Co-design e digitalizzazione: un approccio vincente contro l’emergenza sanitaria nel Sud Globale

“Co-design” e “co-partecipazione”, comunicazione continua tra utenti e operatori e uso avanzato delle tecnologie digitali, sono queste le parole chiave per affrontare in modo efficace le situazioni di emergenza sanitaria. Ne sono esempi le piattaforme U-Report e mHero, realizzate per fronteggiare rispettivamente le epidemie di COVID-19 e Ebola e utilizzate in 52 paesi del mondo.

Di Anna Filippucci

Il distanziamento sociale e l’impossibilità di viaggiare liberamente nel mondo a causa del Covid-19 hanno costretto in pausa forzata molti progetti avviati nel Sud Globale e caratterizzati da un intervento fisico in loco degli operatori. In questa situazione straordinaria, la vera sfida che si è presentata per il settore della cooperazione e degli aiuti umanitari è stata di modificare e adattare al nuovo contesto i propri interventi; ne sono uscite vincitrici le organizzazioni che hanno saputo innovarsi e utilizzare un approccio di co-design (digitale) nella realizzazione di progetti. 

Ma cosa si intende per co-design? Letteralmente, con questo metodo, gli interventi diventano frutto di un processo partecipativo e dinamico che coinvolge tutti gli stakeholders e i destinatari dei progetti stessi. Più che mai adesso, in un contesto mutevole ed emergenziale, una “two-way communication”, che permetta di identificare chiaramente e rapidamente i bisogni effettivi dei destinatari di progetti, si è rivelata fondamentale per realizzare interventi efficaci nonostante la distanza fisica. L’interazione diretta tra organizzazioni e destinatari è stata sovente garantita da innovativi strumenti digitali, quali chatbot e sistemi di mapping, per esempio.

Come ha riassunto chiaramente Meg Kemp, fondatrice e consulente di Alma Major, durante il webinar Designing digital tools for COVID-19 response”, organizzato dal “Nethope Solutions Center” ,  gli interventi basati sul co-design in situazioni di emergenza devono essere necessariamente rapidi, ma attenti al contesto mutevole e caratterizzati da una costante ridefinizione degli obiettivi a breve termine. L’utilizzo di piattaforme digitali che permettano una comunicazione diretta e un feedback costante si è rivelato in questo contesto fondamentale per migliorare gli interventi. 

Foto di UNICEF, progetto U-Report

A tal proposito, sono stati raccontate due esperienze portate avanti da UNICEF e USAID in diversi paesi del Sud Globale e in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali ha permesso di continuare a lavorare a distanza in situazioni di emergenza sanitaria. Il programma “U-Report” di UNICEF rappresenta un’esperienza di successo in questo senso: si tratta di una piattaforma di raccolta dati, che funziona attraverso un sistema di messaggistica istantanea e accessibile sia attraverso SMS (senza connessione dati), sia da piattaforme di social messaging (Whatsapp, Messenger, Viber…). L’utente che interagisce rimane anonimo e deve unicamente fornire informazioni relative alla propria età, il proprio genere e la location in cui si trova. I dati, raccolti e aggregati, sono utili a UNICEF, le altre ONG partner e le autorità locali per formulare interventi efficaci, ma anche per produrre consapevolezza, favorire l’empowerment delle comunità e conoscere in profondità i bisogni e i problemi delle comunità stesse. 

Dato il successo della piattaforma negli ultimi anni, utilizzata in 68 paesi a ritmo di 30 report al secondo, l’UNICEF ha deciso di adattarla e utilizzarla a partire dallo scorso febbraio come sistema di raccolta dati e informazioni relativamente all’emergenza Covid-19. Questo “Covid information Chabot” ha permesso una capillare diffusione delle informazioni nei 52 paesi dove è stato sperimentato; in Costa D’Avorio, per esempio, attraverso una partnership con le principali compagnie di telefonia mobile, esso è stato consultato 2,5 milioni di volte, soprattutto da un pubblico molto giovane. Oltre a fornire informazioni utili per auto-diagnosi e misure di prevenzione, il chatbot è diventato gradualmente la principale e più attendibile fonte di informazioni anche per il governo e i mezzi di informazione di massa, quali radio e giornali. 

Jaclyn Carlsen, ICT policy Advisor presso USAID ha raccontato invece l’esperienza dell’Agenzia in Liberia, durante l’emergenza sanitaria provocata da Ebola, nel 2014. In questo contesto, in collaborazione stretta con il ministero della salute liberiano, USAID ha promosso e implementato il programma mHero, un sistema di messaggistica e mappatura, volto a migliorare la comunicazione con gli operatori sanitari e le strutture situate in zone remote del paese e altrimenti difficilmente raggiungibili. mHero ha permesso la diffusione di informazioni e una migliore organizzazione del lavoro e delle risorse, dimostrandosi estremamente utile; tanto, da essere in seguito utilizzata anche da altri dipartimenti direttamente legati al ministero della Salute, quali l’Unità per la Salute Mentale, per l’Assistenza Familiare e la Gestione della Catena di Distribuzione. 
Entrambe le esperienze illustrano chiaramente i vantaggi di un approccio partecipativo alla realizzazione di progetti in situazioni emergenziali, così come il valore aggiunto dato dall’uso di tecnologie digitali. Solo attraverso delle partnership consolidate, una conoscenza profonda del contesto e un empowerment costante dei destinatari, è possibile sviluppare delle piattaforme che rispondano veramente alle esigenze specifiche di una comunità in situazione di emergenza.

