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ISF: in Africa è cruciale il tema della tecnologia sostenibile

Dal 17 al 19 ottobre, a Rovereto si svolge la terza edizione del Festival di Informatici Senza Frontiere, che si propone di favorire una riflessione e un dialogo sull’impatto sociale delle nuove tecnologie. La seconda giornata del Festival si apre con l’incontro “Sfide e aspirazioni dei giovani africani di oggi: cosa può fare la tecnologia?”, che vedrà tra i relatori Maurizio Bertoldi, coordinatore ISF Africa. Con lui abbiamo approfondito l’attività di ISF nel continente e affrontato alcuni dei temi chiave sull’impatto della tecnologia e del digitale in Africa.

di Luca Indemini

Maurizio Bertoldi, oltre a occuparsi degli interventi nel continente africano per Informatici Senza Frontiere, è partner fondatore e Chief Technology Officer di Sinapto, società che offre consulenze in ambito tecnologico. Il contesto africano è sicuramente moto diverso da quello occidentale, presenta sfide e problematiche peculiari, è dunque importante adeguare e adattare gli interventi, al fine di non sprecare le risorse e di massimizzare gli impatti.

Maurizio Bertoldi, da dove si deve partire?

Il tema centrale è quello della tecnologia sostenibile tanto in occidente, quanto e soprattutto in Africa.

«I danni della tecnologia non sostenibile sono sotto gli occhi di tutti. Penso ad esempio alle miniere in Congo dove si estrae il Coltan, minerale indispensabile per gli smartphone. La tecnologia di alto livello ha un prezzo molto alto, che si paga spesso in Africa. Anche se esistono soluzioni, sempre tecnologiche: ad esempio il Fairphone, il cellulare sostenibile, che tiene conto delle persone che lo producono e dell’impatto sul pianeta.»

«Un altro problema è quello legato allo smaltimento degli hardware, con la creazione di discariche in Ghana e Bangladesh. Meno evidente l’impatto del software, ma non meno problematico: Bitcoin e blockchain in Africa sono sostenibili da un punto di vista energetico? Come Informatici Senza Frontiere ci occupiamo di informare sui vantaggi della tecnologia e del digitale. Prima di tutti, il fatto che è un linguaggio universale: se imparo Java è uguale a New York, in India e in Africa. Questo è un aspetto davvero “disruptive”. Inoltre, Internet mi permette di essere ovunque, in qualsiasi momento. Sono tutte potenzialità da sfruttare, ma in modo etico, ragionato e sostenibile.»

A fronte della mancanza di beni primari potrebbe venire da chiedersi se il gap tecnologico sia davvero una delle priorità per Africa. O forse dovremmo considerare anche quello una necessità primaria?

«Ci capita di dover sentire: “non hanno da mangiare e voi pensate a portare la tecnologia”, ma è un discorso che non ha senso.»

La tecnologia non risolve problemi specifici, ma è un fattore abilitante che permette di affrontare molti problemi.

«Un bell’esempio è quello del software open source Open Hospital, usato per la gestione delle attività ospedaliere in Uganda e in molti ospedali africani. I software open source sono fondamentali per permettere a tutti l’accesso a soluzioni tecnologiche senza barriere, almeno dal punto di vista economico. Poi certo, servono le competenze, ma a quello si può rimediare. È importante favorire collaborazioni tra diverse realtà in modo da creare soluzioni replicabili anche in altri paesi.»

Piattaforma Open Hospital in un ospedale in Somaliland

«Inoltre, in Africa l’età media è molto bassa, i giovani hanno voglia di mettersi in gioco, anche se spesso sbagliano direzione. Adesso, tutti vogliono fare i programmatori e rischiano di diventare gli operai, sfruttati, del nuovo millennio. Cerchiamo di favorire l’imprenditorialità giovanile, facendo leva su tecnologia e digitale. Ci sono esempi molto interessanti in ambito agritech o nella logistica e nel mondo della app. Basti pensare che ad Addis Abeba ci sono cinque servizi simili a Uber, in concorrenza.»

E in questo scenario come si inserisce il lavoro di Informatici Senza Frontiere?

«ISF punta a creare partnership con associazioni locali, con enti, con organizzazioni come il Cuamm, con i missionari Comboniani, in tutti i casi in cui sono necessari interventi informatici. Analizziamo le necessità, redigiamo un progetto e lo realizziamo lavorando con i volontari o con le risorse della cooperazione

«Il nostro intervento si articola principalmente su tre leve. Innanzitutto, la formazione: allestiamo aule informatiche e formiamo principalmente insegnanti, per poi favorire il trasferimento della conoscenza. Realizziamo interventi in ambito sanitario, informatizzando le strutture, e infine forniamo consulenza alla pubblica amministrazione e alle Università. Il nostro obiettivo è orientare le scelte, cercando di evitare gli sprechi.»

