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“Make, unmake, remake”: il motto del progetto Agbogbloshie Makerspace Platform

Quest’anno vincitrice del premio dell’Innovazione Urbana di Le Monde, nella categoria “Partecipazione cittadina”, l’Agbogbloshie Makerspace Platform è un progetto innovativo all’insegna dell’economia circolare che ha trasformato la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo in una risorsa per lo sviluppo dell’economia locale del Ghana. 

Di Anna Filippucci

Agbogbloshie è la più grande discarica di rifiuti elettronici al mondo. Essa si trova in un quartiere periferico di Accra, in Ghana. Computer, telefoni, elettrodomestici… tutti gli scarti tecnologici del mondo, frutto dell’obsolescenza programmata, si ritrovano qui, accatastati in questo luogo fuori dal tempo e spaventoso. Luogo che, non a caso, è stato soprannominato “Sodoma e Gomorra”.

Old Fadama è il nome dello slum che sorge negli immediati pressi di questa discarica. Gli abitanti della baraccopoli sono specializzati da generazioni nel recupero dei rifiuti di Agbogbloshie. Da decenni ormai, si tramandano informazioni sulle componenti metalliche preziose che possono essere isolate nei singoli oggetti e rivendute e/o riutilizzate per costruire altri apparecchi elettronici. La discarica è una delle cosiddette urban mining – miniere urbane – più sfruttate della terra: riciclare è la parola d’ordine. Allo stesso tempo, vi è un enorme problema di inquinamento correlato: i rifiuti infatti, per essere trattati, vengono sovente bruciati e i loro resti in parte dispersi nell’ambiente, nel terreno oppure trasformati in nubi tossiche, altamente dannose per la salute. 

Ciò che tuttavia appare davvero impressionante è l’expertise sviluppata dagli abitanti di questo luogo fuori dal comune: conoscere esattamente tutte le componenti di ogni oggetto elettronico costituisce un vantaggio enorme e sovente l’unica fonte di reddito per intere famiglie. L’approccio learning by doing è l’unico conosciuto e applicato: smontando, bruciando, riassemblando oggetti, gli emarginati della società hanno appreso come sfruttare al massimo qualsiasi scarto

Dall’osservazione di questa situazione prende vita il progetto dell’Agbogbloshie Makerspace Platform (AMP). Fondata nel 2013 da DK Osseo-Asare e Yasmine Abbas, entrambi laureati ad Harvard ed esperti di design, e aperta a tutti gli studenti di arte, tecnologia, scienze, ingegneria, chimica e matematica, questa piattaforma, digitale e fisica allo stesso tempo, ha permesso uno scambio di competenze e conoscenze inedito

Studenti, studiosi, insegnanti, abitanti della baraccopoli, tutti quanti hanno avuto la possibilità di contribuire alla realizzazione di un manuale open source grassroots e partecipativo: una lista di tecniche, saperi e conoscenze teoriche che permettano di riciclare i rifiuti in maniera rispettosa dell’ambiente e della salute. L’interazione tra persone provenienti da background completamente diversi ha permesso un’ibridazione di saperi tecnici, teorici e pratici e ha portato alla realizzazione anche di prodotti altamente tecnologici (dalle stampanti 3D ai droni!). 

Il processo è ancora in corso, ma esso ha finora coinvolto oltre 1500 persone, di cui 750 provenienti dall’ambiente universitario e altrettanti dalle baraccopoli di Agbogbloshie. Il risultato tangibile del progetto è una piattaforma appunto, chiamata dai partecipanti Spacecraft, composta da tre elementi: un chiosco modulare e facilmente trasportabile interamente creato con materiali riciclati e utilizzabile come laboratorio e punto vendita, delle cassette degli attrezzi personalizzabili in base a che cosa si vuole costruire e con quali materie prime e infine una app commerciale. Quest’ultima costituisce un incentivo importante per gli artigiani delle baraccopoli per rendere i loro prodotti più green: l’espansione del business al di fuori del quartiere, li spinge infatti a innovare maggiormente l’offerta. 

