Guido Mandarino, CEO dell’impresa e ideatore del progetto, di raccontarci di più a proposito degli obiettivi e delle funzionalità della piattaforma. 

Anna Filippucci

Uno dei problemi più importanti sperimentato dalle Ong o dalle associazioni che si occupano di integrazione di migranti o rifugiati è quello linguistico. Ciò è particolarmente evidente quando occorre compilare documenti ufficiali, o intraprendere procedure burocratiche complesse e iter propriamente italiani. La situazione si fa poi ancora più complessa quando gli stranieri arrivati in territorio italiano non sono alfabetizzati – e quindi non sanno nè leggere nè scrivere – in nessuna lingua. In tutti questi casi, l’intervento di un consulente esterno, un mediatore, è necessario. Tuttavia, non sempre il servizio di traduzione e mediazione è così immediatamente disponibile.

Ma le cose stanno cambiando, e ancora una volta la risposta sta in una tecnologia innovativa pensata per aiutare il settore sociale. Si chiama Language Aid, ed è una piattaforma fruibile via smartphone e computer, realizzata per fornire un supporto veloce e accessibile a tutte le organizzazioni che necessitino una traduzione più o meno urgentemente. Il servizio è disponibile in 30 lingue diverse, che vanno dal Pashtun, l’Urdu, il Farsi, fino all’inglese e le altre lingue veicolari. 

Homepage

L’idea della piattaforma prende forma nella mente di alcuni tecnici informatici, specializzati in traduzioni tecniche principalmente per conto di aziende o privati, riuniti in una s.r.l con sede a Torino e chiamata Algoritmo Associates. Quest’ultima si è fatta promotrice del progetto della piattaforma, realizzata con il supporto di informatici e programmatori. I due principi di funzionamento di Language Aid sono la gratuità e l’universalità. Qualsiasi organizzazione può accreditarsi e richiedere una traduzione urgente e gratuita ai mediatori e traduttori, a loro volta inseriti nella piattaforma. 

L’immagine di copertina della piattaforma è un ponte, non a caso. Language Aid vuole infatti essere l’anello di congiunzione tra i mediatori linguistici e le organizzazioni che necessitano il loro servizio. “Essendo lo status lavorativo del mediatore molto precario e poco chiaro, la piattaforma costituisce una modalità accessibile di inserimento nel mercato del lavoro. Quando non si tratta di traduzioni urgenti per situazioni emergenziali, ma di consulenze più approfondite e specifiche, come per esempio la traduzione di intere cartelle mediche, o di documenti giuridici processuali, che richiedono la conoscenza di un lessico molto tecnico, si può instaurare – tra mediatore e organizzazione richiedente – un vero e proprio rapporto professionale”, spiega Guido Mandarino, CEO di A.A. In questi casi, Language Aid è lo strumento che permette a domanda e offerta di incontrarsi, ma sulla piattaforma non avviene poi nessuna transazione economica. 

Sezione del sito dedicata ai traduttori/mediatori.

I mediatori sono “reclutati” direttamente presso enti di formazione dei mediatori interculturali, oppure associazioni di migranti presenti sul territorio nazionale, grazie alla rete delle comunità dei migranti (sul torinese, le due più grandi sono la comunità somala e quella pakistana), nelle Case di quartiere e nei centri interculturali. “Quando si potrà di nuovo, ci piacerebbe anche andare a fare volantinaggio in Barriera di Milano e Aurora a Torino”, mi dice speranzoso Guido. 

Per quanto riguarda la ricerca delle organizzazioni che possano aver bisogno del servizio, Algoritmo Associates si è mossa in due direzioni: una prima, più orizzontale, consiste nell’individuazione, sul territorio locale, di realtà possibilmente interessate: dalla Città Metropolitana di Torino, alle ASL, le diverse istituzioni del Comune, il mondo variegato della Chiesa Cattolica e protestante, i sindacati, le cooperative sociali, la prefettura, il Banco Alimentare, al Sermig. A oggi sono già ben 300 i terminali individuati nell’Area torinese. Questa operazione di ricerca, preliminare alla messa online della piattaforma, ha permesso di fare uno screening delle esigenze dei diversi enti e organizzare il servizio di conseguenza. Quando un’organizzazione si interessa alle traduzioni di Language Aid può infatti selezionare tra diversi ambiti e tipologie di documenti. La seconda direzione, definita da Guido più “verticale” consiste nel prendere contatto direttamente con associazioni e sindacati di braccianti, oppure organizzazioni di supporto medico, su tutto il territorio italiano, così da richiedere direttamente a loro quale tipo di servizio abbiano bisogno e organizzare una prestazione immediata

Sezione del sito dedicata alle organizzazioni.

Le funzionalità oggi disponibili sulla piattaforma sono: 

  • traduzione da testo a testo
  • traduzione da audio a testo e viceversa
  • traduzione audio-audio. Quest’ultima, per lo stato attuale della tecnologia è la più complessa, poiché l’Intelligenza Artificiale non è ancora perfettamente in grado di operare il cosiddetto “Natural Language Processing” e quindi rilevare chiaramente tutte le parole.

Le ultime due funzionalità si potrebbero rivelare molto utili anche se applicate a progetti di cooperazione internazionale. “Ci stiamo muovendo in questo senso, per supportare le Ong e associazioni che operano direttamente nei paesi del Sud del mondo. In questi casi si somma anche una problematica tecnica, dovuta all’assenza di tecnologie avanzate nei paesi in cui si fa cooperazione, oppure alla mancanza di un’alimentazione elettrica continua. Una soluzione che stiamo sperimentando è quella di combinare tecnologie più obsolete, con altre di ultima generazione, per fornire un servizio ad hoc ai progetti di cooperazione e adattare la piattaforma a esigenze specifiche”.

Insomma, il progetto è in continua evoluzione. Guido parla anche di un tentativo futuro di creare un servizio “di mediazione culturale on demand uno a uno”, che consista nel mettere in contatto diretto (tramite telefono) persone con urgenza di traduzione e mediatori. L’obiettivo è comunque sempre quello di permettere a coloro che arrivano sul territorio italiano di superare per lo meno l’ostacolo linguistico, così da poter avere un’esperienza di integrazione il più possibile facilitata. “Io la vedo come una parziale compensazione del danno subito, anche a causa nostra”, afferma Guido, che in questo progetto crede moltissimo.

La Community di Ong 2.0 è straordinaria!

Qualche settimana fa abbiamo lanciato un sondaggio online alla nostra community. 