mHealth e mapping umanitario: un format di apprendimento online tutto nuovo

Nuovi temi e nuova metodologia nel portfolio formativo di Ong 2.0. Rispetto alla “tradizionale” formula utilizzata, con lezioni in diretta streaming ad orari fissi e prestabiliti, seguite da esercitazioni da svolgere in autonomia tra una sessione e l’altra, si testa ora una nuova formula “mista” che unisce i vantaggi dell’ e-learning senza perdere il valore aggiunto del rapporto diretto con il docente . I due nuovi corsi proposti (entrambi in inglese) sono dedicati all’uso dei GIS per la mappatura nel settore umanitario e per la cooperazione internazionale e alle tecnologie mobili in ambito sanitario (mHealth)

di Anna Filippucci

Da più di 10 anni, a Ong 2.0 abbiamo sviluppato una metodologia di formazione online che fa dell’interazione e dello scambio diretto con il docente i suoi punti di forza. Negli anni questo approccio è stato applicato ad oltre 20 percorsi e ha permesso a oltre 1100 partecipanti di formarsi con successo sui temi della cooperazione internazionale allo sviluppo e della comunicazione digitale per il no profit. Accanto a questa metodologia, da quest’anno abbiamo deciso di sviluppare un nuovo percorso formativo che integra i vantaggi dell’e-learning con l’imprescindibile rapporto diretto con i docenti, in grado di rispondere meglio alle necessità di un pubblico che man mano è diventato più ampio e internazionale. Il nuovo percorso, dedicato al tema delle ICT4D, è strutturato in lingua inglese ed è basato, nella sua prima fase, su un apprendimento asincrono che permette una gestione più flessibile di tempi e orari e prevede un sistema di test per valutare passo passo i propri progressi.

L’idea di creare questa nuovo percorso online prende forma a partire da due considerazioni in particolare. La prima è relativa alle esigenze di chi lavora all’estero come cooperante: la lingua inglese e una flessibilità oraria maggiore per tenere conto delle variazioni del fuso orario da un paese all’altro sono elementi essenziali per poter frequentare un corso online. La seconda considerazione è legata invece alla necessità di chi lavora sul campo di acquisire competenze pratiche e avanzate su strumenti specifici

I partecipanti ai corsi possono dunque usufruire di un percorso facilmente personalizzabile, adattabile alle proprie necessità e al ritmo di lavoro. Gli strumenti e le piattaforme utilizzate permettono di guardare brevi video registrati dai docenti ed eseguire test di valutazione delle conoscenze; ma non solo. Alla teoria si aggiunge la possibilità di sperimentare e conoscere concretamente degli strumenti “open” utili per il lavoro in questi due ambiti. Infine, per garantire la possibilità di un’interazione tra docenti e partecipanti ai corsi e la risoluzione di eventuali problemi di comprensione dei contenuti sono previsti anche due workshop in diretta.

Giuliano Ramat, uno dei docenti del corso sui GIS, spiega:  “il corso ha l’obiettivo di fornire ai partecipanti informazioni riguardo i più importanti strumenti “open source” per la mappatura in ambito umanitario, con un’attenzione particolare per i prodotti, i gruppi di lavoro e gli esperimenti che utilizzano la tecnologia “Openstreetmap”.

Paola Fava, responsabile di “mHealth per la cooperazione internazionale”, descrive invece il proprio corso come “l’opportunità di avere una panoramica generale dell’utilizzo di mhealth in contesti di sviluppo. Le sue applicazioni in ambito sanitario sono le più svariate: dalle indagini sulla salute, al monitoraggio remoto, alle applicazioni educative e ai sistemi di localizzazione delle malattie, per citarne solo alcune. Il corso fornisce dunque esempi e casi studio a questo proposito per stimolare l’utilizzo di tali tecnologie al fine di migliorare e integrare nuovi progetti sanitari “.

A proposito del nuovo formato dei corsi, Ramat afferma che “la formula E-learning adottata lascia liberi i partecipanti di scegliere l’orario che preferiscono per assistere alle lezioni. Inoltre, la suddivisione dei classici seminari da 90 minuti, in “capitoli” brevi della durata di mezz’ora aumenta la capacità di concentrazione su argomenti puntuali”. Paola Fava conferma: “la flessibilità e la possibilità di gestire il nostro tempo sono oggi requisiti fondamentali, per questo credo che questo tipo di “formula” corrisponda alle esigenze delle persone e alla disponibilità di tempo rispetto ai webinar più tradizionali.  Entrambi confermano tuttavia l’importanza e il valore dei momenti di interazione tra docenti e partecipanti: “il collegamento con il docente o altri studenti è comunque garantito dal forum di moodle e da alcune sessioni dal vivo”.

