I Digital Open Badge come risposta al moltiplicarsi dei corsi online

Di Anna Filippucci

Dopo un anno come quello passato, caratterizzato da un aumento esponenziale dell’offerta di corsi di formazione online, è importantissimo fare una riflessione collettiva seria sul valore e la certificazione delle competenze acquisite attraverso questo genere di esperienze. Soprattutto se l’ente che offre il servizio di formazione non è un’Università, o altra realtà riconosciuta dal MIUR per erogare questo tipo di servizio.

Ma come fare? Esiste un modo per fare sì che i corsi online, così come tutta una serie di altre esperienze formative “non tradizionali” offline, come workshop estivi, summer school, esperienze di volontariato e weekend intensivi, possano avere un valore reale e certificato all’interno dei nostri CV?

La risposta è sì, ed esiste già da alcuni anni: sono i Digital Open Badge.

Gli Open Badge sono delle schede elettroniche sotto forma di immagine, condivisibili e contenenti una serie di metadati legati all’ente di formazione, al corso seguito e soprattutto alle conoscenze e capacità acquisite. Il loro compito è quello di attestare le competenze, attraverso una serie di evidenze (output) riconosciute da uno standard condiviso.

A partire dal 2021, Ong 2.0 ha deciso di farsi promotrice di questa nuova avventura digitale. Tutti coloro che parteciperanno ai nostri percorsi formativi realizzando con profitto esercitazioni e test quest’anno potranno ricevere al termine del corso, oltre all’attestato di frequenza, anche degli Open Badge corrispondenti alle competenze acquisite. La piattaforma di cui ci avvarremo per l’emissione dei badge è C-BOX, con la supervisione metodologica della SAA School of Management dell’Università di Torino.

Ma facciamo un passo indietro. Per vederci più chiaro, abbiamo fatto due chiacchiere con Marcello Bogetti, docente presso UniTo Labnet- SAA School of Management e promotore di un ampio progetto di diffusione degli Open Badge. La SAA, ente parte del network di Ong 2.0, è infatti uno degli attori che ha dato vita alla sopracitata piattaforma di emissione dei badge.

Marcello dal suo studio virtuale su Webex chiarisce subito le origini e le motivazioni della nascita dei Digital Open Badge (DOB). “I titoli di studio riconosciuti legalmente, tendenzialmente universitari, danno segnali contraddittori sul mercato del lavoro. Il fatto di aver preso 30 ad un esame non implica automaticamente che tu sappia fare concretamente delle cose”. Certo, è strano sentirsi dire questo da un docente universitario. Eppure Bogetti non ha dubbi:

È essenziale che i sistemi di istruzione tradizionali facciano dei passi in avanti e si pongano come obiettivo formativo l’acquisizione di competenze, piuttosto che esclusivamente un trasferimento di conoscenze.

“Lezioni frontali, in cui il docente è un espositore di una serie di nozioni, non sono più accettabili, a maggior ragione in delle classi virtuali. Occorre che gli studenti si abituino a produrre degli output, piuttosto che ripetere concetti imparati studiando su un libro di testo”.  Inoltre “c’è sovente un patrimonio invisibile di competenze, accumulato attraverso esperienze formative ‘non tradizionali’ che stenta a essere riconosciuto”. I Digital Open Badge cercano dunque di rispondere a queste criticità, creando un nuovo sistema di credenzialismo e certificazioni che permettano il riconoscimento formale delle hard e soft skills altrimenti difficilmente dimostrabili attraverso un CV.

In un contesto sempre più digitalizzato, questi strumenti di certificazione hanno la caratteristica di essere trasportabili – si tratta infatti di icone facilmente allegabili al proprio CV, oppure alla propria firma digitale, e sempre di più anche caricabili su piattaforme online di ricerca lavoro – e riconoscibili dappertutto in quanto riferiti a standard condivisi internazionalmente.

“Gli Open Badges sono stati introdotti negli Stati Uniti 5 anni fa, in risposta a un mondo del lavoro sempre più fluido e veloce. A parità di titoli di studio, la differenza tra due candidati per lo stesso lavoro può essere data esclusivamente dalle competenze acquisite e in qualche modo certificate. Le prime piattaforme lanciate sono state promosse Mozilla e la McArthur Foundation e dal lavoro di questi giganti è stata possibile l’elaborazione di una serie di standard che oggi sono condivisi dalle piattaforme di emissione di DOB”. Ma la riflessione sull’innovazione del sistema educativo, in risposta all’aumento dei centri di formazione online o altre opportunità offline, non si è fermata agli States; “nel 2019 i DOB emessi erano poco più di 20 milioni, nel 2020, anche a causa dell’accelerazione di una serie di processi dovuta alla pandemia, i badges in circolazione sono più che raddoppiati.

Leggi anche il nostro articolo > “Open Badge e Bestr: un nuovo modo di valorizzare le tue skills”

La piattaforma che la SAA ha contribuito a creare è nata 2 anni fa da un gruppo di lavoro informale composto dalla SAA stessa, in collaborazione con AssoLavoro, alcuni esperti di mercato del lavoro e una serie di aziende, con capofila IQC; è stata quest’ultima poi a occuparsi concretamente della creazione e della gestione della piattaforma C-BOX di emissione dei badges. “Essa si rifà agli standard dettati da Mozilla, ma utilizza anche la tecnologia Blockchain e ha il pregio di essere nata su impulso di una “community of interest” che ne ha definito le peculiarità e la logica sottostante”.