Dopo questo anno così particolare volevamo capire come proseguire il lavoro insieme nel 2021, quali i temi prioritari per voi dopo i grandi cambiamenti degli ultimi mesi, quale la modalità migliore per ritrovarsi visto che tutti ormai sono costretti a vivere online dal mattino alla sera e molti non ne possono più di stare davanti a un computer….

Avete risposto in tantissimi alla nostra chiamata, e questo ci dà una grande carica per il nuovo anno! La vostra opinione per noi è importante e necessaria per dare un senso e proseguire al meglio il nostro lavoro. 

Ma veniamo al dunque! 

Ecco una sintesi delle vostre scelte e dei molti suggerimenti che ci avete inviato:

I TEMI

Innanzitutto i temi. I tre temi vincitori (usciti aggregando i risultati del sondaggio Google e quello Facebook sul gruppo Cooperanti si diventa!) sono stati:

  1. Come cambia la cooperazione internazionale con la pandemia di Covid? Come si sono trasformati, adattandosi, i progetti di cooperazione?
  2. Esiste davvero il volontariato digitale? Come funziona? Quali sono le nuove skills richieste nel mondo del volontariato (internazionale e non) in seguito al balzo tecnologico dovuto alla pandemia?
  3. Il lavoro sociale a distanza richiede un cambiamento tecnologico ma anche mentale. Come rendere lo smart working veramente “smart”? 

 

Oltre ai temi proposti da noi, ne avete lanciati degli altri, molto interessanti:

  • Monitoraggio e valutazione progetti da remoto: quali strumenti? Quali soluzioni innovative offerte dal web?
  • Come affrontare il digital divide e il tema dell’alfabetizzazione digitale all’interno della società? L’accesso a internet e alle ICT è un diritto umano?
  • “Emergenza climatica ed adattamento”. Come inquadrare i cambiamenti sociali conseguenti che verranno e quali strategie adottare per adattarsi al cambiamento. 
  • L’educazione alla cittadinanza globale ai tempi del Covid, come ripensarla?
  • Una sessione formativa sui principali strumenti digitali a disposizione per fare incontri, formazioni a distanza ecc. ecc.

LE MODALITA’ DI LAVORO

In base alle vostre indicazioni la modalità preferita per ritrovarsi e lavorare insieme rimane il webinar , seguita poi dai “weblab”, ovvero laboratori in piccoli gruppi volti all’approfondimento di strumenti specifici. Inoltre, si è fatta strada una proposta di format misto, ovvero webinar  alternato con lavori in piccoli gruppi e “temperature checks”, intesi come sondaggi volti ad avviare discussioni tematiche. 

La stragrande maggioranza delle persone che hanno partecipato, ha dichiarato di preferire l’orario pre-serale per lo svolgimento degli incontri. In seconda posizione a pari merito la mattinata, oppure il dopo cena. 

 

I CONSIGLI

Infine tanti di voi ci hanno fatto proposte, dato consigli su modalità, temi e strumenti!

Ultimo, ma non ultimo, abbiamo ricevuto proposte di collaborazione e contatti di persone interessate a lavorare con noi. 

LA PROPOSTA DELL’ULTIMO MINUTO

Infine, a grande richiesta dell’ultimissimo minuto, in seguito ad un dibattito animato sorto sul gruppo Cooperanti si diventa! si è imposto un ulteriore tema, a noi molto caro (in quanto oggetto del nostro percorso di alta formazione “Lavorare nella cooperazione internazionale”), ovvero l’importanza del risk management nella progettazione di interventi in paesi del Sud del mondo e, più in generale, la professionalità e competenza di coloro che lavorano nel settore della cooperazione in Italia. 

 

GRAZIE

Grazie davvero a tutti per la partecipazione. Vi siete dimostrati una community straordinaria, fatta di persone ricche di idee e di voglia di fare. Con il vostro contributo ogni giorno possiamo ideare e realizzare nuovi progetti. 

Stay tuned per gli aggiornamenti, siamo già al lavoro per organizzare i webinar per voi 😉 

O-Zone team: una soluzione innovativa per combattere l’inquinamento atmosferico

Lo scorso inverno siamo diventati supporter di un gruppo di brillanti studenti di ingegneria dell’Università di Padova che stavano lavorando alla prototipazione di una soluzione innovativa per misurare la quantità di inquinanti nell’atmosfera terrestre.
Ora il loro prototipo,  O-Zone, è pronto per il lancio! Ecco le ragioni, i contenuti – e i successi –  del loro progetto.

Per saperne di più, abbiamo intervistato il Team leader e co-founder di O-Zone, Federico Toson, ora studente di laurea magistrale in Ingegneria Aerospaziale.

In soldoni (per chi non è esperto di ingegneria aerospaziale) in cosa consiste il vostro progetto?

Il nostro progetto è un modo per intervenire concretamente nella lotta contro l’inquinamento. Prima di cercare soluzioni, abbiamo ritenuto importante approfondire le nostre conoscenze rispetto al fenomeno dell’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze (sebbene molte di queste siano puntualmente sotto i nostri occhi, e quindi facili da osservare).
In seguito, ci siamo messi all’opera per la costruzione di un dispositivo di campionamento che potesse darci informazioni qualitative e quantitative rispetto agli inquinanti dispersi nell’atmosfera. L’idea è chiaramente quella di rendere il nostro device compatto ed economico in modo che possa essere versatile e impiegabile da chiunque in qualunque situazione.
Avremmo anche dovuto condurre un esperimento per verificare il funzionamento del prototipo volando a bordo di un pallone stratosferico, ma a causa della situazione di emergenza sanitaria la missione è stata rimandata.

Il prototipo.

 

Raccontateci brevemente la vostra storia: chi siete, da dove siete partiti e quali sono stati i passi che vi hanno portato a completare il prototipo oggi.

