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ICT per i diritti umani, la democrazia e l’attivismo

ICT for human rights, democracy and activism è il sesto modulo, appena concluso, del percorso di formazione “ICT Innovations for Development”, durante il quale si è approfondito il ruolo delle ICT nella promozione e nella difesa dei diritti umani.

 

Il corso ha permesso ai partecipanti di studiare come le ICT possano essere utilizzate all’interno di processi democratici e nell’attivismo. Il modulo si è concentrato nello specifico su come le nuove tecnologie possano essere utilizzate dalla popolazione e dalle ong per monitorare, mostrare e far fronte alle violazioni dei diritti umani. Inoltre, sono stati analizzati i rischi e le conseguenze legate call’uso delle ICT e alla comunicazione digitale. Con lo sviluppo delle tecnologie e delle tecniche di sorveglianza e di monitoraggio online, infatti, gli attivisti di tutto il mondo sono spesso i primi destinatari di questi controlli, quindi il modulo ha analizzato anche tecnologie, piattaforme e tecniche di “anti-sorveglianza”.

Grazie alla partecipazione di diversi esperti, come Satu Valter, attivista anti-razzista e capo del No Hate Speech Campaign in Finlandia, Dr Dan McQuillan, professore a Goldsmiths, Università di Londra e una delle 93 persone che sono state torturate durante il G8 di Genova nel 2001, e Ron Salajattivista per i diritti umani e per la difesa dell’ambiente, durante le lezioni sono emersi molti temi, casi studio, strumenti pratici, piattaforme e applicazioni.

Satu Valtere ha avviato l’analisi di queste tematiche a partire dal concetto di “diritti umani”, evidenziandone le principali caratteristiche, i valori, ma anche i conflitti e i dilemmi, seguiti da un caso studio dalla Finlandia. Satu ha riportato come esempio la No Hate Speech Campaign, una campagna europea lanciata dal Consiglio d’Europa, per analizzare vantaggi e svantaggi delle campagne per i diritti umani promosse dalle organizzazioni internazionali. Considerando che questa campagna si concentra sulla lotta all’hate speech online, è nata un’interessante discussione sul dilemma che vede scontrarsi la libertà di espressione e l’hate speech e che pone la domanda di dove si collochi la linea di demarcazione che li separa.

Durante la seconda lezione Ron Salaj ha parlato del concetto di attivismo nell’era digitale, soffermandosi soprattutto sulle campaigning techniques degli attivisti e dei movimenti dissidenti: dalle tecniche di pubblicazione del samizdat, al sabotaggio culturale e alle radio pirata.
Lattenzione si è poi concentrata su come l’attivismo sia cambiato con l’avvento di internet. Basti pensare a quando gli attivisti hanno chiuso per ore il sito della compagnia aerea Lufthansa utilizzando un attacco DDoS per protestare contro la deportazione degli immigrati con gli aerei della compagnia; o all’utilizzo del Google Bombing, sfruttato dal gruppo English Disco Lovers in senso anti-razzista.

28476745294_3f9e28e373_bDan McQuillan ha invece approfondito il concetto di open source intelligence. Partendo dal significato di “tecniche di sorveglianza”, che etimologicamente indica il “guardare dal basso”. Per illustrare questa tecnica il docente ha descritto il caso Rodney King a Los Angeles e il #BlackLivesMatter, un movimento internazionale di lotta alla violenza e al razzismo contro le persone di colore; il movimento è coordinato, ma decentralizzato e senza un leader, e si distingue per la sua etica inclusiva, coinvolgendo donne, attivisti LGBT, ecc.

Nel corso dell’ultima lezione, tenuta dallo stesso docente, si è parlato di online surveillance and tracking, di sorveglianza e monitoraggio online. In particolare, si è cercato di ampliare le abilità pratiche dei partecipanti tramite la dimostrazione e l’utilizzo di diversi strumenti e piattaforme, quali Lightbeam, il plugin di Mozilla che aiuta l’utente a verificare in diretta se qualcuno sta seguendo le sue mosse online; e Panopticlick, un progetto di ricerca di EFF o Tor browser, un sistema per mantenere il browser e le ricerche sul web anonime.

Infine, parte della lezione è stata dedicata alla discussione sull’utilizzo da parte di grandi democrazie di avanzati strumenti di spionaggio, in contrapposizione alla nascita di nuovi movimenti, il cui obiettivo è quello di resistere, agire ed educare contro il monitoraggio online. Un esempio su tutti? Cryptoparty un movimento decentralizzato che mira a formare e informare sulla protezione personale nello spazio digitale.

Un nuovo “mobile money ecosystem”

Si è da poco concluso anche il settimo modulo del corso ICT Innovations for Development tenuto da Gianluca Iazzolino e dedicato interamente all’utilizzo delle nuove tecnologie nell’ambito dell’inclusione finanziaria.

