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ONG e COVID19, come riorganizzare il lavoro. Le mini guide di Ong2.0.

Molti sono i settori professionali che sono stati stravolti dall’emergenza corona virus e tra questi vi è anche quello delle associazioni, delle organizzazioni non profit e delle ong.

di Viviana Brun

Missioni all’estero cancellate, avvii di progetti rimandati, servizio civile in stand-by, progetti educativi che devono trovare velocemente formule nuove per supportare le scuole in questo periodo di trasformazioni inaspettate. Soprattutto, una grande preoccupazione per i cooperanti all’estero e un continuo monitorare l’evolversi del contagio nel mondo e le misure di contenimento adottate dai diversi governi.

Queste sono solo alcune delle sfide che stanno affrontando le organizzazioni del Terzo Settore, soprattutto quelle impegnate in attività di cooperazione internazionale. Il tutto unito alla consapevolezza che non tutti gli interventi possono essere sospesi o rimandati perché, anche in tempo di crisi, molti altri problemi continuano ad esserci e le fasce più vulnerabili della popolazione sono quelle che più di tutte risentono delle conseguenze.

Cosa fare in questo scenario?

Ovviamente, al prima cosa da fare è rispettare le indicazioni che giungono dalle istituzioni. Per cui gran parte delle organizzazioni hanno previsto il lavoro da casa o si sono attrezzate per riorganizzare gli spazi lavorativi in modo che solo le persone estremamente necessarie abbiano accesso agli uffici.

Le organizzazioni più grandi e strutturate hanno già attivi dei sistemi di comunicazione interna standardizzati che utilizzando per coordinare a distanza i progetti nei paesi terzi e per gestire i flussi di comunicazione con il proprio personale. Per le realtà più piccole, quest’emergenza può rappresentare una sfida, ma anche una grande occasione per digitalizzare i processi di comunicazione interna.

Quattro strumenti da cui partire

In questi giorni online si trovano moltissimi articoli che suggeriscono liste lunghissime di strumenti per lavorare a distanza. Le opzioni disponibili sono molte, ma spesso non è facile individuare quelle più adatte alla propria organizzazione, soprattutto quando si ha poca esperienza e poco tempo per sperimentare.

Proviamo quindi ad analizzare alcuni dei bisogni fondamentali delle piccole e medie organizzazioni. E fornire informazioni dettagliate per essere operativi subito.

VPN

Uno dei primi problemi che si è presentato nel momento in cui siamo stati chiamati a lavorare da casa è stato quello di accedere in remoto ai file che abbiamo in ufficio. Alcune realtà archiviano tutto in cloud, altre salvano principalmente sul Nas (dispositivo locale di archiviazione condiviso), mentre altre prediligono una formula mista. Per chi ha bisogno di accedere al server dell’ufficio, uno strumento fondamentale è la VPN (Virtual Private Network) che permette di ricreare a distanza le stesse caratteristiche della rete LAN (rete locale) e di replicare la postazione di lavoro che uno avrebbe in sede, mantenendo attivi anche tutte quelle misure di protezione dei dati attivate per adeguarsi al GDPR.

Per attivare la VPN è necessario coinvolgere un tecnico informatico che dovrà configurarla per i vostri indirizzi IP. Dopodiché l’utilizzo per gli utenti è molto semplice, si accede tramite un programma di login che vi verrà indicato dal tecnico, ognuno dovrà quindi inserire delle credenziali di accesso (spesso viene richiesto un doppio sistema di autenticazione) e il gioco è fatto. Potrete così accedere a tutti i file, esattamente come se foste connesso dall’ufficio mantenendo le stesse autorizzazioni di cui godevate quand’eravate seduti alla scrivania.

Slack

Mantenere viva la comunicazione e le relazioni con i colleghi e le colleghe a distanza non è sempre facile e spesso vengono messi in campo strumenti diversi, alcuni anche molto invasivi, come whatsapp. Uno strumento molto utile per gestire la comunicazione interna alla propria organizzazione in modo professionale è Slack.

Slack è disponibile come applicazione web e come app sia per sistemi Android che IOS. La versione gratuita risulta sufficientemente completa e permette di condividere file, di chattare, di gestire progetti di gruppo, di fare videochiamate.

A differenza di whatsapp, Slack è pensato per essere uno spazio dedicato esclusivamente alle conversazioni di lavoro. Inoltre, ha il grande vantaggio di permettere l’organizzazione delle conversazioni in canali tematici e di gestire la lista delle persone che possono accedere a ciascun canale. In questo modo, da un unico spazio potrete partecipare a tipologie di canali molto diversi ad esempio alcuni potranno essere aperti a tutti i collaboratori della vostra organizzazione, mentre altri saranno dedicati esclusivamente alle conversazioni del vostro team. Oltre a conversazioni di gruppo, potrete anche iniziare conversazioni private con singoli membri dell’organizzazione.

