The Social Dilemma: grandiosa opportunità o minaccia globale?

“The Social Dilemma”: documentario di gennaio 2020 incentrato sui Social Media, scritto e diretto da Jeff Orlowski alterna sapientemente le testimonianze di ex-BIG della Silicon Valley e un mini-movie con personaggi fittizi. Il tema è l’ultra discusso rapporto tra etica e tecnologia, ma non solo. I social sono uno specchio che ci mostra fino a che punto siano distorti i principi che governano la nostra società capitalista contemporanea. 

Di Anna Filippucci

Nel documentario Netflix intitolato “The Social Dilemma” ogni nostra mossa sui social media è magistralmente guidata da un algoritmo con sembianze umane e impersonato da tre versioni dell’attore Vincent Kartheiser. Ogni click, like, post, foto è il prodotto di una serie di manovre di manipolazione che l’Intelligenza Artificiale mette in atto per guidare le nostre azioni e influenzare il nostro pensiero. Ma soprattutto per indurci a passare sempre più tempo connessi ai social stessi.

Il documentario mostra – alternando testimonianze di “pentiti” del settore BIG Tech a una storia inventata ma verosimile ambientata negli USA – le tappe che portano un adolescente ad aderire in maniera passiva a una serie di contenuti sempre più estremi che lo portano addirittura a essere infine ammanettato dalla polizia. 

Vi siete mai chiesti come facciano i social a rimanere gratuiti? Ormai sappiamo che essi non sono altro che immense piattaforme di raccolta dati, i nostri dati. Ma la vera questione non è la vendita dei dati, in realtà a essere “venduti” sono gli utenti stessi; questa la tesi degli informatici e Designer intervistati nel documentario, primo tra tutti Tristan Harris, fondatore del Center for Humane Technology

Le informazioni riguardanti i nostri interessi, la nostra psicologia, le nostre paure e le nostre perversioni sono prodotti che interessano profondamente le grandi aziende di marketing. Queste ultime acquistano spazi pubblicitari sui social per mostrare nel momento giusto e agli utenti giusti i loro prodotti in vendita: il documentario mostra infatti come a ogni contenuto (studiato per attirare la nostra attenzione il più a lungo possibile) venga alternato un annuncio pubblicitario ad hoc

I social si mostrano dunque per quello che sono: delle mastodontiche macchine per fare soldi. E qui si pone il problema etico già oggetto di diverse discussioni sorte sulla scena pubblica mondiale: vogliamo davvero che tutti i nostri dati siano in possesso di enormi aziende multinazionali – la cui unica logica è il profitto – in grado di influenzare fortemente l’opinione pubblica globale?

La risposta è – e non può che essere – no. Ma questo non deve significare per forza la cancellazione a priori di tutti gli account social sui nostri dispositivi, a maggior ragione se questi vengono utilizzati con criterio. La conclusione del documentario è anche un appello: la tecnologia digitale potenzia enormemente certe dinamiche ma il problema non è la tecnologia in sé, sono le dinamiche che stanno dietro: la centralità del profitto, l’individualismo, il consumismo, una visione del mondo a brevissimo termine. I social non sono altro che lo specchio in cui si riflette l’immagine della società.

Che fare dunque? Regolamentazione e informazione sono le due parole chiave. Come ogni altra tecnologia anche questa dev’essere studiata e inquadrata da un punto di vista legislativo. Ma non basta. Senza una consapevolezza profonda dei meccanismi di funzionamento dei social media è facile caderne preda, e questo vale soprattutto per i giovanissimi, la cosiddetta generazione Z, protagonista del documentario. 

I social network di per sé rappresentano allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità senza precedenti. Questo il “dilemma” posto dal documentario. Sta a noi sapere utilizzare questi strumenti potentissimi con sapienza. A questo proposito consiglio l’ascolto e la visione degli ultimissimi minuti del documentario, in cui gli esperti danno dei consigli su come “proteggerci” dalle trappole dei social.

Di questo parla anche il nostro corso “Diventa Social Media Strategist”.

Twitter può combattere le discriminazioni legate all’HIV?

Il potenziale dei social media è noto da anni ai pubblicitari, ma si sta cominciando appena a esplorare come questi strumenti possono migliorare l’impatto delle campagne di salute pubblica.

Tra le azioni della campagna Protect the Goal, pensata da UNAids per sensibilizzare su HIV e Aids durante l’ultima Coppa del mondo di calcio, si è cercato di capire se i tweet potessero essere usati per misurare la stigmatizzazione legata all’HIV. L’obiettivo era capire se la discriminazione rendesse le persone meno inclini ad accedere a servizi sanitari come i preservativi, i test per l’HIV e i farmaci retrovirali. Sono stati raccolti circa 8.000 tweet in portoghese filtrando tutti i messaggi pubblici con una tassonomia di parole chiave che coprivano argomenti relativi alla discriminazione, la prevenzione dell’HIV e i test.

Una sfida per il progetto è stata scoprire fino a che punto le persone twittassero di questioni così personali. In questo caso è emerso come la maggioranza dei tweet estratti esprimesse attitudini discriminatorie, alcuni parlavano di prevenzione dell’HIV e molto pochi riguardavano i test: le persone twittano di preservativi, ma pochi raccontavano di aver fatto test per l’HIV. Sono stati comparati i tweet (positivi e negativi) nelle città in cui si tenevano le partite con il numero di persone che accedevano ai speciali servizi sanitari predisposti in occasione della Coppa del mondo (stazioni mobili per i test e distribuzione di preservativi).

L’analisi è ancora in corso, ma il progetto ha già avviato una riflessione su come si possono fornire informazioni su servizi sanitari e per correggere malintesi attraverso opinion leader, per esempio su come si trasmette l’HIV e sull’efficacia dei trattamenti.

il progetto ha scatenato pensieri su come possiamo fornire il follow-up le informazioni in tempo reale sui servizi sanitari e malintesi corretti attraverso social media, opinion leader, per esempio, sulla trasmissione del virus HIV e l’efficacia del trattamento.

E’ un approccio che potrebbe essere usato anche in altre aree della salute pubblica. Nel 2013 uno studio dell’Unicef in Europa orientale ha evidenziato come i social media possono essere usati per influenzare le opinioni sull’immunizzazione. La relazione raccomandava a governi e agenzie internazionali di affrontare con decisione le opinioni anti-vaccinazioni identificate sui social media.

La social media analysis può essere usata non solo per capire opinioni e attitudini. Ci sono anche potenzialità per comprendere abitudini non salutari delle persone. Per esempio, è possibile capire se una persona fuma sigarette o beve alcool usando la registrazione dei “like” su Facebook. Mappare le tendenze in rapido cambiamento a livello di popolazione è un’opportunità promettente per tenere traccia dei comportamenti a rischio, come quelli associati a malattie non trasmissibili.

Le sfide per rendere i dati estratti dai social media utili per la salute pubblica sono numerose. Occorre imparare a lavorare con un’imponente quantità di dati, incompleti e parziali: i social media non sono un campione rappresentativo della popolazione; la demografia degli utenti è spesso sconosciuta; non tutti i post sono georeferenziati quando sono pubblicati. Inoltre, è difficile seguire principi di rispetto della privacy e non accedere a dati che contendono informazioni private e personali.

Adattare i processi decisionali a considerare flussi informativi provenienti da big data non è privo di conseguenze. Eppure, è certo che i social media – e i dati che ne derivano – possono essere un potente strumento  indicatore per i diritti umani e la salute.

Fonte: The Guardian