iCut, un’app per contrastare le mutilazioni genitali femminili

Il prossimo 18 novembre, tra i sei attivisti selezionati per partecipare al Young Activist Summit 2021, dal titolo “New Generation, new solutions”, ci sarà anche la ventunenne keniota Stacy Dina Adhiambo Owino. La prestigiosa platea sarà l’occasione per tornare a parlare di iCut, l’app sviluppata assieme ad altre quattro amiche note come “The Restorers” che fornisce assistenza alle ragazze a rischio di MGF (Mutilazioni genitali femminili).
di Luca Indemini

Nel 2017, le keniote Ivy Akinyi, Macrine Akinyi, Cynthia Awuor, Stacy Adhiambo e Purity Christine hanno avuto l’opportunità di creare iCut grazie al progetto Technovation. L’app ideata dalle cinque studentesse keniane, di età compresa tra i 15 e i 17 anni, si propone di aiutare le ragazze colpite da mutilazione genitale femminile. Nonostante la pratica sia stata dichiarata illegale in Kenya nel 2011, secondo l’Unicef, una ragazza su cinque si deve ancora sottoporre a questa dolorosa e inutile tradizione.

Come funziona l’app

L’app consente alle ragazze che stanno affrontando un’imminente MGF di allertare le autorità facendo clic su un pulsante di soccorso sul proprio telefono cellulare.

L’interfaccia è molto semplice, ci sono sei pulsanti, che permettono di accedere ad altrettante aree di supporto: aiuto, salvataggio, report, informazioni, donazione e feedback. In questo modo le ragazze possono entrare rapidamente in contatto con centri specializzati, richiedere aiuto immediato oppure ottenere assistenza legale e medica, a coloro che hanno subito la dolorosa pratica.

Lo sviluppo di iCut

«In un primo momento, Stacy e io avevamo deciso di si sviluppare un’app legata al riciclo della plastica – ha raccontato Cintya al sito Love Our Girls –. In seguito, abbiamo cambiato idea e ci siamo uniti a Purity, che stava lavorando da sola a un progetto per affrontare il problema delle Mutilazioni genitali femminili». L’idea di Purity era nata quando una compagna di scuola aveva dovuto abbandonare gli studi, dopo aver subito la MGF ed essere stata obbligata a sposarsi.
In seguito, si sono aggiunte Ivy e Macrine e il gruppo ha deciso di chiamarsi The Restorers, le restauratrici, perché l’obiettivo è quello di «restituire la speranza alle ragazze senza speranza».
Nel 2019 le cinque studentesse, dopo essere state nominate per il premio Sacharov del Parlamento Europeo, istituito per premiare organizzazioni che si distinguono per la difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali nel modo, sono infine state selezionate per il premio finale.
In attesa di partecipare al Young Activist Summit 2021, Stacy Dina Adhiambo Owino è stata eletta tra i 25 membri dello Youth Sounding Board for International Partnership, uno spazio che permette ai giovani di esercitare un’influenza esterna sull’Unione Europa attraverso i suoi partenariati internazionali.

Il futuro di iCut

L’app iCut, al momento, è in fase di revisione annuale e a breve sarà nuovamente disponibile sul Google Playstore, per dispositivi Android. Come ci hanno raccontato le Restorers, «Prima della pandemia, abbiamo realizzato un paio di programmi di sensibilizzazione della comunità sul tema delle MGF, occasioni in cui abbiamo anche presentato l’app nelle aree maggiormente soggette al problema. Inoltre, abbiamo sviluppato una rete con i centri di soccorso locali e le reti di donne, come la rete di donne Komesi in Kenya, con cui stiamo lavorando per una distribuzione capillare delle informazioni relative all’app».
Inoltre, sono in previsione degli interventi per migliorare l’app e rendarla maggiormente fruibile, come ci hanno spiegato The Restorers:

Durante le sessioni di sensibilizzazione della comunità è emerso che c’è ancora un gran numero di vittime delle MGF non connesse a Internet. Lanceremo quindi una versione USSD di iCut, per risolvere il problema.

La nota positiva è che l’app è stata accolta positivamente dalle comunità coinvolte ed è pronta a crescere.

Il futuro dei programmi di sviluppo internazionale nell’era digitale

Nel gennaio 2021, Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit ha condotto uno studio per provare a definire il futuro dei programmi di sviluppo internazionale in epoca digitale. Sono emersi 8 punti chiave per fare cooperazione in epoca digitale in maniera efficace: dalla riduzione del divario digitale alla capacità di gestire le sfide geopolitiche, fino alla gestione efficiente dei dati.

Di Luca Indemini

La ricerca condotta dalla Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeitha coinvolto 13 esperti di sviluppo digitale provenienti da università, gruppi di riflessione, fondazioni, settore privato e organizzazioni internazionali e non governative. L’obiettivo finale era quello di dare risposta a due macro domande relative al monmdo dello sviluppo internazionale:
– in che modo la digitalizzazione sta trasformando la cooperazione allo sviluppo?
– cosa comportano i cambiamenti in corso per le organizzazioni di sviluppo?

Dall’indagine – raccontata su ICTWorks – sono emersi 8 punti chiave per fare cooperazione in epoca digitale:

1. La digitalizzazione rappresenta un cambiamento paradigmatico in tutti i settori dell’economia e della società

La questione non è promuovere uno sviluppo digitale, ma fare sviluppo internazionale in epoca digitale. La digitalizzazione è qualcosa di più che un insieme di strumenti e tecnologie. Permea ogni aspetto della vita pubblica e privata e richiede un cambiamento di mentalità.

Gli attori dello sviluppo internazionale devono affrontare questa sfida e acquisire una comprensione più profonda dei principi della trasformazione digitale e delle loro implicazioni per lo sviluppo sostenibile.