O-ZONE team è nato a febbraio 2019 durante il corso di chimica per l’ingegneria aerospaziale tenuto dalla Professoressa Roberta Bertani. Un corso, presso l’Università degli Studi di Padova, che ci ha permesso di dare un primo sguardo ai problemi correlati all’inquinamento atmosferico.
Da qui abbiamo deciso che era anche nostra responsabilità trovare una soluzione a un problema così attuale; così io (Federico), Luca, Giovambattista e Dumitrita ci siamo impegnati nello studio degli inquinanti, primi tra questi i CFC (CloroFluoroCarburi) i quali causano il depauperamento dello strato di Ozono (anche da qui il nome del team).
Abbiamo iniziato a pensare a un prototipo vero e proprio e dal punto di vista costruttivo abbiamo trovato sostegno nel DII (Dipartimento di Ingegneria Industriale) specialmente nella figura del Prof. Alessandro Francesconi.
Quest’ultimo ci ha anche consigliato di partecipare alla competizione BEXUS di SNSA, DLR e ESA (le più importanti agenzie spaziali europee) grazie alla quale avremmo potuto far parte di una e vera e propria missione spaziale che si sarebbe conclusa con il nostro esperimento a bordo di un pallone stratosferico che arriva a ben 30.000 metri di altezza!
Ricevuta anche l’approvazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ci siamo ritrovati catapultati in un’avventura straordinaria, così, tra revisioni e viaggi, il team è cresciuto, reclutando esperti in ingegneria meccanica, elettronica, in informatica e anche nel settore della comunicazione. A distanza di un anno dalla nostra presentazione a ESA siamo riusciti a costruire il dispositivo pronto per essere lanciato.
Purtroppo, causa coronavirus, il prototipo dovrà aspettare ancora un anno per poter volare; noi siamo comunque soddisfatti e fieri di aver fatto qualcosa di importante e sicuramente ancora più soddisfatti per averlo fatto in un momento storico così difficile.

Qual è l’obiettivo del vostro lavoro e cosa vi ha spinto all’inizio a lanciarvi in questa avventura?

L’obiettivo è, ed è sempre stato, cercare di dare il nostro contributo scientifico per una migliore conoscenza degli inquinanti atmosferici. Speriamo di poter vedere il nostro dispositivo impiegato da aziende, comuni e regioni nel monitoraggio delle emissioni, ma anche in casi di calamità naturale come l’eruzione di un vulcano, un incendio o uno sversamento accidentale di sostanze chimiche nell’aria.
La legislazione attuale non è così accurata in materia di emissioni e noi vorremmo, anche grazie alle nostre analisi, modificare la normativa per favorire una condotta più coscienziosa e responsabile da parte di alcune aziende poco lungimiranti.
Inoltre, il nostro esperimento potrebbe essere utilizzato per il monitoraggio delle coltivazioni, altro importantissimo settore intaccato dall’inquinamento e che ci tocca in maniera più che diretta.

In che modo questa tecnologia che avete sviluppato potrà avere un impatto sociale positivo? 

Come detto prima, vogliamo che il nostro campionatore sia accessibile a tutti ma soprattutto versatile. Vorremmo dare la possibilità a qualunque ente di mostrarsi responsabile mediante un monitoraggio puntuale, per una buona prevenzione e, in alcuni casi, un intervento. Questo per lasciare un pianeta migliore a noi e ai nostri figli.

Da studenti in ingegneria a imprenditori: non dev’essere stato facile il passaggio. In che modo il nostro corso dedicato al Fundraising a cui avete partecipato, è stato utile per il vostro progetto?

Attraverso il progetto, il nostro team, come avviene anche per la gran parte dei team universitari, si è avvicinato per la prima volta a realtà di natura aziendale, ma anche a situazioni di responsabilità. Spesso non ci vengono forniti approfondimenti pratici e quindi approfittiamo dei progetti studenteschi per applicare alcune delle cose studiate. Restano inoltre da sviluppare le cosiddette “soft-skills”, abilità che non nascono leggendo e, a volte, nemmeno lavorando.
Abbiamo quindi avuto la possibilità di partecipare al corso di Fundraising di Ong 2.0, possibilità sicuramente arricchente dal punto di vista didattico, ma, forse più importante, da quello pratico. Il corso ci ha dato contezza della realtà delle cose, ma anche fornito una solida base sulla quale costruire le nostre soft-skills e affacciarci sul mondo del lavoro. In particolare ha aiutato il team a meglio comprendere quali sono i punti di forza e di seguito le strategie mediante le quali riuscire a raccogliere i fondi necessari per lo sviluppo del prototipo.

Nella foto: Federico Toson, Luca Vitali, Dumitrita Sandu, Mauro Pulice, Simone Sandon, Luigi Antoniazzi, David Magnani, Carlotta Segna, Federico Palisca, Andrea Conte, Gasperino Kamsi, Antonino Pitarresi, Giovanni Righi, Stefano Lopresti, Daniele Panariti

Perchè l’Intelligenza Artificiale è (in)consapevolmente sessista

Di Silvia Pochettino

Si è già molto parlato di quanto gli algoritmi possano essere razzisti e sessisti. Purtroppo la storia recente è costellata di casi accertati in questo senso: sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per la selezione del personale che privilegiano gli uomini rispetto alle donne a parità di esperienza e preparazione (vedi il caso di Amazon, che ha poi bloccato il sistema in seguito alle denunce emerse, oppure quello di PureGym ), algoritmi alla base dell’assegnazione del credito bancario che concedono al marito crediti 20 volte superiori a quello della moglie pur in presenza di dichiarazione dei redditi congiunta (il rinomato caso dell’apple card di Goldman Sachs)  e così via. 

La domanda di fondo resta: perché questo accade? Perché delle macchine che dovrebbero essere scevre da emozioni e pregiudizi riproducono – e talvolta amplificano – i meccanismi irrazionali degli esseri umani?

La risposta è, almeno in prima battuta, piuttosto semplice: perché gli algoritmi di intelligenza artificiale si nutrono delle grandi quantità di dati che i programmatori danno loro in pasto. Il vero problema, molto più complesso, è la qualità dei dati, che spesso sono parziali e contengono in essi stessi gli stereotipi che la macchina assume, accredita e amplifica dietro la maschera dell’oggettività.

Nell’Intelligenza Artificiale le tecniche attualmente più in voga utilizzano algoritmi che imparano autonomamente a svolgere un compito a partire, appunto, da enormi moli di dati, senza che nessun umano debba scrivere in maniera esplicita le istruzioni che il programma deve svolgere. In altre parole l’IA “imita” il modo di imparare di noi esseri umani: siamo in grado di riconoscere un oggetto o il viso di un amico in una foto perché lo abbiamo visto talmente tante volte che abbiamo imparato a distinguerlo.

Questo tipo di apprendimento “per esempi” è molto efficace, ma ha una controindicazione: se interrogati, non sappiamo spiegare quali siano le caratteristiche di un oggetto o di un viso che ci hanno guidato nel riconoscimento; allo stesso modo, le Intelligenze Artificiali spesso non sono in grado di giustificare le loro decisioni o azioni. 