Ciò che vien da chiedersi è se questi certificati di competenze digitali non entrino in collisione con il sistema legalmente riconosciuto dell’Università per esempio. Marcello sostiene che “la crisi del sistema formativo attuale” sia ormai “un’evidenza”, e che questo sia “un processo irreversibile”. Tuttavia,

“i badge attualmente non sono pensati per sostituire le pergamene di laurea, ma vanno piuttosto a integrare i titoli legalmente riconosciuti. Essi completano e aggiungono aree di competenze in cui non sono a oggi previste delle certificazioni; un esempio chiaro sono le esperienze di volontariato o il servizio civile. Nel CV oggi non valgono nulla, ma se certificate con i DOB esse acquisiscono un peso”.

La dimostrazione della non conflittualità tra, per esempio, Laurea e Open Badges è data dal fatto che diversi atenei stiano già sposando la logica dei DOB: da Nord a Sud, la Bicocca di Milano, le Università di Padova, Cagliari, Bari, Roma…dal 2016 in poi, hanno deciso di dotarsi di un sistema digitale di certificazione delle competenze.

L’ambizione degli Open Badge è grande. I centri di formazione che se ne avvarranno “diventeranno nodi di una rete sempre più ampia e universale, che permetterà una spendibilità inedita delle conoscenze”. Ovviamente perché questo avvenga “è necessaria una sorta di ‘evangelizzazione’ del mondo del lavoro e dei centri di formazione che permetta così un effetto moltiplicatore della logica che sottostà ai badge”, spiega Marcello. I centri di formazione dovranno imparare a progettare per competenze e non per contenuti e ore di esposizione; “ciò significa porsi la domanda ‘Cosa faccio fare agli studenti e cosa mi permette di capire che abbiano imparato?’. I badge non possono prescindere dalla presentazione di un’evidenza: alla competenza acquisita, va sempre allegato un output realizzato o la spiegazione dell’attività proposta per consolidare la competenza stessa”.

Infine, “in contesti lavorativi molto specifici, come quello della cooperazione internazionale, dotarsi di un sistema di Open Badge diffuso e condiviso, che permetta quindi il riconoscimento di una serie di competenze nella community degli addetti ai lavori, è un ottimo modo per creare un processo virtuoso di innovazione e diffusione del sapere pratico”, conclude Marcello.

 

Rendi il mondo più verde, con un click

Due piattaforme online mostrano come sia possibile, con un click, contribuire al rinverdimento di aree urbane, ma non solo: si tratta di Tree Canopy Lab, l’innovativo tool di Google utilizzato a Los Angeles, presto disponibile ovunque, e Treedom, la piattaforma fiorentina per le aziende e i privati che supporta comunità agricole di tutto il mondo.

Di Anna Filippucci

Gli alberi sono simbolo di vita: nell’immaginario collettivo, ma anche da un punto di vista prettamente biologico. Ce lo insegnano durante le lezioni di scienze alla scuola elementare, anche se spesso lo dimentichiamo. Tutte le piante, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana, assorbono CO2 presente nell’aria e emettono, in risposta, ossigeno.

Nel contesto di una crisi climatica mondiale, quale quella che stiamo affrontando, il rinverdimento del globo è un’operazione essenziale. Lo è poi, in maniera prioritaria, nelle zone del pianeta in cui gli effetti del riscaldamento climatico sono già evidenti e molto problematici. Recentemente, con l’accelerazione del progetto della “Grande Muraglia Verde, anche il Presidente francese Emmanuel Macron ha confermato questa esigenza: come annunciato durante il One Planet Summit, governi e banche di sviluppo hanno promesso 14,3 miliardi di dollari da investire per velocizzare questo processo, fondamentale per frenare la desertificazione del suolo nel continente africano.

Partendo da constatazioni simili, due piattaforme innovative si sono recentemente imposte sul mercato “piantando alberi”. La prima non poteva che essere un prodotto della Silicon Valley: Tree Canopy Lab è il nuovo tool di Google che ha come obiettivo il rinverdimento delle aree urbane.

Si tratta di un portale molto simile a Google Maps che mostra quali siano le zone più ricche di verde urbano e quelle dove, invece, mancano alberi e predomina il grigio dell’asfalto e degli edifici. Il tool fa parte della piattaforma Environmental Insights Explorer (EIE), lanciata nel 2018, e funziona grazie a un algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di rilevare la presenza di alberi e di produrre mappe in cui viene rappresentata la densità della copertura degli alberi stessi.

Il tool non è ancora utilizzabile in Italia, ma solo negli Stati Uniti, a Los Angeles per la precisione. Tree Canopy Lab si è dimostrato molto efficace nel caso della celebre città americana: ha permesso di scoprire che “oltre il 50% dei cittadini vive in aree in cui la presenza di alberi che fanno ombra è inferiore al 10% e che il 44% degli abitanti vive in zone a rischio calore estremo”[1]. L’amministrazione della città californiana si è impegnata a raggiungere la quota di 90000 alberi piantati entro il 2021 e, anche grazie a Tree Canopy Lab, l’obiettivo è sempre più vicino!