Perché l’inglese? Secondo Ramat “essendo l’inglese la lingua principalmente utilizzata nella cooperazione internazionale, professionisti che intendano lavorare nel settore devono necessariamente abituarsi all’idea di interagire con i colleghi in lingua straniera. A questo proposito, l’opportunità di acquisire fin da subito una terminologia anglofona specifica per il settore costituisce senz’altro un vantaggio per i futuri lavoratori”.  A questo proposito Paola Fava conclude, “l’idea è di raggiungere un pubblico più vasto e credo che la lingua inglese si adatti maggiormente a questo scopo. Abbiamo anche ricevuto richieste da persone precedenti che frequentavano corsi simili e abbiamo trovato la lingua italiana un possibile limite”.

Barometro dell’odio nello sport

La prima ricerca italiana sull’hate speech online in ambito sportivo, realizzata analizzando 443.567 conversazioni su Facebook e 16.991 su Twitter delle principali testate giornalistiche sportive italiane. Oggi, 26 maggio alle ore 11, in diretta Facebook sulla pagina di Odiare non è uno sport.

Quanta volgarità, minacce e insulti anche a sfondo razziale o sessista sono presenti nelle discussioni on line che parlano di sport? Se da un lato lo sport è spesso strumento di integrazione e trasmissione di valori, soprattutto quando praticato, dall’altro, specialmente nella dimensione del tifo, può diventare un elemento divisivo che inasprisce la competizione fino a trasformarla in conflitti anche violenti. Ma quanto influisce in tutto questo l’uso dei social network? Che frequenza e che caratteristiche hanno i linguaggi d’odio online nello sport italiano?

Prova a rispondere a queste domande il Barometro dell’odio nello Sport, ricerca realizzata dal Centro CODER dell’Università di Torino nel quadro del progetto di prevenzione e contrasto all’hate speech  Odiare non è uno sport, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AID 011797) e promosso dall’associazione  CVCS insieme a 13 partner nazionali.

Il primo risultato che salta agli occhi dal monitoraggio delle pagine Fb e Twitter delle principali testate sportive nazionali (La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello Sport, Sky Sport e Sport Mediaset) realizzato dal 7 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, è che esiste un livello costante di hate speech al di sotto del quale non si scende mai, pari al 10,9% dei commenti su Facebook e 18,6% su Twitter. 

I messaggi d’odio risultano dunque una componente non solo rilevante ma strutturale delle conversazioni sportive su questi social media. Tuttavia, Facebook e Twitter sono diversi, sia per numero di commenti sia per la presenza di hate speech. A parità di messaggi pubblicati, Facebook genera un volume di commenti 26 volte superiore a quello di Twitter. Ma, mentre l’hate speech raggiunge il 13,4% dei commenti su Facebook, su Twitter arriva al 31% .

Se si vanno poi ad approfondire le modalità con cui si manifesta l’hate speech, il linguaggio volgare (14% su FB e 31% su Twitter) e l’aggressività verbale (73% e 60%) sono le forme più frequenti. Tuttavia, anche discriminazione (7% e 5%) e aggressività fisica (5% e 4%) non sono irrilevanti. La ricerca ha infatti individuato circa 5.000 commenti contenenti elementi di questo tipo pubblicati dagli utenti in un arco di tre mesi.

Infine, dato prevedibile, gran parte del traffico di notizie sui social e di conseguenza la maggior parte degli episodi di hate speech sono da ricondurre al mondo del calcio.. Emerge che Mario Balotelli e Romelu Lukaku sono i personaggi sportivi su cui si concentrano più commenti di hate speech (rispettivamente 16,7% su Facebook e 38,3% su Twitter; 15,5% su Facebook e 40,6% su Twitter)  contenenti insulti e discriminazione razziale (rispettivamente 2,1% su Facebook e 5,6% su Twitter; 1,9% su Facebook e 2,4% su Twitter).  

La ricerca sarà presentata, oggi 26 maggio alle ore 11 in diretta Facebook sulla pagine del progetto Odiare non è uno sport (@odiarenoneunosport). L’evento live – moderato da Mimma Caligaris, giornalista sportiva e presidente della Commissione Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa – vedrà la partecipazione di Giuliano Bobba, del centro Coder, autore del Barometro e Sara Fornasir coordinatrice del Progetto Odiare non è uno Sport. 


Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal),  l’ente di promozione sportiva CSEN, le agenzie formative FormaAzione, SIT e SAA-School of management,  Informatici senza Frontiere per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e Tele Radio City e Ong 2.0 per la campagna di comunicazione. 


Vuoi lavorare nel Terzo settore? Gioca con noi e scopri il percorso più adatto a te

Le figure professionali che popolano il Terzo settore sono tante.