Per scoprire di più sul funzionamento di Slack, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

Zoom

Ci sono casi in cui la conversazione via chat non è sufficiente ed è necessario organizzare delle riunioni sia interne alla propria organizzazione, sia con reti di partner e team di progetto. Questo bisogno è molto ampliato in questa fase in cui si ha spesso la necessità di confrontarsi per riprogettare o convertire delle attività che non si è più in grado di svolgere così com’erano state pensate.

Ci sono molti strumenti che permettono di organizzare meeting a distanza come ad esempio Jitsi, gotomeeting e molte altre.

A Ong 2.0 da alcuni anni utilizziamo Zoom, che prevedere un piano gratuito che consente di organizzare meeting di massimo 40 min con un massimo di 100 partecipanti. Sul sito si trovano anche molte opzioni a prezzi contenuti che permettono di organizzare riunioni molto più lunghe. Il vantaggio di Zoom rispetto ad altri strumenti simili è quello di avere diversi strumenti utili all’interattività online e consentire la creazione di “breakout room”, sotto aule per discussioni o lavori in gruppo.

Per scoprire di più sul funzionamento di Zoom, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

Miro

Molte attività sono ferme, ma di certo c’è la necessità di continuare a guardare al futuro e progettare nuovi interventi.

Oltre a Google Drive, uno strumento molto utile per organizzare le idee e progettare in modo condiviso è Miro, un tempo conosciuto come RealtimeBoard. Si tratta di una bacheca virtuale che può ospitare una grande varietà di file in formati diversi, ad esempio tutti i documenti utili per lavorare alla scrittura di un progetto. Può essere utilizzata per creare mappe mentali, può ospitare commenti ed essere collegata a Slack.

È un buon modo per essere certi che tutti i progettisti e i partner abbiano tutto ciò di cui hanno bisogno a disposizione e in un solo luogo, che possano seguire l’avanzamento dei lavori, modificare i contenuti e condividere annotazioni e commenti.

Per scoprire di più sul funzionamento di Miro, puoi scaricare la Mini Guida di Ong2.0.

La prima guida pratica per chi vuole fare il cooperante

Appena uscito il nuovo libro di Diego Battistessa “Vorrei fare il cooperante: come trasformare un sogno in una professione” un’agile guida pratica per chi si vuole avvicinare a questa professione, con consigli, esempi e buone pratiche. Realizzata in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School

di Silvia Pochettino

Chi è un cooperante? Cosa fa? Che competenze deve avere? Quanto guadagna? Ma soprattutto perché parte? A discapito delle molte polemiche che hanno imperversato negli ultimi mesi riguardo questo settore sono sempre di più i giovani, e meno giovani, interessati a impegnarsi nel settore della cooperazione internazionale. Ma spesso con idee molto confuse. Si ondeggia tra l’immagine favolistica dell’operatore umanitario eroico a quella dissacrante del “buonista” sfigato che – in sostanza – cerca lavoro nei paesi poveri perché qui non lo trova.
Il cooperante non è né l’un né l’altro. 
Lo spiega bene Diego Battistessa, docente di Ong 2.0 ed esperto di cooperazione internazionale con molti anni di terreno alle spalle, nel libro appena uscito “Vorrei fare il cooperante. Come trasformare un sogno in una professione, una guida agile dove trovare strumenti, buone pratiche, consigli e riflessioni per dipingere i contorni di una professione tanto bella quanto difficile da spiegare. Il cooperante non è uno che “aiuta”, così come la cooperazione non è “solidarietà”, almeno non nel senso tradizionale del termine, che presuppone ci sia qualcuno in difficoltà e qualcun altro che è solidale con lui. Cooperazione, come in realtà dice il termine stesso, è co-operare, ovvero lavorare insieme per affrontare le sfide del mondo di oggi.

Il libro, realizzato in collaborazione con Ong 2.0 e Social Change School, è  nato dall’esperienza di cinque anni di blog sulla cooperazione in cui Diego ha risposto a centinaia di domande su questa professione ed è strutturato in capitoli brevi, ognuno dei quali risponde a domande precise. “Non pretendo di dare risposte certe. – dice Battistessa – Però spero di poter aiutare molte persone a prendere delle decisioni ragionate, basate su informazioni reali, su dati,  esperienze concrete. In questo settore, non esiste una formula, un algoritmo che se applicato correttamente ci permette di stabilire che diventeremo dei cooperanti professionisti, lavorando nella regione del mondo che più amiamo e con l’organizzazione che più rappresenta i nostri valori”

La professione del cooperante internazionale è una professione difficile, che non può essere improvvisata, che è lungi dal basarsi solo “sulla buona volontà” come si credeva un tempo, o sulle capacità tecniche, come si credeva dopo. E’ una professione che richiede competenze a 360 gradi, tecniche certo, ma anche e soprattutto sociologiche, antropologiche e umane. “Dire cooperazione internazionale senza specificare niente di più, equivale a dire “sport” senza aggiungere nient’altro. Dire di voler lavorare nella cooperazione internazionale senza aver in mente una funzione precisa e come dire di voler partecipare alle olimpiadi senza avere in mente nessuna disciplina sportiva in particolare”.

