Ian Mangenga e le Digital Girl in Sudafrica

Digital Girl Africa è un hub digitale che attraverso la formazione sulle competenze digitali fondamentali mira a colmare il divario tra le donne e la tecnologia. Ian Mangenga, CEO e Founder dell’organizzazione, vuole vedere più donne imprenditrici in grado di gestire attività online e più contenuti online creati dalle donne per le donne.

di Luca Indemini

È iniziato tutto nel 2018, quasi per caso. Siamo a Johannesburg, Ian Mangenga vuole fondare un magazine online per teenagers, ma ben presto realizza che c’è un grande gap tra donne e tecnologia. Così decide di cambiare i suoi progetti e lavora per dar vita a un hub in grado di avvicinare le donne al digitale.
Nasce Digital Girl Africa che, per dirla con le parole di Ian, «si propone di insegnare alle donne come utilizzare in modo efficace i loro telefoni cellulari, per farli diventare strumenti di trasformazione, in grado di educarle, responsabilizzarle e ispirarle quotidianamente.»

The Slow Manifesto

L’obiettivo del progetto era quello di contribuire all’eliminazione del divario di genere digitale in Africa. Ben presto, Ian si è resa conto che la questione ha molte sfaccettature. C’è una questione tecnica, certo. Ma problemi come la carenza di infrastrutture o il costo elevato della gestione dei dati e dei dispositivi mobili, trascendono l’ambito della sua azione, anche se rappresentano i primi problemi che vengono in mente quando si parla di divario digitale. Anche le limitazioni sociali giocano un ruolo importante nella scarsa alfabetizzazione digitale delle donne. E questo porta a un altro aspetto: le questioni culturali alla base del problema.
Il primo passo di Digital Girl Africa è cercare di diffondere la comprensione di quali sono le sfide implicite nella conquista del digitale, la lotta quotidiana che le donne devono affrontare ogni giorno sul web. In questo modo, vengono affrontate le questioni culturali e sociali correlate al rapporto delle donne con il web. La tecnologia è un potente abilitatore per affrontare le sfide sociali ed economiche. E il lavoro svolto sta dando i suoi frutti.

Ai seminari e ai bootcamp arrivavano donne senza alcuna conoscenza su strumenti e piattaforme e al termine avevano acquisito non solo nuove competenze, ma anche una nuova consapevolezza: avevano appreso come usare il web per esprimersi e migliorarsi

Una delle storie di successo, che meglio evidenzia l’importanza dell’attività di Digital Girl Africa è quella di Black Womxn Caucus, organizzazione di Johannesburg che contrasta la violenza di genere. Seguendo il workshop sui social media e sull’attivismo di Digital Girl Africa, sono riusciti a focalizzare al meglio il proprio messaggio e hanno ampliato significativamente il proprio raggio d’azione.

Takataka Plastics: riciclare i rifiuti plastici e creare nuovi posti di lavoro nei paesi del Sud del mondo

Takataka Plastics è un’impresa sociale che opera in Uganda, dove trasforma i rifiuti plastici in risorse e crea posti di lavoro per i giovani che vivono per le strade di Gulu. Il progetto è frutto della collaborazione tra Paige Balcom, dottoranda a Berkeley, che ha eletto l’Uganda a sua seconda casa, e Peter Okwoko, fondatore di AfriGreen Sustain.

di Luca Indemini

Peter Okwoko è nato e cresciuto in Uganda. Grazie all’introduzione di un progetto dedicato all’insegnamento dell’informatica nella sua scuola secondaria, nel 2003 Peter scopre la sua nuova passione. Fin da subito, gli è chiaro che apprendere competenze informatiche gli avrebbe permesso di migliorare la sua comunità.

Nel 2015 ottiene una borsa di studio per un Master in Tecnologie di Comunicazione Innovativa e Imprenditorialità all’Università di Aalborg, in Danimarca. «Qui ho realizzato per la prima volta le enormi potenzialità associate alla gestione dei rifiuti plastici – ci racconta Peter Okwoko –. Ero sbalordito dal fatto che non si trovava quasi nessuna bottiglia di plastica abbandonata per le strade. Inoltre, erano previsti incentivi economici per smaltire bottigliette e lattine in appositi macchinari, installati nei pressi di molti supermercati. Tutto questo mi ha spinto a pensare a una soluzione alternativa nel mio paese. Quando sono tornato in Uganda, durante le vacanze estive del 2016, ho fondato Afrigreen Sustain, per sensibilizzare la comunità sul valore associato alla gestione dei rifiuti e sugli impatti negativi che possono avere sulla salute e sull’ambiente, se non vengono gestiti in maniera adeguata».