Il successo del progetto è dato innanzitutto dal fatto di saper mettere in relazione efficacemente domanda e offerta di prodotti finiti, ma anche di materie prime e saperi, il tutto in maniera innovativa e all’insegna dell’economia circolare. In secondo luogo, ed è così che si conclude la TED talk del co-fondatore di AMP, la piattaforma costituisce un esempio virtuoso di come l’Africa potrebbe guardare al futuro; soltanto costruendo un network efficace tra tutte le proposte innovative e grassroots già esistenti nel continente (dagli hub tecnologici, agli incubatori di start-up, ai saperi tradizionali e molto altro ancora), che travalichi ogni confine politico e nazionale, si può pensare a uno sviluppo co-partecipato, inclusivo e duraturo per l’Africa

ICT4What?

È online il nuovo dossier del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile” firmato LVIA. Questo lavoro è dedicato ad esplorare se e come le ICT possono essere alleate per uno sviluppo equo, inclusivo e sostenibile, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030. Attraverso l’approfondimento di tre filoni, quali l’agricoltura, l’economia circolare e l’inclusione, LVIA confronta esperienze in vari territori del Nord e del Sud del Mondo in cui le ICT sono state applicate per favorire processi e progetti di sviluppo dal basso.

ICT4What?” è il terzo di un ciclo di 4 dossier realizzati nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile“, volti ad approfondire le prospettive della trasformazione digitale nell’ottica di rispondere alle sfide evidenziate dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

Il primo dossier, dedicato al significato e agli impatti della trasformazione digitale, è disponibile qui.

Il secondo dossier, dedicato all’intelligenza artificiale al servizio dell’uomo, è disponibile quiIl terzo dossier, dedicato a metodologie, esempi e casi studio, dedicati alla realizzazione di soluzioni scalabili e a basso costo per la cooperazione internazionale, è disponibile qui.  


Un e-commerce senegalese tutto al femminile, per valorizzare i prodotti locali

Torino. Venerdì 22 Marzo si è tenuto presso il Campus Luigi Einaudi, l‘incontro sull’imprenditoria giovanile in Africa. Proprio durate questo incontro abbiamo avuto l’onore di incontrare Awa Caba, CEO di Sooretul.

Sooretul è stato il primo e-commerce senegalese, ed è stato anche il primo a valorizzare non solo i prodotti locali ma anche le donne che li producono. E’ nato da un’idea di Awa, ingegnere informatico, che insieme ad altre ragazze appassionate di tecnologia e sviluppo ha fondato le Jjiguène tech hub, associazione che ha dato avvio a diversi progetti nell’ambito dell’agricoltura e della formazione nel campo delle ICT per le donne senegalesi.

Ma andiamo con ordine

Awa, con la tua associazione avete sviluppato tecnologie importanti per le donne, e anche Sooretul è volto ad un pubblico femminile lato business. Puoi raccontarci qualcosa in più?

Sooretul è una piattaforma che collabora con donne lavoratrici. Grazie all’esperienza maturata nel settore primario, ho conosciuto molte donne che si dedicavano all’industria della trasformazione dei prodotti agricoli. Preciso che quando parlo di industria mi riferisco a piccole attività famigliari, con praticamente nessun orizzonte di scalabilità.

Ed è qua che ti è venuta l’idea.

Sì, esatto. Queste donne lavorano i prodotti tipici del territorio, ma la bassa scolarizzazione ed il mercato sfavorevole le limitano moltissimo nelle vendite. Inoltre le donne senegalesi che trasformano i prodotti locali non riescono a trovare un mercato. Tieni conto che il Senegal importa il 70% dei prodotti consumati.

Quando poi l’urbanizzazione svuota le campagne, rimangono solo loro: le donne. La trasformazione dei prodotti è tutta deputata a loro, mentre gli uomini (quelli rimasti) lavorano la terra nei campi. Ovviamente le condizioni di povertà rendono alcuni processi molto complessi e difficili.

Quali ad esempio?

Beh qui in Italia si è abituati ad andare al supermercato e trovare prodotti italiani ben pubblicizzati, con una confezione accattivante. In Senegal questo non accade per i prodotti tipici, che quindi rimangono sugli scaffali impoverendo le aziende locali. Per queste donne la faccenda si complica ancora di più. Fortunatamente ci sono alcune ONG che si occupano di aiutarle nel difficile processo del decidere una strategia marketing e di creare un packaging accattivante. Tuttavia queste non sono soluzioni concrete.

Parlaci della piattaforma? come funziona Sooretul?

Io ho studiato informatica, quindi ho iniziato a fare le mie ricerche in ambito tech. Quando ho scoperto che la penetrazione di internet e dei telefoni cellulari era al 107% ho iniziato a pensare a questo e-commerce.