2. La digitalizzazione non è una panacea, il cambiamento sociale rimane analogico
Il passaggio al digitale non è e non deve essere fine a se stesso, né è necessariamente più efficace o sostenibile. L’introduzione di nuove tecnologie può avere inconvenienti e conseguenze indesiderate.
Gli attori dello sviluppo dovrebbero concentrarsi sugli effettivi benefici introdotti dalle tecnologie. Per farlo può essere utile porsi le seguenti domande:
– Nel mio settore, quali problemi posso risolvere grazie all’iuto della tecnologia?
– Dove il digitale aggiunge veramente valore?
– Quali possono essere i rischi e come possono essere contenuti?
– Come possiamo misurare l’impatto delle soluzioni digitali?

3. Le soluzioni digitali devono essere progettate con la conoscenza degli ecosistemi e delle culture locali
Il cambiamento socio-tecnico sostenibile richiede la comprensione del contesto culturale in cui avviene un intervento digitale. L’accettazione sociale determina la misura in cui le soluzioni tecnologiche sono adattabili e scalabili.
La conoscenza specifica della regione è quindi necessaria per progettare interventi centrati sui beneficiari.
Gli attori dello sviluppo dovrebbero contribuire a creare una governance digitale e un’infrastruttura normativa che favorisca l’interazione tra gli attori pubblici e privati (locali).

4. Lo sviluppo digitale è indissolubilmente legato alla geopolitica
È in atto un conflitto geopolitico digitale. La crescente competizione per il dominio digitale sta portando a un disaccoppiamento di piattaforme tecnologiche, norme e standard.
Man mano che i governi e le aziende tecnologiche si allineano lungo linee di frattura geopolitiche ed emergono dati nazionali e regionali e modelli di ecosistemi digitali in competizione, gli attori dello sviluppo possono affrontare nuove limitazioni nella loro capacità di accesso e di cooperazione.

5. Contrastare i divari digitali rimane una sfida centrale per la comunità dello sviluppo
Il ruolo delle agenzie di sviluppo è proteggere i più poveri e vulnerabili dai danni della digitalizzazione. Per ottenere progressi sostenibili nella digitalizzazione, è spesso necessario investire prima nell’ambiente operativo e nell’infrastruttura complessivi.

Senza una buona governance digitale, le misure settoriali possono avere conseguenze sociali indesiderate. Le organizzazioni di sviluppo hanno la responsabilità di impegnarsi al fine di contrastare l’emarginazione e la polarizzazione che derivano dalla digitalizzazione, per garantire che nessuno venga lasciato indietro.

6. Il rafforzamento della capacità istituzionale e della governance è fondamentale per la sovranità dei dati
I dati non sono una merce. Gli attuali quadri giuridici sono per lo più inadeguati a contrastare la commercializzazione di dati privati. Sono urgentemente necessari nuovi regolamenti e modelli per l’archiviazione, l’accesso e l’uso dei dati (ad esempio i data commons) per promuovere l’autodeterminazione digitale.

A livello globale, è necessario lavorare per stabilire standard e garantire l’interoperabilità delle economie dei dati, evitando qualsiasi forma di “colonialismo dei dati”.

7. Sono necessarie nuove partnership per affrontare le sfide dello sviluppo nell’era digitale
Le esperienze dei cittadini con i servizi digitali offerti dal settore privato stanno accrescendo le loro aspettative nei confronti dei servizi pubblici. Attraverso nuove alleanze con il settore privato, gli attori pubblici possono sfruttare le innovazioni digitali e accedere a piattaforme, competenze digitali specializzate e dati per ottenere un impatto su larga scala.
Le aziende tecnologiche, a loro volta, beneficiano della fiducia e della legittimità della collaborazione con i tradizionali attori dello sviluppo. Oltre a impegnarsi con i grandi attori tecnologici a livello politico, gli attori dello sviluppo dovrebbero anche collaborare con le imprese locali, come incubatori di innovazione digitale per il bene comune.

8. Le organizzazioni di sviluppo devono cambiare o rischiano di perdere rilevanza
Il futuro è già qui: è semplicemente distribuito in modo non uniforme. Poiché i paesi partner diventano sempre più esperti di digitale, gli attori dello sviluppo devono abbracciare il cambiamento per rimanere rilevanti. Ciò implica la costruzione delle competenze degli ecosistemi digitali e la gestione delle sfide di governance dei dati.
Sono necessarie modifiche anche nei modelli logici del progetto: lontano da rigide strutture di registro e verso l’apprendimento adattivo e i cicli di feedback che consentono un processo decisionale guidato dai dati.

 

Immaigine di copertina di CIAT rilasciata con Licenza Creative Commons

HATSI JARI: L’Allevamento e il Digitale si incontrano nel Ferlo

Di Pietro Orfei, collaboratore ONG 2.0/CISV Onlus

L’Allevamento e il Digitale si incontrano nella regione del Ferlo, in Senegal. Il punto di incontro tra questi due mondi è il sistema Hatsi Jari, una soluzione ICT sviluppata da ProSE (centro senegalese di consulenza informatica) e promossa nel progetto DIGIT-ALF. L’iniziativa rientra nel programma Tecnologie per lo Sviluppo Sostenibile della Fondazione Cariplo in partenariato con CISV, RBM (Reseau Billittal Maroobe, rete internazionale che tutela i pastori transumanti) e lo stesso ProSE.
L’obiettivo del progetto è la diffusione di Hatsi Jari come strumento innovativo a disposizione del settore agro-pastorale con particolare attenzione alla sicurezza alimentare. Nell’area agro-pastorale del Ferlo l’allevamento è il settore principale di sostentamento delle popolazioni. Durante le stagioni secche, spesso le mandrie sono costrette a spostarsi a causa della difficile reperibilità di mangime. Ciò causa un’inadeguata alimentazione per il bestiame che si traduce in un’altrettanta insicurezza alimentare per le comunità che risiedono nel Ferlo.  
Hatsi Jari si propone come innovazione per l’allevamento: 

  • Rendendo accessibile l’informazione sulle disponibilità di stock di mangime per gli allevatori nei periodi di siccità. Ciò favorisce la sedentarizzazione delle mandrie presso le comunità di provenienza per il mantenimento delle famiglie;
  • Proponendosi come nuovo strumento gestionale dei magazzini forniti di foraggio, attraverso transazioni e movimenti tracciabili e visibili e pagamenti digitali. Spesso sia per i magazzinieri che per i pastori avere con sé ingenti somme di denaro rappresenta un rischio non trascurabile;
  • Garantendo la sostenibilità e il reinvestimento dei guadagni al fine di acquistare nuovi stock alimentari.