Proprio come gli umani gli algoritmi di IA apprendono da decisioni precedenti (dati storici) e sulla base di questi elaborano dei modelli.  I modelli vengono poi applicati ai nuovi dati per fare previsioni e prendere decisioni.

Ecco dunque che è assolutamente fondamentale capire quali sono i dati storici (gli “esempi”)  che vengono utilizzati per “nutrire” gli algoritmi, perché in base a questi l’IA perpetuerà modelli predittivi e prenderà decisioni.

Come ben illustrato dalla ricercatrice Caroline Criado Perez nel suo libro “Invisibili” esiste a tutt’oggi un grave vuoto di dati di genere, ovvero la maggior parte degli studi storici, sociologici e persino medici si basa sull’assunto del “maschile-ove-non-altrimenti-indicato”.

Esempi? Partiamo dal campo medico: da un’analisi condotta nel 2008 su una serie di libri di testo consigliati dalle «piú prestigiose università europee, statunitensi e canadesi» ( Medical Textbooks Use White, Heterosexual Men as a «Universal Model», in «ScienceDaily», 17 ottobre 2008)   risultava che, su un totale di 16 329 illustrazioni, le «parti del corpo neutre» raffigurate con immagini maschili erano tre volte piú numerose delle raffigurazioni femminili. Un’analisi di Curr-MIT , mostra invece come nel database di documentazione e gestione dei programmi universitari, è risultato che soltanto nove delle novantacinque facoltà di Medicina che immettevano dati nel sistema avevano un corso dedicato alla salute femminile. Nel 2016 uno studio sulla presenza femminile nelle ricerche statunitensi sull’Hiv ( A Systematic Review of the Inclusion (or Exclusion) of Women in Hiv Research: From Clinical Studies of Antiretrovirals and Vaccines to Cure Strategies)  ha reso noto che le donne rappresentavano solo il 19,2 per cento dei soggetti partecipanti alle sperimentazioni dei farmaci antiretrovirali; mentre negli studi sui vaccini la presenza femminile sale debolmente al 38,1.

Le prime schermate di Google se si digita “Anatomia umana”

 

Nel libro di Criado Perez molti altri dati sono poi riportati riguardo i test farmacologici e le sperimentazioni terapeutiche. In tutti gli studi il corpo di riferimento “ove-non-altrimenti-indicato” è quello maschile.

Ma gli esempi si sprecano anche in campo sociale e di comunicazione. Da uno studio internazionale condotto nel 2007 su 25 439 personaggi televisivi per l’infanzia è risultato che solo il 13% dei soggetti non umani era femmina. 

Il Global Media Monitoring Project che valuta ogni cinque anni l’immagine delle donne nei mezzi d’informazione di tutto il mondo, nel rapporto pubblicato nel 2015, rileva che le donne rappresentano solo il 24% delle persone presenti nelle notizie di stampa, radio e tv.

Per non parlare dei libri scolastici che riportano le gesta di condottieri, politici e scienziati nella quasi totalità uomini, senza però analizzare a fondo le ragioni culturali e sociali per cui le gesta femminili sono così marginali nella cronaca dei secoli scorsi. Così nell’immaginario collettivo delle generazioni che crescono, gli scienziati sono uomini, così come la maggior parte di tutti i ruoli di responsabilità e potere.

Gli algoritmi imparano. E riproducono. 

Volendo fare un piccolo giochino, basta usare Google traduttore (uno dei sistemi di intelligenza artificiale più diffuso oggi) e tradurre da una lingua neutra come l’ungherese la frase “ő orvos ő ápoló” (che letteralmente significa medico e infermiere con articolo neutro), Google vi tradurrà “Il suo medico e la sua infermiera”.

Non stupisce allora di incontrare sessismo nelle selezioni del personale realizzate con algoritmi di intelligenza artificiale. A volte anche nei casi più sottili, laddove si fa bene attenzione a non prendere in esame il sesso del candidato. Le disparità si nascondono più in profondità.

In un articolo per il «Guardian» l’analista informatica Cathy O’Neil, autrice del saggio Armi di distruzione matematica, spiega come la piattaforma online di selezione del personale Gild (ora acquisita dalla società di servizi finanziari Citadel) consenta ai datori di lavoro di andare molto al di là del semplice curriculum vitae, passando al setaccio anche i dati estratti dai social network e da tutte le tracce lasciate online. Queste informazioni, nel caso della selezione del personale informatico, vengono utilizzate per valutare il livello di integrazione di ogni programmatore in seno alla comunità digitale. Per esempio si può misurare quanto tempo viene dedicato alla condivisione e all’elaborazione di codici sulle piattaforme di sviluppo come GitHub o Stack Overflow. Oppure, per esempio, frequentare un certo sito di manga giapponesi costituisce in base ai modelli elaborati da Gild un «forte indizio di buone capacità di codifica» di conseguenza i programmatori che visitano quel sito ottengono punteggi piú favorevoli. Tutto ciò sembrerebbe credibile se non fosse che, come sottolinea O’Neil, le donne a livello mondiale si accollano ancora il 75% del lavoro non retribuito, gli americani uomini riescono a ritagliarsi ogni giorno un’ora di riposo in piú rispetto alle donne, e in Gran Bretagna l’ufficio statistico nazionale ha accertato che la popolazione maschile può contare su cinque ore settimanali di tempo libero in piú. (In Italia il 61% del lavoro femminile è lavoro non retribuito, mentre la quota maschile si ferma al 23%). Ecco allora che le donne potrebbero per esempio non avere il tempo per chiacchierare di manga online.

È fuor di dubbio che Gild non intendesse discriminare le donne. Voleva anzi fare esattamente l’opposto: azzerare il pregiudizio umano. Ma se non si è consapevoli di come quel pregiudizio opera in concreto non si fa altro che perpetuare in modo cieco le antiche discriminazioni. Non tenendo conto di come le vite degli uomini sono diverse dalle vite delle donne, sia online che offline, i programmatori di Gild hanno inconsapevolmente creato un algoritmo con un pregiudizio implicito.

C’è ancora un fatto molto importante. E inquietante.

La maggior parte degli algoritmi di IA è segreto e protetto in quanto programma a codice chiuso: quindi non possiamo conoscere il funzionamento dei loro processi decisionali e non possiamo sapere quali – eventuali –  preconcetti vi si annidino.

Se siamo al corrente del pregiudizio inserito nell’algoritmo di Gild è solo perché uno dei suoi inventori l’ha raccontato a Cathy O’Neil. 