Sooretul è nato quindi dalla necessità di collegare le donne che trasformavano prodotti locali, con il mondo degli e-commerce. Collaboriamo con 15 imprese tutte femminili, mentre il sito offre più di 500 prodotti locali, tutti naturali.

In che senso naturali, intendi biologici?

Sarebbe molto bello poterli chiamare biologici, perché questo avrebbe un grande appeal per la clientela. Tuttavia i costi per ottenere la certificazione Bio sono altissimi, e né noi né le produttrici possono permettersi di sostenerli. Tuttavia stiamo lavorando in questa direzione, soprattutto per quanto riguarda la vendita in Europa.

E per quanto riguarda i pagamenti?

Il nostro e-commerce è tagliato su misura per il nostro contesto, questo è un punto di forza importante per noi. Ora in Senegal le carte di credito non sono molto utilizzate, i sistemi di mobile banking invece sì.

Per permettere a tutti di effettuare ordini abbiamo integrato la possibilità di pagare tramite mobile money e soprattutto tramite contrassegno. Tramite sondaggi abbiamo scoperto che i senegalesi preferiscono pagare solo dopo aver ricevuto il prodotto ordinato. Tuttavia questo trend è in evoluzione e ad Ottobre lanceremo l’opzione del pagamento con carta.

Bene, ancora qualche domanda sulle ICT. Esistono dei percorsi formativi per insegnare a queste produttrici come utilizzare la piattaforma di e-commerce?

Questa è una domanda molto importante, perché si esistono e noi ne siamo artefici. All’inizio avevamo semplicemente dato la possibilità di inserire i prodotti sul nostro sito, ci occupavamo di tutto, dal fare le foto al caricarle online, al gestire la filiera di spedizione et cetera.

Tuttavia ci siamo impegnati molto nell’ascolto di queste donne, ed abbiamo scoperto come alcune di loro possedessero computer e smartphone per completare queste operazioni, ma non sapessero utilizzarli.

Così abbiamo deciso di creare dei percorsi ad hoc per insegnar loro ad usare le nuove tecnologie. Questi corsi sono del tutto gratuiti per loro, poiché il costo è sostenuto da una partnership con alcune Ong.

Hai detto che avete collaborato con varie Ong. Un suggerimento per loro?

Vorrei sottolineare come si debba fare ancora molto. Il nostro e-commerce è una goccia nel mare. Bisogna superare i vecchi modelli di cooperazione in forma assistenzialistica, e seguire dei follow-up concreti ai progetti attivati nel nostro paese.

Qui dobbiamo fare rete. Ci sono molti giovani che hanno idee innovative ma i modelli di cooperazione allo sviluppo non fanno abbastanza networking; questo depaupera l’innovazione che sta dietro ad idee molto valide.

Le Ong dovrebbero sostenere l’imprenditoria locale, i giovani e le imprese che hanno già creato network riuscendo a trasformare i progetti di sviluppo temporanei in sviluppo perenne e quindi scalabili sul lungo periodo.

Seminario “Frontiere Digitali”

Il 18 marzo 2019, si terrà presso l’Aula SEGNI del polo didattico di Giurisprudenza dell’Università di Sassari, il seminario “Frontiere digitali”. Nel corso dell’evento si approfondirà il tema di come le ICT possono cambiare il futuro dell’agricoltura e orientare le dinamiche progettuali nella cooperazione internazionale.

Il seminario si svilupperà attorno a due focus.

 Il primo riguardante l’innovazione digitale in agricoltura. Essa sembra assumere sempre di più una duplice valenza. E’ un fattore di accelerazione e di sostegno per la competitività della filiera, ma deve relazionarsi  anche con una più vasta ed importante responsabilità sociale sui temi della sostenibilità, della gestione e del governo del territorio, della qualità della vita, dell’attenzione e della cura nei confronti delle comunità.

La Trasformazione Digitale infatti,  entrata  ormai in tutti i settori della quotidianità, è elemento centrale anche nei settori agricolo e agroalimentare, ponendoci degli interrogativi relativamente alla grande questione del miglioramento della qualità e dell’efficienza della produzione agricola e al  rispetto dell’ambiente.