C’è, ad esempio, chi è impegnato sul terreno e lavora a stretto contatto con le comunità locali, si occupa di coordinare gli aspetti logistici e amministrativi, ma anche di monitorare e valutare l’impatto del proprio lavoro. Chi ricopre ruoli manageriali e di coordinamento, si occupa di rendere efficienti i flussi di lavoro e di valorizzare al massimo il talento di ognuno dei propri colleghi. Chi si occupa di comunicazione e dà visibilità alle attività della propria organizzazione, ne diffonde messaggi e valori fondamentali. Chi si occupa di raccolta fondi e con il suo impegno rende possibile il funzionamento dell’organizzazione, procurando le risorse economiche e non solo, necessarie alla realizzazione delle diverse attività. Chi si occupa d’innovazione sociale e applica metodologie e approcci creativi sempre nuovi per avere un impatto positivo sulla società, assicurando efficienza e sostenibilità. Chi è esperto di tecnologie digitali (ICT4D) e si occupa di valutare dove, quando e come questi strumenti possono apportare un beneficio reale alle attività sul campo.

Ognuna di queste figure richiede competenze specifiche e, per tenersi aggiornati, non si smette mai di studiare e di sperimentare approcci e metodologie nuove.

Di seguito ti proponiamo un gioco, un piccolo test per scoprire quale di questi settori ti rappresenta di più. Non ha alcuna rilevanza scientifica, ma ti permetterà di comprendere meglio quali sono alcuni dei possibili profili professionali più richiesti nel settore e quali sono le relative competenze richieste.

Clicca sull’immagine per iniziare a giocare.

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CodyTrip 2020: una gigantesca gita scolastica virtuale

Il 26 e 27 maggio, circa 5000 studenti e studentesse di scuola primaria e secondaria di primo grado partiranno in esplorazione tra le vie e i monumenti della città di Urbino, patrimonio dell’Unesco, per una gita di due giorni all’insegna dell’arte, di Raffaello, del divertimento e del coding.

di Viviana Brun

Dopo essermi occupata di analizzare le sfide e le opportunità che il mondo della scuola si è trovato ad affrontare durante il primo mese di chiusura dovuto al corona virus, realizzando il il report “COVID-19 ed educazione in emergenza“, torno a dedicarmi a questo tema per raccontarvi un’iniziativa interessante, completamente “made in Italy“.

È proprio il caso di dirlo: la necessità aguzza l’ingegno!

In tempi di corona virus, si sa che gite scolastiche e assembramenti sono vietati. Eppure, soprattutto con l’avvicinarsi della bella stagione, c’è tanta voglia di tornare a viaggiare, di fare esperienze nuove da vivere in gruppo.

Com’è possibile realizzare una gita di classe, rispettando le restrizioni dovute a COVID-19?

Da questa domanda nasce l’idea del prof. Alessandro Bogliolo e del suo team dell’Università di Urbino di trasferire in ambiente virtuale l’esperienza di CodyTrip. Negli scorsi anni, infatti, la città marchigiana ha ospitato scolaresche da tutta Italia che si sono cimentate in esperimenti di coding e in una caccia al tesoro a squadre, basata su enigmi di logica e di programmazione che hanno portato i ragazzi a conoscere in modo insolito la città e il Palazzo Ducale.

Da un’esperienza che integrava il coding e gli strumenti digitali all’interno di un ambiente reale, si è passati a immaginare una situazione diametralmente opposta, capace di far vivere virtualmente un’esperienza reale di condivisione ed esplorazione del territorio.

Una gita virtuale ma dal sapore decisamente reale

Come ogni gita, anche questa, seppur virtuale, richiede una buona organizzazione e un po’ di lavoro di preparazione. Il team del prof. Bogliolo ha già elaborato un programma delle attività, che gli/le insegnanti potranno usare in modo più o meno flessibile, partecipando a tutti gli appuntamenti o solo ad alcuni.

L’invito è quello di affrontare le due giornate con lo stesso approccio di una gita vera. Ovvero, condividere in anticipo il programma con le famiglie, preparare la valigia con gli strumenti necessari, controllare che tutti possano effettivamente partecipare, rivedere il programma in base ad eventuali difficoltà, creare l’attesa ed eventualmente delle attività preparatorie per iniziare ad entrare nello spirito giusto.

Gli alunni, per partecipare da casa, avranno bisogno di poter interagire con l’insegnate e seguire la diretta streaming da Urbino negli orari in programma.

Oltre alle attività in diretta streaming (giochi di coding, visite guidate, cacce al tesoro, esplorazioni, risveglio muscolare), per completare l’esperienza delle gita è prevista la simulazione di tre ambienti:

  • la corriera, dove ogni classe si troverà prima di raggiungere Urbino, il 26 maggio, e alla ripartenza da Urbino, il 27 maggio
  • il ristorante, dove si svolgerà la cena tra le 19:30 e le 20:30 del 26 maggio
  • l’albergo, dove si svolgerà il pijama party in diretta streaming alle 21:00 del 26 maggio e si pernotterà.

Per ogni classe, trovarsi in uno di questi ambienti, significherà giocare un gioco di ruolo con la propria immaginazione interagendo con i propri insegnanti e compagni con gli strumenti online più familiari.

Per agevolare e contestualizzare il gioco di immaginazione, gli organizzatori forniranno descrizioni e immagini degli alberghi e dei ristoranti, nonchè il menù per la cena e le ricette per realizzarlo a casa.