Potremmo quindi dire che è un duplice gender data gap: molto spesso né i programmatori che mettono a punto l’algoritmo, né la società civile nel suo complesso hanno idea del potenziale discriminatorio delle intelligenze artificiali.

Come sostiene Londa Schiebinger, professore di storia della scienza alla Stanford University in un articolo pubblicato assieme al collega James Zou su Nature nel 2018  (AI can be sexsist and racist – It’s time to make it fair in cui mette in luce la difficoltà di alcuni algoritmi nel riconoscere la pelle nera): 

In una società che progressivamente è sempre più dipendente dai sistemi di automazione, i pregiudizi di genere e razza limitano di molto la nostra comprensione. E prima di correggere i software forse dovremmo pensare a correggere alcune nostre, a volte inconsapevoli, tendenze a considerare l’uomo bianco e occidentale, l’archetipico modello di un’umanità molto più complessa e ricca di diversità”.

 

Foto di apertura Gerd Altmann da Pixabay

Nel testo: Bovee and Thill via photopin (license)

The Social Dilemma: grandiosa opportunità o minaccia globale?

“The Social Dilemma”: documentario di gennaio 2020 incentrato sui Social Media, scritto e diretto da Jeff Orlowski alterna sapientemente le testimonianze di ex-BIG della Silicon Valley e un mini-movie con personaggi fittizi. Il tema è l’ultra discusso rapporto tra etica e tecnologia, ma non solo. I social sono uno specchio che ci mostra fino a che punto siano distorti i principi che governano la nostra società capitalista contemporanea. 

Di Anna Filippucci

Nel documentario Netflix intitolato “The Social Dilemma” ogni nostra mossa sui social media è magistralmente guidata da un algoritmo con sembianze umane e impersonato da tre versioni dell’attore Vincent Kartheiser. Ogni click, like, post, foto è il prodotto di una serie di manovre di manipolazione che l’Intelligenza Artificiale mette in atto per guidare le nostre azioni e influenzare il nostro pensiero. Ma soprattutto per indurci a passare sempre più tempo connessi ai social stessi.

Il documentario mostra – alternando testimonianze di “pentiti” del settore BIG Tech a una storia inventata ma verosimile ambientata negli USA – le tappe che portano un adolescente ad aderire in maniera passiva a una serie di contenuti sempre più estremi che lo portano addirittura a essere infine ammanettato dalla polizia. 

Vi siete mai chiesti come facciano i social a rimanere gratuiti? Ormai sappiamo che essi non sono altro che immense piattaforme di raccolta dati, i nostri dati. Ma la vera questione non è la vendita dei dati, in realtà a essere “venduti” sono gli utenti stessi; questa la tesi degli informatici e Designer intervistati nel documentario, primo tra tutti Tristan Harris, fondatore del Center for Humane Technology

Le informazioni riguardanti i nostri interessi, la nostra psicologia, le nostre paure e le nostre perversioni sono prodotti che interessano profondamente le grandi aziende di marketing. Queste ultime acquistano spazi pubblicitari sui social per mostrare nel momento giusto e agli utenti giusti i loro prodotti in vendita: il documentario mostra infatti come a ogni contenuto (studiato per attirare la nostra attenzione il più a lungo possibile) venga alternato un annuncio pubblicitario ad hoc

I social si mostrano dunque per quello che sono: delle mastodontiche macchine per fare soldi. E qui si pone il problema etico già oggetto di diverse discussioni sorte sulla scena pubblica mondiale: vogliamo davvero che tutti i nostri dati siano in possesso di enormi aziende multinazionali – la cui unica logica è il profitto – in grado di influenzare fortemente l’opinione pubblica globale?

La risposta è – e non può che essere – no. Ma questo non deve significare per forza la cancellazione a priori di tutti gli account social sui nostri dispositivi, a maggior ragione se questi vengono utilizzati con criterio. La conclusione del documentario è anche un appello: la tecnologia digitale potenzia enormemente certe dinamiche ma il problema non è la tecnologia in sé, sono le dinamiche che stanno dietro: la centralità del profitto, l’individualismo, il consumismo, una visione del mondo a brevissimo termine. I social non sono altro che lo specchio in cui si riflette l’immagine della società.

Che fare dunque? Regolamentazione e informazione sono le due parole chiave. Come ogni altra tecnologia anche questa dev’essere studiata e inquadrata da un punto di vista legislativo. Ma non basta. Senza una consapevolezza profonda dei meccanismi di funzionamento dei social media è facile caderne preda, e questo vale soprattutto per i giovanissimi, la cosiddetta generazione Z, protagonista del documentario. 

I social network di per sé rappresentano allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità senza precedenti. Questo il “dilemma” posto dal documentario. Sta a noi sapere utilizzare questi strumenti potentissimi con sapienza. A questo proposito consiglio l’ascolto e la visione degli ultimissimi minuti del documentario, in cui gli esperti danno dei consigli su come “proteggerci” dalle trappole dei social.

Di questo parla anche il nostro corso “Diventa Social Media Strategist”.

9 lezioni “Edu-Tech” imparate durante la risposta digitale al Covid-19

Di seguito un interessante articolo pubblicato sul sito https://www.ictworks.org/che passa in rassegna i più importanti insegnamenti del periodo della Pandemia in termini di utilizzo delle tecnologie per l’educazione. EduTech è un hub di ricerca internazionale che lavora per trovare soluzioni condivise per un corretto ed efficace utilizzo delle nuove tecnologie in ambito educativo. Quello che segue è una sintesi dei consigli che l’Help Desk dell’hub ha fornito agli operatori della Banca Mondiale o ai consulenti per l’istruzione del Dipartimento inglese per lo sviluppo internazionale (DFID) durante il periodo di lockdown.

NB: l’Help Desk si occupa di rispondere alle domande esclusivamente relative a 70 paesi a medio-basso reddito parte di una lista precedentemente stabilita.

In Italia si è parlato tanto di DAD negli ultimi mesi, e se ne riparla adesso che le scuole hanno riaperto con mille interrogativi e paure. Abbiamo pensato potesse essere interessante mostrare quali siano state le problematiche e le soluzioni sperimentate in altre aree del mondo. Segnaliamo infine il nostro report dedicato a tematiche simili ed intitolato Covid ed educazione in emergenza.

L’articolo originale si trova al seguente link ed è intitolato “9 EduTech Lessons Learned During COVID-19 Digital Response”. Di seguito la traduzione in italiano.