Perché  – va detto – il rischio di fare più danno che altro è sempre in agguato, e tuttavia in un mondo sempre più interconnesso, dove le tecnologie digitali superano tutti i confini, i capitali fluttuano senza sosta, continuare a fermare le persone alle frontiere, verso il nord o verso il sud è un controsenso. Ma prepararle adeguatamente, invece, è un aspetto fondamentale. In questo senso “Vorrei fare il cooperante” è un libro unico nel suo genere:
“Perché non esistono manuali che ci spiegano come avvicinarci ad un settore così difficile da capire come quello della cooperazione internazionale – dice ancora Diego – Un settore che racchiude un universo di terminologie, rituali, norme non scritte, luoghi comuni, rischi, avventure ma soprattutto che ci da l’opportunità di sentirci parte di un cambiamento universale, di un movimento internazionale di persone che non accettano la realtà per quello che è e decidono di diventare catalizzatrici della trasformazione verso “un altro mondo possibile”.

 

Photo credits: Pixabay

 

Tecnologia e Ong: il punto debole? La protezione dati

Il Global Ngos Technology Report 2018, ricerca realizzata ogni anno da NonProfit Tech for Good, e che quest’anno ha  intervistato  5352 Ong in 164 paesi del mondo, parla chiaro: il punto più debole nell’utilizzo del digitale da parte del mondo dell’associazionismo è la gestione e la protezione  dei dati.

di Silvia Pochettino

A quanto emerge dal report in verità le Ong sono ormai ampiamente “digitalizzate” sotto molti aspetti,  dal sito web all’uso dell’email mailing, ma soprattutto all’impiego dei social networks come una parte integrante delle proprie strategie di comunicazione e fundraising . Anzi a dirla tutta il report sottolinea come “in verità grandi Ong come Humane Society o Greenpeace sono state le prime a utilizzare i social networks per mobilitare persone e risorse, molto prima che l’idea venisse anche alle istituzioni governative e alle corporations”

Tra i social Facebook continua – per ora – a farla da padrone nel mondo, ma altri social seguono a ruota

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Tuttavia ci sono ancora alcune carenze gravi nell’uso del digitale da parte delle Ong riguardo soprattutto due aspetti,  Mobile Technology e protezione dati.  Riguardo la prima, si registra scarsa consapevolezza sul ruolo del messaging o del text-to-giving per tenere i contatti con i propri supporters e donatori. Solo il 18% li usa in modo strutturato nelle proprie strategie di comunicazione, mentre ancora più assente è la “creatività” nella realizzazione di app per smartphone,  tanto  che molte associazioni addirittura non hanno neanche un sito web responsive, cioè leggibile da telefono.

Ma la seconda carenza è forse la più seria. Solo il 45% delle ong traccia le donazioni e gestisce il rapporto con i donatori grazie a software CRM, molti dei quali sono spesso obsoleti. Sostiene il Report “Il processo antiquato di relazione con i donatori e supporters  attraverso Excel o  software di Customer Relationship Manager (CRM) obsoleti sta ostacolando le Ong nella loro capacità di essere organizzazioni efficienti, data-driven”.

Secondo gli autori si tratta quindi di fare un salto di qualità nell’Information Technology delle organizzazioni. Infatti, solo il 41% delle organizzazioni intervistate usa qualche forma di protezioni dei dati,  mentre questo aspetto diventa sempre più importante  “In un’epoca di forte crescita delle minacce alla cybersecurity, il rafforzamento nella gestione e nella sicurezza dei dati è un imperativo”.

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E infine un’interessante comparazione tra la predominanza di diversi strumenti nei diversi continenti, che mette in luce come le diverse aree del pianeta privilegino mezzi di comunicazione differenti.

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Puoi approfondire la questione cybersecurity (1)della protezione dei dati e imparare qualche semplice soluzione per migliorare la sicurezza online durante il Webinar gratuito Cybersecurity: introduzione alle tecniche di autodifesa digitale  che si terrà lunedì 26 febbraio alle ore 18

Digital Humanitarians: i Big Data e la risposta umanitaria

 

Digital Humanitarians

Come i Big Data stanno cambiando il volto dell’azione umanitaria

 

L’eccesso di informazioni generate durante le emergenze può essere paralizzante per l’azione umanitaria tanto quanto la mancanza di dati. Questa inondazione di informazioni è spesso chiamata Big Data o Big Crisis Data. Capire e gestire questa situazione si sta dimostrando una sfida impossibile per le tradizionali organizzazioni umanitarie, motivo per cui molte si stanno muovendo verso un approccio digitale.