Nell’autunno del 2017 Paige Balcom ha iniziato la scuola di specializzazione all’Università di Berkeley con l’obiettivo di aiutare i suoi amici ugandesi a risolvere il problema della gestione dei rifiuti plastici. Per portare avanti il suo progetto, nello stesso anno, ha trascorso tre mesi in Uganda e qui ha incontrato Peter. Insieme hanno avviato TAkataka Plastica e nel 2019 hanno aperto un piccolo centro di raccolta della plastica, costruito prototipi di macchine per la gestione del ciclo di recupero dei materiali plastici e realizzato le prime mattonelle in plastica riciclata e hanno avviato una collaborazione con The Market Project.

Per la fase di startup del progetto, Internet e i canali social hanno giocato un ruolo fondamentale.

«Ci hanno permesso di apprendere le migliori pratiche in diversi paesi e anche di raggiungere diversi stakeholder, attraverso i social media – racconta ancora Peter –. Internet ci ha permesso di ottenere risultati inaspettati: da nuove partnership e pubblicità sui media a nuove conoscenze ed esperienze. Ad esempio siamo riusciti a raccogliere fondi sufficienti a donare oltre 10mila visiere in plastica per gli operatori sanitari in tutta l’Uganda. Inoltre, Internet ci ha permesso di condividere le nostre storie in più di 50 diversi paesi. La campagna Feed Gulu, che abbiamo avviato su Facebook per aiutare a nutrire la popolazione di Gulu, pesantemente colpita da COVID-19, ci ha permesso di sfamare oltre 5mila famiglie».
E sempre grazie alla rete, Peter ha potuto mettere il suo gruppo di lavoro in contatto con altri team, in altre parti del mondo, hanno seguito webinar internazionali e lavorato a distanza con un gruppo di studenti della UC Berkeley e della Stanford University, per sviluppare soluzioni più innovative sulla gestione sostenibile dei rifiuti di plastica.

La gestione della plastica in Uganda

In Uganda, abitualmente, le bottiglie di plastica scartate vengono bruciate o abbandonate per strada e nei campi. E il governo ugandese è in difficoltà nella gestione dello smaltimento di questi rifiuti.

Takataka si propone di risolvere questo problema con una tecnologia fabbricata localmente, che permette di dare nuova vita ai rifiuti di plastica. Nello specifico, trasforma gli scarti plastici in piastrelle da rivestimento, più resistenti delle alternative in ceramica e in calcestruzzo.

Si è deciso di puntare sul settore delle costruzioni perché l’Uganda deve affrontare una pesante carenza di alloggi e l’industria edile ugandese fa registrare una crescita di oltre 10% l’anno. Di conseguenza, non manca la richiesta di materiali da costruzione ed è più facile trovare una clientela.

«Stiamo implementando la nostra attività a Gulu perché non siamo in grado di tenere il passo con tutti gli ordini che riceviamo. Il nostro obiettivo è aumentare la capacità di produzione per riciclare 9 tonnellate di PET al mese (la metà dei rifiuti PET di Gulu) e creare oltre 35 posti di lavoro locali, dimostrando al contempo che Takataka Plastics può essere un’impresa redditizia e autosufficiente. Stiamo anche lavorando allo sviluppo di nuovi prodotti come polywood, pannelli di rivestimento e materiali per la pavimentazione».

Considerando tutte le nazioni in via di sviluppo, la dimensione del mercato globale sarebbe di 3,6 miliardi di consumatori. Si potrebbero creare più di 700mila posti di lavoro e riciclare due miliardi di chili di rifiuti plastici all’anno

Guardando al futuro, Peter sogna in grande, per Takataka e per i paesi africani: «Speriamo di espanderci in Uganda e negli altri paesi in via di sviluppo. Prendendo in considerazione tutte le nazioni in via di sviluppo, la dimensione del mercato globale è di 3,6 miliardi di consumatori. Creeremmo oltre 700mila posti di lavoro per giovani vulnerabili e potremmo riciclare due miliardi di chili di rifiuti plastici all’anno».