Il settore dei servizi finanziari digitali si amplia sempre più velocemente; in poco tempo si è passati dalla semplice possibilità di pagare tramite mobile, alla possibilità di effettuare transazioni e operazioni più complesse, come prestiti o assicurazioni, utilizzando un dispositivo come il cellulare o il tablet. Ormai non si parla più solamente di mobile banking, di “un sistema cioè che permette ai clienti di istituzioni finanziarie di accedere al proprio account tramite un dispositivo mobile”, ma di mobile money, “un network di infrastrutture per depositare e trasferire denaro facilitando il cambio da cash alla valuta elettronica tra diversi attori”(Kendall et al. 2012), “un’innovazione strategica per tagliare i costi e rafforzare la portata dei servizi finanziari” (Porteous 2007; Kumar, McKay and Rotman 2010; Donovan 2012).

MasterCard Foundation's partnership with Opportunity International and Opportunity Bank is expanding access to financial services to 1.4 million people, particularly in rural areas. Mobile phone banking is a large component of these activities. Julius Sakiaiiuu at his mobile phone shop and mobile money kiosk in Kanjuki Village. Julius received loans from Opportunity Bank to expand his mobile phone shop in Kanjuki Village. "Before mobile banking, I would have to bay 10,000 shillings to go to the nearest bank branch to deposit 10,000 shillings," he said.Oggi, spiega Iazzolino, si delinea quindi un nuovo mobile money ecosystem, in cui gli attori coinvolti non sono più solamente le banche e i loro clienti, ma tutte le istituzioni e gli attori che offrono servizi finanziari, gli operatori, i proprietari di attività, i produttori, gli utenti, ecc. Lo scenario è quindi quello di un network, di una nuova partnership di digital financial actors, che sviluppa nuove relazioni, nuovi scambi e nuove opportunità.

In questo scenario emerge con prepotenza il tema dell’inclusione finanziaria, focus specifico delle lezioni del settimo modulo del corso. “L’accesso per tutti a un gran numero di servizi finanziari – risparmio, entrate, assicurazione e pagamenti – offerti in modo responsabile e sostenibile da una serie di providers in un ambiente ben regolato”(Porter, 2015) è la precondizione per lo sviluppo, soprattutto nei Paesi a basso reddito, e secondo molti costituirebbe un elemento importante nella lotta alla povertà.

Iazzolino tuttavia mette in guardia sulle problematiche che l’inclusione finanziaria può trovarsi ad affrontare in questa nuova compagine mondiale e sulle conseguenze che questa può avere. In particolare, la grande componente digitale del settore finanziario ha portato oggi alla “capitalizzazione dei dati e delle informazioni personali”, la cosiddetta “datafication”. Questa deriva dell’utilizzo della tecnologia nel settore, offre sì possibilità importanti, ma rischia anche di condurre a una maggiore esclusione di alcune persone che vivono in determinate condizioni.

Immagine2Il docente riporta due esempi africani: Branch e Firstaccess, due providers di servizi finanziari. Sono sostanzialmente due app che è possibile installare sul telefono; queste acquisiscono tutte le informazioni sull’utente a partire dai dati del suo cellulare, dalle sue attività, dai social media, dalle transazioni economiche, ecc. e sulla base di queste un algoritmo valuta le condizioni finanziarie dell’utente, permettendogli o impedendogli l’accesso ai diversi servizi. I dati diventano quindi una fonte di valore, sulla base della quale includere o escludere una persona dalla grande costellazione dei nuovi servizi finanziari.

Un altro aspetto (tra molti altri) che il docente spiega per ottenere una vera inclusione finanziaria è il contesto locale. La sola esportazione di piattaforme, tecnologie o modelli finanziari non sarà mai davvero efficace ed inclusiva, se la popolazione di riferimento non è disposta ad accettarla, se la tecnologia proposta è troppo avanzata, se nel contesto sociale in cui si desidera inserirsi non sono presenti le condizioni adatte per farlo.

Un esempio è Telesom Zaad, la prima piattaforma mobile money in Somaliland. “Il servizio offerto da Telesom è dilagato nel Paese essendo molto attrattivo, poiché semplifica la vita alle persone” spiega Abdirahman Adan Shire, il Manager di Zaad Service, rispondendo a dei bisogni reali della popolazione locale.

ICT for Social Good: un premio per gli innovatori locali

L’innovazione è una potente forza di sviluppo locale, capace di generare idee che rivoluzionano la vita delle comunità. Per questo, abbiamo deciso di organizzare un premio, dedicato a quella miriade di progetti, di realtà, di idee innovative create dal basso che spesso faticano a essere riconosciute e a partecipare ai programmi di sviluppo internazionale ma che rappresentano un terreno fertile da cui partire per costruire un nuovo approccio alla cooperazione internazionale e allo sviluppo locale.