Guarda il video di preparazione con i dettagli dell’attività

L’attività è consigliata soprattutto alle classi III, IV e V primaria, I e II secondaria di primo grado.

Tutte le informazioni per partecipare sono disponibili sul sito http://codemooc.org/codytrip-2020/.

COVID-19 ed educazione in emergenza

Il mio lavoro di ricerca sulle sfide e le opportunità legate alla didattica a distanza.

di Viviana Brun

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ONG e COVID19, come riorganizzare il lavoro. Le mini guide di Ong2.0.

Molti sono i settori professionali che sono stati stravolti dall’emergenza corona virus e tra questi vi è anche quello delle associazioni, delle organizzazioni non profit e delle ong.

di Viviana Brun

Missioni all’estero cancellate, avvii di progetti rimandati, servizio civile in stand-by, progetti educativi che devono trovare velocemente formule nuove per supportare le scuole in questo periodo di trasformazioni inaspettate. Soprattutto, una grande preoccupazione per i cooperanti all’estero e un continuo monitorare l’evolversi del contagio nel mondo e le misure di contenimento adottate dai diversi governi.

Queste sono solo alcune delle sfide che stanno affrontando le organizzazioni del Terzo Settore, soprattutto quelle impegnate in attività di cooperazione internazionale. Il tutto unito alla consapevolezza che non tutti gli interventi possono essere sospesi o rimandati perché, anche in tempo di crisi, molti altri problemi continuano ad esserci e le fasce più vulnerabili della popolazione sono quelle che più di tutte risentono delle conseguenze.

Cosa fare in questo scenario?

Ovviamente, al prima cosa da fare è rispettare le indicazioni che giungono dalle istituzioni. Per cui gran parte delle organizzazioni hanno previsto il lavoro da casa o si sono attrezzate per riorganizzare gli spazi lavorativi in modo che solo le persone estremamente necessarie abbiano accesso agli uffici.

Le organizzazioni più grandi e strutturate hanno già attivi dei sistemi di comunicazione interna standardizzati che utilizzando per coordinare a distanza i progetti nei paesi terzi e per gestire i flussi di comunicazione con il proprio personale. Per le realtà più piccole, quest’emergenza può rappresentare una sfida, ma anche una grande occasione per digitalizzare i processi di comunicazione interna.

Quattro strumenti da cui partire

In questi giorni online si trovano moltissimi articoli che suggeriscono liste lunghissime di strumenti per lavorare a distanza. Le opzioni disponibili sono molte, ma spesso non è facile individuare quelle più adatte alla propria organizzazione, soprattutto quando si ha poca esperienza e poco tempo per sperimentare.

Proviamo quindi ad analizzare alcuni dei bisogni fondamentali delle piccole e medie organizzazioni. E fornire informazioni dettagliate per essere operativi subito.

VPN

Uno dei primi problemi che si è presentato nel momento in cui siamo stati chiamati a lavorare da casa è stato quello di accedere in remoto ai file che abbiamo in ufficio. Alcune realtà archiviano tutto in cloud, altre salvano principalmente sul Nas (dispositivo locale di archiviazione condiviso), mentre altre prediligono una formula mista. Per chi ha bisogno di accedere al server dell’ufficio, uno strumento fondamentale è la VPN (Virtual Private Network) che permette di ricreare a distanza le stesse caratteristiche della rete LAN (rete locale) e di replicare la postazione di lavoro che uno avrebbe in sede, mantenendo attivi anche tutte quelle misure di protezione dei dati attivate per adeguarsi al GDPR.

Per attivare la VPN è necessario coinvolgere un tecnico informatico che dovrà configurarla per i vostri indirizzi IP. Dopodiché l’utilizzo per gli utenti è molto semplice, si accede tramite un programma di login che vi verrà indicato dal tecnico, ognuno dovrà quindi inserire delle credenziali di accesso (spesso viene richiesto un doppio sistema di autenticazione) e il gioco è fatto. Potrete così accedere a tutti i file, esattamente come se foste connesso dall’ufficio mantenendo le stesse autorizzazioni di cui godevate quand’eravate seduti alla scrivania.

Slack

Mantenere viva la comunicazione e le relazioni con i colleghi e le colleghe a distanza non è sempre facile e spesso vengono messi in campo strumenti diversi, alcuni anche molto invasivi, come whatsapp. Uno strumento molto utile per gestire la comunicazione interna alla propria organizzazione in modo professionale è Slack.

Slack è disponibile come applicazione web e come app sia per sistemi Android che IOS. La versione gratuita risulta sufficientemente completa e permette di condividere file, di chattare, di gestire progetti di gruppo, di fare videochiamate.

A differenza di whatsapp, Slack è pensato per essere uno spazio dedicato esclusivamente alle conversazioni di lavoro. Inoltre, ha il grande vantaggio di permettere l’organizzazione delle conversazioni in canali tematici e di gestire la lista delle persone che possono accedere a ciascun canale. In questo modo, da un unico spazio potrete partecipare a tipologie di canali molto diversi ad esempio alcuni potranno essere aperti a tutti i collaboratori della vostra organizzazione, mentre altri saranno dedicati esclusivamente alle conversazioni del vostro team. Oltre a conversazioni di gruppo, potrete anche iniziare conversazioni private con singoli membri dell’organizzazione.