“Questo articolo è stato scritto per la Giornata Nazionale dell’Informazione Costruttiva 2021”

Digitale non vuol dire green; e se smettessimo di mandare mail?

Nella Giornata Mondiale della terra, mentre infuria il dibattito sul raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e dopo un anno che innumerevoli attività si sono convertite online a causa della pandemia, è importante ribadire che non basta essere digitali per non inquinare. Qualunque azione facciamo online, una ricerca, un acquisto, un post sui social network richiede che ci siano dei server, dislocati da qualche parte, che la elaborano. All’energia consumata dai dispositivi connessi (quali PC e smartphone) si aggiunge dunque quella di server, data center, infrastrutture di comunicazione e relativi sottosistemi. Si stima che entro il 2040 l’impatto del settore ICT sulle emissioni inquinanti arriverà a pesare per il 14%

di Silvia Pochettino

Se ognuno di noi decidesse di inviare anche solo una mail in meno, risparmieremmo circa 16.433 tonnellate di carbonio all’anno. Per fare una stima orientativa, sarebbero circa 81 mila voli aerei tra Roma e Londra. Lo rivelava già cinque anni fa uno studio dell’Agenzia francese per l’ambiente, riportato da Repubblica. Un messaggio da 1 megabyte emette 19 grammi di CO2, in pratica 8 mail inquinano come un km in auto. E di mail inutili ne mandiamo a bizzeffe! Secondo uno studio commissionato da Ovo Energy solo in Inghilterra si inviano ogni anno oltre 64 milioni di email inutili.

La cosa diventa ancora più inquietante se, andando oltre la semplice mail, cominciamo a considerare sistemi complessi come quelli di Intelligenza Artificiale (IA), che ormai pervadono gran parte della nostra vita quotidiana. Se da una parte gli algoritmi di IA possono contribuire in diversi modi a diminuire l’impatto inquinante sul pianeta,  dall’altra i ricercatori dell’Università del Massachusetts, Amherst, eseguendo una valutazione sull’energia necessaria ad “addestrare” gli algoritmi di Deep Learning in NLP ( comprensione ed elaborazione del linguaggio naturale, utilizzati ad esempio per la traduzione automatica da una lingua all’altra), hanno rilevato che si arriva ad emettere 284 tonnellate di anidride carbonica equivalente,  emissioni pari a quasi cinque volte quelle della vita media di un’auto americana, produzione inclusa.

Secondo lo studio “Assessing ICT global emissions footprint”, pubblicato sulla rivista Journal of Cleaner Production,  l’impatto dell’intero settore delle ICT sulle emissioni globali di gas serra è triplicato in dieci anni;  dal 2007, in cui le ICT contavano per l’1% delle emissioni inquinanti, le proiezioni indicano che entro il 2040 arriverà a pesare per il 14%. Per fare un paragone i mezzi di trasporto pesano sull’ambiente per il 20% e questo dato non è variato in maniera sostanziale nel corso degli ultimi cinquant’anni nonostante l’aumento del traffico (aereo, terrestre e marittimo), a causa di progressi tecnologici. Già oggi le tecnologie dell’informazione e della comunicazione rappresentano l’8-10% del consumo di elettricità in Europa e sono responsabili di emissioni di anidride carbonica pari a circa un 4% circa.

Stiamo parlando sempre di percentuali ridotte se confrontiamo l’impatto dell’industria pesante e della maggioranza dei servizi, tuttavia, difronte alla crescita esponenziale che stiamo vivendo nell’utilizzo delle tecnologie digitali  non si può non porsi seriamente il problema.  Secondo Greenpeace, che monitoa il settore IT dal 2010 , solo il 20% delle aziende si è impegnato a investire in energie rinnovabili, ed è particolarmente preoccupante l’assenza di politiche green in alcuni Paesi del mondo quali Cina, Taiwan e Corea del Sud.