“Dall’inizio del periodo del Coronavirus, il team dell’helpdesk dell’hub EduTech si è occupato di rispondere alle richieste dei consulenti DFID e della Banca mondiale in 15 paesi in Africa, Asia e Medio Oriente per esaminare e fornire input su vari documenti relativi alla  risposta digitale alla crisi da COVID-19. Di seguito condividiamo un elenco di nove insegnamenti utili.

La maggior parte di questi insegnamenti è un risultato che dipende direttamente dallo specifico contesto creato dal Coronavirus; ma la loro rilevanza va aldilà della sola risposta alla pandemia. Si tratta di buone idee in ambito di tecnologie educative che qualsiasi decisore dovrebbe prendere in considerazione, in qualsiasi momento.

  • Utilizzare ciò che già esiste

Nel 2013, la Banca Mondiale ha pubblicato un post: “ la migliore tecnologia è quella che già possiedi, sai come usare e puoi permetterti.” Sagge parole. La nostra ricerca suggerisce che i programmi che utilizzano tecnologie educative siano effettivamente più efficaci quando dedicano del tempo a considerare le infrastrutture digitali già esistenti e come queste potrebbero essere utilizzate meglio. 

Dati riguardanti fenomeni quali la copertura di Internet, il possesso di telefoni cellulari,  radio e i contenuti digitali già esistenti sono utili, soprattutto se si concentrano sull’accessibilità di questi strumenti da parte dei gruppi marginalizzati (ad esempio le studentesse). A tal proposito, potete trovare maggiori informazioni consultando la nostra ricerca riguardante la creazione di infrastrutture TIC durante una pandemia.

  • Possedere un device non è abbastanza per imparare

Possedere un dispositivo digitale non significa che quest’ultimo sia utilizzato nel modo giusto, e non significa che il bambino stia imparando davvero. I dati di Uwezo dal Kenya mostrano che mentre il 62% delle famiglie keniote possiede una radio, solo il 19% circa degli studenti kenioti si sintonizza sulle “lezioni radio”.

Una minore percentuale di famiglie kenyote (45%) possiede una televisione, ma solo il 42% degli studenti kenyoti si sintonizzano su canali dedicati a programmi educativi. E’ utile per i decisori raccogliere dati sull’utilizzo (o il non-utilizzo) dei dispositivi da parte degli studenti e le loro famiglie.

Questo tipo di dati dovrebbe essere raccolto continuamente, con l’obiettivo di informare e migliorare i progetti educativi. 

  • A volte la carta funziona ancora molto bene

In paesi in cui le infrastrutture TIC sono molto limitate, il materiale cartaceo è ancora un ottimo metodo per raggiungere gli studenti più marginalizzati. Abbiamo visto che parecchi programmi di EdTech sono stati costruiti partendo da questo assunto di base. 

Ad esempio, un progetto prevedeva che gli studenti di consegnassero i compiti cartacei svolti a casa in luogo prestabilito affinché gli insegnanti della comunità potessero in seguito passare a prenderli e correggerli. Ci è piaciuta molto questa idea come soluzione per mantenere coinvolti sia gli studenti che gli insegnanti. Mancava soltanto l’ultimo step per rendere l’interazione totalmente riuscita: ovvero, la chiusura del ciclo con la riconsegna dei compiti agli alunni con feedback e correzioni spiegate dell’insegnante. 

  • L’apprendimento a distanza necessita di un approccio pedagogico

Come abbiamo scritto in un paper recentemente pubblicato, buone pratiche pedagogiche sono cruciali per incoraggiare gli studenti ad impegnarsi nell’apprendimento anche quando le scuole sono chiuse. Questo significa per esempio creare delle lezioni ben strutturate ed interattive con controlli frequenti per verificare la comprensione e/o il bisogno di incontri di approfondimento individualizzati. Invece, si è rivelato fin troppo comune che gli insegnanti creassero contenuti video o audio in cui semplicemente leggevano da un libro di testo.

Purtroppo, sappiamo che quest’ultimo approccio non sortisce alcun buon risultato. Al contrario, approfondire del materiale didattico digitale già disponibile e di alta qualità può accrescere la possibilità di accesso degli studenti a percorsi pedagogici di alto livello per due motivi. Primo, è più probabile che in questo modo gli studenti siano esposti ad una pedagogia che altrimenti sperimenterebbero difficilmente in classe; secondo, che gli insegnanti possono dedicarsi maggiormente alla loro “presenza” e l’incoraggiamento degli studenti, piuttosto che alla creazione di contenuti originali. A proposito di questo: 

  • Curare contenuti già esistenti è meglio che crearne di nuovi

Generare nuovi contenuti originali prende molto tempo ed è un processo costoso. Consigliamo invece di investire quel tempo nella ricerca di contenuti già esistenti, da curare sulla base degli specifici obiettivi di apprendimento. 

Raggruppare i contenuti in base ad obiettivi preposti, senza cercare o forzare una corrispondenza con i programmi scolastici risulta essere un approccio più efficace e adatto per rispondere alle esigenze dello studente. La “Guida per i principi di educazione accelerata” è un utile punto di partenza a tal proposito.

  • La fornitura di apparecchi informatici (computer, tablet e quant’altro) dev’essere mirata e supportata

Una fornitura indiscriminata di dispositivi elettronici non funziona, ma quando questi ultimi sono distribuiti a gruppi specifici possono essere d’aiuto. Per esempio, abbiamo assistito a delle proposte di fornitura di radio funzionanti attraverso pannelli solari o di altri dispositivi con contenuti già pre-scaricati da far arrivare agli studenti in situazioni di marginalità. Questo può funzionare.

Tuttavia, coloro che si occupano di definire i programmi dovrebbero pensare maggiormente a cosa potrebbe servire oltre ai dispositivi: ad esempio, un supporto all’alfabetizzazione digitale per i bambini e per coloro che seguono il loro apprendimento o una guida su come mantenere i dispositivi. Le campagne di comunicazione aiutano a rendere le famiglie consapevoli degli strumenti utilizzati nella didattica a distanza e mantengono gli studenti, i genitori e gli operatori sanitari in sintonia rispetto alle raccomandazioni per la salvaguardia della salute.

  • Coinvolgere i genitori e “gli insegnanti a casa”

Un recente studio dell’Istituto di Governance e Sviluppo BRAC sottolinea l’importante ruolo che i genitori e i fratelli maggiori giocano nell’apprendimento “remoto”. Per i bambini che vivono in zone remote del Bangladesh, il 35% ha ricevuto un supporto da un fratello o un parente e il 24% ha ricevuto aiuto dalla madre mentre studiava a casa. 