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Innovazione nel settore sanitario: basta un cellulare

La nuova edizione di “ICT Facts & Figures” dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU) rivela che la copertura cellulare è ormai quasi onnipresente. Infatti circa il 95% della popolazione mondiale – sette miliardi di persone – vive in una zona coperta da una rete cellulare di seconda generazione. Le reti più avanzate a banda larga raggiungono invece quasi quattro miliardi di persone – circa il 53% della popolazione mondiale.
Il settore sanitario cerca di sfruttare al massimo la presenza ormai capillare dei telefoni cellulari e la fitta rete di relazioni che essi generano per garantire il maggior accesso possibile non solo alle cure sanitarie, ma anche alle informazioni e ai dati utili a pazienti, medici e operatori sanitari.

Di Laura Andreoli

 

L’uso della tecnologia mobile nel settore sanitario è il tema al centro del modulo “ICT for Health” del corso “ICT Innovations for Development”. Ne parliamo con Paola Fava, esperta in tecnologie per lo sviluppo e relatrice nel modulo in questione.

Paola ha una grande esperienza nell’ambito sanitario, sia tecnica che sul campo; ha potuto infatti lavorare all’implementazione di progetti di telefonia mobile in diversi Paesi, oltre che alla mappatura e all’analisi dei dati in questo settore. È co-fondatrice e Business Developer presso Gnucoop, una Cooperativa Sociale che sviluppa servizi e software per organizzazioni no profit, istituzioni pubbliche e agenzie umanitarie. La caratteristica specifica e unica della cooperativa è quella di produrre software libero e condivisibile, a cui tutti possano attingere e dare il proprio contributo.

Il modulo del corso verte nello specifico sulla m-health (mobile health), l’utilizzo dei telefoni cellulari nel settore sanitario, in particolare in contesti di paesi in via di sviluppo. Paola sottolinea la differenza tra questa e l’e-health, ossia l’eletronic health, “che considera diversi elementi, tra cui per esempio la telemedicina, in cui si usano delle applicazioni web piuttosto che altri sistemi per fare una diagnosi remota, quindi non necessariamente tramite l’utilizzo di telefoni. Il mobile-health è primariamente concentrato sull’utilizzo della telefonia mobile per o la raccolta dati o ad attività legate alla promozione della salute e delle pratiche sanitarie”.

In particolare, il telefono cellulare, sebbene esistano numerose altre tecnologie utili nel settore sanitario, vanta una diffusione mondiale e permette in molti casi di arrivare anche laddove non c’è copertura della rete internet. Le sue applicazioni e i suoi possibili utilizzi in campo sanitario sono quindi molteplici e differenziati.

Si può spaziare in quest’ambito da applicazioni mobile che permettono di identificare a partire dai sintomi il tipo di malattia, per poi portare alla definizione o al suggerimento del trattamento necessario, quindi una sorta di guida, a sistemi di messaggistica che ricordano all’utente per esempio se ci sono determinate scadenze da rispettare o visite che devono essere fatte. L’m-health può essere usato anche per delle campagne di salute, promuovendo ad esempio messaggi di igiene o di cura della persona. Il mobile health può essere usato anche per segnalare o monitorare i corsi di epidemie, e quindi una combinazione tra la telefonia e applicazioni web, dove delle mappe accompagnano i messaggi di warning per identificare e localizzare determinate malattie”.

È evidente quindi che non solo gli obiettivi e gli strumenti utilizzati nella m-health sono diversi e molteplici, ma lo sono anche i destinatari di queste tecnologie. Applicazioni, sistemi di messaggistica e chiamate possono essere infatti indirizzati a medici e operatori sanitari come strumenti di formazione, di diagnosi, di raccolta dati, ma possono essere sfruttati anche direttamente dai pazienti, per accedere a informazioni, per consulti, per organizzare appuntamenti e visite. “Ci sono diversi livelli”, ci spiega Paola, “all’interno dello stesso progetto ci possono essere diversi moduli utilizzati dai medici locali, dai community health workers o direttamente dai pazienti. Gli strumenti vengono quindi tarati a seconda dell’utente finale che li utilizza”.

Le ICT in generale e i telefoni cellulare in particolare possono avere un impatto importante sulle attività sanitarie e possono rappresentare un valore aggiunto fondamentale in questo settore. Grazie al cellulare infatti è stato possibile, ad esempio, digitalizzare le informazioni, per cui “molti degli errori che si farebbero inserendo i dati in un form cartaceo vengono automaticamente eliminati o per lo meno controllati”. Da qui deriva anche una netta accelerazione della comunicazione delle informazioni, che, come racconta Paola, vengono salvate nel telefono e condivise non appena sia presente una connessione internet. Per contro, la connessione internet può rappresentare anche un limite in alcuni casi nell’utilizzo di applicaziondownloadi o semplicemente del web laddove la connessione sia scarsa o assente. Riemerge qui la necessità di scegliere gli strumenti dell’m-health considerando non solo gli utenti finali, ma anche gli apparecchi che essi hanno a disposizione. Tuttavia Paola Fava rassicura che guardando al futuro questi limiti sono destinati a ridursi o addirittura a scomparire, dal momento che i sistemi di connessione e il network che ne deriva crescono costantemente e sono destinati a migliorare. “Anche le statistiche per il 2020 confermano che il numero dei telefoni aumenterà in tutta l’Africa, i sistemi di connessione e la connessione stessa miglioreranno”. Un problema riscontrato sul campo invece è dato dal possesso di oggetti tecnologici, che può generare gelosie e disparità a livello locale, nonché perplessità a causa del contrasto tra questi strumenti innovativi e contesti territoriali in cui talvolta non si riesce a rispondere nemmeno ai bisogni primari. “Ovviamente si tratta per chi deve implementare un progetto del genere di valutare bene questi aspetti e cercare di creare un sistema in modo tale da prevenire e rispondere a queste problematiche”.