Nella prima parte di DIGIT-ALF, ProSE ha inserito su Hatsi Jari i 6 magazzini individuati da progetto e si è occupata della formazione rivolta ai responsabili dei magazzini. Nel corso della formazione si è spiegato come si inserisce lo stock prodotto e come si aggiornano le relative entrate ed uscite, nonché come si indicano i prezzi e come si procede con gli acquisti.
Successivamente DIGIT-ALF ha vissuto la sua prima fase nei mesi tra Aprile e Giugno. Come Ong 2.0 abbiamo svolto lo scorso luglio una missione nel Ferlo al fine di valutare i benefici apportati dal sistema Hatsi Jari, indicando eventuali suggerimenti in prospettiva della seconda fase progettuale e della replicabilità in altri contesti.Abbiamo incontrato i 6 magazzinieri coinvolti nel progetto assieme alle organizzazioni pastorali ed allevatori che beneficiano di Hatsi Jari, per un totale di circa 50 persone coinvolte. Lo scopo dei focus group tenuti nelle 6 differenti comunità del Ferlo ( Dahra, Dayane, Linguère, Namarel, Bombodé e Ganina) è stato quello di apprendere dai nostri interlocutori l’esperienza maturata con Hatsi Jari.
Alla luce dei dati raccolti, possiamo evidenziare che:

  •  Hatsi Jari è un sistema digitale utilizzato direttamente da 3 dei 6 magazzini a causa dell’assenza di segnale. Un quarto magazziniere ha difficoltà di utilizzo laddove sorge il magazzino ed è costretto a spostarsi per avere la connessione.
  • Laddove non c’è Connessione Internet, i magazzinieri inviano i dati a ProSE che si occupa di aggiornarli per ridurre il margine d’errore nell’informazione.
  • Tutti i magazzini coinvolti ritengono poco efficace la formazione ricevuta e chiedono una nuova formazione. Per loro stessi e per gli allevatori soprattutto. In lingua locale e non in lingua francese. Una formazione funzionale con tempi utili all’assimilazione.
  • Hatsi Jari è una piattaforma disponibile in più lingue, ma non nelle lingue locali (wolof, pulaar). Quanto emerso dalle interviste evidenzia la necessità di renderlo più accessibile partendo proprio dalla questione linguistica.
  • I magazzinieri e gli allevatori utilizzano Hatsi Jari come sistema informativo e non nelle sue molteplici funzionalità (acquisto digitale, ad esempio). Da parte dei magazzinieri migliora l’informazione sulle disponibilità di stock e rende più semplice il gestionale del magazzino, rendendo i dati più facili da consultare rispetto ai registri tradizionali. Dalla parte degli allevatori, il sistema mette a disposizione sia le quantità che le posizioni e i numeri telefonici dei magazzini e viene utilizzato raramente e solo nella messaggistica audio (la quale permette di esprimersi in lingua locale), rendendo poco fruibile l’informazione nei canali di comunicazione.
  •  Tra i pro di Hatsi Jari ci sono una migliore visibilità e trasparenza, nonché rapidità nella raccolta e consultazione dei dati.
  • I contro sono invece
    1. l’assenza di segnale che rende l’informazione difficile da aggiornare e consultare.
    2. La mancanza di strumenti adeguati per l’utilizzo di Hatsi Jari (telefoni, tablet).
    3. La sensibilizzazione verso i pastori, scettici di effettuare pagamenti digitali e a favore invece di pagamenti in contanti.

Concludiamo la valutazione su Hatsi Jari utilizzando i Principi Digitali lo Sviluppo Digitale come indicatori. Sono 9 linee guida per supportare decisioni sul design e/o l’implementazione delle ICT per lo Sviluppo.

  • Hatsi Jari nasce come soluzione digitale per la sicurezza alimentare. La problematica è reale e considerata tale anche dalle comunità del Ferlo. Ciò che manca alla fine della prima fase di progetto è sicuramente la fase di Design con l’utente. Gli utenti di Hatsi Jari sono diversi: sono i magazzinieri, ma sono anche gli allevatori. Ciò che emerge dai dati è che si tratta sicuramente di una ICT sviluppata PER questi users, ma non CON questi users. Di conseguenza la sensibilizzazione rimane superficiale, a tal punto che per i magazzinieri diviene uno strumento gestionale della loro attività mentre per gli allevatori rappresenta un mezzo di informazione, ma non uno strumento per effettuare transazioni in modo rapido e sicuro.
  • Per aumentare l’impatto di una soluzione ICT è utile non soltanto conoscere lo spazio d’intervento, ma anche adattare il sistema per facilitarne l’utilizzo. Gli ecosistemi non sono neutrali ai fini di una ICT: si compongono di vari attori con le loro esigenze e complessità (alfabetizzazione, assenza di segnale, barriere linguistiche…).
  • Una soluzione ICT deve mettere a disposizione i propri metadata. Hatsi Jari ad oggi non ha la possibilità di consultare il numero di visitatori e membri attivi, ma permette solo di scaricare la lista di transazioni. Avere dei metadata consente di orientare il progetto verso certi orizzonti piuttosto che altri.
  • Oggigiorno, l’informazione è potere e di conseguenza è importante che la privacy e sicurezza dei dati sia considerata adeguatamente. Hatsi Jari mette a disposizione numeri telefonici e nomi dei membri iscritti senza garantire sufficientemente la privacy di chi ne fa parte e questo potrebbe essere un problema considerando la legislativa di realtà come le Nazioni Unite o la stessa Unione europea in merito alla data protection.
  • Oltre ai nove Principi Digitali, continuo a considerare di fondamentale importanza l’introduzione di un decimo parametro. L’educazione digitale. In un mondo in cui il digital divide è accentuato sempre più ed è alla base di disuguaglianze sempre maggiori, una ICT per lo Sviluppo deve sempre tenere in considerazione il fattore educativo. L’alfabetizzazione digitale è possibile laddove ci siano i giusti mezzi.