 

Autore: Patrick Meier

Anno: 2015

Lingua: inglese

Scopri di più sul libro o acquistalo QUI

I 7 ingredienti di un buon fundraising

Dà gambe alla mission delle organizzazioni non profit (ONP), permettendo loro di andare lontano e di raggiungere gli obiettivi: è il fundraising. Una professione in pieno sviluppo che richiede una grande formazione per restare al passo con le nuove strategie e gli strumenti più innovativi per innescare e mantenere attivo il dialogo con i sostenitori. Abbiamo riassunto alcuni degli ingredienti fondamentali per preparare un piano di raccolta fondi efficace, illustrati da Federica Maltese durante il corso base Fundraising per il non profit.

 

La ricetta per una buona strategia di raccolta fondi prevede sette ingredienti principali:

 

1.Avere un’identità chiara in testa.

Il fundraising è l’insieme delle attività di una organizzazione non profit finalizzate al reperimento delle risorse necessarie a raggiungere gli scopi statutari; tali risorse non vanno concepite solamente in termini monetari, ma possono essere denaro, tempo, beni e servizi, relazioni e know how“. Avendo chiara la definizione di fundraising, è possibile pianificare un’attività di raccolta fondi solida ed efficace seguendo passo passo il ciclo del fundraising: definizione degli obiettivi, analisi interna ed esterna, progettazione, messa in opera, valutazione degli esiti, revisione del ciclo.

 

2. Individuare e curare i contatti.  

Devo entrare in relazione, sì ma con chi? Tutta l’attività di pianificazione deve essere strutturata partendo dalla consapevolezza di chi sono le persone a cui l’ONP si rivolge. Una fase fondamentale è quindi l’individuazione dei contatti. E’ necessario avere un numero di telefono, una mail, un indirizzo affinché le persone siano contatti reali e non semplici conoscenti. Collegamento, Interesse e Abilità sono i tre parametri più importanti che permettono all’ONP di individuare il suo donatore ideale. Il donatore ideale non è quindi solamente una persona che può partecipare economicamente alla causa dell’ONP, ma anche chi può offrire relazioni e conoscenze nuove e chi, condividendo un forte interesse per la causa, sarà felice di aiutare attivamente l’Organizzazione. Qui trovi un database di idee e campagne di fundraising, da cui prendere spunto per capire cosa fare e cosa evitare: SOFII.

 

3. A ognuno lo strumento più adatto.

Chiamare? Scrivere una lettera? Una mail? Inviare un piccione viaggiatore? Un ingrediente che non può mancare in un buon piano di fundraising è la piramide dei donatori, uno strumento fondamentale per capire il target dell’organizzazione e scegliere il modo più adatto per relazionarsi con i diversi donatori. In cima alla piramide si posizionano i grandi donatori, a scendere si trovano i soci e i donatori più fedeli, i donatori occasionali, chi viene coinvolto e partecipa a un singolo evento, fino ad arrivare al pubblico generico. A queste figure corrispondono diversi tipi di donazione (lasciti ed eredità, grandi donazioni, donazioni occasionali, quota di partecipazione ad un evento, quota associativa, ecc.). Per ciascuno di loro quindi è importante individuare la modalità più adatta mantenere viva e curare la relazione. Incontri personali, mail personalizzate, eventi riservati, mail speciali, newsletter, campagne di tesseramento, banchetti… sono solo alcuni esempi.
Un buon consiglio da tenere sempre a mente: “Ricordatevi che il fundraising è sempre uno scambio tra PERSONE, non solo donatori” (Federica Maltese).

 

4. Caro amico, ti scrivo…

Il Direct Mailing è uno strumento fondamentale per le organizzazioni per mantenere calde le relazioni con i propri donatori. Se qualcuno segue le attività dell’ONP e le sostiene, deve essere aggiornato sui suoi progetti e sul suo lavoro. Le lettere sono un’ottimo strumento per farlo: permettono infatti di pianificare la comunicazione e possono essere utilizzate con tutti i tipi di donatori. Mail e lettere permettono di acquisire contatti, fidelizzare chi l’organizzazione la conosce già, aumentare le quote di alcune donazioni dei più fedeli e recuperare i contatti “dormienti”. Può sembrare un metodo semplice per rimanere in contatto con le persone, ma è molto più complesso di quello che sembra. Le variabili da tenere in considerazione scrivendo una lettera sono moltissime: destinatari, timing, offerta o proposta, il testo (lunghezza, carattere, formato, tono, ecc.), la presentazione della busta…
Per sbirciare qualche lettera, puoi consultare mailing.fundraising.it, il più grande archivio italiano di mailing.