Forse allora dovremo iniziare a interrogarci non solo quando prendiamo l’aereo per andare in vacanza o l’auto per andare al lavoro tutti i giorni, ma anche quando mandiamo quella mail di troppo al collega o pubblichiamo l’ennesimo post sui social per polemizzare su un caso di attualità o raccontare quello che abbiamo mangiato? Forse sì, e potrebbe essere molto più difficile del previsto

 

Inclusione sociale e digitale in una pubblicazione di Consiglio d’Europa e Commissione europea

Nell’ambito della serie Youth Knowledge, la Commissione Europea e il Consiglio d’Europa hanno pubblicato, a inizio 2021, lo studio “Young people, social inclusion and digitalisation. Emerging knowledge for practice and policy”, incentrato sul rapporto tra inclusione sociale e digitalizzazione. Allo studio hanno preso parte Ron Salaj e Dan McQuillan, entrambi docenti del Master di Ong 2.0 “ICT For Development and Social Good”.

di Luca Indemini

Dal punto di vista dei giovani, l’inclusione sociale è il processo di autorealizzazione dell’individuo all’interno della società, il riconoscimento del proprio potenziale da parte delle istituzioni sociali.

E l’inclusione sociale ha un significato particolare per quei giovani che provengono da contesti svantaggiati e vivono in condizioni precarie.

La digitalizzazione, come processo di integrazione delle tecnologie digitali nella vita di tutti i giorni, sta plasmando la nostra società e ha un impatto significativo soprattutto sulle generazioni più giovani.

In quanto fenomeno sociale, la digitalizzazione può sostenere od ostacolare gli sforzi necessari per raggiungere l’inclusione sociale.

In Europa, molte organizzazioni stanno già utilizzando le risorse digitali come opportunità per promuovere l’inclusione sociale o le piattaforme digitali per promuovere la partecipazione. Tuttavia, è stata svolta solo un’analisi limitata di benefici e rischi della digitalizzazione per i giovani emarginati. “Young people, social inclusion and digitalisation. Emerging knowledge for practice and policy” vuole rappresentare un importante tassello in questa direzione.

Allo studio hanno partecipato Ron Salaj e Dan McQuillan, entrambi docenti del Master di Ong 2.0 “ICT For Development and Social Good”. Nello specifico si sono occupati del ruolo dell’Intelligenza Artificiale, sempre più centrale nelle tecnologie digitali.

I giovani precari e lo spettro degli stereotipi algoritmici

Nel capitolo di loro competenza, Ron e Dan analizzano in modo critico la narrativa sull’innovazione digitale e sull’imprenditorialità tecnologica, che tende a trasformare storie eccezionali in possibilità per tutti, che per tutti non sono. In particolar modo concentrano la loro attenzione sull’Intelligenza Artificiale, che poggia su un sistema di valori derivati dalla cultura dei miliardari maschi americani, prevalentemente bianchi.

L’Intelligenza Artificiale poggia su un sistema di valori derivati dalla cultura dei miliardari maschi americani, prevalentemente bianchi.

Questo comporta, che l’uso dell’IA nelle politiche e nei servizi per i giovani potrebbe involontariamente introdurre forme congenite di discriminazione.

Anche per la velocità dei cambiamenti in corso d’opera con la rivoluzione digitale in atto, è difficile raccomandare buone pratiche da adottare o fornire un giudizio definitivo sul rapporto tra IA, integrazione sociale e lavoro giovanile. Quel che è certo però è che il futuro non può essere affidato all’eccesso di narrativa dell’innovazione digitale, che porta con sé i rischi di una crescente precarietà.

Sebbene l’intelligenza artificiale non possa essere cancellata, ci sono modi per trasformarla in una forma di apprendimento che non riguarda solo ciò che si trova nei dati, ma anche ciò che non è all’interno dei dati e ciò che potrebbe essere, in modo da poter riformulare l’apprendimento automatico stesso. Dovrebbero essere le comunità di interesse, quelle influenzate direttamente dall’intelligenza artificiale, ad essere coinvolte sia nell’impostazione delle domande che l’IA pone, sia nella determinazione del significato di ciò che viene trovato.

Un punto di partenza è stato quello dei People’s Councils on AI for Young People. Sono un tentativo di sfidare ed estendere l’apprendimento automatico attraverso la pedagogia critica, cioè con modi collettivi di porre domande sui problemi che abbiamo in comune e imparare insieme generando modi diversi per affrontare quei problemi.