Il Master nelle parole degli ex studenti

In tre anni, sono 75 gli studenti da oltre 30 paesi diversi che hanno partecipato al Master ICT for Development and Social Good. Quali sono i loro background? Perché hanno scelto di seguire il Master? E come li ha aiutati il Master nel loro percorso lavorativo?
Abbiamo rivolto loro queste domande e quella che segue è la fotografia che è emersa.

di Luca Indemini

Provenienza e perché hanno scelto il Master

Gli studenti arrivano da esperienze molto diverse, da project manager a insegnanti di lingue, da analisti di business e di dati a Corpi di pace, e ancora imprenditori, studenti, analisti IT e molto altro.
“Per apprendere nuove competenze”, “Migliorare la conoscenza delle ICT”, “Curiosità” sono le principali ragioni per cui hanno scelto di frequentare il Master.
Ma c’è anche chi ha motivazioni più personali. Mauricio Bisol spiega che lui desiderava “sviluppare la mia azienda e fornire servizi tecnologici alle ONG”. Mihaela Tudorache cercava di “tuffarsi nel settore sociale” e il Master “sembrava la soluzione perfetta per me”. Carmelo Fischetti, imprenditore nel settore ICT, voleva “spendere le mie conoscenze tecniche e la mia esperienza in progetti rilevanti dal punto di vista del Bene Sociale”.

“Il Master offre un’interessante gamma di argomenti e il fatto che questi temi siano ‘immersi’ in una prospettiva di ‘sviluppo sostenibile’ me lo ha reso molto attraente – spiega Tommaso Mattei, assistente d’ufficio alla FAO –. Inoltre, essendo principalmente online, era compatibile con i miei impegni lavorativi”.

Cosa hanno imparato

L’aumento di competenze e prospettive e l’opportunità di far parte di un network di professionisti, esperti e colleghi sono alcuni dei punti di forza del Master, secondo gli ex studenti.

E proprio sottolineando l’importanza del “fare rete”, Carmelo Fischetti racconta: “Ho iniziato a collaborare con alcuni compagni di classe a un paio di progetti ICT for Social Good”.

Non mancano poi storie personali che mostrano come le competenze apprese al Master possano aiutare in diverse situazioni.
“Grazie al Master ho firmato un contratto di consulenza, che spero possa portare a una posizione più stabile alla FAO, dove attualmente lavoro”, spiega Tommaso Mattei.
Peter Njiguna, che lavora nell’ambito dello sviluppo digitale, spiega: “Quello che ho imparato al corso è stato un punto di forza per ottenere una nuova posizione lavorativa che ricopro attualmente”.
Anche in periodo di pandemia, qualcuno è riuscito a mettere in pratica alcune competenze acquisite al Master, come Dominic Kornu: “Le competenze acquisite mi hanno aiutato a fare consulenza (per lo più pro bono) per un paio di PMI, mentre cercavo di avviare un percorso di consulenza incentrata su ICT4D. Un paio di mesi fa poi, ho avuto l’opportunità di lavorare a un progetto sanitario come responsabili IT e delle comunicazioni”.
Dopo il Master, Gregor Giannella ha avuto l’opportunità di iniziare una nuova avventura: “Sono entrato a far parte di una ONG internazionale nel Mozambico settentrionale (a Pemba), come coordinatore della risposta umanitaria e project manager in un contesto che si sta rapidamente evolvendo in una grave crisi umanitaria. Da allora, utilizzo regolarmente le ICT per monitoraggio e valutazione. Il Master mi ha fornito le basi necessarie per comprendere tutti i potenziali utilizzi delle ICT che ora posso testare sul campo, per innovare anche le attività dell’ONG, nelle diverse fasi del ciclo di vita del progetto”.

Le 15 startup innovative con forte impatto sociale in Italia

Api, braccia bioniche e vetrate fotovoltaiche, di cosa si occupano e come si individuano le 15 migliori startup innovative con vocazione sociale in Italia?

Negli ultimi anni il mondo delle startup è cresciuto in maniera sempre più vertiginosa, la startup in quanto tale consente anche a chi non abbia grande esperienza nell’ambito dell’imprenditoria classica di promuovere progetti che possano poi essere replicabili ma soprattutto scalabili in modo flessibile e dinamico.

 

I campi d’azione delle startup sono ovviamente i più disparati ma Social Innovation Monitor (SIM) ha deciso di concentrarsi sulle startup italiane che avessero un forte interesse per il sociale e del loro impatto sul Paese. 

Lo scopo dello studio è quello di creare una mappa organizzata di tutte queste startup per analizzarle, confrontandole in modo più semplice ed efficace ma soprattutto per essere in grado di offrire spunti di miglioramento, coordinazione ed efficacia alle startup stesse.

E’ inoltre bene ricordare come l’attenzione per il sociale non sia per forza sinonimo di non profit. Questa analisi tiene infatti conto di tutte quelle startup che vanno dal non profit alle imprese tradizionali a scopo di lucro includendo tutte le versioni ibride che si trovano nel mezzo.

Lo studio considera innanzitutto le startup innovative italiane nate entro la fine del 2020 nel loro complesso applicando poi tutta una serie di distinzioni giuridiche per la definizione di startup: come essere più giovani di 60 mesi, non avere più di 5 milioni di euro di fatturato annuo, non essere nati dalla scissione di imprese più grandi ecc.. In seguito vengono prese in considerazione unicamente quelle startup che, oltre ad occuparsi, del tutto o in parte, di temi che rientrano nel sociale, abbiano un significativo impatto sul territorio nazionale.