 

5. Caro amico, ti invito…

Gli eventi sono una delle forme più efficaci di fundraising, ma richiede una grande cura e particolare attenzione. E’ fondamentale pianificare fin dall’inizio i costi, le risorse e gli obiettivi economici, per arrivare al giorno dell’evento preparati e organizzati, e soprattutto per raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissati, in termini economici e di visibilità. Bisogna quindi partire da un’analisi approfondita di che tipo di evento si vuole organizzare, degli obiettivi che si desidera raggiungere, del target a cui ci si rivolge, degli eventi precedenti, delle risorse a disposizione, del contesto ambientale, degli strumenti di comunicazione che si possono e vogliono utilizzare.
Ecco alcune idee:

  • Aste/Aperitivi
  • Banchetti di piazza
  • Caccia al tesoro/ Cene
  • Degustazioni
  • Esibizioni live
  • Feste in maschera
  • Gare/ Gite
  • Lotterie
  • Maratone/ Mercatini
  • Partite/ Pizzate
  • Quiz a premi
  • Rasatura/ Regate
  • Spettacoli/ Serate
  • Tornei
  • Viaggi Solidali

 

6. Presenza online.

Alcuni dei tuoi donatori probabilmente preferiscono consultare il tuo sito web, seguire gli aggiornamenti via Facebook, Twitter, Instagram… Per un’organizzazione non profit è fondamentale avere una presenza online, come sostiene federica Maltese “è un biglietto da visita, una forma di verifica, un modo per coinvolgere e rafforzare la vostra community“. Sito web, newsletter, social media, da Facebook a Twitter, da Instagram a Google+, da Pinterest a Linkedin… i canali per essere visibili sul web sono davvero infiniti. La tua organizzazione deve selezionare quelli migliori per veicolare la propria immagine, identità e i propri valori, scegliere quelli più utilizzati dal tuo target, per essere lì dove si trovano i tuoi donatori oresenti e futuri. La cura della comunicazione online nell’era digitale è un elemento imprescindibile per essere presenti e rintracciabili, per mantenere i contatti e le relazioni.
Per alcuni esempi puoi consultare  www.enpaelba.org e la pagina Facebook Le sfigatte.

 

7. Cercaci su Google. Ci trovi sicuramente!

Vivendo nell’era digitale, non poteva che svilupparsi anche il digital fundraising. Anche alle ONP oggi viene richiesto di muoversi sapientemente sul web, strutturando una precisa presenza digitale. Marco Bellante nel corso di una lezione dedicata a questi temi ha presentato due strumenti particolarmente utili: Google AdWords e Google AdGrants. “AdWords e AdGrants sono delle grandi aste online in cui si comprano click”. Ma questo non  basta per essere visibili. E’ necessario studiare bene le parole chiave da utilizzare per veicolare il maggior numero di utenti/click verso il proprio sito.
Prima di accedere ad AdWords e AdGrant, iscrivi la tua ONP a Google per il non profit.

 

Questo articolo è stato tratto liberamente dalle lezioni realizzate da Federica Maltese all’interno del corso base “Fundraising per il non profit” per Ong2.0.

 

Il cooperante, una figura in continua evoluzione

Quello del cooperante era, fino a qualche tempo fa, un lavoro fuori dall’ordinario. Oggi si sta trasformando nella scelta di un numero sempre più alto di persone. Con competenze e caratteristiche sempre nuove. Ne parliamo con Diego Battistessa, cooperante e attualmente coordinatore accademico presso l’Istituto di studi internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” dell’università Carlos III di Madrid.

di Camilla Fogli

Con l’aumento di situazioni critiche e di emergenza, aumenta anche la domanda nel mondo della cooperazione, un settore in crescita che si sta aprendo e trasformando, e con lui anche chi ne fa parte. Questo non vuol dire però che diventare un operatore della cooperazione internazionale sia una decisione facile o banale, anzi. Si tratta di un lavoro che richiede un impegno costante, per gestire non solo la complessità delle relazioni che si intrecciano tra i vari attori, ma anche per stare al passo con una continua necessità di adattamento e aggiornamento.

Al riguardo, il portale Open Cooperazione fornisce una panoramica aggiornata al 2015 dei dati sulle principali ong italiane. Dai dati presentati, emerge l’importanza che questa parte del settore no-profit ha acquisito negli ultimi anni: i bilanci di 115 ong raggiungono quasi mezzo miliardo di euro, ma soprattutto il totale delle risorse umane impiegate, in Italia e all’estero, corrisponde a più di 16mila persone, senza contare gli oltre 80 mila volontari impegnati in oltre 2500 progetti sparsi in un centinaio di paesi.