Una piattaforma per ridurre il gap tra i giovani e le opportunità lavorative in Senegal

Nell’ambito del progetto MIGRA, a Ziguinchor, in Senegal, stiamo lavorando per la creazione di una piattaforma che faciliti l’accesso dei giovani alle opportunità lavorative e formative sul territorio. Nell’occasione del workshop di co-design realizzato la scorsa settimana è stato presentato il rapporto “Accesso all’informazione sull’occupazione giovanile nel dipartimento di Ziguinchor”. I risultati principali della ricerca? Giovani iperconnessi ma senza conoscenza delle opportunità locali

di Luca Indemini

Ogni anno, in Senegal, non meno di 200 mila persone ampliano le file di chi si trova in cerca di lavoro e nonostante gli sforzi dello Stato il tasso di disoccupazione resta molto alto. Secondo un rapporto dell’Organizzazione Mondiale del Lavoro, il Senegal rientra tra i 10 paesi più colpiti della piaga della disoccupazione.
Come Ong 2.0 stiamo lavorando, insieme a LVIA, CISV e COSPE  alla creazione di una piattaforma informativa per facilitare l’accesso dei giovani alle opportunità lavorative e di formazione sul territorio nell’ambito del progetto MIGRA.  Per l’analisi del contesto è stato commissionato uno studio al Bureau d’Information Communautaire Declic  mirato a capire come i giovani del dipartimento di Ziguinchor cercano lavoro e quanto incidano nella ricerca gli strumenti digitali. I risultati del rapporto sono stati restituiti durante un workshop svoltosi in questi giorni, con l’intento di arrivare alla creazione di una piattaforma in grado di rafforzare il collegamento tra i giovani e le opportunità di lavoro nella zona di Ziguinchor.

Il rapporto

Per la realizzazione del rapporto “Accesso all’informazione sull’occupazione giovanile nel dipartimento di Zinguinchur“, sono stati intervistati 209 giovani tra i 15 e i 34 anni (100 donne e 109 uomini).

Il 99% dei giovani intervistati ha frequentato la scuola: poco più del 40% ha un livello di istruzione secondaria; il 27% un livello medio e meno del 23% un livello superiore.
L’85% degli intervistati è disoccupato. Del 15% che ha un lavoro, l’8,13% è a tempo indeterminato, il 4,78% è a tempo determinato e il 2,39% sono lavoratori stagionali.

Per quanto riguarda l’utilizzo delle tecnologie, dallo studio è emerso che i giovani sono iperconnessi (l’83% dispone di uno smartphone, l’82% accede regolarmente a Internet), ma hanno scarso accesso alle informazioni sulle opportunità lavorative.

Il principale problema che emerge dal rapporto è che l’accesso alle informazioni sui posti di lavoro vacanti è limitato. Il 52% degli intervistati cerca lavoro attraverso le proprie conoscenze personali, il 31% passa attraverso Internet e i social media, solo il 12% utilizza i servizi di promozione dell’occupazione.

A fronte di questo scenario il Declic ha rilasciato una serie di raccomandazioni:

  • coinvolgere maggiormente le associazioni giovanili per una migliore diffusione delle informazioni relative alle strutture di promozione dell’occupazione;
  • migliorare la comunicazione con i giovani;
  • guidare i giovani nella ricerca di informazioni utili, soprattutto online;
  • facilitare l’accesso alle informazioni sul mondo del lavoro attraverso piattaforma centralizzate;
  • creare le condizioni per cui i giovani possano restare in loco e avere successo nella proprie comunità;
  • creare una connessione tra le strutture e la popolazione.

I Digital Open Badge come risposta al moltiplicarsi dei corsi online

Di Anna Filippucci

Dopo un anno come quello passato, caratterizzato da un aumento esponenziale dell’offerta di corsi di formazione online, è importantissimo fare una riflessione collettiva seria sul valore e la certificazione delle competenze acquisite attraverso questo genere di esperienze. Soprattutto se l’ente che offre il servizio di formazione non è un’Università, o altra realtà riconosciuta dal MIUR per erogare questo tipo di servizio.

Ma come fare? Esiste un modo per fare sì che i corsi online, così come tutta una serie di altre esperienze formative “non tradizionali” offline, come workshop estivi, summer school, esperienze di volontariato e weekend intensivi, possano avere un valore reale e certificato all’interno dei nostri CV?

La risposta è sì, ed esiste già da alcuni anni: sono i Digital Open Badge.

Gli Open Badge sono delle schede elettroniche sotto forma di immagine, condivisibili e contenenti una serie di metadati legati all’ente di formazione, al corso seguito e soprattutto alle conoscenze e capacità acquisite. Il loro compito è quello di attestare le competenze, attraverso una serie di evidenze (output) riconosciute da uno standard condiviso.