L’altra piattaforma green, molto innovativa e tutta italiana, fa maggiormente appello alla sensibilità individuale e d’impresa. Si tratta di Treedom, “la prima piattaforma web al mondo per piantare un albero a distanza e seguire la sua storia online” [2].

Chi sceglie di “acquistare” o “regalare” un albero con Treedom sostiene anche un progetto di sviluppo di sostegno a comunità agricole locali sparse in tutto il globo. Il beneficio, dunque, è duplice: da una parte si può contribuire alla diminuzione della CO2 nell’atmosfera, dall’altra si ha la possibilità di aiutare in maniera molto diretta qualcuno di anche molto lontano. Per ognuno dei 17 paesi tra cui puoi scegliere, il team di Treedom ti dice quali siano le piante autoctone, ti mostra le foto della comunità/famiglia che andrai a sostenere e ti dice chi sono le aziende e i privati donatori che hanno già piantato in quella location. L’organizzazione si impegna inoltre a formare i contadini locali sulla manutenzione del verde e pratiche innovative per uno sviluppo economico che parta dal basso e sia, innanzitutto, sostenibile.

L’offerta di Treedom è super-personalizzabile: puoi scegliere l’albero in base al tuo segno zodiacale, oppure quello di un amico/a, puoi selezionare il paese, il progetto e poi seguirlo in tutte le fasi, dalla piantumazione, in poi. Così, nonostante si svolga tutto esclusivamente online, hai l’impressione di aver lasciato veramente qualcosa di tuo.

La mission di Treedom, scherzosamente, riassume l’ambizione di questi due progetti digitali: “c’è un eschimese in mezzo ai ghiacci, un beduino in pieno deserto e un polinesiano in alto mare. Tutti e tre stanno piantando un albero. La mission di Treedom è far sì che questa non sia una barzelletta”. Vogliamo dar loro una mano?

[1]
[2]

Vuoi fare un anno di servizio civile nel nostro team?

Se hai meno di 29 anni e sei appassionato di cooperazione internazionale, comunicazione e tecnologie Ong 2.0  è il posto che fa per te. Meglio ancora se sei anche uno “smanettone” curioso, con la voglia di scoprire come sta cambiando il mondo con le tecnologie digitali e che cosa possiamo fare per renderlo migliore.

Ong 2.0 è un network di ONG ed enti specializzati nel settore ICT, focalizzato sull’informazione, formazione e sperimentazione delle tecnologie digitali a servizio dello sviluppo sostenibile e dei temi sociali.

Se questi temi ti interessano puoi entrare a far parte del nostro team per un anno. È infatti uscito il nuovo bando per il servizio civile universale che permette di fare un’esperienza formativa di un anno, con un impegno di 25 ore settimanali e una retribuzione di 439 euro netti mensili.

Di cosa ti occuperai principalmente?

Ricerca materiali sui temi della cooperazione internazionale e dell’innovazione attraverso le ICT, scrittura articoli, attività di social networking,  supporto all’organizzazione di webinar e training formativi online e offline e organizzazione di eventi sulle ICT per lo sviluppo.

Potrai inoltre scoprire come lavora un team dislocato in varie parti del mondo e acquisire pratica quotidiana di strumenti di collaborazione a distanza.

Il posto dedicato a collaborare con il nostro team si trova all’interno del progetto “Cittadini del Mondo 2020” dell’ong CISV, capofila del network, puoi vedere il progetto completo e candidarti qui selezionando la sede di Corso Chieri.

Le candidature sono aperte fino al 15 febbraio 2021 alle h. 14.00.

Per ulteriori informazioni serviziocivile@cisvto.org

Ti aspettiamo!

Language Aid: la piattaforma torinese di supporto linguistico per i migranti

Language Aid è un progetto ambizioso e innovativo che mette in comunicazione organizzazioni di vario tipo che lavorano con i migranti con mediatori linguistici e traduttori. Questo servizio di traduzione si basa sui principi di gratuità e universalità ed è nato da un’idea di Algoritmo Associates, s.r.l. torinese. Abbiamo chiesto a Guido Mandarino, CEO dell’impresa e ideatore del progetto, di raccontarci di più a proposito degli obiettivi e delle funzionalità della piattaforma. 

Anna Filippucci

Uno dei problemi più importanti sperimentato dalle Ong o dalle associazioni che si occupano di integrazione di migranti o rifugiati è quello linguistico. Ciò è particolarmente evidente quando occorre compilare documenti ufficiali, o intraprendere procedure burocratiche complesse e iter propriamente italiani. La situazione si fa poi ancora più complessa quando gli stranieri arrivati in territorio italiano non sono alfabetizzati – e quindi non sanno nè leggere nè scrivere – in nessuna lingua. In tutti questi casi, l’intervento di un consulente esterno, un mediatore, è necessario. Tuttavia, non sempre il servizio di traduzione e mediazione è così immediatamente disponibile.