Alla fine di questa analisi vengono riportate quelle che si possono considerare le miglior startup innovative di vocazione sociale in base a diversi criteri come:

  • ricavi (superiori a 1,831 milioni di euro)
  • numero di dipendenti (superiore a 14)
  • crescita dei ricavi (incremento di più di 3 classi)
  • crescita del numero di dipendenti (incremento di più di 2 classi)
  • risorse finanziarie (avere ricevuto, entro il 2020, un valore complessivo di investimenti e finanziamenti a fondo perduto superiore a 3 milioni di euro)

L’elenco di queste startup è disponibile a questo link e mira a dare visibilità a queste startup e riconoscerne i meriti ottenuti negli ultimi anni.

Ma di cosa si occupano nello specifico queste startup? 

Le 15 startup individuate si dividono sostanzialmente in due ambiti che poi ognuna affronta in modo specifico: 

L’ambito della sostenibilità ambientale, in cui le startup si differenziano occupandosi di monitoraggio delle fonti di energia rinnovabile, di trattamento e depurazione dell’acqua, di controllo e diagnostica della salute delle api, di creazione di calzature e oggetti di design partendo da risorse riciclate, di ottimizzazione delle attività agricole ecc.. Due startup nello specifico si concentrano sullo sviluppo di materiali come bioplastiche ad alte prestazioni o vetrate fotovoltaiche, mentre altre due si occupano, una del riciclo di materiali elettronici in un’ottica di green economy, e l’altra di fornire servizi di cloud storage ecosostenibile;

L’ambito della salute, dove alcune startup si occupano di sviluppare terapie che aiutano contro malattie autoimmuni mentre una in particolare crea e sviluppa braccia bioniche per persone con disabilità agli arti superiori.

Altri dati riportati dall’analisi di SIM confermano l’effettiva crescita continua delle startup in Italia che sono generalmente aumentate di numero e ampliate dal 2019 al 2020 (con qualche distinzione e livelli differenti di crescita tra i diversi tipi di startup).

Dal punto di vista della distribuzione geografica delle startup sul territorio nazionale è possibile osservare un andamento generale in cui le regioni del nord Italia (Lombardia prima tra tutte) sono quelle con un maggior numero di startup, a seguire il centro e poi il sud (ad eccezione delle imprese sociali dove la prima regione è invece la Campania). Nonostante ciò la distribuzione non è particolarmente asimmetrica visti comunque alti numeri su tutto il territorio nazionale.

L’intelligenza artificiale contro l’intolleranza

L’intelligenza artificiale (IA) è più o meno razzista e omofoba di un essere umano? E’ una domanda che ricorre spesso nel dibattito attuale sullo sviluppo di questa tecnologia dirompente. Ne abbiamo parlato recentemente in questo articolo   dove emerge chiaramente come il problema di fondo sia la qualità dei dati con cui si “addestrano” i sistemi di IA che così arrivano a  riprodurre, e anche amplificare, le discriminazioni esistenti. Tuttavia con l’intensificarsi della ricerca in questo campo risulta sempre più frequente un impiego dell’IA in campi non solo puramente tecnici ma anche umanitari e attenti al sociale, proprio come la lotta all’intolleranza e le discriminazioni. 

di Gianluca Perinetti

L’intolleranza in Italia è una cosa seria. I dati relativi al 2019 indicano che sono state 68 le donne vittime di femminicidio (dati ISTAT), 187 le persone che hanno subito forme di violenza e discriminazione a sfondo omofobo (secondo il report di Arcigay) , mentre  tra i giovani pare affermarsi un crescere di sentimenti xenofobi o comunque chiusi nei confronti degli stranieri. 

Da qui nasce il progetto “Mappa italiana dell’intolleranza”, uno degli esempi riportati nel libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” (scaricabile gratuitamente qui).   Il progetto utilizza l’intelligenza artificiale per individuare i luoghi e i contesti, in Italia, nei quali sono più presenti sentimenti di intolleranza. Questi vengono raggruppati in 6 cluster principali di riferimento: omofobia, razzismo, antisemitismo, sessismo, disabilità e islamofobia. Per farlo vengono analizzati immense quantità di post che vengono pubblicati quotidianamente in Italia sui principali social network, ovvero Twitter e Facebook. Ottenere questi dati non è però semplice visto che, perché siano accurati, è necessario filtrarli tralasciando ad esempio quelli che utilizzano termini ambigui o termini sensibili ma in un contesto ironico e quindi non intollerante. Questo tipo di analisi è reso possibile proprio dall’IA e da algoritmi che permettono di riconoscere le ambiguità e il contesto nel quale determinate parole vengono utilizzate. La capacità di applicare distinzioni come quelle appena citate è tipica di un essere umano che però per processare quotidianamente una mole del genere di dati impiegherebbe un tempo infinitamente più lungo.

Con l’avanzamento tecnologico in campo di IA ora anche una macchina è in grado di compiere distinzioni semantiche analizzando però dati molto più velocemente degli esseri umani e con margini d’errore sempre più bassi. Infatti, nell’ultimo anno preso in analisi, gli algoritmi sviluppati dall’Università degli Studi di Bari sono riusciti ad intercettare circa 560.000 Tweet in lingua italiana (ed oltre 220.000 correttamente geo-localizzati sul nostro territorio).

La fase successiva è quella di contestualizzare geograficamente i dati dando vita a infografiche più esplicative, che mostrino le regioni/città dalle quali provengono la maggior parte di questi post. A questo va aggiunta anche un’analisi demografica per comprendere non solo dove ma anche che parte della popolazione è quella maggiormente interessata.

Tramite questa analisi e individuando dunque luoghi e contesti diventa possibile ottenere una mappatura più chiara e concreta dei sentimenti di intolleranza nel nostro Paese. Di conseguenza si possono attivare in modo più mirato ed efficiente programmi e progetti di sensibilizzazione sui temi presi in considerazione.

Da questo punto di vista l’IA si rivela un prezioso alleato per combattere intolleranza e discriminazioni ma non solo, come presentato nel sopracitato libro “L’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile” l’applicazione dell’IA nei progetti di sviluppo sostenibile potrebbe essere fondamentale per un approccio multidisciplinare nel perseguimento dei diversi obiettivi del millennio.