Un elemento che influisce fortemente sulla definizione degli obiettivi, del target e degli strumenti per l’intervento nel settore sanitario è il contesto d’azione; Paola infatti afferma: “ogni contesto va analizzato a sé e vanno prese delle misure adeguate affinché il progetto sia efficace”. Tuttavia, dal momento che molti paesi in via di sviluppo vivono le stesse situazioni problematiche e difficoltà simili, grazie all’utilizzo del telefono cellulare, tecnologia comune e diffusa, gli strumenti e le innovazioni della m-health sono spesso replicabili anche in paesi diversi. Molti degli strumenti sviluppati e utilizzati nell’ambito sanitario sono quindi facilmente adattabili; inoltre, “se ci si serve di un software libero, di un software condiviso, sicuramente anche a livello più strettamente tecnologico e tecnico risulta più facile fare degli adattamenti che consentano l’applicazione di progetti e strumenti in zone diverse”.

Gli esempi pratici di m-health sono infiniti, Paola durante il corso ne affronta diversi.

Uno fra tutti è RapidSMS,strumento per i sistemi di messaggistica volti alla raccolta dati, che permette la semplificazione dei flussi di lavoro e il coordinamento di gruppo utilizzando i telefoni cellulari e gli SMS. Il sistema nasce per monitorare lo stato nutrizionale dei bambini. Gli operatori sanitari inviavano un messaggio contenente un codice in cui le cifre rappresentavano l’età del bambino, il peso, l’altezza, la circonferenza brachiale. In questo modo, senza l’utilizzo di alcuna connessione, era possibile la raccolta dati e la creazione di una piattaforma online.

FrontlineSMS invece è un sistema di raccolta e condivisione di informazioni tramite SMS, che non richiede connessione internet. FrontlineSMS è un software aperto che permette agli utenti di connettere diversi dispositivi mobile a un computer tramite messaggi; tramite questo strumento è possibile mandare e ricevere SMS e contatti di gruppi e rispondere ai messaggi. Questo servizio è stato utilizzato per monitorare le elezioni politiche in diversi paesi (Filippine, Afghanistan e Nigeria); nel 2010 dopo il terremoto di Haiti ha favorito la raccolta di informazioni sulla situazione di emergenza nel Paese. Nei PVS è molto utilizzato nel settore sanitario, soprattutto nella raccolta dati e nell’assistenza ai pazienti.

Twine è una piattaforma online sviluppata da Gnucoop e UNHCR che favorisce e facilita la raccolta, l’archiviazione e la gestione dei dati dell’Agenzia e dei suoi partner sulla situazione sanitaria nei campi profughi a livello locale, regionale e globale.

Photo Credit:CreativeCommons

Tecnologie differenti per un’educazione che cambia

Anche il quarto modulo del corso ICT Innovations for Development si è da poco concluso. Il docente Alfred Assey Mukasa durante tre incontri ha cercato di identificare e valutare insieme ai partecipanti le sfide globali dell’educazione, analizzando il ruolo che le ICT svolgono nella risoluzione dei problemi e delle difficoltà che oggi si incontrano in quest’ambito.

Di Laura Andreoli

 

Secondo la Global Partnership for Education l’educazione oggi si trova ad affrontare 10 sfide fondamentali:

1. Mancanza di accesso;

2. Scarso investimento nell’educazione, solamente una parte dell’investimento totale nell’ambito umanitario;

3. Conflitti globali e disastri naturali, che incidono sull’educazione;

4. Deficit di finanziamento anche a livello nazionale;

5. Squilibrio di genere nell’accesso all’educazione;

6. Costo dell’educazione eccessivamente alto nei Paesi in via di sviluppo;

7. Scarsità di insegnanti;

8. Insufficienza di classi e infrastrutture per l’educazione;

9. Insegnanti non sufficientemente qualificati, che portano a scarsa alfabetizzazione anche dopo quattro anni di scuola;

10. Disabilità e bisogni speciali, che spesso impediscono l’accesso all’educazione, soprattutto nei PVS.

 

Ma le sfide non finiscono qui. Nel mondo globalizzato di oggi, infatti, il contenuto dell’educazione continua ad ampliarsi e a modificarsi, così come i suoi strumenti e le tecnologie a sua disposizione. Essa rischia di diventare quasi obsoleta di fronte a cambiamenti così profondi e così rapidi e di fronte a un eccesso di informazioni tipico dei giorni nostri.