La conclusione è chiara: proprio come ci servono canali differenti per raggiungere gli studenti, ci servono anche molti metodi diversi per raggiungere i genitori. Le opzioni a bassa tecnologia o non-tecnologiche devono sempre e comunque essere prese in considerazione. 

  • Fare attenzione agli incentivi e l’affidabilità

Indipendentemente da quanto siano animati da buone intenzioni, gli incentivi che incoraggiano la frequenza e l’impegno di studenti e docenti possono delle volte essere controproducenti. A volte possono peggiorare problemi pre-esistenti di equità.

Ciò è più che mai evidente durante una pandemia globale, quando i bambini e le famiglie affrontano situazioni stressanti. Gli studenti non vengono aiutati dai voti dei compiti senza un feedback costruttivo da parte degli insegnanti. A loro volta gli insegnanti. se residenti in alcune località rurali, potrebbero avere un accesso limitato alla tecnologia e all’elettricità e quindi non essere in grado di partecipare ad attività di sviluppo professionale virtuale non per colpa loro.

Occorre dunque considerare attentamente le possibili conseguenze negative di un programma basato sugli incentivi prima di implementarlo.

  • Rimani agile

È bene fare piani dettagliati e specifici, ma questi ultimi dovrebbero anche includere una serie di momenti di “riflessione e adattamento” in cui non solo è accettato, ma è previsto che alcuni elementi possano essere modificati in base a ciò che può accadere di imprevisto. Piuttosto che pianificare in anticipo un anno di contenuti educativi, a volte è più efficace lavorare a fondo sullo svolgimento di alcune settimane; in base ai risultati, si potranno utilizzare gli insegnamenti utili per pianificare i momenti futuri.

Di Rachel Chuang, Tom Kaye, Sslim Koomar, Chris McBurnie e Caitlin Moss Coflan. Originariamente pubblicato sul sito di EdTech: Nine takeaways from our reviews of COVID-19 education responses

L’approccio di genere come lente per migliorare l’impatto dei progetti

Spesso, quando si parla di approccio di genere nei progetti di cooperazione internazionale si rischia di fraintenderne il senso: si tende a pensare che si parli esclusivamente di iniziative per le donne o specifiche per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Non è così: adottare un approccio di genere significa prendere in considerazione le differenze tra uomini e donne in merito a esperienze, bisogni, potenzialità, ruoli familiari e sociali. L’idea è quindi quella di una lente da utilizzare in maniera trasversale a tutti i tipi di progetti, siano essi in campo agricolo, umanitario, sociale o qualsiasi altro. 

Di Anna Filippucci

E’ importante adottare questo approccio perchè altrimenti il rischio è quello di escludere i soggetti più deboli e con meno strumenti (più sovente le donne, in effetti) o comunque di non riuscire a raggiungere tutti in maniera efficace. Le donne, così come gli uomini, dovrebbero poter contribuire allo sviluppo e la crescita del proprio paese, e il compito della cooperazione, tra gli altri, è proprio quello di rendere quest’opportunità accessibile a tutti.

In questa interessante TED talk, Shameran Abed, responsabile generale dei progetti di microfinanza presso BRAC, racconta l’esperienza ultradecennale della propria organizzazione nel combattere la povertà estrema nel mondo. L’Ong, nata nel 1972 da un’idea di ‎Fazle Hasan Abed (padre di Shameran) si è posta come obiettivo iniziale quello di migliorare la situazione delle popolazioni più fragili colpite da un ciclone e la successiva guerra d’indipendenza in Bangladesh; se da allora si sono fatti molti passi in avanti, come nota Shameran, il problema delle persone che vivono in situazioni di “ultra-povertà” è tutt’altro che risolto. Si stima che siano ancora 400 milioni gli uomini e le donne che sopravvivono in questa condizione in tutto il mondo. 

BRAC, così come anche l’idea del premio Nobel Mohammad Yunus della Grameen Bank per esempio, partono dal presupposto che coloro che vivono in questa condizione abbiano più di tutto perso la speranza nel futuro. Progetti incentrati sul microcredito e l’accesso a dei programmi educativi gratuiti si sono rivelati in questi casi la risposta più efficace per permettere alle persone di prendere in mano la propria situazione e uscire con le proprie forze dalla “trappola della povertà”

Ma veniamo all’approccio di genere. Uno degli elementi fondamentali messi in evidenza nella TED talk, assunto di base anche dei primi programmi di microcredito introdotti da Yunus, è che siano le donne i soggetti più colpiti da forme di povertà estrema, o situazioni di dipendenza e sfruttamento radicate. Allo stesso tempo, le donne, più degli uomini, si mostrano di media più motivate nel cambiare la propria situazione, in quanto sovente anche responsabili del sostentamento dei figli e della casa. Un approccio di genere ha permesso in questo caso di costruire programmi tarati sulle esigenze dei destinatari del progetto, ovvero prioritariamente le donne.

Abed porta l’esempio di Giorina, madre di due figli, vittima di un uomo violento. Una volta entrata nel programma, la donna ha ricevuto da BRAC due dollari a settimana e due mucche, per il suo sostentamento e quello della sua famiglia; attraverso un servizio di mentoring e formazione costante, Giorina è riuscita in seguito ad avviare una propria attività imprenditoriale e adesso gestisce il più grande negozio di alimentari del proprio villaggio. 

Il programma di BRAC nato nel 2002 ha permesso a due milioni di donne in Bangladesh di uscire dalla condizione di povertà estrema. L’investimento è stato di soli 500 dollari a famiglia nell’arco temporale di 2 anni e il tasso di successo del progetto è del 92% sul lungo termine. Questa percentuale significativa indica infatti le donne che sono riuscite a mantenere o migliorare il proprio benessere anche dopo il termine del programma di aiuti (2 anni appunto). Si tratta di un risultato considerevole, che probabilmente non sarebbe stato tale se non fosse stata utilizzata la “lente” dell’approccio di genere durante la programmazione e lo svolgimento di tutto il progetto.

Se vuoi saperne di più guarda anche il nostro corso di formazione dedicato all”Approccio di genere nella cooperazione internazionale”

I primi 5 passi per orientarsi nella cooperazione internazionale

Di Anna Filippucci 

Chi si affaccia per la prima volta al mondo della cooperazione internazionale si sente sovente perduto: spesso non è chiara la struttura organizzativa del settore, non si conoscono le differenze tra gli enti che vi operano, né le abilità e le conoscenze richieste per ricoprire una posizione professionale. Da circa un anno abbiamo iniziato a offrire, con un notevole successo, un servizio di mentoring per chi si avvicina a questo universo lavorativo. Ma a cosa serve il mentoring? Ne abbiamo parlato con Diego Battistessa, esperto di Cooperazione e Diritti Umani e mentor del percorso Lavorare nella Cooperazione Internazionale.