L’intelligenza artificiale al servizio dello sviluppo sostenibile

Cosa succederebbe se algoritmi predittivi riuscissero a prevenire i fenomeni climatici estremi, ottimizzare i consumi energetici e ridurre la CO2? Se esistessero sistemi di riconoscimento facciale in grado di rilevare la malnutrizione infantile in Africa o se un’intelligenza artificiale fosse in grado di individuare i luoghi più discriminatori e intolleranti? 

In realtà tutto questo già succede. E molto altro ancora. 

Sono solo alcuni degli esempi riportati nel libro “L’Intelligenza Artificiale per lo Sviluppo Sostenibile”, realizzato da Ong 2.0 e CISV, AIxIA (l’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale) e dal Dipartimento di Informatica dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro grazie al sostegno del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e di 4 aziende italiane leader nel settore; Engineering, Readytec, Exprivia e QuestIT nonché la collaborazione del Centro Nazionale delle Ricerche.

Il volume di 330 pagine parte dalla fotografia di cosa sia l’Intelligenza Artificiale (IA) oggi, al di là dei miti e degli stereotipi, per evidenziare potenzialità e rischi dell’IA in relazione alle diverse sfide globali.

 

 

 

 

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Il cuore del libro riguarda infatti la relazione tra IA e i 17  SDGs (Sustainable Development Goals) definiti dall’Agenda 2030 dell’ONU. Fame, salute, riduzione delle diseguaglianze, crisi ambientale, ecc.. tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono affrontati analizzando il ruolo che l’IA può giocare pro e contro. Con un approccio sempre olistico, perché  gli stessi SDGs sono strettamente interconnessi tra loro e non è possibile affrontarne uno senza considerare le possibili ripercussioni su tutti gli altri  (pensiamo ad esempio la tensione tra la lotta alla fame e conservazione dell’ambiente).

L’Intelligenza Artificiale risulta uno strumento potente per questo tipo di approccio in quanto capace di affrontare problemi estremamente complessi elaborando enormi quantità di dati e variabili impossibili per l’essere umano.

Come sostiene Piero Poccianti, presidente AIxIA, uno dei principali autori del libro:

Viviamo un momento complesso. La pandemia in corso è solo una delle emergenze. Il riscaldamento globale, la sesta estinzione di massa, l’inquinamento da plastica, pesticidi e altri veleni che stiamo distribuendo nell’ambiente rappresentano sfide di sopravvivenza molto complesse da affrontare. Eppure, mai come oggi, abbiamo a disposizione strumenti e conoscenze che potrebbero aiutarci a risolvere questi problemi. Noi siamo convinti che l’Intelligenza Artificiale sia uno di questi strumenti, a patto di porci gli obiettivi giusti.

Questo è il tema centrale del libro: indirizzare l’Intelligenza Artificiale verso il benessere dell’umanità e dell’intero pianeta che ci ospita. “Se indirizziamo l’IA verso obiettivi sbagliati otterremo effetti distopici, ma se formuliamo i nostri obiettivi in modo corretto, questa disciplina potrà essere fondamentale per risolvere le difficili sfide che ci aspettano”, aggiunge Silvia Pochettino, Founder e Ceo di Ong 2.0.

Ma come farlo? Il volume presenta nella parte finale anche 10 raccomandazioni di fondo che dovrebbero essere poste alla base dello sviluppo e dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. 

Un’ampia parte del volume è poi dedicata all’analisi delle strategie che i vari Paesi stanno pubblicando per indirizzare lo sviluppo della disciplina a livello locale e mondiale, con un focus sul contributo dell’IA nell’ambito della negoziazione internazionale (obiettivo n 17 degli SDGs). L’approccio olistico e multidisciplinare non è infatti sufficiente se non adottato in un contesto di cooperazione internazionale, in modo che non solo non venga tralasciato nessun obiettivo ma non venga lasciato indietro nessun Paese.

Attraverso  il dibattito sull’Intelligenza Artificiale il libro affronta i punti nodali delle sfide attuali, mettendo anche in discussione il sistema complessivo. Come  sostengono gli autori al termine dell’introduzione al volume “Veramente una specie che sta distruggendo il pianeta che la ospita, compromettendone e alterandone profondamente l’ecosistema può essere definita intelligente?”

“E’ necessario un profondo ripensamento di gran parte della cultura dominante per affrontare una sfida estremamente difficile: portare benessere a 7,6 miliardi di persone (numeri in crescita) senza distruggere la biodiversità e il resto del sistema vivente, senza il quale non siamo in grado di sopravvivere.

E’ una sfida molto complessa, per la quale abbiamo bisogno di un enorme sforzo interdisciplinare. In questo l’IA con le capacità che può portare oggi e le prospettive di evoluzione su cui la ricerca si sta concentrando, può portare un contributo prezioso con sistemi in grado di misurare i costi e i benefici delle nostre azioni, di supportare le nostre decisioni, di suggerire soluzioni innovative, di analizzare e diagnosticare situazioni complesse. L’Intelligenza Artificiale, come tutti gli strumenti potenti, ci spaventa. Ma forse dovremmo spaventarci anche di un mondo dove la nostra intelligenza appare inadeguata alle sfide che abbiamo di fronte a noi”.

 

Buone notizie e prime pagine: cosa pensano i lettori

Lo scorso 3 maggio, Ong2.0 ha partecipato alla Giornata dell’Informazione Costruttiva organizzata dal movimento Mezzopieno, pubblicando due articoli (uno qui e l’altro qui), che sposassero lo spirito dell’iniziativa, volta a promuovere un giornalismo costruttivo e positivo. In questi giorni, il movimento Mezzopieno, ha presentato una ricerca accademica sul tema “Prime pagine e buone notizie”, un’indagine condotta nell’arco di 47 giorni, su cinque testate quotidiane nazionali per rilevare l’effetto delle notizie sui lettori.
di Luca Indemini

L’Ufficio Studi Mezzopieno ha svolto un’indagine su cinque testate quotidiane nazionali per rilevare l’effetto delle notizie sui lettori.