Dove siete operativi in Africa?

«Siamo presenti soprattutto in East Africa: Uganda, Etiopia, Tanzania. Ma anche in Somaliland, Sudan, Kenya. Mentre ad Ovest, abbiamo dei progetti in Camerun e in Senegal. Una decina di paesi in tutto.»

Ospedale San Luca di Wolisso, il primo paperless in Etiopia

Se dovesse citare un caso paradigmatico dei vostri interventi in Africa, quale sarebbe?

«Sicuramente quello nell’ospedale San Luca di Wolisso, in Etiopia. È un perfetto caso paradigmatico del nostro modo di operare: siamo intervenuti al fianco del Cuamm e abbiamo contribuito a renderlo il primo ospedale interamente paperless della zona.»

In chiusura una battuta sul festival di Informatici Senza Frontiere: cosa rappresenta?

«Ormai è un appuntamento consolidato, siamo arrivati alla terza edizione. All’inizio organizzavamo due assemblee annuali: una interna e operativa, la seconda, quella autunnale, era aperta al pubblico, per creare un momento di confronto. Puntiamo sull’Open Source e le reti per noi non sono solo quelle di cavi.

Tre anni fa si è deciso di trasformare la seconda assemblea annuale in un vero e proprio festival, rivolto soprattutto ai giovani e alle scuole. Un’occasione per fare il punto della situazione sulla nostra attività e per confrontarci su temi tecnologici, dalla robotica all’Intelligenza Artificiale, senza dimenticare un approccio etico e sostenibile. Fondamentalmente, il messaggio che vogliamo mandare è che la tecnologia è uno strumento per fare le cose meglio. Di per sé non risolve i problemi, ma aiuta ad affrontarli in modo più efficiente, ad esempio può aiutare a gestire meglio gli ospedali o le scuole.»

gvSIG Educa: insegnare il GIS in maniera divertente

Ho sempre creduto che la formazione rivesta un ruolo fondamentale nei progetti di cooperazione allo sviluppo nel rendere sostenibili nel tempo gli obiettivi raggiunti.

di Giuliano Ramat

 

Nel settore del GIS ci si scontra spesso con una scarsa abitudine a leggere una mappa, a capire un’immagine dal satellite (stile Google Earth per intenderci) dovuta al fatto che in molti Paesi, soprattutto nel Sud del mondo, studiare la geografia, prendere in mano una mappa e giocarci o vedere la propria città dall’alto non sono sempre attività comuni e diffuse. Spesso ho riscontrato come le persone, incluso il personale tecnico, sapessero benissimo andare dal punto A al punto B ma che incontrassero difficoltà insormontabili a tracciare su una mappa il percorso fatto a piedi.

Il progetto gvSIG Batovì, realizzato in Uruguay nel 2011 con l’appoggio del governo locale, ha provato ed è riuscito a insegnare la geografia in maniera divertente a numerosi studenti dai 10 ai 18 anni delle zone rurali grazie all’uso di una soluzione GIS open source. L’idea è tanto semplice quanto geniale: da una parte, realizzare un software GIS a misura di adolescente con icone simpatiche e non accademiche, tali da rendere lo studio quasi un gioco; dall’altra, formare i docenti in modo da produrre facilmente “pacchetti” di mappe e immagini che possano essere condivisi con e fra gli studenti. Grazie al design accattivante e semplificato dei comandi, per gli studenti è più semplice apprendere sia la geografia che le basi per l’uso del GIS. I computer necessari per far girare questo programma non devono essere necessariamente dell’ultimissimo tipo e questo permette anche di ridurre sensibilmente l’investimento da parte della struttura didattica e/o dell’ente governativo coinvolto. Il successo di questa iniziativa è confermato non solo dal blog in cui vengono regolarmente pubblicate notizie ma anche dal recente tentativo di allargare l’iniziativa dall’Uruguay al resto del mondo tramite una sorta di evoluzione di gvSIG Batovì: gvSIG Educa.

giuliano blog 2Si tratta di un prototipo di GIS Open Source specifico per l’istruzione primaria e secondaria, presentato ufficialmente durante le recenti 11me Giornate Internazionali di gvSIG a Valencia, che amplia la possibilità di caricare e condividere informazioni da parte dei docenti, aumenta il numero di estensioni da usare per “giocare” con i dati geografici e supera i limiti legati al sistema operativo non standard che erano presenti in gvSIG Batovì. Si tratta sicuramente di un interessante strumento didattico con grandi potenzialità di uso nei progetti di cooperazione internazionale per il suo essere multilingua, multipiattaforma e soprattutto open source ma, come tutti i prototipi, ha bisogno di essere testato per potersi migliorare.

Per chiunque volesse usarlo, provarlo e contribuirne al miglioramento all’interno dei propri progetti e attività, è possibile contattare gli sviluppatori dell’Associazione gvSIG per ottenere il supporto necessario.

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