Alfred ha spiegato che per vincere queste sfide è necessario lavorare per la creazione di un’educazione che sia:

• Trasformazionale

• Distruttiva/creativa

• Misurabile

• Modulare

• Personalizzata

• Per il cambiamento comportamentale.

 

L’educazione deve quindi essere in grado di mutare e di adattarsi ai cambiamenti che il mondo oggi affronta, superando i modelli obsoleti che non rispondono più alle necessità degli allievi. Deve costruirsi sulla persona come singolo individuo con le sue specificità e come membro di una società di cui fa parte e a cui deve dare il suo contributo. “La scuola è fatta per l’istruzione, ma l’educazione, quella deve formare le persone ad essere cittadini e cittadini del mondo” riassume esaustivamente il docente.

Gli obiettivi dell’educazione del ventunesimo secolo quindi sono vari e complessi:

1. Aiutare l’allievo ad essere in grado di crescere e di raggiungere il suo massimo sviluppo come essere umano; l’educazione deve sviluppare i talenti innati dell’individuo e fare in modo che possa contribuire al miglioramento del contesto in cui si trova.

2. Rendere l’allievo “una persona ben istruita” per il ventunesimo secolo; non si parla solo di scuola e di istruzione, ma di educare una persona alla cultura, all’esistenza globale, ai problemi globali, al problem solving, ad agire e prendere iniziative. Si tratta di formare la persona nella sua interezza, affinché voglia e possa migliore e apportare un contributo positivo nella società in cui vive.

3. Risvegliare l’interiorità dell’allievo, sviluppandone curiosità e creatività; l’insegnante non dovrebbe quindi essere veicolo di conoscenze e nozioni, ma dovrebbe invece insegnare allo studente come imparare, come essere curioso.

4. Rimuovere la paura dell’apprendimento; essa nasce spesso dalla grande quantità di informazioni e tecnologie disponibili e utilizzabili che disorientano l’allievo.

5. L’insegnante deve preparare l’allievo ad imparare, deve offrirgli gli strumenti e le indicazioni per poterlo fare.

 

Dopo questa prima analisi del docente e un confronto tra i partecipanti sulla situazione attuale dell’educazione, Alfred si è concentrato sull’approfondimento delle possibili risposte tecnologiche e innovative alle sfide che l’educazione si trova ad affrontare.
Le ICT infatti sono state utilizzate in diversi modi e in molte occasioni anche nell’ambito dell’educazione: un esempio semplice e immediato è l’utilizzo dei computer nelle scuole; le ormai note piattaforme online per le università; i learning spaces, le aule virtuali di ultima generazione; l’utilizzo di strumenti tecnologici come lo smartphone o il tablet in aula, per ridurre la distanza che gli studenti vivono tra la scuola e la vita di tutti i giorni, portando in classe oggetti che utilizzano quotidianamente.
Gli esempi delle nuove tecnologie e delle loro applicazioni nell’educazione sono innumerevoli e variano a seconda del contesto in cui vengono utilizzate e delle problematiche cui devono rispondere.

Il docente si è soffermato in particolare sui MOOC – Massive Open Online Courses. I corsi aperti online su larga scala sono finalizzati ad una partecipazione illimitata e i partecipanti vi hanno libero accesso tramite il web; l’audience può essere quindi particolarmente numeroso e geograficamente dislocato, avendo eliminato il limite della presenza in aula.MOOC_poster_mathplourde

Certamente i MOOC costituiscono un esempio di come il rapido sviluppo tecnologico apra le porte a nuove possibilità nell’educazione, che oggi sta cambiando completamente forma, abbandonando gli schemi dell’educazione tradizionale.
Tuttavia, dalla discussione in aula (virtuale) è emerso che il cambiamento tecnologico e l’utilizzo di nuove apparecchiature e di strumenti innovativi come i MOOC spesso costituiscono una caratteristica tipica dei Paesi sviluppati e che quindi rispondono alle sfide specifiche di questi contesti.
In contesti più poveri, al contrario, spesso l’educazione deve invece affrontare problematiche come l’impossibilità di accedere all’istruzione, le differenze di genere, la mancanza di infrastrutture, ecc.
Nei Paesi che vivono queste difficoltà anche le soluzioni sono differenti; alcuni partecipanti del corso hanno riportato alcune loro esperienze, raccontando che le tecnologie realmente utili in quei Paesi sono i learning centers, strutture in cui chi sono resi disponibili dei computer comunitari e una connessione internet che le persone possono utilizzare, ad esempio per seguire dei corsi o per ricercare informazioni, sistemi che permettano di seguire lezioni dallo smartphone, anche senza connessione internet, applicazioni che utilizzano gli sms per trasmettere informazioni e che le traducono lingua locale, in modo che tutti possano comprenderle.