A partire dal 2021, Ong 2.0 ha deciso di farsi promotrice di questa nuova avventura digitale. Tutti coloro che parteciperanno ai nostri percorsi formativi realizzando con profitto esercitazioni e test quest’anno potranno ricevere al termine del corso, oltre all’attestato di frequenza, anche degli Open Badge corrispondenti alle competenze acquisite. La piattaforma di cui ci avvarremo per l’emissione dei badge è C-BOX, con la supervisione metodologica della SAA School of Management dell’Università di Torino.

Ma facciamo un passo indietro. Per vederci più chiaro, abbiamo fatto due chiacchiere con Marcello Bogetti, docente presso UniTo Labnet- SAA School of Management e promotore di un ampio progetto di diffusione degli Open Badge. La SAA, ente parte del network di Ong 2.0, è infatti uno degli attori che ha dato vita alla sopracitata piattaforma di emissione dei badge.

Marcello dal suo studio virtuale su Webex chiarisce subito le origini e le motivazioni della nascita dei Digital Open Badge (DOB). “I titoli di studio riconosciuti legalmente, tendenzialmente universitari, danno segnali contraddittori sul mercato del lavoro. Il fatto di aver preso 30 ad un esame non implica automaticamente che tu sappia fare concretamente delle cose”. Certo, è strano sentirsi dire questo da un docente universitario. Eppure Bogetti non ha dubbi:

È essenziale che i sistemi di istruzione tradizionali facciano dei passi in avanti e si pongano come obiettivo formativo l’acquisizione di competenze, piuttosto che esclusivamente un trasferimento di conoscenze.

“Lezioni frontali, in cui il docente è un espositore di una serie di nozioni, non sono più accettabili, a maggior ragione in delle classi virtuali. Occorre che gli studenti si abituino a produrre degli output, piuttosto che ripetere concetti imparati studiando su un libro di testo”.  Inoltre “c’è sovente un patrimonio invisibile di competenze, accumulato attraverso esperienze formative ‘non tradizionali’ che stenta a essere riconosciuto”. I Digital Open Badge cercano dunque di rispondere a queste criticità, creando un nuovo sistema di credenzialismo e certificazioni che permettano il riconoscimento formale delle hard e soft skills altrimenti difficilmente dimostrabili attraverso un CV.

In un contesto sempre più digitalizzato, questi strumenti di certificazione hanno la caratteristica di essere trasportabili – si tratta infatti di icone facilmente allegabili al proprio CV, oppure alla propria firma digitale, e sempre di più anche caricabili su piattaforme online di ricerca lavoro – e riconoscibili dappertutto in quanto riferiti a standard condivisi internazionalmente.

“Gli Open Badges sono stati introdotti negli Stati Uniti 5 anni fa, in risposta a un mondo del lavoro sempre più fluido e veloce. A parità di titoli di studio, la differenza tra due candidati per lo stesso lavoro può essere data esclusivamente dalle competenze acquisite e in qualche modo certificate. Le prime piattaforme lanciate sono state promosse Mozilla e la McArthur Foundation e dal lavoro di questi giganti è stata possibile l’elaborazione di una serie di standard che oggi sono condivisi dalle piattaforme di emissione di DOB”. Ma la riflessione sull’innovazione del sistema educativo, in risposta all’aumento dei centri di formazione online o altre opportunità offline, non si è fermata agli States; “nel 2019 i DOB emessi erano poco più di 20 milioni, nel 2020, anche a causa dell’accelerazione di una serie di processi dovuta alla pandemia, i badges in circolazione sono più che raddoppiati.

Leggi anche il nostro articolo > “Open Badge e Bestr: un nuovo modo di valorizzare le tue skills”

La piattaforma che la SAA ha contribuito a creare è nata 2 anni fa da un gruppo di lavoro informale composto dalla SAA stessa, in collaborazione con AssoLavoro, alcuni esperti di mercato del lavoro e una serie di aziende, con capofila IQC; è stata quest’ultima poi a occuparsi concretamente della creazione e della gestione della piattaforma C-BOX di emissione dei badges. “Essa si rifà agli standard dettati da Mozilla, ma utilizza anche la tecnologia Blockchain e ha il pregio di essere nata su impulso di una “community of interest” che ne ha definito le peculiarità e la logica sottostante”.