Il secondo focus abbraccia invece con uno sguardo più ampio il tema delle ICT nelle dinamiche progettuali della cooperazione internazionale. Con esempi e buone pratiche realizzate in Kenya, grazie alla progettualità della Ong Osvic e di eGnosis, spin off della Università di Sassari.Il seminario si svilupperà pertanto in un percorso che prevede una fase di presentazione della iniziativa, animata dal Prof. Maurizio Mulas dell’Università di Sassari dipartimento di Agraria e dalla dott.ssa Paola Gaidano Responsabile Programmi Italia Osvic. Seguiranno gli interventi del Prof. Ledda e del Prof. Sanna.

L’attività è realizzata nell’ambito del progetto “Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile. Percorsi formativi sull’uso consapevole delle tecnologie digitali per l’Educazione alla Cittadinanza Globale” AID 011487.

In particolare, questa iniziativa si colloca all’interno di un percorso seminariale che l’Osvic propone in collaborazione con l’Università di Sassari e che si concluderà nell’Ottobre del 2019.

In Kenya, Internet volerà nella stratosfera

Google è in trattativa con gli operatori delle telecomunicazioni in Kenya per consentire l’accesso a Internet anche nelle zone rurali, grazie all’uso di grandi mongolfiere sospese nella stratosfera.

di Viviana Brun

 

Il nome del progetto è Loon, termine che coniuga volo e follia, nato con l’obiettivo di fornire l’accesso a Internet nelle aree rurali del pianeta. Per farlo, Google ha sperimentato l’uso di palloni aerostatici a energia solare posizionati nella stratosfera. Queste enormi mongolfiere, grandi quanto un campo da tennis, sono progettate per restare in volo per circa 3 mesi a un’altezza di circa 20 km sul livello del mare, in uno spazio sicuro al di sopra degli eventi atmosferici e fuori dalle rotte degli aerei.

Non è la prima volta che questo sistema viene utilizzato. In Perù ad esempio, proprio i palloni aerostatici hanno portato la connessione nelle aree montane. In Porto Rico, nel 2007 questa tecnologia ha permesso di ristabilire velocemente l’accesso alla rete Internet dopo l’uragano.

Ogni pallone è in grado di fornire connettività a un’area di 5.000 km quadrati. Per ottenere questo risultato, il progetto Loon collabora con società di telecomunicazioni che condividono uno spazio nello spettro radio, permettendo ai palloni di collegarsi alle proprie reti e di ritrasmettere a terra il segnale.

Grazie a un accordo con Telkom Kenya, il team di Loon si è impegnato a diffondere il segnale Internet, fornito dalla società di telecomunicazioni, in alcune delle regioni più isolate del Kenya, rimaste finore escluse dall’accesso alla rete.

La situazione kenyana e i possibili rischi per l’economia locale

Il Kenya è uno dei Paesi africani in cui il numero di utenti connesso alla rete è più alto. I dati di Wearesocial del 2018 infatti sottolineano come l’86% dei kenyani sia online. La capacità di navigazione però è limitata ad alcunee aree geografiche. A Nairobi e in molte altre zone metropolitane del Paese la connessione a Internet è molto buona, ma cosa accede quando ci si sposta?

In un territorio molto vasto, con ampie zone di savana, è difficile riuscire a realizzare un’infrastruttura in grado di portare la connessione tramite fibra ottica o ripetitori in ogni angolo dello Stato. In questo modo, ampie porzioni di territorio restano inevitabilmente isolate. Il sistema di palloni aerostatici può superare facilmente questi ostacoli fisici. Restano però alcuni dubbi sulle conseguenze a livello enomico e commerciale.

Il possibile accordo tra Google e grandi società di telecomunicazione come Telkom Kenya, e i canali di accesso preferenziale che le grandi aziende internazionali hanno con il governo locale, rischiano di sfavorire lo sviluppo delle imprese kenyane e di rafforzare la dipendenza del Paese dalla tecnologia straniera e dalle sue strategie commerciali.

Come sottolinea Ken Banks, esperto di connettività africana intervistato sul tema dalla BBC,  “Una volta che queste reti sono state installate e la dipendenza (da un operatore) ha raggiunto un livello critico, gli utenti sono in balia dei cambiamenti nella strategia aziendale, nei prezzi, nei termini e nelle condizioni… Questo sarebbe forse meno un problema se ci fosse più di un fornitore – se si potesse semplicemente cambiare rete – ma se Loon e Telkom hanno monopoli in queste aree, questa potrebbe rappresentare una bomba a orologeria“.