Una soluzione innovativa che risponda alle difficoltà dei contesti più poveri è nata proprio in Africa, a Nairobi, Kenya. Il KIO KIT, ideato e creato dalla Brck, “può trasformare qualsiasi classe in una classe digitale in pochi minuti“. Esso offre ai bambini che vivono in Paesi poveri la possibilità di imparare e divertirsi, utilizzando dei tablet che funzionano anche senza connessione internet, grazie ad una piattaforma integrata con diverse sezioni e materie di studio. Il KIO KIT è “un esempio di ciò che succede quando l’Africa progetta una soluzione per le scuole africane“.

 

Gli open data per una governance migliore. Da dove iniziare.

Negli ultimi anni è stata data molta attenzione ai dati. Grandi database possono giocare un importante ruolo per moltissimi soggetti che vanno dal settore pubblico al privato fino al non profit e al settore dello sviluppo e della cooperazione. Ma sempre di più oggi si parla di Open Data, e dietro a questo boom di interesse c’è l’importante contributo della filosofia open source che ha come obiettivo quello di rendere gratuiti e accessibili a tutti gli strumenti digitali e, in questo caso, le importanti quantità di dati.  Abbiamo parlato del tema con Georges Labrèche, docente del modulo “ICT for data collection” appena iniziato, all’interno del corso “ICT innovations for Development” di Ong 2.0.

Di Federico Rivara

A volte sembra che ci sia una discrepanza tra la quantità di dati disponibili (“molti dati”) e il loro reale utilizzo. Anzi, soggetti che potrebbero sfruttare la disponibilità di tante informazioni raccolte tutte insieme, solitamente, non hanno gli strumenti e la conoscenza adatta per usare veramente queste informazioni. Come mai? Georges Labrèche, fondatore di Open Data Kosovo, ci ha fornito alcuni elementi utili.

aaeaaqaaaaaaaamfaaaajdyxowy5ntm3ltbmy2etngq4ny1iodczlty1mdkxmdg2mzdimw“Il punto di partenza è rappresentato dal fatto che ogni ricercatore, a qualsiasi livello, ha necessità di provare o confutare un’ipotesi. La mancanza di dati può inficiare gravemente questa intenzione. Spesso, però, i dati sono già disponibili ma i potenziali beneficiari non ne sono a conoscenza. Non si tratta di avere una particolare scienza tecnica né di possedere già tante informazioni, ma di guardare nella giusta direzione. Avere gli strumenti giusti per accedere ai dati e saperli usare per il proprio lavoro”. “Guardare nella giusta direzione” significa non tanto avere super competenze tecniche ma piuttosto conoscere le persone, le comunità coinvolte nel settore in cui si lavora. E collaborare. Per ogni campo, ci sarà una comunità esperta, affascinata dal tema in questione e capace di dare supporto rispetto agli specifici campi di interesse.

Per esempio, coloro che sono interessati alle mappature geografiche o che necessitano un servizio di mappatura, devono essere a conoscenza delle comunità appassionate del settore come OpenStreetMap, YouthMappers ma anche Humanitarian Open Street Map che rappresentano dei punti di riferimento. In maniera simile, coloro interessati al data journalism possono scoprire un mondo costituito da tutti coloro che sono coinvolti  nel settore come Data Drive Journalism e Investigative Reporters and Editors, per citarne due. Ad un altro livello ancora, quello strettamente politico, realtà come quella di OpeningParliament permette alle organizzazioni civiche e sociali di condividere e scoprire esperienze e buone pratiche portate avanti in contesti reali. “Tutte queste realtà possono portare a una migliore governance e a più trasparenza”.

Inoltre, “soprattutto nel mondo accademico le persone sono molto disponibili a offrire il loro supporto e migliorare allo stesso tempo le proprie competenze tecniche grazie a esperienze pratiche commissionate da attori esterni”. Georges, con una formazione in ingegneria del software e relazioni internazionali conosce perfettamente queste dinamiche. “Purtroppo spesso c’è un gap, dato da una scarsa comunicazione, tra le istituzioni e le comunità molto motivate a mettere in gioco le proprie competenze. Ecco perché c’è la necessità di una buona formazione e consapevolezza rispetto alle tecnologie digitali volte a una governance migliore“.

Open Data Kosovo guarda in questa direzione. Da una parte rende possibile il coinvolgimento dei giovani con le tecnologie digitali applicate a progetti reali in collaborazione con le istituzioni. Dall’altra parte svolge attività di consulenza anche per soggetti internazionali tra cui le ONG per allargare la rete dei soggetti attivi. Entrambe le attività creano opportunità per i giovani, ma possono anche portare alla realizzazione di piattaforme digitali in cui ciascuno può partecipare come Amnesty Decoders, lanciata da Amnesty International per mappare i villaggi in pericolo di attacco in Darfur.

Alcune certezze ci sono. Molti dati sono disponibili e strumenti per la loro raccolta esistono. Metodi e consigli per raccoglierli saranno il tema centrale delle sessioni condotte da Georges Labrèche in queste due settimane del corso ICT Innovations for Development.