Ciò che vien da chiedersi è se questi certificati di competenze digitali non entrino in collisione con il sistema legalmente riconosciuto dell’Università per esempio. Marcello sostiene che “la crisi del sistema formativo attuale” sia ormai “un’evidenza”, e che questo sia “un processo irreversibile”. Tuttavia,

“i badge attualmente non sono pensati per sostituire le pergamene di laurea, ma vanno piuttosto a integrare i titoli legalmente riconosciuti. Essi completano e aggiungono aree di competenze in cui non sono a oggi previste delle certificazioni; un esempio chiaro sono le esperienze di volontariato o il servizio civile. Nel CV oggi non valgono nulla, ma se certificate con i DOB esse acquisiscono un peso”.

La dimostrazione della non conflittualità tra, per esempio, Laurea e Open Badges è data dal fatto che diversi atenei stiano già sposando la logica dei DOB: da Nord a Sud, la Bicocca di Milano, le Università di Padova, Cagliari, Bari, Roma…dal 2016 in poi, hanno deciso di dotarsi di un sistema digitale di certificazione delle competenze.

L’ambizione degli Open Badge è grande. I centri di formazione che se ne avvarranno “diventeranno nodi di una rete sempre più ampia e universale, che permetterà una spendibilità inedita delle conoscenze”. Ovviamente perché questo avvenga “è necessaria una sorta di ‘evangelizzazione’ del mondo del lavoro e dei centri di formazione che permetta così un effetto moltiplicatore della logica che sottostà ai badge”, spiega Marcello. I centri di formazione dovranno imparare a progettare per competenze e non per contenuti e ore di esposizione; “ciò significa porsi la domanda ‘Cosa faccio fare agli studenti e cosa mi permette di capire che abbiano imparato?’. I badge non possono prescindere dalla presentazione di un’evidenza: alla competenza acquisita, va sempre allegato un output realizzato o la spiegazione dell’attività proposta per consolidare la competenza stessa”.

Infine, “in contesti lavorativi molto specifici, come quello della cooperazione internazionale, dotarsi di un sistema di Open Badge diffuso e condiviso, che permetta quindi il riconoscimento di una serie di competenze nella community degli addetti ai lavori, è un ottimo modo per creare un processo virtuoso di innovazione e diffusione del sapere pratico”, conclude Marcello.

 

Rendi il mondo più verde, con un click

Due piattaforme online mostrano come sia possibile, con un click, contribuire al rinverdimento di aree urbane, ma non solo: si tratta di Tree Canopy Lab, l’innovativo tool di Google utilizzato a Los Angeles, presto disponibile ovunque, e Treedom, la piattaforma fiorentina per le aziende e i privati che supporta comunità agricole di tutto il mondo.

Di Anna Filippucci

Gli alberi sono simbolo di vita: nell’immaginario collettivo, ma anche da un punto di vista prettamente biologico. Ce lo insegnano durante le lezioni di scienze alla scuola elementare, anche se spesso lo dimentichiamo. Tutte le piante, attraverso il processo di fotosintesi clorofilliana, assorbono CO2 presente nell’aria e emettono, in risposta, ossigeno.

Nel contesto di una crisi climatica mondiale, quale quella che stiamo affrontando, il rinverdimento del globo è un’operazione essenziale. Lo è poi, in maniera prioritaria, nelle zone del pianeta in cui gli effetti del riscaldamento climatico sono già evidenti e molto problematici. Recentemente, con l’accelerazione del progetto della “Grande Muraglia Verde, anche il Presidente francese Emmanuel Macron ha confermato questa esigenza: come annunciato durante il One Planet Summit, governi e banche di sviluppo hanno promesso 14,3 miliardi di dollari da investire per velocizzare questo processo, fondamentale per frenare la desertificazione del suolo nel continente africano.

Partendo da constatazioni simili, due piattaforme innovative si sono recentemente imposte sul mercato “piantando alberi”. La prima non poteva che essere un prodotto della Silicon Valley: Tree Canopy Lab è il nuovo tool di Google che ha come obiettivo il rinverdimento delle aree urbane.

Si tratta di un portale molto simile a Google Maps che mostra quali siano le zone più ricche di verde urbano e quelle dove, invece, mancano alberi e predomina il grigio dell’asfalto e degli edifici. Il tool fa parte della piattaforma Environmental Insights Explorer (EIE), lanciata nel 2018, e funziona grazie a un algoritmo di Intelligenza Artificiale in grado di rilevare la presenza di alberi e di produrre mappe in cui viene rappresentata la densità della copertura degli alberi stessi.