Per scoprire di più sul funzionamento di Slack, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

Zoom

Ci sono casi in cui la conversazione via chat non è sufficiente ed è necessario organizzare delle riunioni sia interne alla propria organizzazione, sia con reti di partner e team di progetto. Questo bisogno è molto ampliato in questa fase in cui si ha spesso la necessità di confrontarsi per riprogettare o convertire delle attività che non si è più in grado di svolgere così com’erano state pensate.

Ci sono molti strumenti che permettono di organizzare meeting a distanza come ad esempio Jitsi, gotomeeting e molte altre.

A Ong 2.0 da alcuni anni utilizziamo Zoom, che prevedere un piano gratuito che consente di organizzare meeting di massimo 40 min con un massimo di 100 partecipanti. Sul sito si trovano anche molte opzioni a prezzi contenuti che permettono di organizzare riunioni molto più lunghe. Il vantaggio di Zoom rispetto ad altri strumenti simili è quello di avere diversi strumenti utili all’interattività online e consentire la creazione di “breakout room”, sotto aule per discussioni o lavori in gruppo.

Per scoprire di più sul funzionamento di Zoom, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

Miro

Molte attività sono ferme, ma di certo c’è la necessità di continuare a guardare al futuro e progettare nuovi interventi.

Oltre a Google Drive, uno strumento molto utile per organizzare le idee e progettare in modo condiviso è Miro, un tempo conosciuto come RealtimeBoard. Si tratta di una bacheca virtuale che può ospitare una grande varietà di file in formati diversi, ad esempio tutti i documenti utili per lavorare alla scrittura di un progetto. Può essere utilizzata per creare mappe mentali, può ospitare commenti ed essere collegata a Slack.

È un buon modo per essere certi che tutti i progettisti e i partner abbiano tutto ciò di cui hanno bisogno a disposizione e in un solo luogo, che possano seguire l’avanzamento dei lavori, modificare i contenuti e condividere annotazioni e commenti.

Per scoprire di più sul funzionamento di Miro, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

CommonsHood: Torino sperimenta l’uso della tecnologia blockchain per il sociale

Offrire alla comunità una piattaforma per sostenere l’economia locale, questo è l’obiettivo di CommonsHood, un’app che utilizza la tecnologia blockchain (una struttura informatica di dati condivisa) per fornire alle comunità strumenti d’inclusione finanziaria.

Il progetto è stato sviluppato dall’Università di Torino in collaborazione con il Comune di Torino, varie associazioni e rappresentanze dei cittadini e il Centro di servizio per il volontariato di Torino. L’app è uno dei 22 progetti finalisti, candidati al premio europeo “EIC Horizon Prize Blockchains for social good” ed è stata presentata lo scorso 5 febbraio all’Open Incet di Torino.

Come funziona CommonsHood

CommonsHood è una app portafoglio che non solo permette di scambiare i ‘gettoni’ (detti token) che vivono sulla blockchain, ma permette anche a chiunque di creare nuovi tipi di gettoni. Essi rappresentano strumenti finanziari locali, quali proposte di crowdfunding, strumenti di marketing come tessere prepagate, cashback, group buying, tessere punti e buoni sconto, ma anche monete complementari vere e proprie, o certificati e ricevute digitali.

Non si tratta quindi di strumenti speculativi globali come il Bitcoin e altre ‘criptovalute’, ma di strumenti di inclusione finanziaria per sostenere la comunità, gestiti a livello locale. “Vogliamo rendere più democratici questi strumenti mettendo tutti nelle condizioni di crearli. Questo si intende quando si parla della capacità della Blockchain di eliminare gli intermediari” spiega il Professore Guido Boella, coordinatore della proposta finalista e Direttore del Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino.

“Il nostro obiettivo è lanciare una rivoluzione tecnologica paragonabile a quella prodotta dal Web 2.0 che ha permesso a chiunque di pubblicare su Internet contenuti multimediali senza avere competenze tecniche” dice Claudio Schifanella, responsabile dei progetti europei e regionali che finanziano CommonsHood, a capo del gruppo di lavoro del Dipartimento di Informatica “Analogamente, CommonsHood permette a tutti di creare token crittografici tramite una semplice app, senza sapere nulla della tecnologia Blockchain e senza avere competenze di programmazione, e usarli per i propri scopi.

La blockchain grazie alle sue caratteristiche di decentralizzazione, trasparenza, sicurezza, può favorire la creazione di un ecosistema in cui la comunità può riappropriarsi di un suo ruolo con responsabilità. Un tassello significativo nella costruzione di una visione di una società futura, che abbia come obiettivi il contrasto alle diseguaglianze e uno “sviluppo democratico”.