Ecco i consigli di Diego per farsi strada tra questi interrogativi

  • Darsi le basi necessarie per porsi le domande giuste.

Molto spesso le domande che ci si pone avvicinandosi al mondo della cooperazione internazionale sono viziate da una mancanza di conoscenza profonda del settore, della sua architettura complessa e dei profili professionali richiesti. 

Il risultato è che le domande non risultano realistiche, sono generiche o addirittura controproducenti. 

Solo partendo dalla consapevolezza che occorre farsi le domande giuste si può cominciare ad immergersi in questo mondo. Il mentoring permette appunto di svolgere questa fondamentale operazione preliminare. 

  • Realizzare una mappatura delle organizzazioni. 

Il mondo della cooperazione è complesso. Il settore lavorativo è enorme e diversificato al suo interno: realizzare una mappa degli attori, significa iniziare ad orientarsi.

Gli attori sono molteplici: dalle organizzazioni multilaterali, alle università, le aziende, le ong agli enti del terzo settore in generale. E di questi ultimi occorre conoscere chiaramente le caratteristiche, gli obiettivi e la funzione (sono multimandato, o monomandato? In quali contesti specifici operano?). 

  • Riuscire a capire e focalizzare quali sono i profili professionali spendibili all’interno del settore. 

A quale profilo devo aspirare per raggiungere il mio obiettivo? A seconda che si voglia lavorare in contesti di emergenza, oppure nel settore migrazioni/accoglienza, o ancora in progetti di sviluppo specifici, occorrono conoscenze e competenze ogni volta diverse e specializzate. 

Tutte le esperienze pregresse sono utili, non esiste un titolo di studio specifico o una sola professionalità adatta alla cooperazione internazionale: occorre però saperle ottimizzare verso uno dei tanti profili professionali di questo settore. In questo caso, il mentoring permette di fare il punto sugli interessi e le capacità di ognuno per capire quale profilo professionale sia il più adeguato. 

  • Capire come creare un vero e proprio piano di sviluppo di carriera che prenda in considerazione aspettative, ambizioni, stato attuale delle cose, punti di miglioramento e possibili problematiche a corto breve termine nello sviluppo della carriera prescelta.

Questo aspetto passa per una visione realistica degli elementi: non significa non essere ambiziosi, ma vuol dire che, insieme al mentor, si svolge una discussione reale sulle potenzialità attuali per capire quali sono i punti di forza e i miglioramenti possibili. E’ possibile essere la versione migliore di noi stessi solo ed esclusivamente se si raggiunge una forte consapevolezza di tutti questi elementi.

  • Orientamento verso le diverse formazioni, più o meno lunghe, universitarie o no, in che lingua, dove.

Ultimo punto, ma non per importanza. Occorre svolgere un vero e proprio lavoro di orientamento. Le formazioni multidisciplinari offerte per entrare e approfondire una posizione professionale nel mondo della cooperazione internazionale sono moltissime! Con l’aiuto del mentor, è possibile esaminare le diverse opzioni e valutare il percorso più adatto in base agli obiettivi e gli scopi prefissi e il raggiungimento degli obiettivi di carriera di ciascuno. 

Salva il mondo giocando ai videogiochi

Approda sul mercato Gamindo: la prima piattaforma online che ti permette di donare in beneficenza giocando ai videogiochi.  

Di Anna Filippucci

“Salva il mondo giocando ai videogiochi”. Questo il claim di Gamindo, una app gratuita ideata e realizzata da un team di giovanissimi under 30 italiani, creata con l’obiettivo doppio di promuovere aziende e finanziare enti e associazioni no-profit. Come?

Il meccanismo è piuttosto semplice: Gamindo crea delle convenzioni con le aziende, le quali vogliono fare un’attività di responsabilità sociale d’impresa e promuoversi in maniera innovativa (in questo caso, attraverso un cosiddetto advergame); sono le aziende stesse a commissionare il videogioco personalizzato e stabilire il budget da donare in beneficenza. Gli utenti, giocando ai videogiochi vincono dei gettoni virtuali (gemme) che corrispondono ad un importo reale in denaro (lo stesso denaro messo a disposizione dalle aziende). Gli utenti, una volta accumulate delle gemme, possono scegliere a quale ente/progetto donarle

La circolarità del processo fa sì che sia un win-win-win per tutti: aziende, enti no-profit e utenti dei giochi.

La trasparenza è totale: sul sito infatti si possono trovare tutti i progetti e le organizzazioni finanziate attraverso la app, con relativo importo raggiunto e donato.

Le tappe che hanno portato Nicolò a trasformare la sua tesi di laurea in economia in una start-up di successo sono state relativamente poche e molto ravvicinate nel tempo: a lui si è innanzitutto unito l’amico Matteo, giovane ingegnere; insieme si sono lanciati nell’avventura che ha cambiato le loro vite: prima Startup Weekend a Milano, poi Startuppato a Torino, le prime interviste, il prototipo e la sua diffusione a livello internazionale. Alla fine del 2018 i primi finanziamenti, il Premio Nazionale Innovazione e la costituzione della Società. 

Nel 2019-2020 il boom. Chiamati da Plug&Play, partono alla volta della Silicon Valley per tre mesi in un acceleratore di start-up. Tornati, cominciano a sviluppare la piattaforma ufficiale e vengono insigniti del Seal of Excellence da parte della Commissione Europea. Gamindo arriva sul mercato a inizio 2020. E’ un successo. Nel 2020 Forbes seleziona i due fondatori, Nicolò e Matteo, tra i Top under 30 dell’anno.
Un dato, che compare nel sito, risulta piuttosto impressionante: 2,3 miliardi di persone nel mondo giocano ai videogiochi attraverso il proprio smartphone. 2,3 miliardi di persone sono un terzo della popolazione mondiale. Le idee innovative sono proprio quelle che partono dall’assunto che la tecnologia sia una via d’accesso ad un pubblico potenzialmente amplissimo; solo indirizzando tale tecnologia e la ricchezza delle aziende verso progetti benefici e di innovazione sociale si può pensare di incidere nel mondo. “Prendi parte a questa missione epica” è, non a caso, il motto di Gamindo.