Intanto, per iniziare ad addentrarsi nel tema qui, Tim Berners-Lee spiega a una conferenza TED quando gli open data sono diventati di dominio mondiale.

ICT Innovations for Development: ecco i vincitori delle borse di studio

Si è concluso il processo di selezione per assegnare le borse di studio del corso di alta formazione “ICT Innovations for Development“, messe in palio da Fondazione Cariplo e Compagnia di San Paolo, nell’ambito del progetto “Innovazione per lo sviluppo“. Selezione difficilissima per assegnare ventitré borse (tre in più del previsto) su 424 candidature, la maggioranza di altissimo profilo, provenienti dai cinque continenti. Oggi siamo lieti di comunicare i vincitori.

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Oltre alla zappa il telefono. Come le ICT cambiano l’agricoltura

Oggi, cinque miliardi di persone hanno un dispositivo cellulare per un totale di 7.4 miliardi di sottoscrizioni. Quasi 3 miliardi e mezzo hanno accesso internet e questo numero è destinato a crescere. Un settore che ha vissuto profondi cambiamenti grazie alla crescita di internet e all’introduzione dei dispositivi mobili è quello dell’agricoltura. L’utilizzo dei cellulari per conoscere i prodotti, i prezzi ma anche per ottenere informazioni per ottimizzare la gestione delle risorse ha avuto risvolti fondamentali per gli agricoltori in tutto il mondo.

di Federico Rivara

Abbiamo intervistato su questo Simone Sala, consulente dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e docente del modulo ICT for Agricolture and Environment al corso ICT Innovations for Development di Ong 2.0

simone_sala_bangladeshSimone Sala fa parte di una divisione della FAO che sviluppa tecniche di comunicazione volte a facilitare il dialogo tra diversi attori in contesti rurali. “Questo è necessario per facilitare, ad esempio, la collaborazione tra piccoli produttori e agenzie governative” spiega. Un sistema che potrebbe portare a soluzioni è nato pochi giorni fa. Dal G20 di Hangzhou è nata infatti l’idea di una piattaforma sulle ICT gestita dalla FAO in collaborazione con l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Istituto Internazionale di Ricerca sulle Politiche Alimentari (IFPRI)  per lo sviluppo agricolo.

“Il dialogo tra le diverse parti e la circolazione delle informazioni”, come ci racconta il docente, “fa spesso la differenza nei risultati che si ottengono quando vengono attivati dei progetti”. Sala racconta come un progetto sulla gestione delle risorse idriche in Libano a cui ha partecipato insieme all’università di Milano è diventato più efficiente dopo aver valutato meglio come utilizzare le tecnologie della comunicazione. In una prima fase il team si era concentrato troppo sul trasferimento tecnologico, senza un’analisi approfondita del contesto locale.  Parlare di più con gli attori coinvolti riguardo i mezzi disponibili ha portato miglioramenti che oggi permettono al progetto di proseguire.

“Se le informazioni si diffondono bene e sono accessibili a più persone” continua Sala “si possono raggiungere un grande un numero di utenti che usufruiscono di un servizio”. E’ il caso di 8028 Hotline, un servizio sviluppato dall’Ethiopian Agricultural Transformation Agencyun’agenzia governativa Etiope nata per promuovere lo sviluppo del settore agricolo del paese. Il servizio, basato su una tecnologia semplice come quella del telefono, permette di fornire consigli su pratiche agronomiche a migliaia di piccoli agricoltori attraverso SMS o messaggi vocali registrati. Lanciato nel luglio del 2014, l’agenzia ha reso noto esattamente un anno più tardi di essere stata raggiunta da 1,2 milioni di persone e 7,3 milioni di chiamate.

Secondo Sala, e alla luce delle sue esperienze in tanti paesi del mondo, “certe dinamiche – in ambito agricolo – sono simili sia in Italia sia in paesi africani. Un problema comune sta proprio nell’accesso alle tecnologie che potrebbero permettere una maggiore diversificazione dei mercati. Oggi le aziende agricole sono mediamente piccole e di conseguenza non hanno le capacità economiche per investire nelle tecnologie. L’intervento statale può permettere di superare certe barriere”.

Tuttavia anche altri attori possono permettere l’accesso ad interessanti innovazioni.

Un esempio è Farm Radio International. “La radio rappresenta uno dei principali canali informativi per gli agricoltori in zone rurali”. Questa organizzazione canadese ha sviluppato una rete di 500 partner coinvolti nel mondo radiofonico. Oggi opera in 38 paesi africani con l’obiettivo di dare voce direttamente agli agricoltori e di fornire tramite la radio informazioni utili, che arrivano dal basso in uno scambio tra pari.