Ma le cose stanno cambiando, e ancora una volta la risposta sta in una tecnologia innovativa pensata per aiutare il settore sociale. Si chiama Language Aid, ed è una piattaforma fruibile via smartphone e computer, realizzata per fornire un supporto veloce e accessibile a tutte le organizzazioni che necessitino una traduzione più o meno urgentemente. Il servizio è disponibile in 30 lingue diverse, che vanno dal Pashtun, l’Urdu, il Farsi, fino all’inglese e le altre lingue veicolari. 

Homepage

L’idea della piattaforma prende forma nella mente di alcuni tecnici informatici, specializzati in traduzioni tecniche principalmente per conto di aziende o privati, riuniti in una s.r.l con sede a Torino e chiamata Algoritmo Associates. Quest’ultima si è fatta promotrice del progetto della piattaforma, realizzata con il supporto di informatici e programmatori. I due principi di funzionamento di Language Aid sono la gratuità e l’universalità. Qualsiasi organizzazione può accreditarsi e richiedere una traduzione urgente e gratuita ai mediatori e traduttori, a loro volta inseriti nella piattaforma. 

L’immagine di copertina della piattaforma è un ponte, non a caso. Language Aid vuole infatti essere l’anello di congiunzione tra i mediatori linguistici e le organizzazioni che necessitano il loro servizio. “Essendo lo status lavorativo del mediatore molto precario e poco chiaro, la piattaforma costituisce una modalità accessibile di inserimento nel mercato del lavoro. Quando non si tratta di traduzioni urgenti per situazioni emergenziali, ma di consulenze più approfondite e specifiche, come per esempio la traduzione di intere cartelle mediche, o di documenti giuridici processuali, che richiedono la conoscenza di un lessico molto tecnico, si può instaurare – tra mediatore e organizzazione richiedente – un vero e proprio rapporto professionale”, spiega Guido Mandarino, CEO di A.A. In questi casi, Language Aid è lo strumento che permette a domanda e offerta di incontrarsi, ma sulla piattaforma non avviene poi nessuna transazione economica. 

Sezione del sito dedicata ai traduttori/mediatori.

I mediatori sono “reclutati” direttamente presso enti di formazione dei mediatori interculturali, oppure associazioni di migranti presenti sul territorio nazionale, grazie alla rete delle comunità dei migranti (sul torinese, le due più grandi sono la comunità somala e quella pakistana), nelle Case di quartiere e nei centri interculturali. “Quando si potrà di nuovo, ci piacerebbe anche andare a fare volantinaggio in Barriera di Milano e Aurora a Torino”, mi dice speranzoso Guido. 

Per quanto riguarda la ricerca delle organizzazioni che possano aver bisogno del servizio, Algoritmo Associates si è mossa in due direzioni: una prima, più orizzontale, consiste nell’individuazione, sul territorio locale, di realtà possibilmente interessate: dalla Città Metropolitana di Torino, alle ASL, le diverse istituzioni del Comune, il mondo variegato della Chiesa Cattolica e protestante, i sindacati, le cooperative sociali, la prefettura, il Banco Alimentare, al Sermig. A oggi sono già ben 300 i terminali individuati nell’Area torinese. Questa operazione di ricerca, preliminare alla messa online della piattaforma, ha permesso di fare uno screening delle esigenze dei diversi enti e organizzare il servizio di conseguenza. Quando un’organizzazione si interessa alle traduzioni di Language Aid può infatti selezionare tra diversi ambiti e tipologie di documenti. La seconda direzione, definita da Guido più “verticale” consiste nel prendere contatto direttamente con associazioni e sindacati di braccianti, oppure organizzazioni di supporto medico, su tutto il territorio italiano, così da richiedere direttamente a loro quale tipo di servizio abbiano bisogno e organizzare una prestazione immediata

Sezione del sito dedicata alle organizzazioni.

Le funzionalità oggi disponibili sulla piattaforma sono: 

  • traduzione da testo a testo
  • traduzione da audio a testo e viceversa
  • traduzione audio-audio. Quest’ultima, per lo stato attuale della tecnologia è la più complessa, poiché l’Intelligenza Artificiale non è ancora perfettamente in grado di operare il cosiddetto “Natural Language Processing” e quindi rilevare chiaramente tutte le parole.

Le ultime due funzionalità si potrebbero rivelare molto utili anche se applicate a progetti di cooperazione internazionale. “Ci stiamo muovendo in questo senso, per supportare le Ong e associazioni che operano direttamente nei paesi del Sud del mondo. In questi casi si somma anche una problematica tecnica, dovuta all’assenza di tecnologie avanzate nei paesi in cui si fa cooperazione, oppure alla mancanza di un’alimentazione elettrica continua. Una soluzione che stiamo sperimentando è quella di combinare tecnologie più obsolete, con altre di ultima generazione, per fornire un servizio ad hoc ai progetti di cooperazione e adattare la piattaforma a esigenze specifiche”.

Insomma, il progetto è in continua evoluzione. Guido parla anche di un tentativo futuro di creare un servizio “di mediazione culturale on demand uno a uno”, che consista nel mettere in contatto diretto (tramite telefono) persone con urgenza di traduzione e mediatori. L’obiettivo è comunque sempre quello di permettere a coloro che arrivano sul territorio italiano di superare per lo meno l’ostacolo linguistico, così da poter avere un’esperienza di integrazione il più possibile facilitata. “Io la vedo come una parziale compensazione del danno subito, anche a causa nostra”, afferma Guido, che in questo progetto crede moltissimo.