L’analisi è stata svolta da sei persone (codificatori) appartenenti alla rete del movimento Mezzopieno (tre uomini e tre donne, con età media di 54 anni). I quotidiani analizzati sono Corriere della Sera, Repubblica, La Stampa, Avvenire e Il Fatto Quotidiano.
Il lavoro di codifica ha coperto 47 giorni (dal 21 maggio al 6 luglio). In questo arco di tempo, le prime pagine dei quotidiani sono state assegnate in maniera randomizzata a uno dei codificatori, che avevano il compito di attribuire valenza positiva, neutra o negativa ai vari titoli presenti
Al termine della ricerca, sono state analizzate 229 prime pagine e ogni codificatore ha visionato più di 400 titoli.

I risultati del report

Dal report emerge che la valenza predominante è quella negativa (40% dei titoli), seguita da quella neutra / ambivalente (37%), mentre i titoli positivi non vanno oltre il 23% del totale.

Inoltre, si può notare una notevole differenza tra le diverse testate analizzate: Avvenire detiene il record di percentuale di titoli positivi, mentre la Stampa quello dei titoli negativi.

Per quanto riguarda gli argomenti presenti sulle prime pagine domina la politica (26% dei titoli), seguita da cronaca e cultura (intesa come raggruppamento di musica, spettacolo, arte e cultura), che si attestano intorno al 17%.

Interessante incrociare l’area tematica con la valenza dei titoli. L’area cultura è quella che ha una maggior percentuale di buone notizie, mentre esteri e politica sono i campi con meno notizie positive. Le notizie negative dominano esteri, cronaca e l’area scienza, tecnologia, salute (in questo ambito pesa probabilmente l’effetto pandemia).

Il lavoro di Mezzopieno non si esaurisce qui. Si sta già lavorando a una seconda fase della ricerca, mirata ad analizzare la percezione dei giornalisti sulle informazioni, per codificare la valenza dei titoli delle notizie e per approfondire le modalità di attribuzione della valenza. Questa ricerca verrà incrociata con una serie di interviste realizzate con 100 giornalisti coinvolti negli ultimi tre anni nella campagna nazionale per la Parità di Informazione Positiva #Mezzopieno.
Obiettivo finale del lavoro è predisporre una proposta di protocollo nazionale per la buona informazione, che nasca dal lavoro congiunto di esperti della comunicazione, dell’informazione

Obiettivo di questo lavoro di ricerca è la predisposizione di una proposta di un protocollo nazionale per la buona informazione, che definisca le linee guida e parametri di classificazione condivisi per le buone notizie e per un’informazione positiva.

Il coaching per aiutare chi aiuta

Partiamo da una storia per scoprire il mondo del coaching. Da un racconto, che arriva dal mondo del non profit, della cooperazione internazionale, dove normalmente non ci sono progetti di coaching strutturati e dove il coaching non viene considerato una pratica diffusa come strumento di sviluppo.

Da questa storia nasce il progetto avviato da Ong 2.0, in stretta collaborazione con Inside Coaching School, con l’obiettivo di sviluppare gradualmente l’apprendimento e la contestualizzazione della cultura del coaching, intesa come “approccio e strumento”, funzionale a sostenere lo sviluppo delle persone nella gestione del loro ruolo.

A raccontarci questa storia è Paolo Romagnoli che da più di 20 anni si occupa di risorse umane con una specifica competenza nel settore non profit. È anche consulente, formatore e orientatore in diversi enti, in particolare del terzo settore.

 

Paolo, tra coaching e cooperazione che nesso c’è?

C’è un’evidenza nella cooperazione: lo sguardo e l’azione sono sempre stati concentrati sui progetti e sull’aiuto agli altri. Ma chi cura chi cura? Questo è il punto. Spesso gli operatori che lavorano nella cooperazione vivono un senso di abbandono e di scarsa attenzione unito ad un impegno consistente, totalizzante, rischioso e spesso al limite. Chi opera in questo contesto, sia all’estero sia in Italia, pur coprendo ruoli e incarichi di grande responsabilità e delicatezza è seguito e sostenuto solo parzialmente nel suo operare e nella crescita professionale, dando spesso per scontato le capacità e la “tenuta” nel tempo.Il coaching è una risposta tecnica e strutturata per sopperire a questa mancanza. Le forti motivazioni connesse all’identificazione con valori, cause sociali e l’impegno per gli altri, che sono sempre stati driver fondamentali di ingaggio – oggi – possono essere arricchite e rafforzate dal valore aggiunto dei percorsi di coaching.

Cosa è concretamente il coaching?

Il coaching è definibile come una partnership tra coach e coachee (così si definisce chi riceve un’azione di coaching) che, attraverso un processo creativo, stimola la riflessione, ispirandoli a massimizzare il proprio potenziale personale e professionale.

Non è psicoterapia, counseling, né consulenza o mentoring. Ha specificità interessanti che possono funzionare meglio di altri approcci nella cooperazione. Alcune delle sue caratteristiche vincenti sono azione in partnership, responsabilità e libertà di decisione del coachee, processo creativo, massimizzazione del potenziale personale e professionale, concretezza.

Consiglieresti ad un cooperante che ha dei problemi da risolvere, di rivolgersi ad un coach?

Certamente e per diversi motivi: il coaching è molto democratico non ti dice cosa devi fare, non ti da la pappa pronta, ma ti aiuta creativamente a ritrovare dentro te stesso le ragioni e gli stimoli per cambiare e migliorare. E’ molto concreto: ogni incontro finisce con una azione che il coachee sceglie e su cui si misura.

E poi è tutto proiettato nel futuro. E’ un approccio espansivo che fa ritrovare motivazioni e voglia di stare bene. In un mondo della cooperazione dove i valori, le motivazioni le energie, nonostante tutto, sono ancora ampiamente presenti, si tratta solo di farle esprimere ancora e meglio e l’approccio coaching è sicuramente un bel strumento.

Se uno decide “di provare” come può fare?

ONG 2.0 da sempre all’avanguardia nel cogliere le esigenze di una cooperazione che cambia, ha intuito questa esigenza di coaching e a breve sarà possibile con un semplice click sul sito  accedere a percorsi con coach esperti certificati. Dopo l’estate, per chi fosse interessato a imparare un approccio coaching da utilizzare nel suo lavoro e nella sua vita, potrà iscriversi ad un corso propedeutico fatto apposta per questo.