Le risorse umane impiegate dalle 115 ong italiane censite da Open Cooperazione

Per riuscire a comprendere un po’ meglio questa realtà, così dinamica e varia, ci siamo fatti aiutare da un esperto del settore, Diego Battistessa, che sarà il docente del webinar gratuito di Ong 2.0 “Cooperazione internazionale: strumenti e buone pratiche per operare nel settore” e del corso “Professione cooperante: da dove cominciare”.

“Il primo punto da chiarire è che non esiste un unico percorso, una formula matematica che se applicata correttamente ti fa diventare cooperante internazionale. In questi anni in giro per il Mondo ho conosciuto colleghi e colleghe con profili professionali e storie di vita completamente diverse tra di loro”

Secondo Battistessa “la cooperazione è uno strumento molto forte, ha la capacità di offrire, attraverso il lavoro, le nostre stesse possibilità a qualcuno che non le ha”, quindi chi sceglie di fare il cooperante, soprattutto all’inizio, è perché vuole sentirsi parte della messa in pratica di un ideale, di un cambiamento in positivo. Come in tutte le cose, la giovane età e l’inesperienza portano ad un grande entusiasmo, che non guarda in faccia nessuno e che vuole avere un riscontro diretto, un risultato immediato. Maturando, ci spiega poi Diego, questo entusiasmo si trasforma e si affina, gli anni e l’esperienza portano ad una maggiore consapevolezza e pazienza, ma soprattutto ad una reale comprensione dei meccanismi di condivisione dei progetti e all’importanza non solo degli obiettivi comuni ma anche del compromesso. La cooperazione cambia e così cambiano i cooperanti. La prima cooperazione, quella di 20 anni fa, non avrebbe mai accettato di lavorare con le grandi multinazionali. Ora, invece, grazie ad alcuni provvedimenti presi in seno alle Nazioni Unite, così come in Italia con la riforma del 2014, si è arrivati ad un’azione collaborativa tra cooperazione e settore privato, senza il quale sarebbe impensabile crescere e riuscire a portare un cambiamento tangibile.

Per quanto riguarda, invece, le difficoltà incontrate da chi vuole intraprendere questo percorso, sono in particolare due quelle che Diego sottolinea. Una prima difficoltà comune a tutti i cooperanti è quella dell’età. A quanti anni si è pronti per partire? A quanti invece sarebbe meglio lasciare il terreno e passare alla cosiddetta cooperazione dietro le quinte? Non c’è una risposta giusta o sbagliata a queste domande, dipende molto dalla propria esperienza personale. Anzitutto, è proprio il terreno a compiere la prima selezione. Fare il cooperante sul campo è un lavoro duro, nel quale non basta essere altamente preparati, è un lavoro che richiede sacrificio e capacità di adattamento e, solitamente, i limiti – fisici o mentali – di una persona vengono fuori alla prima esperienza. Insomma, non tutti sono portati ad un impegno del genere, a prescindere dall’età o dalla propria motivazione personale.
Un’altra grande difficoltà nella scelta di fare cooperazione sul campo è poi quella legata all’aspetto umano di questo mestiere. Da un lato ci si trova coinvolti e inglobati in una nuova “grande famiglia”, come la definisce Diego, quella di tutti i cooperanti e le persone coinvolte che si incontreranno nel corso del progetto.

“Fare cooperazione vuol dire entrare a far parte di una tribù, costruita su aneddoti in comune, piccoli villaggi sperduti in cui tutto il mondo è stato. Una grande famiglia con il suo linguaggio e la sua simbologia. E quando cerchi di uscirne, quando ti dedichi a fare altro, inevitabilmente ti manca”

Dall’altra, però, le relazioni al di fuori sono sempre più fragili e complicate dalla distanza e dalla non condivisione delle esperienze. Può essere davvero difficile riuscire a spiegare, da un lato, e a comprendere, dall’altro, cosa prova un cooperante sul campo, cosa vuol dire vivere il costante effetto fisiologico dell’adrenalina e dell’imprevisto. Chi decide di fare il bambini cooperazionecooperante sa già che, nel bene e nel male, dovrà cambiare continuamente le sue persone di riferimento, quegli affetti che diventano punti fermi nella vita di una persona e di cui ognuno di noi ha bisogno. Insomma, a un certo punto ci si chiederà quando e per chi valga la pena fermarsi. Dall’esperienza di Diego, a riuscire a far convivere cooperazione e famiglia sono soprattutto quei cooperanti che trovano la loro casa in uno dei luoghi in cui si sono trovati a lavorare. A tal proposito, ci riporta la riflessione di un collega che l’ha colpito in modo particolare. Anche lui cooperante per alcuni anni, è arrivato ad una conclusione semplice ma efficace: prima di iniziare questo mestiere, che diventa irrimediabilmente anche un vero e proprio stile di vita, bisogna avere un piano, bisogna già sapere quando si vorrà lasciare il terreno, perché, come Diego ci ripete più volte, il terreno è additivo, e non ti lascia più.
A mettersi in mezzo è poi, molto spesso, anche quel senso di estraniamento e inadeguatezza che si prova una volta tornati dopo un periodo sul campo. Reintegrarsi nella vita di tutti i giorni non è infatti così banale, anzi. Sul terreno si vive in un contesto instabile, in cui nonostante esistano regole e protocolli precisi, a farla da padrona è principalmente l’improvvisazione. Tornare alle regole di un ufficio o alla tranquillità della routine quotidiana non sempre è scontato ed è anche per questo che, alla fine, in tanti decidono di ripartire.