La Community di Ong 2.0 è straordinaria!

Qualche settimana fa abbiamo lanciato un sondaggio online alla nostra community. 

Dopo questo anno così particolare volevamo capire come proseguire il lavoro insieme nel 2021, quali i temi prioritari per voi dopo i grandi cambiamenti degli ultimi mesi, quale la modalità migliore per ritrovarsi visto che tutti ormai sono costretti a vivere online dal mattino alla sera e molti non ne possono più di stare davanti a un computer….

Avete risposto in tantissimi alla nostra chiamata, e questo ci dà una grande carica per il nuovo anno! La vostra opinione per noi è importante e necessaria per dare un senso e proseguire al meglio il nostro lavoro. 

Ma veniamo al dunque! 

Ecco una sintesi delle vostre scelte e dei molti suggerimenti che ci avete inviato:

I TEMI

Innanzitutto i temi. I tre temi vincitori (usciti aggregando i risultati del sondaggio Google e quello Facebook sul gruppo Cooperanti si diventa!) sono stati:

  1. Come cambia la cooperazione internazionale con la pandemia di Covid? Come si sono trasformati, adattandosi, i progetti di cooperazione?
  2. Esiste davvero il volontariato digitale? Come funziona? Quali sono le nuove skills richieste nel mondo del volontariato (internazionale e non) in seguito al balzo tecnologico dovuto alla pandemia?
  3. Il lavoro sociale a distanza richiede un cambiamento tecnologico ma anche mentale. Come rendere lo smart working veramente “smart”? 

 

Oltre ai temi proposti da noi, ne avete lanciati degli altri, molto interessanti:

  • Monitoraggio e valutazione progetti da remoto: quali strumenti? Quali soluzioni innovative offerte dal web?
  • Come affrontare il digital divide e il tema dell’alfabetizzazione digitale all’interno della società? L’accesso a internet e alle ICT è un diritto umano?
  • “Emergenza climatica ed adattamento”. Come inquadrare i cambiamenti sociali conseguenti che verranno e quali strategie adottare per adattarsi al cambiamento. 
  • L’educazione alla cittadinanza globale ai tempi del Covid, come ripensarla?
  • Una sessione formativa sui principali strumenti digitali a disposizione per fare incontri, formazioni a distanza ecc. ecc.

LE MODALITA’ DI LAVORO

In base alle vostre indicazioni la modalità preferita per ritrovarsi e lavorare insieme rimane il webinar , seguita poi dai “weblab”, ovvero laboratori in piccoli gruppi volti all’approfondimento di strumenti specifici. Inoltre, si è fatta strada una proposta di format misto, ovvero webinar  alternato con lavori in piccoli gruppi e “temperature checks”, intesi come sondaggi volti ad avviare discussioni tematiche. 

La stragrande maggioranza delle persone che hanno partecipato, ha dichiarato di preferire l’orario pre-serale per lo svolgimento degli incontri. In seconda posizione a pari merito la mattinata, oppure il dopo cena. 

 

I CONSIGLI

Infine tanti di voi ci hanno fatto proposte, dato consigli su modalità, temi e strumenti!

Ultimo, ma non ultimo, abbiamo ricevuto proposte di collaborazione e contatti di persone interessate a lavorare con noi. 

LA PROPOSTA DELL’ULTIMO MINUTO

Infine, a grande richiesta dell’ultimissimo minuto, in seguito ad un dibattito animato sorto sul gruppo Cooperanti si diventa! si è imposto un ulteriore tema, a noi molto caro (in quanto oggetto del nostro percorso di alta formazione “Lavorare nella cooperazione internazionale”), ovvero l’importanza del risk management nella progettazione di interventi in paesi del Sud del mondo e, più in generale, la professionalità e competenza di coloro che lavorano nel settore della cooperazione in Italia. 

 

GRAZIE

Grazie davvero a tutti per la partecipazione. Vi siete dimostrati una community straordinaria, fatta di persone ricche di idee e di voglia di fare. Con il vostro contributo ogni giorno possiamo ideare e realizzare nuovi progetti. 

Stay tuned per gli aggiornamenti, siamo già al lavoro per organizzare i webinar per voi 😉 

O-Zone team: una soluzione innovativa per combattere l’inquinamento atmosferico

Lo scorso inverno siamo diventati supporter di un gruppo di brillanti studenti di ingegneria dell’Università di Padova che stavano lavorando alla prototipazione di una soluzione innovativa per misurare la quantità di inquinanti nell’atmosfera terrestre.
Ora il loro prototipo,  O-Zone, è pronto per il lancio! Ecco le ragioni, i contenuti – e i successi –  del loro progetto.

Per saperne di più, abbiamo intervistato il Team leader e co-founder di O-Zone, Federico Toson, ora studente di laurea magistrale in Ingegneria Aerospaziale.

In soldoni (per chi non è esperto di ingegneria aerospaziale) in cosa consiste il vostro progetto?