Se si vuole aumentare la partecipazione delle persone online, non basta infatti investire sulla tecnologia e su una rete di qualità (4G). Come afferma Nanjira Sambuli, direttrice del settore advocacy per la World Wide Web Foundation, bisogna anche rendere questa reta economicamente accessibile.

Secondo quanto stabilito dalla Commissione per lo sviluppo sostenibile della banda larga dell’ONU durante il World Economic Forum 20181 GB di dati mobili non dovrebbe costare più del 2% del reddito nazionale lordo pro capite mensile. Questo è la condizione che la Commissione ha individuato per riuscire a collegare il 50% del mondo ancora offline. Oggi in Africa, 1 GB di dati costa in media il 18% del reddito mensile.

 

 

 

Photo credits: Pixabay

 

ICT for Development and Social Good, primo master in Italia sulle ICT per il sociale

Una delle azioni più innovative del progetto Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile 
è il sostegno all’attivazione del primo Master universitario in Italia incentrato sull’applicazione delle tecnologie digitali ai progetti sociali e di cooperazione allo sviluppo.

L’idea del Master “ICT for Development and Social Good” nasce dalla fruttuosa collaborazione tra l’Università di Torino, il network di Ong 2.0 e l’azienda di IT Consoft Sistemi a partire dalla precedente esperienza del corso ICT Innovation for Development realizzato da Ong 2.0 nel 2014-2015 e nel 2015-2016 e si concretizza quest’anno grazie al sostegno del progetto Digital Transformation, finanziato dall’Agenzia Italiana di Cooperazione allo sviluppo e Compagnia di San Paolo. Il programma di studi indaga in dettaglio le straordinarie potenzialità (e i rischi) dell’applicazione delle Information and Communication Technologies (ICT) ai progetti di sviluppo in ambito agricolo, sanitario, nella lotta alla povertà e nella difesa dei diritti umani.

Dalle nuove metodologie per il project management e l’innovazione sociale, alle ICT per la raccolta e visualizzazione dei dati nei programmi di sviluppo. Dalle applicazioni mobili funzionanti anche off line per lavorare nei paesi del Global South fino ai nuovi trend nel campo dello sviluppo come l’uso della blockchain, senza trascurare l’importanza della sicurezza delle informazioni e le implicazioni future dell’intelligenza artificiale: i temi affrontati nel Master offrono una panoramica completa delle sfide di questo settore.

Obiettivo: creare figure manageriali capaci di utilizzare al meglio gli strumenti digitali per potenziare efficacia ed efficienza dei programmi sociali.

Il Master, interamente in lingua inglese, si svolge nella doppia formula live online e residenziale, con docenti internazionali ed esperti di agenzie di sviluppo di altissimo livello, ed è fortemente incentrato sulla metodologia learning by doing, prevedendo un’ampia gamma di esercitazioni applicative, case studies, crash courses (corsi intensivi) realizzati in collaborazione con aziende del settore, che puntano a sviluppare le competenze pratiche dei partecipanti.

Grazie alla formula flessibile delle sessioni è adatto sia a neolaureati, sia a studenti lavoratori e operatori del settore.

Le candidature aprono il 24 agosto e, grazie al progetto, sono disponibili borse di studio a copertura parziale o totale dei costi di iscrizione.

Per informazioni sui criteri di ammissione, il programma dettagliato delle lezioni, iscrizioni e borse di studio, consultare il sito ufficiale del Master: http://www.ictforsocialgoodmaster.eu

Al via il nuovo progetto Digital Transformation per lo Sviluppo Sostenibile

Oltre 50 persone provenienti da tutta Italia, rappresentanti dei 21 partners del progetto Digital Transformation per lo sviluppo Sostenibile, si sono ritrovate il 18 e 19 giugno scorso presso Compagnia di San Paolo, a Torino, per l’incontro di avvio ufficiale  del progetto di educazione alla cittadinanza globale, sostenuto dall’Agenzia di Cooperazione allo Sviluppo Italiana, che mira a diffondere la cultura dell’uso critico delle tecnologie digitali per lo sviluppo sostenibile. Da Catania a Trento, da Barletta a Trieste, passando per Roma, Ancona, Firenze e Reggio Emilia, Milano e Torino, la maggior parte dell’Italia è stata rappresentata in questo incontro di scambio e coprogettazione.