La domanda che a questo punto sorge spontanea è dunque cosa ci si aspetti da un cooperante, quale sia il profilo ideale, oggi e nel futuro. Al riguardo Diego non ha dubbi: “alta professionalizzazione”. Poi ci spiega meglio: il nuovo mondo della cooperazione è un contesto che si sta specializzando e sta diventando sempre più competitivo. Una volta era difficile trovare qualcuno che volesse partire e quindi spesso chi decideva di fare il cooperante acquisiva la maggior parte delle competenze più tecniche in loco, ora non è più possibile. Anzitutto, ci troviamo in un contesto in cui non ci si può più semplicemente arrangiare; a partire dalle lingue, la cui conoscenza professionale è oggi data per scontata, per finire con specifiche competenze tecniche, come ad esempio il PCM (Project Cycle Management). Un buon esempio sono anche le ICT, le tecnologie della comunicazione e dell’informazione applicate allo sviluppo, ormai fondamentali, di cui si richiede una conoscenza professionale e trasversale. Una volta la tendenza era prendere più specialisti per diverse mansioni, ora assistiamo invece ad una definizione e professionalizzazione del lavoro del cooperante, tale per cui la tendenza delle organizzazioni è quella di limitare sempre di più il personale expat per utilizzare il capitale umano locale.

In sostanza, Diego ribadisce più volte il fatto che non si tratta di  un lavoro come tutti gli altri ma, come dice lui, “è un lavoro che ti chiede di essere quello che fai”.

Photo Credit: Diego Battistessa

Infografica: Open Cooperazione

Fundraising per il non profit: i significati nascosti

Da sempre le organizzazioni non profit hanno dovuto fronteggiare la necessità di reperire fondi per poter portare avanti le proprie attività e raggiungere i propri obiettivi, in un una parola: “Fundraising”. Sempre più corsi di formazione e master universitari si occupano dell’argomento e molte persone si specializzano in questo ambito, dove è sempre più forte la richiesta di lavoratori qualificati e competenti.
Federica Maltese, esperta del settore e docente del corso “Fundraising per il non profit” di Ong 2.0, ha risposto a qualche domanda per introdurci, con il suo personale sguardo, al mondo della raccolta fondi per il non profit e il sociale.

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Social Enterprise Boat Camp: borse di studio per gli innovatori

Formarsi, incontrarsi e approfondire i temi dell’imprenditoria sociale navigando sul Mar Mediterraneo: questa è l’idea alla base del Social Enterprise Boat Camp che dal 28 al 31 maggio porterà 400 tra attori della società civile, dell’imprenditoria sociale e del settore privato a salire su una nave per mettersi alla prova nel costruire insieme modelli di business innovativo e sostenibile. Continua a leggere

#Aggiornalavaligia: il viaggio continua

Hai preparato la valigia? Il viaggio nell’innovazione di ONG 2.0 sta per ricominciare.

Spazzolino da denti, abbigliamento, computer e un bel pezzo di Parmigiano, probabilmente sono ancora loro i protagonisti indiscussi della valigia del cooperante. Il mondo però evolve velocemente, Internet e le nuove tecnologie sono sempre più presenti, sia a Nord che a Sud del mondo, e influenzano fortemente il modo di pensare lo sviluppo, offrendo opportunità e aprendo scenari impensabili solo fino a qualche anno fa. Chi vuole operare nel sociale oggi deve aggiornare le sue competenze, e guardare il mondo con occhi nuovi.

Per questo motivo, lo scorso anno avevamo chiesto a cooperanti e professionisti del non profit di aggiornare la propria valigia, aggiungendo nuove competenze e strumenti al bagaglio di conoscenze con cui ogni giorno affrontano il loro lavoro.

Da questo invito sono nati molti progetti interessanti e tanti altri vedranno la luce in futuro. Per accoglierli tutti, abbiamo creato una sezione ad hoc sul nostro sito che abbiamo chiamato proprio #aggiornalavaligia. Questo spazio raccoglie le storie, le esperienze e le buone pratiche di “Chi l’ha fatto davvero”: i protagonisti della community di ONG 2.0 che, a Nord e Sud del mondo, hanno messo in pratica le cose apprese nei percorsi formativi e si stanno impegnando per uno sviluppo più “smart“, grazie alle ICT e alle potenzialità del web.