Primi esempi concreti di utilizzo

Una prima sperimentazione di CommonsHood molto concreta consiste nella distribuzione di quasi 400.000€ del progetto Reti di acquisto Solidale del Piano Inclusione Sociale del Comune di Torino a circa 1.000 famiglie e persone  in difficoltà usando l’app come un “borsellino sociale”, ovvero un portafoglio di buoni-acquisto da spendere nei negozi aderenti.

Inoltre, grazie al contributo del Centro di servizio per il volontariato di Torino, le associazioni del terzo settore potranno utilizzarla anche per rendicontare le proprie attività, ai fini della valutazione dell’impatto sociale.


Al via la campagna #odiarenoneunosport

Ong2.0 partecipa al movimento #odiarenoneunosport che vede campioni e campionesse, società sportive, associazioni, scuole e studenti uniti per dire no all’hate speech nello sport nella Giornata Mondiale contro il Bullismo.

Secondo una recentissima ricerca del centro Coder dell’università di Torino, sulle pagine facebook delle 5 principali testate sportive nazionali tre post su quattro ricevono commenti di hate speech. E’ da questi dati allarmanti che prende il via ufficialmente oggi, anche grazie all’aiuto di diversi campioni e campionesse azzurre, il progetto Odiare non è uno sport, sostenuto dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, con un fitta rete di partners su tutto il territorio nazionale.

Lo studio del fenomeno è affidato all’Università di Torino che attraverso l’équipe multidisciplinare del Centro di ricerca avanzata Coder è al lavoro per elaborare un Barometro dell’Odio nello sport, monitorando i principali social media e le testate giornalistiche sportive. Dalle prime anticipazioni del report, che uscirà a fine marzo, emergono dati allarmanti. Su 4.857 post analizzati, per un totale di oltre 443mila commenti alle pagine Facebook delle cinque principali testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, TuttoSport, Corriere dello Sport, SkySport, Sport Mediaset), emerge che tre post su quattro ricevono commenti che contengono una qualche forma di hate speech. Quest’ultimo può manifestarsi come generico linguaggio volgare (13,5%), aggressività verbale (73%) , vere e proprie minacce (6,8%), o, infine, come varie forme di discriminazione (6,7%). I picchi più elevati di messaggi d’odio si verificano in corrispondenza di eventi calcistici e riguardano in particolar modo le decisioni arbitrali.

Il lavoro dell’équipe però non è solo di osservazione, ma punta anche a intercettare le varie forme di hate speech online e intervenire con risposte in tempo reale. Questo grazie a un algoritmo specifico e un chatbot sviluppati dal Laboratorio d’Innovazione della School of Management di Torino e da Informatici senza Frontiere. A questi strumenti si affianca il “Bullyctionary”, un vero e proprio dizionario del bullismo online, realizzato grazie ad Assicurazioni Generali.

Il progetto ha raccolto e sta ancora raccogliendo le testimonianze di campioni dello sport azzurro come Igor Cassina, Stefano OppoAlessia Maurelli, Frank ChamizoValeria Straneo, al loro fianco le straordinarie storie di inclusione sociale avvenute attraverso lo sport sul territorio italiano e l’adesione spontanea di decine di sportivi, professionisti e dilettanti, associazioni, scuole o semplici cittadini che sostengono la campagna ritraendosi con la scritta Odiare non è uno sport .

La campagna durerà tutto il 2020, anno Olimpico in cui gli occhi dei media saranno particolarmente puntati sullo sport, e prevederà diversi appuntamenti e strumenti per sensibilizzare la cittadinanza: dieci flash mob contemporanei in diverse città italiane lunedì 6 aprile, in occasione della Giornata Internazionale dello Sport per lo Sviluppo e la Pace, attività educative in 55 scuole e 44 società sportive, partecipazione a numerosi eventi sportivi. Per finire con le “squadre” territoriali anti-odio che monitoreranno profili e pagine social di varie società sportive per intercettare e rispondere in modo pertinente ai messaggi di hate speech.

Tutti insieme, con un obiettivo comune: dire no all’odio nello sport e nella vita.

Il progetto è sostenuto dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo Sviluppo e promosso dal Centro Volontariato Cooperazione allo Sviluppo, in partenariato con 7 ong italiane con ampia esperienza nell’educazione alla cittadinanza globale (ADP, CeLIM, CISV, COMI, COPE, LVIA, Progettomondo.mlal),  l’ente di promozione sportiva CSEN, le agenzie formative FormaAzione, SIT e SAA-School of management, Informatici senza Frontiere per lo sviluppo delle soluzioni tecnologiche e Tele Radio City e Ong 2.0 per la campagna di comunicazione 

Ambientalisti senegalesi in rete: un progetto di rimboschimento innovativo

Si chiama Ecopas, ed è un progetto per rimboschire la costa senegalese con oltre 10.000 alberi e promuovere la nascita di una politica ambientale sostenibile nella regione di Guediawaye, periferia di Dakar. A sostegno del programma, 400 organizzazioni della società civile si sono messe in rete utilizzando diverse tecnologie digitali. Per la prima volta, i giovani hanno seguito formazioni online, per potenziare la conoscenza collettiva dell’ambiente in cui vivono e del dramma dell’accaparramento delle terre che inasprisce i rischi ambientali e impedisce l’agricoltura, già provata dall’erosione costiera, dalla carenza d’acqua e dai forti venti. 