Obiettivo finale dei due giorni: il codesign dei percorsi didattici per insegnanti, formatori, giovani e scuole, previsti dal programma.

Si è partiti dal capire cosa significa Digital Transformation nel mondo di oggi e che impatto ha sulle nostre vite in relazione ai 17 obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Onu nell’agenda 2030, grazie all’intervento di Serena Ambrosini di Consoft Sistemi, azienda di IT partner del progetto

A seguire si è approfondito il tema dell’innovazione nelle sue diverse sfaccettature e le metodologie didattico-strategiche ad essa correlate grazie all’intervento di Paolo Vercesi di Fondazione Politecnico di Milano, per entrare poi nel merito della didattica digitale grazie agli interventi di Cristina Martellosio e Roberta Ribero di WeMake, maker space di Milano che da anni lavora nella formazione di giovani alla cultura della soluzione dei problemi grazie a metodi di design thinking e co-design, per finire con Viviana Brun, digital strategist di Ong 2.0 ed esperta di educazione digitale per CISV, che ha presentato esempi concreti di strumenti e percorsi utili per parlare di questi temi con insegnanti e ragazzi

La condivisione di conoscenze e competenze tra partners si è poi concretizzata nel lavoro dei gruppi che si sono ritrovati per stendere le prime ipotesi di percorsi formativi per le diverse categorie di target: formatori, università, scuole superiori, gruppi giovani.
Il lavoro di coprogettazione continuerà online per tutta l’estate, per arrivare a settembre a lanciare pubblicamente i percorsi formativi e le altre diverse attività del progetto.

GENDER AND ICTs – 2018 FAO Report

While the digital revolution is reaching rural areas in many developing countries, the rural digital divide continues to present considerable challenges. The problem is even more acute for women, who face a triple divide: digital, rural and gender. This publication looks at the benefits of Information and Communication Technologies (ICTs) when placed in the hands of men and women working in agriculture and in rural areas. It examines the challenges to be overcome and makes recommendations so that rural communities can take full and equal advantage of the technologies.

It is the result of desk study, online fora on gender held in the framework of the
e-agriculture Community of Practice (www.e-agriculture.org), and a review of projects and programmes conducted in regions of the world. This publication starts with a presentation of the challenges and the seven factors of success, followed by an overview of the general existing barriers to women’s access to, control and use of ICTs. Finally, it offers a series of recommendations for better integration of gender in ICT initiatives, based on gender mainstreaming throughout the seven critical factors of success, illustrated with concrete examples.

Autore: The Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO)

Anno: 2018

Lingua: English

Scarica qui: GENDER AND ICTs: Mainstreaming gender in the use of information and communication technologies (ICTs) for agriculture and rural development

Barriere linguistiche: come la tecnologia viene incontro ai migranti

Da tempo ormai i migranti sfruttano la rete e le sue possibilità per affrontare e superare le difficoltà che incontrano nel loro percorso, ma anche per restare connessi con i propri affetti e la propria identità. E se fosse invece la rete stessa a venire incontro ai migranti? Se fossero nel web le risposte più efficaci alla crisi migratoria che stiamo vivendo? Continua a leggere

Come la mHealth può aiutare i rifugiati in Europa?

Dal momento che l’attuale crisi dei rifugiati si sta diffondendo in tutta Europa e ovunque nel mondo, abbiamo deciso di aprire una sessione dedicata a questo tema nel nostro blog.

Di Paola Fava

Quando questa tragedia ha raggiunto i nostri confini e, soprattutto, è arrivata ai nostri media, sono nate moltissime iniziative per coinvolgere la comunità tecnologica in tali questioni.
La prima è stata Techfugees di Mike Butcher, una conferenza e un hackathon durante i quali la comunità tecnologica di Londra ha mostrato il suo supporto ai rifugiati. Nel giro di pochi giorni il gruppo Facebook e l’account Twitter sono esplosi di post, commenti e condivisioni, evidenziando il grande interesse della comunità tecnologica e la sua volontà di essere coinvolta nelle problematiche che riguardano i rifugiati.
Molte altre conferenze ed eventi sono stati organizzati in tutta Europa, incluso un evento in Italia, organizzato da H-Farm.