Il tool non è ancora utilizzabile in Italia, ma solo negli Stati Uniti, a Los Angeles per la precisione. Tree Canopy Lab si è dimostrato molto efficace nel caso della celebre città americana: ha permesso di scoprire che “oltre il 50% dei cittadini vive in aree in cui la presenza di alberi che fanno ombra è inferiore al 10% e che il 44% degli abitanti vive in zone a rischio calore estremo”[1]. L’amministrazione della città californiana si è impegnata a raggiungere la quota di 90000 alberi piantati entro il 2021 e, anche grazie a Tree Canopy Lab, l’obiettivo è sempre più vicino!

L’altra piattaforma green, molto innovativa e tutta italiana, fa maggiormente appello alla sensibilità individuale e d’impresa. Si tratta di Treedom, “la prima piattaforma web al mondo per piantare un albero a distanza e seguire la sua storia online” [2].

Chi sceglie di “acquistare” o “regalare” un albero con Treedom sostiene anche un progetto di sviluppo di sostegno a comunità agricole locali sparse in tutto il globo. Il beneficio, dunque, è duplice: da una parte si può contribuire alla diminuzione della CO2 nell’atmosfera, dall’altra si ha la possibilità di aiutare in maniera molto diretta qualcuno di anche molto lontano. Per ognuno dei 17 paesi tra cui puoi scegliere, il team di Treedom ti dice quali siano le piante autoctone, ti mostra le foto della comunità/famiglia che andrai a sostenere e ti dice chi sono le aziende e i privati donatori che hanno già piantato in quella location. L’organizzazione si impegna inoltre a formare i contadini locali sulla manutenzione del verde e pratiche innovative per uno sviluppo economico che parta dal basso e sia, innanzitutto, sostenibile.

L’offerta di Treedom è super-personalizzabile: puoi scegliere l’albero in base al tuo segno zodiacale, oppure quello di un amico/a, puoi selezionare il paese, il progetto e poi seguirlo in tutte le fasi, dalla piantumazione, in poi. Così, nonostante si svolga tutto esclusivamente online, hai l’impressione di aver lasciato veramente qualcosa di tuo.

La mission di Treedom, scherzosamente, riassume l’ambizione di questi due progetti digitali: “c’è un eschimese in mezzo ai ghiacci, un beduino in pieno deserto e un polinesiano in alto mare. Tutti e tre stanno piantando un albero. La mission di Treedom è far sì che questa non sia una barzelletta”. Vogliamo dar loro una mano?

[1]
[2]

Vuoi fare un anno di servizio civile nel nostro team?

Se hai meno di 29 anni e sei appassionato di cooperazione internazionale, comunicazione e tecnologie Ong 2.0  è il posto che fa per te. Meglio ancora se sei anche uno “smanettone” curioso, con la voglia di scoprire come sta cambiando il mondo con le tecnologie digitali e che cosa possiamo fare per renderlo migliore.

Ong 2.0 è un network di ONG ed enti specializzati nel settore ICT, focalizzato sull’informazione, formazione e sperimentazione delle tecnologie digitali a servizio dello sviluppo sostenibile e dei temi sociali.

Se questi temi ti interessano puoi entrare a far parte del nostro team per un anno. È infatti uscito il nuovo bando per il servizio civile universale che permette di fare un’esperienza formativa di un anno, con un impegno di 25 ore settimanali e una retribuzione di 439 euro netti mensili.

Di cosa ti occuperai principalmente?

Ricerca materiali sui temi della cooperazione internazionale e dell’innovazione attraverso le ICT, scrittura articoli, attività di social networking,  supporto all’organizzazione di webinar e training formativi online e offline e organizzazione di eventi sulle ICT per lo sviluppo.

Potrai inoltre scoprire come lavora un team dislocato in varie parti del mondo e acquisire pratica quotidiana di strumenti di collaborazione a distanza.

Il posto dedicato a collaborare con il nostro team si trova all’interno del progetto “Cittadini del Mondo 2020” dell’ong CISV, capofila del network, puoi vedere il progetto completo e candidarti qui selezionando la sede di Corso Chieri.

Le candidature sono aperte fino al 15 febbraio 2021 alle h. 14.00.

Per ulteriori informazioni serviziocivile@cisvto.org

Ti aspettiamo!