Il nostro progetto è un modo per intervenire concretamente nella lotta contro l’inquinamento. Prima di cercare soluzioni, abbiamo ritenuto importante approfondire le nostre conoscenze rispetto al fenomeno dell’inquinamento atmosferico e le sue conseguenze (sebbene molte di queste siano puntualmente sotto i nostri occhi, e quindi facili da osservare).
In seguito, ci siamo messi all’opera per la costruzione di un dispositivo di campionamento che potesse darci informazioni qualitative e quantitative rispetto agli inquinanti dispersi nell’atmosfera. L’idea è chiaramente quella di rendere il nostro device compatto ed economico in modo che possa essere versatile e impiegabile da chiunque in qualunque situazione.
Avremmo anche dovuto condurre un esperimento per verificare il funzionamento del prototipo volando a bordo di un pallone stratosferico, ma a causa della situazione di emergenza sanitaria la missione è stata rimandata.

Il prototipo.

 

Raccontateci brevemente la vostra storia: chi siete, da dove siete partiti e quali sono stati i passi che vi hanno portato a completare il prototipo oggi.

O-ZONE team è nato a febbraio 2019 durante il corso di chimica per l’ingegneria aerospaziale tenuto dalla Professoressa Roberta Bertani. Un corso, presso l’Università degli Studi di Padova, che ci ha permesso di dare un primo sguardo ai problemi correlati all’inquinamento atmosferico.
Da qui abbiamo deciso che era anche nostra responsabilità trovare una soluzione a un problema così attuale; così io (Federico), Luca, Giovambattista e Dumitrita ci siamo impegnati nello studio degli inquinanti, primi tra questi i CFC (CloroFluoroCarburi) i quali causano il depauperamento dello strato di Ozono (anche da qui il nome del team).
Abbiamo iniziato a pensare a un prototipo vero e proprio e dal punto di vista costruttivo abbiamo trovato sostegno nel DII (Dipartimento di Ingegneria Industriale) specialmente nella figura del Prof. Alessandro Francesconi.
Quest’ultimo ci ha anche consigliato di partecipare alla competizione BEXUS di SNSA, DLR e ESA (le più importanti agenzie spaziali europee) grazie alla quale avremmo potuto far parte di una e vera e propria missione spaziale che si sarebbe conclusa con il nostro esperimento a bordo di un pallone stratosferico che arriva a ben 30.000 metri di altezza!
Ricevuta anche l’approvazione dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ci siamo ritrovati catapultati in un’avventura straordinaria, così, tra revisioni e viaggi, il team è cresciuto, reclutando esperti in ingegneria meccanica, elettronica, in informatica e anche nel settore della comunicazione. A distanza di un anno dalla nostra presentazione a ESA siamo riusciti a costruire il dispositivo pronto per essere lanciato.
Purtroppo, causa coronavirus, il prototipo dovrà aspettare ancora un anno per poter volare; noi siamo comunque soddisfatti e fieri di aver fatto qualcosa di importante e sicuramente ancora più soddisfatti per averlo fatto in un momento storico così difficile.

Qual è l’obiettivo del vostro lavoro e cosa vi ha spinto all’inizio a lanciarvi in questa avventura?

L’obiettivo è, ed è sempre stato, cercare di dare il nostro contributo scientifico per una migliore conoscenza degli inquinanti atmosferici. Speriamo di poter vedere il nostro dispositivo impiegato da aziende, comuni e regioni nel monitoraggio delle emissioni, ma anche in casi di calamità naturale come l’eruzione di un vulcano, un incendio o uno sversamento accidentale di sostanze chimiche nell’aria.
La legislazione attuale non è così accurata in materia di emissioni e noi vorremmo, anche grazie alle nostre analisi, modificare la normativa per favorire una condotta più coscienziosa e responsabile da parte di alcune aziende poco lungimiranti.
Inoltre, il nostro esperimento potrebbe essere utilizzato per il monitoraggio delle coltivazioni, altro importantissimo settore intaccato dall’inquinamento e che ci tocca in maniera più che diretta.

In che modo questa tecnologia che avete sviluppato potrà avere un impatto sociale positivo? 

Come detto prima, vogliamo che il nostro campionatore sia accessibile a tutti ma soprattutto versatile. Vorremmo dare la possibilità a qualunque ente di mostrarsi responsabile mediante un monitoraggio puntuale, per una buona prevenzione e, in alcuni casi, un intervento. Questo per lasciare un pianeta migliore a noi e ai nostri figli.

Da studenti in ingegneria a imprenditori: non dev’essere stato facile il passaggio. In che modo il nostro corso dedicato al Fundraising a cui avete partecipato, è stato utile per il vostro progetto?

Attraverso il progetto, il nostro team, come avviene anche per la gran parte dei team universitari, si è avvicinato per la prima volta a realtà di natura aziendale, ma anche a situazioni di responsabilità. Spesso non ci vengono forniti approfondimenti pratici e quindi approfittiamo dei progetti studenteschi per applicare alcune delle cose studiate. Restano inoltre da sviluppare le cosiddette “soft-skills”, abilità che non nascono leggendo e, a volte, nemmeno lavorando.
Abbiamo quindi avuto la possibilità di partecipare al corso di Fundraising di Ong 2.0, possibilità sicuramente arricchente dal punto di vista didattico, ma, forse più importante, da quello pratico. Il corso ci ha dato contezza della realtà delle cose, ma anche fornito una solida base sulla quale costruire le nostre soft-skills e affacciarci sul mondo del lavoro. In particolare ha aiutato il team a meglio comprendere quali sono i punti di forza e di seguito le strategie mediante le quali riuscire a raccogliere i fondi necessari per lo sviluppo del prototipo.