Oppure  Digital Green Questa organizzazione no-profit ha pensato di produrre dei video in cui i protagonisti sono direttamente gli agricoltori che presentano le loro pratiche ad altri agricoltori. Nel video qui sotto è possibile capire come la comunicazione attraverso il video risulta molto più semplice ed abbia più presa sulle persone che la guardano dal momento che appartengono alla stessa comunità dei protagonisti.

 

E ancora Ignitia, con una tecnologia un po’ più complessa. Questa impresa sociale nasce in Svezia e ha sviluppato modelli di previsione meteorologica specifici per le aree tropicali.  Un lavoro così localizzato non era mai stato fatto prima. Grazie a loro, è possibile conoscere le previsioni del meteo in maniera precisa in zone molto specifiche. L’imprevedibilità delle variazioni del tempo è un fattore determinante per gli agricoltori africani che spesso non possono contare su valide stazioni meteorologiche. Oggi Ignita è presente  in Africa occidentale, ha coinvolto 80,000 agricoltori (dati 2015) e dichiara una precisione di previsione vicino all’84%.

“Gli strumenti sono tantissimi, e ne nascono ogni giorno” sostiene Sala “per chi opera nella cooperazione internazionale e importante conoscerli, ma soprattutto capire qual è lo strumento giusto nel contesto giusto”

Per questo Simone ha strutturato il suo modulo formativo all’interno del corso ICT Innovations for Development che prevede quattro incontri (il primo l’11 novembre) in cui verrano presentate ICT per l’agricoltura, canali d’informazione e banche dati, i principali attori di questo settori, applicazioni, casi specifici, esercitazioni e tanto altro.

Photo credit: MedSpring & flickr

Kenya, dove i contadini assicurano i raccolti via SMS

Micro assicurazioni, attivabili via SMS, aiutano i piccoli agricoltori del Kenya a combattere la siccità e gli altri disastri naturali, migliorandone la resilienza finanziaria e la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici. Il sistema incrocia i dati satellitari e quelli raccolti da piccole stazioni meteorologiche sparse sul territorio, con i dati riguardanti i quantitativi di pioggia necessari per le diverse colture. Nel caso di condizioni meteorologiche avverse, la compagnia autorizza l’erogazione dei rimborsi via mobile e i contadini ricevono l’importo direttamente sul proprio telefonino.

di Viviana Brun

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Gelico: una app per gestire le cooperative agricole in Costa d’Avorio

Un vero matrimonio tra ICT e agricoltura; questo è il progetto ivoriano Gelico. Gelico è una applicazione di servizio per le cooperative agricole della Costa d’Avorio, che permette la gestione digitale degli stock dei produttori agricoli e un’informazione in tempo reale sullo stato delle vendite.

Nata grazie a una campagna di crowdfunding su web  lanciata da tre giovani della start up ICT4DEV.CI  (che ha superato l’obiettivo di raccolta previsto) Gelico si basa sulla piattaforma Lôr bouôr, (sviluppata dalla stessa start up) che significa “piantagione produttiva” in lingua locale ed è “una piattaforma web, mobile e SMS per la modernizzazione della gestione delle cooperative agricole e uno spazio di relazione per facilitare la commercializzazione dei prodotti agricoli” come sostiene Jean-Delmas Ehui, esperto di ICT e sviluppo rurale, uno dei fondatori della start up.

Gelico permette alle cooperative agricole di identificare i propri membri e le parcelle di terreno corrispondenti e di gestire i flussi di prodotti (deposito e vendita) in seno all’organizzazione. D’altro lato ogni contadino riceve una notifica via SMS ogni volta che il suo prodotto è stato venduto.

In Costa d’Avorio l’agricoltura rappresenta oltre il 50 % dei proventi da esportazione , occupa i 2/3 della forza lavoro attiva e contribuisce più del 20 % del PIL.
Per contro, il paese deve affrontare grandi sfide agricole; mentre la sovrapproduzione di banana si decompone nella zona occidentale, le popolazioni del nord non ne trovano.  E gli agricoltori svendono le loro produzioni perché non sono informati sui prezzi di mercato. Le cooperative agricole usano ancora rudimentali metodi di gestione con grossi quaderni che servono da registri.
“D’altro lato – sostiene Jean-Delmas Ehui – con 20 milioni di abbonati alla telefonia mobile su 23 milioni di abitanti, un tasso di copertura della rete GSM che supera il 95 % e l’accesso a Internet in rapida crescita, la tecnologia dell’informazione e della comunicazione può rappresentare la soluzione”.
L’utilizzo di Gelico sul lungo periodo permetterà anche di avere dati statistici affidabili sull’attività delle società agricole e sulle loro performance.

Il team progetto realizzerà una serie di formazioni a partire dai primi di giugno 2016, prima nella zona di Abidjan poi nella città di Man in Costa d’Avorio occidentale , poi Daloa nel centro-occidentale e infine Korhogo nel nord. Dopo questo primo giro di formazione, per raggiungere il numero di 100 organizzazioni di produttori collegati alla piattaforma entro ottobre 2016 .

Qui la lista delle cooperative collegate alla piattaforma ad oggi