La proposta, ideata e realizzata da Ong 2.0 in stretta collaborazione con Inside Coaching School, si articola in tre offerte:
– un webinar introduttivo al coaching per il Terzo Settore e la Cooperazione Internazionale
– uno sportello di coaching, gestito da coach esperti e certificati, attivo tutto l’anno
– un seminario introduttivo al coaching ”Project Manager as a Coach nella Cooperazione Internazionale” progettato secondo logiche interattive ed esperienziali.

Paolo qual è l’ultimo consiglio che vuoi dare?

Ho avuto l’opportunità di fare un percorso e diventare coach. Ho scoperto come aiutare il coachee concretamente a traguardare il ponte verso il futuro. In partnership, con uno stile concentrato sul coachee condizioni che potenziano l’autosviluppo e aprono a nuovi insight.

Nel mio mondo, dove lavoro da anni, siamo sempre capaci, nonostante tutto, di cavarcela in situazioni complesse. Come posso dimenticare i momenti in Africa in cui abbiamo inventato dal nulla e creativamente delle soluzioni adatte ad un contesto difficile. Ricordo ad esempio quando abbiamo attivato, in periodo di carestia, attività di lavoro socialmente utile per i nostri beneficiarli dove l’emergenza era sempre stata gestita semplicemente con la consegna di sacchi di farina. In apparenza piccole cose ma che hanno fatto la differenza in termini di responsabilità e di approccio. A volte hanno addirittura cambiato e migliorato progetti. Chissà quante altre situazioni i miei amici e colleghi cooperanti potrebbero raccontare. Ma è un tesoro spesso nascosto e mi pare che si sprechi l’alto potenziale che c’è.

L’approccio coaching l’ho sentito nello stesso tempo capace di valorizzare ciò che si fa e capace di potenziare ciò che si dovrà fare a partire da ciò che si è.

Non mancano i valori e la dedizione nel mondo della cooperazione internazionale. Manca un luogo dove dirselo e dove riflettere su come mettere a frutto ciò che si sente e ciò che si è imparato trovando così nuove risposte e nuove soluzioni per il futuro.

Il coaching per me è un’arte potente e affascinante che sono sicuro darà ottimi frutti agli operatori della cooperazione.

 

 

 

Geekie: sostenere lo studio attraverso i dati e l’Intelligenza Artificiale

Fondata nel 2011, Geekie è una piattaforma brasiliana nata con l’obiettivo di sostenere lo studio dei ragazzi e ridurre la dispersione scolastica. Si tratta di un’esperienza pionieristica nella promozione dell’apprendimento personalizzato in Brasile, in grado di adattare l’insegnamento al profilo di ogni singolo studente.
di Luca Indemini

Geekie è un programma di apprendimento personalizzato a sostegno degli studenti brasiliani che sostengono l’Exame Nacional do Ensimo Médio (ENEM). Pioniere dell’apprendimento personalizzato in Brasile, Geekie è una piattaforma elettronica con piani di lezione personalizzabili e adattabili a ogni studente, per combattere gli alti tassi di ripetizioni e abbandono scolastico degli studenti delle scuole pubbliche. Geekie è progettato per le istituzioni educative ed è mirato a centralizzare i processi di insegnamento, rendendoli interattivi e fornendo contenuti digitali, strumenti e metodi. La piattaforma si basa su analisi dei dati e intelligenza artificiale per adattarsi alle necessità di ogni singolo studente.
Geekie One è uno strumento educativo progettato per sostituire i libri tradizionali con materiali digitali, come notizie interattive e contenuti video.

Gli insegnanti, ma anche gli studenti stessi e le famiglie, possono monitorare le prestazioni dei singoli allievi, attraverso i report sui dati generati dagli utenti. Dati che raccontano in dettaglio il livello di progressione di ogni studente per ogni materia e mettono in evidenza le aree che richiedono maggiori interventi.

Inoltre, il monitoraggio avviene in tempo reale e non solo a fine semestre o fine anno, quando è troppo tardi per recuperare.
La tecnologia di Geekie è già stata utilizzata da 12 milioni di studenti in Brasile, suddivisi in oltre 4.200 scuole pubbliche e private.

I pilastri di Geekie

Sono principalmente tre gli strumenti utilizzati dalla piattaforma per generare impatto su scuole e studenti.

Il Geekie Lab è una piattaforma di insegnamento personalizzata. Individua i punti di forza, attitudini e difficoltà degli studenti attraverso valutazioni diagnostiche e, sulla base di questi risultati, elabora un piano di studio con video lezioni ed esercitazioni. Più l’utente interagisce, più efficiente diventa la soluzione, poiché riconosce meglio le sue esigenze. Inoltre, il Geekie Lab fornisce report molto utili per insegnanti e dirigenti, che possono monitorare le prestazioni di ogni studente e di ogni classe e possono osservare l’evoluzione della scuola attraverso valutazioni predittive applicate durante tutto il processo.

Il Geekie Test è una simulazione che può essere applicata nelle scuole online o in formato cartaceo. Permette a insegnanti e dirigenti di monitorare le prestazioni individuali degli studenti, delle classi e della loro rete nel suo complesso, consentendo una diagnosi che può guidare politiche pedagogiche più efficienti. Gli studenti hanno anche accesso a un’analisi di competenza personalizzata, che permette loro di sapere a quali materie dare la priorità per raggiungere i propri obiettivi.

Come Geekie Lab, anche Geekie Games è una piattaforma di insegnamento personalizzata che crea piani di studio per ogni utente. Tuttavia, questa piattaforma è pensata solo per gli studenti e non per le scuole. L’obiettivo che si pone è prepararli per l’Enem e altri esami di ammissione. Gli studenti hanno accesso a un rapporto sulle prestazioni, che mostra loro cosa resta da studiare e qual è la loro padronanza in ciascuna delle materie presenti all’esame.