di Agnese Glauda

La cosiddetta ‘Nyiaes’ è un’area costiera a nord di Dakar che per le sue caratteristiche si presenta adatta all’agricoltura. Tuttavia, il cambiamento climatico sta sottoponendo a forte pressione gli agricoltori che, come se non bastasse, spesso vengono espropriati delle loro terre per dar spazio alla costruzione di complessi residenziali. Lo scenario è alquanto complesso: il mare avanza di 1.33 m all’anno e allo stesso tempo l’acqua per la popolazione non è facilmente accessibile, molte abitazioni non sono infatti allacciate all’acquedotto, altre hanno l’acqua razionata poche ore al giorno.

Negli anni, lungo la costa, era stata creata una fascia di filaos, alberi preziosi perché forniscono protezione per i campi coltivati dai forti venti marini. Questa banda è oggi pressoché scomparsa a causa dell’accaparramento delle terre da parte dello Stato e di multinazionali straniere. Questo fenomeno drammatico, presente in molte parti dell’Africa, viene definito land grabbing.

Il team di Ecopas – Archivio CISV: Vittorio Avataneo

In quest’ ottica è nato il progetto Ecopas, promosso dall’ong CISV in collaborazione con SUNUGAL, Hydroaid e FONGS e finanziato dall’Unione Europea. Il progetto, iniziato nel 2018, ambisce a creare una politica di tutela dell’ambiente condivisa da una rete di 400 organizzazioni della società civile e 200 micro-imprese verdi. In particolare, quelle gestite da donne e giovani. Il focus è posto sul rimboschimento della banda di filaos per arrestare l’avanzata dell’oceano. Nel primo anno i volontari hanno piantato 5.000 nuovi alberi, grazie al progetto e al sostegno popolare. Inoltre, attraverso la formazione fisica ed online, le piccole imprese agricole, agroforestali, di gestione dei rifiuti e difesa della biodiversità hanno acquisito nuovi strumenti di lavoro. I comuni interessati sono Sam Notaire, Ndiarème Limamoulaye, Wakhinane Nimzatt e Yembeul Nord e finora più di 2000 giovani sono stati coinvolti .

Secondo Ousseynou Mbodgi, amministratore del progetto la sfida più urgente è: “La scarsità d’acqua e i venti forti che vengono dal mare ora che manca la protezione dei filaos.” Alcune zone ricevono acqua solo due o tre ore al giorno. Per questo motivo gli abitanti usano pompe elettriche per estrarla dalle falde, che però non sempre sono potabili. Anzi, facendo così peggiorano la qualità dell’acqua delle falde, perchè intercettano fosse di scarico delle case di periferia non allacciate alla fognatura. ”

Un giovane volontario pianta una palma – Archivio CISV: Vittorio Avataneo

I giovani spesso vivono in periferia perché non possono permettersi di abitare in aree più centrali. Conoscono molto poco la zona e i problemi locali come l’accaparramento di terra e la scarsità d’acqua. Ma non solo, Mbodgi, mette in evidenza come le conoscenze siano ancora scarse anche riguardo ai problemi globali. “Il risveglio della coscienza ambientale dei giovani senegalesi sia in ritardo; anche se qualcosa inizia a muoversi.”

Il progetto ha un carattere innovativo perché combina la prima esperienza di formazione online con la prima esperienza in un’area periferica di una grande città, racconta Mbodgi. “Per quanto riguarda la progettazione, abbiamo usato i social per comunicare con i partner internazionali ma anche per organizzarci all’interno dell’equipe dirigente. Per i giovani abbiamo creato pagine facebook per diffondere i materiali per la formazione. I nostri archivi sono stati dematerializzati su drive, insieme a tutte le carte amministrative. Quando i corsi si sono conclusi abbiamo regalato a tutti i partecipanti un archivio digitale delle risorse su chiavetta usb.”

Momento di formazione – Archivio CISV : Vittorio Avataneo

L’innovazione ha portato con sé alcune sfide che Mbodgi sintetizza con “la mancanza di connessione e di infrastrutture digitali (computer, smartphone etc.)”. Per ovviare a questa situazione i giovani si sono recati in internet cafè. I promotori del progetto hanno invece organizzato alcuni incontri conclusivi per ricapitolare i contenuti, dando a tutti la possibilità di ascoltare una sintesi del percorso di formazione e confrontarsi.

Nonostante le difficoltà incontrate, il progetto Ecopas ha avuto un gran successo. Secondo il suo amministratore, il più grande obiettivo raggiunto è stata la collaborazione tra le varie organizzazioni ambientaliste della società civile, anche tramite l’uso della tecnologia. “Molte sono appena nate e composte da giovani che hanno molta volontà ma poche conoscenze. La formazione è di grande aiuto in questo senso. Massimizzare la collaborazione tra i partner è di fondamentale importanza per la tutela dell’ambiente sul lungo periodo.”