Quest’anno torniamo a metterci in viaggio alla ricerca di nuovi strumenti e competenze per sostenere il lavoro dei Cooperanti 2.0.

In particolare, due saranno le direzioni principali della nostra nuova offerta formativa:

1) Cooperazione 2.0 e ICT4D

E’ un percorso di esplorazione nel presente e nel futuro della cooperazione. Partendo dal ciclo del progetto ci spingiamo fino alla programmazione con R, impariamo a raccogliere i dati sul terreno con il GPS e l’uso dei GIS ed esploriamo il mondo della mappatura collaborativa di OpenStreetMap, senza tralasciare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione applicate allo sviluppo, le famose ICT4D, in un percorso di lunga durata che partirà nel 2016

2) Social media e strategie per il web

Andiamo a caccia delle migliori strategie per la comunicazione. Partiamo approfondendo il tema della comunicazione interna, per imparare a coordinarsi al meglio tra colleghi e ambiti diversi di una stessa organizzazione. Continuiamo poi il nostro viaggio sul web, dove scopriamo come impostare una strategia digitale e  comunicare attraverso i canali e gli strumenti più adatti ed efficaci.

A guidarci nella traversata, come sempre, ci sarà un team di esperti e professionisti che lavoreranno per rendere ogni itinerario interessante e interattivo, garantendo la qualità dell’approdo finale.

Ecco in anteprima le prime tappe del nuovo viaggio, molte altre sono in arrivo!

 

GISprogettare la cooperazioneROSM

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Ong 2.0 al Forum Internazionale DevReporter

Per due giorni Torino sarà al centro del dibattito internazionale sul giornalismo e le sfide dello sviluppo globale. Si tiene l’11 e il 12 giugno presso l’Arsenale della Pace il 2° Forum Internazionale di DevReporter Network, rete di giornalisti, operatori della cooperazione allo sviluppo, enti locali, docenti universitari di numerosi paesi europei e del Sud del mondo.

Ong 2.0 sarà presenterà le proprie attività nello spazio di Open Space del primo mattino di Forum

Presenti anche grandi nomi del giornalismo internazionale, come Ahmad Ashour, di Al Jazeera Public Liberties & Human Rights, Chris Arsenault, di Thomson Reuters Foundation, Ziad Maalouf di Radio France International, Cristina Mas di ARA, Ellen de Lange di OneWorld e molti altri.

Obiettivo: migliorare la qualità e la quantità dell’informazione sulle sfide dello sviluppo globale e arrivare alla stesura di un Vademecum di raccomandazioni condiviso tra giornalisti, comunicatori e operatori del settore.

“Superare il concetto di aiuto, dare spazio ai protagonisti del Sud del mondo, distinguere tra cooperazione ed emergenza, sono solo alcuni dei punti che saranno discussi nel Forum e contribuiranno alla stesura del Vademecum” sostiene Umberto Salvi, presidente del Consorzio Ong Piemontesi, promotore per l’Italia di DevReporter Network “Le sfide dello sviluppo globale divengono sempre più complesse, urgenti e interrelate tra di loro. Per questo è di estrema importanza fornire un’informazione corretta, tempestiva e comprensibile al grande pubblico”.

Il Forum si struttura su due giorni: la prima giornata, giovedì 11 giugno, sarà dedicata, al mattino, al “DevReporter Open Space”, un’esposizione interattiva e uno spazio di scambio di buone prassi – aperta al pubblico – e, al pomeriggio, a un workshop di confronto aperto a giornalisti e operatori della cooperazione internazionale per la stesura del Vademecum .

Venerdì 12 giugno, alle 14.00, si terrà la Tavola rotonda pubblica “Development journalism: come informare il grande pubblico sui temi dello sviluppo e della cooperazione internazionale” che permette anche il riconoscimento di 4 crediti formativi per i giornalisti (iscrizione per i giornalisti dal sito SIGeF, partecipazione libera per tutti gli altri).

Scarica il programma completo

Il Forum è promosso dal Consorzio delle Ong Piemontesi, dalla Federazione delle Ong Catalane e da Resacoop, in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti del Piemonte, l’Associazione Stampa Subalpina, il Caffè dei Giornalisti, la Regione Piemonte, l’Università degli Studi di Torino, il Coordinamento Comuni per la Pace, e il Centro Piemontese di Studi Africani. Il progetto Dev Reporter Network è cofinanziato dall’Unione Europea (DCI-NSAPVD/2012/279-805) nell’ambito dell’Anno Europeo dello Sviluppo 2015

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