Nella foto: Federico Toson, Luca Vitali, Dumitrita Sandu, Mauro Pulice, Simone Sandon, Luigi Antoniazzi, David Magnani, Carlotta Segna, Federico Palisca, Andrea Conte, Gasperino Kamsi, Antonino Pitarresi, Giovanni Righi, Stefano Lopresti, Daniele Panariti

Perchè l’Intelligenza Artificiale è (in)consapevolmente sessista

Di Silvia Pochettino

Si è già molto parlato di quanto gli algoritmi possano essere razzisti e sessisti. Purtroppo la storia recente è costellata di casi accertati in questo senso: sistemi di intelligenza artificiale utilizzati per la selezione del personale che privilegiano gli uomini rispetto alle donne a parità di esperienza e preparazione (vedi il caso di Amazon, che ha poi bloccato il sistema in seguito alle denunce emerse, oppure quello di PureGym ), algoritmi alla base dell’assegnazione del credito bancario che concedono al marito crediti 20 volte superiori a quello della moglie pur in presenza di dichiarazione dei redditi congiunta (il rinomato caso dell’apple card di Goldman Sachs)  e così via. 

La domanda di fondo resta: perché questo accade? Perché delle macchine che dovrebbero essere scevre da emozioni e pregiudizi riproducono – e talvolta amplificano – i meccanismi irrazionali degli esseri umani?

La risposta è, almeno in prima battuta, piuttosto semplice: perché gli algoritmi di intelligenza artificiale si nutrono delle grandi quantità di dati che i programmatori danno loro in pasto. Il vero problema, molto più complesso, è la qualità dei dati, che spesso sono parziali e contengono in essi stessi gli stereotipi che la macchina assume, accredita e amplifica dietro la maschera dell’oggettività.

Nell’Intelligenza Artificiale le tecniche attualmente più in voga utilizzano algoritmi che imparano autonomamente a svolgere un compito a partire, appunto, da enormi moli di dati, senza che nessun umano debba scrivere in maniera esplicita le istruzioni che il programma deve svolgere. In altre parole l’IA “imita” il modo di imparare di noi esseri umani: siamo in grado di riconoscere un oggetto o il viso di un amico in una foto perché lo abbiamo visto talmente tante volte che abbiamo imparato a distinguerlo.

Questo tipo di apprendimento “per esempi” è molto efficace, ma ha una controindicazione: se interrogati, non sappiamo spiegare quali siano le caratteristiche di un oggetto o di un viso che ci hanno guidato nel riconoscimento; allo stesso modo, le Intelligenze Artificiali spesso non sono in grado di giustificare le loro decisioni o azioni. 

Proprio come gli umani gli algoritmi di IA apprendono da decisioni precedenti (dati storici) e sulla base di questi elaborano dei modelli.  I modelli vengono poi applicati ai nuovi dati per fare previsioni e prendere decisioni.

Ecco dunque che è assolutamente fondamentale capire quali sono i dati storici (gli “esempi”)  che vengono utilizzati per “nutrire” gli algoritmi, perché in base a questi l’IA perpetuerà modelli predittivi e prenderà decisioni.

Come ben illustrato dalla ricercatrice Caroline Criado Perez nel suo libro “Invisibili” esiste a tutt’oggi un grave vuoto di dati di genere, ovvero la maggior parte degli studi storici, sociologici e persino medici si basa sull’assunto del “maschile-ove-non-altrimenti-indicato”.

Esempi? Partiamo dal campo medico: da un’analisi condotta nel 2008 su una serie di libri di testo consigliati dalle «piú prestigiose università europee, statunitensi e canadesi» ( Medical Textbooks Use White, Heterosexual Men as a «Universal Model», in «ScienceDaily», 17 ottobre 2008)   risultava che, su un totale di 16 329 illustrazioni, le «parti del corpo neutre» raffigurate con immagini maschili erano tre volte piú numerose delle raffigurazioni femminili. Un’analisi di Curr-MIT , mostra invece come nel database di documentazione e gestione dei programmi universitari, è risultato che soltanto nove delle novantacinque facoltà di Medicina che immettevano dati nel sistema avevano un corso dedicato alla salute femminile. Nel 2016 uno studio sulla presenza femminile nelle ricerche statunitensi sull’Hiv ( A Systematic Review of the Inclusion (or Exclusion) of Women in Hiv Research: From Clinical Studies of Antiretrovirals and Vaccines to Cure Strategies)  ha reso noto che le donne rappresentavano solo il 19,2 per cento dei soggetti partecipanti alle sperimentazioni dei farmaci antiretrovirali; mentre negli studi sui vaccini la presenza femminile sale debolmente al 38,1.

Le prime schermate di Google se si digita “Anatomia umana”

 

Nel libro di Criado Perez molti altri dati sono poi riportati riguardo i test farmacologici e le sperimentazioni terapeutiche. In tutti gli studi il corpo di riferimento “ove-non-altrimenti-indicato” è quello maschile.