In particolare, Gnucoop ha creato un blog, “Blogfugees”, che vuole rappresentare un punto di riferimento per tutte le organizzazioni che lavorano con i rifugiati e che hanno bisogno di un aiuto da parte di esperti in ambito tecnologico. Il blog rappresenta il luogo dove raccogliamo tutto quello che è possibile trovare online sul tema “Tecnologia per i rifugiati”.

Ora probabilmente vi starete chiedendo qual è la connessione con l’Mhealth.
Come già sappiamo, una delle più importanti applicazioni dell’Mhealth è l’utilizzo di strumenti mobile che aiutino nella diagnosi delle malattie, specialmente in contesti difficili.
Le condizioni sanitarie nei campi profughi sono motivo di preoccupazione per le autorità e per gli operatori sanitari. Nonostante gli sforzi per migliorare le condizioni generali nei campi, i progressi sono lenti sia perché l’obiettivo è molto ambizioso, sia perché risulta molto difficile provvedere ad un adeguato numero di dottori nei campi.

Nell’ambito della fornitura di servizi sanitari esiste un’applicazione medica gratuita, MedShr, che cerca di affrontare queste sfide offrendo la possibilità ai dottori di caricare, condividere e discutere immagini mediche in un network di professionisti. Nei campi dove le condizioni sanitarie sono davvero pessime, MedShr è uno strumento prezioso per i medici.

MedShr è stato creato nel 2013 dal Dr. Asif Qasim, un cardiologo londinese, con l’obiettivo di creare una piattaforma su cui i medici potessero entrare in contatto e discutere di casi clinici in un “luogo” sicuro.
Connettendo specialisti in grado di offrire supporto, diagnosi e cure, MedShr è stata utilizzata da organizzazioni come Medici Senza FrontiereCroce Rossa per sostenere e aiutare i medici sul campo e per contattare gruppi informali di dottori volontari.

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Un recente report dell’Università di Birmingham evidenzia che la situazione nei campi di rifugiati non rispetta gli standard raccomandati dall’UNHCR e dalla World Health Organisation (WHO) e che la mancanza di un riparo, di cibo e di acqua potabile, di igiene personale, di servizi igienici e di sicurezza può avere delle conseguenze dannose per la salute di chi risiede a lungo nei campi.
Applicazioni come MedShr sono strumenti che le persone e le organizzazioni utilizzano sempre più frequentemente per riuscire a rispondere a questa crisi.

Oltre alla sua applicazione specifica nei campi di rifugiati, MedShr permette in generale di:

Trovare e discutere immagini e casi medici:
Grazie alla possibilità di condividere ECG, esami, raggi X, foto e video dei pazienti MedShr permette a medici e specialisti di confrontarsi su casi clinici importanti. MedShr permette di scambiarsi dati in modo sicuro, poiché coinvolge un network privato e utilizza un originale sistema per ottenere il consenso dei pazienti al trattamento dei dati. I medici hanno la possibilità di seguire i casi e di imparare dai loro colleghi grazie ad una discussione informale, accreditata e basata su casi reali.

Condividere conoscenze con membri verificati:
MedShr è la via più semplice per trovare, condividere e discutere immagini e video di casi clinici che si incontrano quotidianamente. È possibile creare un nuovo caso e condividerlo con i colleghi o con l’intero network, dare la propria opinione, ottenere consensi, avviare una discussione in modo sicuro da un dispositivo mobile. MedShr è privato e sicuro e permette ai membri di mantenere il completo controllo della privacy dei propri pazienti, essendo tutti i membri medici, operatori sanitari e studenti di medicina controllati e verificati.

Espandere il network dei medici professionisti:
Gli studenti di medicina e i dottori, partecipando a MedShr, aumentano le loro conoscenze, dal momento che entrano in contatto con colleghi di lavoro e universitari di tutto il mondo; essi possono così rimanere aggiornati sugli ultimi casi, selle ultime tecniche e conoscenze. Studenti di medicina, giovani dottori e specializzandi utilizzano il gruppo di MedShr come una risorsa per l’apprendimento informale, in vista di esami strutturati a partire da casi reali e come integrazione dei propri studi.

MedShr è una brillante idea: gli smartphone connettono i medici e permettono agli operatori umanitari di avere delle diagnosi mediche nell’immediato” – Rohan Silver, Evening Standard.

 

Tradotto da Laura Andreoli

Source: Telegraph.co.uk

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