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Co-design e digitalizzazione: un approccio vincente contro l’emergenza sanitaria nel Sud Globale

“Co-design” e “co-partecipazione”, comunicazione continua tra utenti e operatori e uso avanzato delle tecnologie digitali, sono queste le parole chiave per affrontare in modo efficace le situazioni di emergenza sanitaria. Ne sono esempi le piattaforme U-Report e mHero, realizzate per fronteggiare rispettivamente le epidemie di COVID-19 e Ebola e utilizzate in 52 paesi del mondo.

Di Anna Filippucci

Il distanziamento sociale e l’impossibilità di viaggiare liberamente nel mondo a causa del Covid-19 hanno costretto in pausa forzata molti progetti avviati nel Sud Globale e caratterizzati da un intervento fisico in loco degli operatori. In questa situazione straordinaria, la vera sfida che si è presentata per il settore della cooperazione e degli aiuti umanitari è stata di modificare e adattare al nuovo contesto i propri interventi; ne sono uscite vincitrici le organizzazioni che hanno saputo innovarsi e utilizzare un approccio di co-design (digitale) nella realizzazione di progetti. 

Ma cosa si intende per co-design? Letteralmente, con questo metodo, gli interventi diventano frutto di un processo partecipativo e dinamico che coinvolge tutti gli stakeholders e i destinatari dei progetti stessi. Più che mai adesso, in un contesto mutevole ed emergenziale, una “two-way communication”, che permetta di identificare chiaramente e rapidamente i bisogni effettivi dei destinatari di progetti, si è rivelata fondamentale per realizzare interventi efficaci nonostante la distanza fisica. L’interazione diretta tra organizzazioni e destinatari è stata sovente garantita da innovativi strumenti digitali, quali chatbot e sistemi di mapping, per esempio.

Come ha riassunto chiaramente Meg Kemp, fondatrice e consulente di Alma Major, durante il webinar Designing digital tools for COVID-19 response”, organizzato dal “Nethope Solutions Center” ,  gli interventi basati sul co-design in situazioni di emergenza devono essere necessariamente rapidi, ma attenti al contesto mutevole e caratterizzati da una costante ridefinizione degli obiettivi a breve termine. L’utilizzo di piattaforme digitali che permettano una comunicazione diretta e un feedback costante si è rivelato in questo contesto fondamentale per migliorare gli interventi. 

Foto di UNICEF, progetto U-Report

A tal proposito, sono stati raccontate due esperienze portate avanti da UNICEF e USAID in diversi paesi del Sud Globale e in cui l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali ha permesso di continuare a lavorare a distanza in situazioni di emergenza sanitaria. Il programma “U-Report” di UNICEF rappresenta un’esperienza di successo in questo senso: si tratta di una piattaforma di raccolta dati, che funziona attraverso un sistema di messaggistica istantanea e accessibile sia attraverso SMS (senza connessione dati), sia da piattaforme di social messaging (Whatsapp, Messenger, Viber…). L’utente che interagisce rimane anonimo e deve unicamente fornire informazioni relative alla propria età, il proprio genere e la location in cui si trova. I dati, raccolti e aggregati, sono utili a UNICEF, le altre ONG partner e le autorità locali per formulare interventi efficaci, ma anche per produrre consapevolezza, favorire l’empowerment delle comunità e conoscere in profondità i bisogni e i problemi delle comunità stesse. 

Dato il successo della piattaforma negli ultimi anni, utilizzata in 68 paesi a ritmo di 30 report al secondo, l’UNICEF ha deciso di adattarla e utilizzarla a partire dallo scorso febbraio come sistema di raccolta dati e informazioni relativamente all’emergenza Covid-19. Questo “Covid information Chabot” ha permesso una capillare diffusione delle informazioni nei 52 paesi dove è stato sperimentato; in Costa D’Avorio, per esempio, attraverso una partnership con le principali compagnie di telefonia mobile, esso è stato consultato 2,5 milioni di volte, soprattutto da un pubblico molto giovane. Oltre a fornire informazioni utili per auto-diagnosi e misure di prevenzione, il chatbot è diventato gradualmente la principale e più attendibile fonte di informazioni anche per il governo e i mezzi di informazione di massa, quali radio e giornali. 

Jaclyn Carlsen, ICT policy Advisor presso USAID ha raccontato invece l’esperienza dell’Agenzia in Liberia, durante l’emergenza sanitaria provocata da Ebola, nel 2014. In questo contesto, in collaborazione stretta con il ministero della salute liberiano, USAID ha promosso e implementato il programma mHero, un sistema di messaggistica e mappatura, volto a migliorare la comunicazione con gli operatori sanitari e le strutture situate in zone remote del paese e altrimenti difficilmente raggiungibili. mHero ha permesso la diffusione di informazioni e una migliore organizzazione del lavoro e delle risorse, dimostrandosi estremamente utile; tanto, da essere in seguito utilizzata anche da altri dipartimenti direttamente legati al ministero della Salute, quali l’Unità per la Salute Mentale, per l’Assistenza Familiare e la Gestione della Catena di Distribuzione. 
Entrambe le esperienze illustrano chiaramente i vantaggi di un approccio partecipativo alla realizzazione di progetti in situazioni emergenziali, così come il valore aggiunto dato dall’uso di tecnologie digitali. Solo attraverso delle partnership consolidate, una conoscenza profonda del contesto e un empowerment costante dei destinatari, è possibile sviluppare delle piattaforme che rispondano veramente alle esigenze specifiche di una comunità in situazione di emergenza.