Ma gli esempi si sprecano anche in campo sociale e di comunicazione. Da uno studio internazionale condotto nel 2007 su 25 439 personaggi televisivi per l’infanzia è risultato che solo il 13% dei soggetti non umani era femmina. 

Il Global Media Monitoring Project che valuta ogni cinque anni l’immagine delle donne nei mezzi d’informazione di tutto il mondo, nel rapporto pubblicato nel 2015, rileva che le donne rappresentano solo il 24% delle persone presenti nelle notizie di stampa, radio e tv.

Per non parlare dei libri scolastici che riportano le gesta di condottieri, politici e scienziati nella quasi totalità uomini, senza però analizzare a fondo le ragioni culturali e sociali per cui le gesta femminili sono così marginali nella cronaca dei secoli scorsi. Così nell’immaginario collettivo delle generazioni che crescono, gli scienziati sono uomini, così come la maggior parte di tutti i ruoli di responsabilità e potere.

Gli algoritmi imparano. E riproducono. 

Volendo fare un piccolo giochino, basta usare Google traduttore (uno dei sistemi di intelligenza artificiale più diffuso oggi) e tradurre da una lingua neutra come l’ungherese la frase “ő orvos ő ápoló” (che letteralmente significa medico e infermiere con articolo neutro), Google vi tradurrà “Il suo medico e la sua infermiera”.

Non stupisce allora di incontrare sessismo nelle selezioni del personale realizzate con algoritmi di intelligenza artificiale. A volte anche nei casi più sottili, laddove si fa bene attenzione a non prendere in esame il sesso del candidato. Le disparità si nascondono più in profondità.

In un articolo per il «Guardian» l’analista informatica Cathy O’Neil, autrice del saggio Armi di distruzione matematica, spiega come la piattaforma online di selezione del personale Gild (ora acquisita dalla società di servizi finanziari Citadel) consenta ai datori di lavoro di andare molto al di là del semplice curriculum vitae, passando al setaccio anche i dati estratti dai social network e da tutte le tracce lasciate online. Queste informazioni, nel caso della selezione del personale informatico, vengono utilizzate per valutare il livello di integrazione di ogni programmatore in seno alla comunità digitale. Per esempio si può misurare quanto tempo viene dedicato alla condivisione e all’elaborazione di codici sulle piattaforme di sviluppo come GitHub o Stack Overflow. Oppure, per esempio, frequentare un certo sito di manga giapponesi costituisce in base ai modelli elaborati da Gild un «forte indizio di buone capacità di codifica» di conseguenza i programmatori che visitano quel sito ottengono punteggi piú favorevoli. Tutto ciò sembrerebbe credibile se non fosse che, come sottolinea O’Neil, le donne a livello mondiale si accollano ancora il 75% del lavoro non retribuito, gli americani uomini riescono a ritagliarsi ogni giorno un’ora di riposo in piú rispetto alle donne, e in Gran Bretagna l’ufficio statistico nazionale ha accertato che la popolazione maschile può contare su cinque ore settimanali di tempo libero in piú. (In Italia il 61% del lavoro femminile è lavoro non retribuito, mentre la quota maschile si ferma al 23%). Ecco allora che le donne potrebbero per esempio non avere il tempo per chiacchierare di manga online.

È fuor di dubbio che Gild non intendesse discriminare le donne. Voleva anzi fare esattamente l’opposto: azzerare il pregiudizio umano. Ma se non si è consapevoli di come quel pregiudizio opera in concreto non si fa altro che perpetuare in modo cieco le antiche discriminazioni. Non tenendo conto di come le vite degli uomini sono diverse dalle vite delle donne, sia online che offline, i programmatori di Gild hanno inconsapevolmente creato un algoritmo con un pregiudizio implicito.

C’è ancora un fatto molto importante. E inquietante.

La maggior parte degli algoritmi di IA è segreto e protetto in quanto programma a codice chiuso: quindi non possiamo conoscere il funzionamento dei loro processi decisionali e non possiamo sapere quali – eventuali –  preconcetti vi si annidino.

Se siamo al corrente del pregiudizio inserito nell’algoritmo di Gild è solo perché uno dei suoi inventori l’ha raccontato a Cathy O’Neil. 

Potremmo quindi dire che è un duplice gender data gap: molto spesso né i programmatori che mettono a punto l’algoritmo, né la società civile nel suo complesso hanno idea del potenziale discriminatorio delle intelligenze artificiali.

Come sostiene Londa Schiebinger, professore di storia della scienza alla Stanford University in un articolo pubblicato assieme al collega James Zou su Nature nel 2018  (AI can be sexsist and racist – It’s time to make it fair in cui mette in luce la difficoltà di alcuni algoritmi nel riconoscere la pelle nera): 

In una società che progressivamente è sempre più dipendente dai sistemi di automazione, i pregiudizi di genere e razza limitano di molto la nostra comprensione. E prima di correggere i software forse dovremmo pensare a correggere alcune nostre, a volte inconsapevoli, tendenze a considerare l’uomo bianco e occidentale, l’archetipico modello di un’umanità molto più complessa e ricca di diversità”.

 

Foto di apertura Gerd Altmann da Pixabay

Nel testo: Bovee and Thill via photopin (license)